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Il paradosso dell’ignoranza

Scritto da Raffaele Berardi il 5 dicembre 2014

Rubrica: Le mie teorie

Titolo o argomento: Più studio e più divento ignorante

Autore: Raffaele Berardi (Ralph DTE)

Quella che segue è una teoria che ho elaborato di recente, la mia quarta per l’esattezza dopo la teoria degli accostamenti, quella dell’ingranamento e quella del contrario. Se amate stuzzicare la vostra mente, potreste trovarla più normale della normalità.

Premessa

Io studio perchè ho bisogno di acquisire informazioni che sono utili per districarmi in questo mondo. Finché io studio “normalmente” posso non accorgermi di quanto è in oggetto in questo paradosso. Se supero un certo limite ed inizio a studiare intensamente inizio anche a rendermi conto di quante cose non so, inizio a rendermi conto di essere ignorante, inizio a rendermi conto di “sapere di non sapere” (Socrate). Più mi istruisco e più mi rendo conto di non sapere, più studio e più mi accorgo di essere ignorante. Tendendo all’infinito, ossia cercando di istruirmi notevolmente, mi accorgo sempre più di quante cose non so e di come quel poco che so rappresenti nient’altro che un infinitesimo della conoscenza (indefinita).

Quindi più studio e più sono ignorante

Ovviamente trattasi di una provocazione mentale. E’ proprio vero il concetto, oppure no? Infatti non è vero che più studio e più sono ignorante bensì che più studio e più “mi rendo conto” di essere ignorante. Sarebbe quindi opportuno definire la differenza tra essere ignorante e rendersi conto di essere ignorante.

Il rapporto che definisce l’ignoranza

Per ogni pezzettino di conoscenza acquisita in più, scopro l’esistenza di un’enorme mole di conoscenza che non ho. Pertanto nel rapporto tra conoscenza acquisita e percezione della conoscenza che non si possiede, più si va avanti nello studio e più il rapporto diventa grande definendo di fatti il soggetto in questione come uno maggiormente ignorante rispetto ad uno con minori conoscenze ma, allo stesso tempo, minore percezione circa la conoscenza.

Più precisamente definisco:

Coefficiente di conoscenza Kc = Conoscenza acquisita Ca / Percezione della conoscenza che non si possiede Cm

Tasso di ignoranza i = 1 / Coefficiente di conoscenza Kc

Minore è il coefficiente Kc che deriva dal primo rapporto e maggiore è il tasso di ignoranza.

Esempio

Ammettiamo ad esempio che la mia conoscenza acquisita valga 10, livello al quale io mi accorgo di non conoscere 5 e che migliorando i miei studi io arrivi ad una conoscenza acquisita pari a 30 ove ora però mi accorgo di non conoscere 60. Se al precedente livello il mio coefficiente di conoscenza valeva 10/5 = 2, cui corrisponde un tasso di ignoranza “i” pari a 1/2 = 0,5, ora il coefficiente di conoscenza vale 30/60 = 0,5 che corrisponde ad un tasso di ignoranza “i” pari a 1/0,5 = 2.

Esempio

In sostanza ad un primo step conosco 1/10 poi, studiando una cosa nuova, mi accorgo che i concetti sono molti di più di quanto potessi immaginare ed al secondo step conosco 2/100. Andando ulteriormente avanti studio ancora una cosa in più e di nuovo mi accorgo che al terzo step conosco ad esempio 3/1000. Il coefficiente di conoscenza cala sempre di più rendendomi di fatto sempre più ignorante nonostante io abbia studiato di più ed abbia acquisito più nozioni. Sto diventando sempre più ignorante o meglio sto rendendomi conto sempre di più di quante cose non so ed è proprio su questo che gioca il Paradosso dell’ignoranza il quale vede ciò che inizialmente si ignora come un qualcosa che non ci definisce ignoranti finché non ne percepiamo la presenza anche se poi, in ogni caso, non ne conosciamo i contenuti.

Nota conclusiva

Come è possibile quindi che più studio e più divento ignorante? Non è la quantità di concetti assimilati che definisce in “modo assoluto” quanto siamo preparati; è la percezione di quante cose non sappiamo che determina di fatto quanto siamo ignoranti nelle tali discipline. Andare intensivamente oltre lo studio di base permette effettivamente di percepire in modo chiaro questo fenomeno rendendo così ancora più patetica la figura del saccente, già poco gradita per l’antipatia che richiama a sé.

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