Il piccolo imprenditore indipendente è espressione di libertà anche per il consumatore

Rubrica: La tetralogia della povertà. Svalutazione – Parte 5

Titolo o argomento: Come si diventa poveri oggi e soprattutto… perché

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Il piccolo imprenditore indipendente è espressione di libertà anche per il consumatore

Con le illusioni potremmo andare oltre su strade che finiscono nel nulla. In realtà nessuna affermazione riportata nei Morgana (capitolo precedente) è vera né può diventarlo, che lo si creda o no. E’ pura e semplice matematica, pura e semplice microeconomia. Le grandi realtà sono massive, ingombranti, goffe, impiegano molto tempo per cambiare rotta e devono assicurarsi che i loro mantra diventino dei tarli di cui i consumatori non possano fare a meno. Non a caso mettono in voga tendenze e non producono ciò di cui il consumatore ha bisogno ma producono il bisogno stesso per cose che il consumatore non ha mai chiesto ma alle quali si è abituato e attraverso le quali si sente in difetto con gli altri se non ne è provvisto come “tutti”.

Le piccole e medie imprese, invece, sono agili, leggere, prestanti, vanno a vele spiegate, avvertono ogni minima onda, cambiano rotta rapidamente, sono come delle zanzare che danno fastidio ai grandi vascolarizzati che puntano al monopolio. Eh sì perché ora, che parliamo di libero mercato mentre lasciamo che piccole e medie imprese chiudano come api morte sotto a pesticidi economici, notiamo differenze di prezzo che consideriamo a favore delle grandi realtà ma… una volta che le grandi realtà avranno fatto chiudere tutti i piccoli ed i medi imprenditori, allora avranno strada libera ed incontrastata per dettare loro i prezzi e giocheranno al rialzo con un consumatore privo di alternative e oramai costretto ad esser vittima della propria avidità. Giustamente.

Il negoziante piccolo e professionale aderisce ai gusti dei più variegati consumatori, non raccoglie dati, non studia i clienti diabolicamente, riesce semplicemente ad aderire ai gusti di una parte di essi perché per le altre tipologie di consumatori, semplicemente, ci sono altri piccoli negozianti professionali. Stesso dicasi, naturalmente, per artigiani, tecnici, professionisti di ogni genere. Così la moltitudine fa la forza, la libertà, il gusto, l’indipendenza, la leggerezza, il rispetto dell’Uomo, delle leggi, dei mercati…

Il negoziante, l’artigiano, il tecnico in realtà operano correttamente nella maggior parte dei casi, soprattutto quando vendono prodotti professionali (dispositivi sofisticati, attrezzature, strumenti, macchine da lavoro, impianti tecnologici, moderni prodotti di elettronica, beni di primaria necessità, beni durevoli…). Potete verificarlo andando a vedere i listini ufficiali delle case madri, il costo delle materie prime proposte da storici produttori certificati, il costo della manodopera altamente specializzata suggerito.

Stesso dicasi per altre tipologie di professionisti, un dentista così come un Architetto o un impiantista che vi consigliano i propri collaboratori anziché suggerirvi portali web che promettono facilità ed economicità nel realizzare o fornire ciò di cui avete bisogno.

Conoscere qualche trabocchetto del mercato attuale

Chi opera mediante concorrenza sleale può percorrere due differenti strade.
La prima: perdere, in principio, ingenti quantità di denaro con l’obiettivo di distruggere piccole e medie imprese così da non avere più, in futuro, una vera concorrenza temibile in visione di un’oligarchia ben più redditizia di cui oggi non siamo in grado di vedere l’ombra.

La seconda: in altri casi, confusi e depistanti, si accodano come processionarie gruppi i quali, con il solo ed unico scopo del profitto a tutti i costi, scelgono di vendere importanti percentuali di prodotti di bassa qualità; beni di seconda linea di produzione più scadenti appositamente realizzati dai medesimi marchi conosciuti per le offerte insostenibili; prodotti difettosi destinati (forse) ad una futura garanzia (logica del rimandare il problema); prodotti che hanno superato per un soffio i controlli funzionali a fine catena; prodotti che hanno sostato troppo a lungo nei magazzini (dove con “a lungo” si intende “anni”); prodotti che hanno subito danni nei magazzini; prodotti che sono stati venduti senza un servizio di installazione professionale; prodotti che, il cliente non lo sa, non rispondono alle proprie reali esigenze e rappresenteranno ben presto una delusione senza memoria a causa di una recensione positiva scritta troppo presto e incentrata sull’osservazione di aspetti secondari (come ad esempio i tempi di spedizione) dato che gli aspetti primari non si conoscono e assai pochi hanno sia l’interesse che il piacere di spiegarvi; prodotti ad obsolescenza accelerata destinati alle fasce di prezzo insostenibili; prodotti che sono caduti dai muletti o dagli scaffali dei depositi; prodotti che hanno subito danni non visibili esteticamente durante il trasporto; prodotti che hanno preso l’acqua da infiltrazioni di capannoni fatiscenti; prodotti destinati al solo riciclo dei materiali come ad esempio i metalli, le plastiche (perché il ripristino da parte della casa madre rappresenta un costo troppo elevato) e venduti comunque ad insaputa delle case costruttrici*; prodotti costruiti appositamente con standard qualitativi minori (ma con la medesima sigla) per un mercato estero meno esigente, la cui garanzia si scopre poi non essere valida nel nostro territorio; prodotti estremamente scadenti venduti da società le quali, promettendo lunghe garanzie e prezzi oltremodo competitivi, avevano in realtà previsto sin dal principio di chiudere non appena effettuato un preciso numero di vendite (in tempo prima del riscatto delle prime garanzie promesse ai clienti) per poi riproporsi sul mercato con altri nomi; prodotti deludenti le cui recensioni positive (fasulle) sono state acquistate da apposite agenzie per invogliarne la scelta.

La conoscenza di questi casi, l’accertamento e la verifica di ognuno di essi si accresce solo con l’esperienza, un’esperienza che un normale consumatore non può sistematicamente avere dato il tempo e gli strumenti che l’analisi di questi casi richiedono e dato che sono necessari migliaia e migliaia di casi prima di poter sostenere, in sicurezza, che non si tratta di un singolo fenomeno isolato.

*Di particolare rilievo sono i casi di gruppi di acquisto che hanno acquistato a prezzi notevolmente ribassati, e poi rivenduto illegalmente, prodotti destinati al solo recupero delle materie prime e non destinati alla vendita. Questi casi, anche se il consumatore non lo sa, si sono conclusi in tribunale con esiti drammatici per chi ha messo in opera questo tipo di truffa (cercate riscontri nelle sentenze dei tribunali o ascoltando chi ha preso parte alle specifiche class action).

La perdita dell’indipendenza dell’imprenditore e della libertà del consumatore

Il fine ultimo della concorrenza sleale è per noi comuni mortali indimostrabile. Però è possibile effettuare un’analisi razionale osservando, al di là della nebbia scatenata dai vapori dei profitti, chi ne trae vantaggi e quali. Quello che tangibilmente si è osservato negli ultimi vent’anni è la crescente distruzione delle piccole e medie imprese, la soppressione dei negozi del centro delle città, la perdita dell’indipendenza dell’imprenditore (ma, di conseguenza, anche della libertà del consumatore) il quale, se vuole esistere, è costretto a passare per il pizzo 2.0, il pizzo digitale, che deve pagare a portali di categoria (che sfociano nell’inganno quando confrontano prezzi senza confrontare cosa c’è dietro a quei prezzi) ed ai più volte citati e-commerce massivi mieti economia, nonché la perdita della proprietà privata a favore della “centralizzazione dei consumi”.

I grossi e-commerce, oltre ad esser traccianti catturano una innumerabile mole di big data delle nostre attività, preferenze, sensazioni, stati d’animo, debolezze. In questo modo ci “conoscono” meglio di noi e possono derivare i dati necessari a creare il nostro prossimo bisogno. Ci manovrano come un pascolo, scelgono per noi cosa dobbiamo acquistare proponendoci alternative da mentalista che in realtà non desume ma induce la scelta.

Si tratta di realtà molto complesse, difficili persino da osservare (figuriamoci da intuire) per le masse le quali non vanno mai a verificare a chi appartengono a monte, chi le ha finanziate e quali vantaggi hanno portato e a chi, distruggendo chi altri.

Continua…

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Disse il Signor Michelin: “Non si dà valore a ciò che si ottiene senza pagare”
La distruzione del valore
Comprendere il valore
I pensieri autopulenti di chi distrugge il valore – Il pensiero zero (sul conto)
I pensieri autopulenti di chi distrugge il valore – Il pensiero uno (sul prodotto)
I pensieri autopulenti di chi distrugge il valore – Il pensiero due  (sul professionista)
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Il professionista della prima maniera
Cap 7 – In revisione
Cap 8 – In revisione
Cap 9 – In revisione
Cap 10 – In revisione
Cap 11 – In revisione

Seconda raccolta – Prossimamente (su versione cartacea)

Terza raccolta – Prossimamente (su versione cartacea)

Quarta raccolta – Prossimamente (su versione cartacea)

Prima estensione – Prossimamente (su versione cartacea)

Seconda estensione – Prossimamente (su versione cartacea)

Il Deserto del Mojave. Subito prima del rilievo montuoso un’immagine indefinita che, con molta probabilità, induce al travisamento.
Magari ci vediamo un villaggio o magari chissà cos’altro spinti dalle nostre suggestioni e dalle nostre personali necessità…
in realtà, non c’è nulla.

Si tratta infatti di una Fata Morgana, un complesso tipo di miraggio, un fenomeno della Fisica Ottica.
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Le dimensioni della ricchezza

Se vogliamo rappresentare un punto ci è sufficiente una dimensione, ma se vogliamo rappresentare una superficie necessitiamo di due dimensioni e se vogliamo rappresentare un solido abbiamo bisogno di tre dimensioni. Scontato direte voi. Come le rette, gli spazi e i solidi hanno bisogno delle loro opportune dimensioni per essere rappresentati, così la ricchezza ha più di una dimensione.

Ognuno di noi può collocare la ricchezza in una diversa dimensione. La massa, ad esempio, vede la ricchezza esclusivamente come la disponibilità di enormi capitali. Tanto più denaro si ha, tanto più si è ricchi. Una dimensione più completa vede invece la ricchezza come la capacità di un uomo di saper fare, inventare, evolvere, creare e, cosa più importante, adattarsi.

Per quanto possa sembrare un concetto molto astratto, ecco che con un semplice esempio tutto diventa più chiaro:

“Chi è più ricco tra un individuo che dispone di elevati capitali ammucchiati da una parte, conservati con molta preoccupazione e difesi con ogni mezzo possibile, una persona che se perde tali capitali perde la sua sensazione di sicurezza ed un secondo individuo che studia, ha esperienza, sa fare, sa creare, sa risolvere problemi, affrontare situazioni, evolversi con la società, adattarsi alle necessità che cambiano, provvedere autonomamente alla maggior parte delle cose di cui ha bisogno e mettere a disposizione degli altri le sue conoscenze?”

Certo la battaglia per questa risposta è dura. Non si può negare che il secondo individuo se disponesse di maggiori capitali potrebbe fare molte, molte più cose e creare molte più situazioni, occasioni… Ma non si può nemmeno negare che il primo individuo, al primo errore o al primo collasso economico delle realtà che ha intorno, diventi un poveretto che potrebbe non saper fare nulla e che non ha alcuna chance di sopravvivenza. -Nel film “Un povero ricco”, Renato Pozzetto interpretava una persona afflitta dalla paura di diventare povera. Alla fine questo personaggio decide di simulare la povertà per vedere se sa cavarsela… Nella sua comicità il film ha una morale decisamente istruttiva.-

Conosco un ragazzo che con circa 2.000 euro ha acquistato degli attrezzi per lavorare il legno. Con un investimento così basso oggi vende e stravende i suoi prodotti in legno e questo è solo uno dei tanti lavori che sa fare. Conosco anche un’altra persona che non ha fatto altro che ammucchiare il suo denaro e che dopo tanti anni, se qualcuno dovesse portarglielo via, non saprebbe fare niente di niente. Sicuri che la ricchezza sia solo nel denaro? O anche nelle capacità di sapersela cavare?

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Il denaro “dà” ricchezza, l’artigiano è un esempio “di” ricchezza

Capitale umano: Investire su noi stessi

Rubrica: Spunti
Titolo o argomento: Investire su noi stessi

Un mio amico mi ha raccontato che per la Laurea regalerà alla sua ragazza un viaggio del costo di circa 2500-3000 Euro. Mi ha detto anche che questo comporta un bel sacrificio. Questa ragazza sta per diventare ingegnere e desidera, anche se manifesta ancora qualche dubbio, portare avanti lo studio tecnico del padre. I dubbi che interessano questa ragazza sono di carattere economico, così mi viene spontaneo chiedermi e chiedervi retoricamente: “Perchè nonostante il brutto periodo economico che ha colpito l’Italia recentemente (ma anche il resto del mondo) siamo propensi a svenarci per fare un viaggio di qualche giorno e non ci balza minimamente in testa l’idea di usare anche quel budget per avvicinarci ulteriormente ai nostri obiettivi? Come mai crediamo così poco in noi, nelle nostre capacità di realizzarci professionalmente? Come mai non ci rendiamo conto che si tratta di una strada a senso unico?”. Investire sul nostro obiettivo lavorativo ci permetterà poi di fare acquisti di vario genere e varia misura; investire su un viaggio non ci permetterà di fare null’altro che il viaggio. Un comportamento che mi incuriosisce realmente perchè non riesco a comprenderlo. Certo è che investire sul lavoro è sempre un rischio, quindi la risposta potrebbe essere che temiamo di metterci in gioco?

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