Che cosa sono i materiali auxetici?

I materiali auxetici sono quei materiali le cui fibre, se sottoposte ad uno sforzo di trazione, si aprono ad ombrello. Si determina quindi una dilatazione in direzione trasversale a quella della sollecitazione. Viceversa, se sottoposte ad uno sforzo di compressione, si chiudono provocando una strizione del campione. In termini fisici si dice che hanno modulo di Poisson* negativo. In natura, per esempio nella pelle della salamandra o di alcuni serpenti, ci sono cellule che hanno proprietà auxetiche. Quando vengono tirate, invece di restringersi, si allargano. Questa proprietà permette ai serpenti la macrofagia, ovvero la capacità di divorare prede di grandi dimensioni aprendo la bocca a dismisura. Proprietà simili sono riscontrabili anche in nuovi materiali, come i nanotubi di carbonio, il Gore-Tex e le schiume auxetiche.

*Il modulo di Poisson è una caratteristica, dipendente dalla temperatura, propria di ogni materiale. Tale modulo misura, in presenza di una sollecitazione monodirezionale longitudinale, il grado in cui il campione di materiale si restringe o si dilata trasversalmente.

materiali_auxetici.jpg

Solitamente, quando tiriamo tra le mani un materiale, ad esempio una spugna, vediamo che questa
si stringe e si allunga. Lo stesso accade con un provino di acciaio sottoposto ad una prova di trazione
in laboratorio. I materiali auxetici invece si comportano in modo opposto.

Esempi di biomimetica

Leonardo da Vinci progettò diverse macchine studiando attentamente la natura. Ciò perchè l’evoluzione naturale procede in accordo con le sue stesse leggi e compatibilmente alle sue possibilità e limitazioni. Nell’articolo che segue riportiamo alcuni esempi di materiali, tecnologie e strutture che sono stati realizzati imitando la natura per ottenere caratteristiche superiori. Stiamo parlando quindi di esempi di “biomimetica” (vedi l’articolo: Che cos’è la Biomimetica?).

Le note fibre sintetiche come il nylon sono ispirate alla seta naturale. Il velcro è ispirato alla forma uncinata dei semi vegetali. Imitando le zampe del geco sono stati realizzati adesivi nanostrutturati.

Ispirandosi alla superficie dei fiori di loto è stato possibile realizzare superfici autopulenti. La struttura superficiale dei fiori di loto infatti è molto fine ed è rivestita di cristalli di cera idrofobica di diametro pari a circa 1 nanometro (1 milionesimo di millimetro). Su una foglia di loto solo il 2-3% di una goccia d’acqua è realmente a contatto con la foglia stessa. La nanostruttura ruvida delle foglie di loto è essenziale affinché l’acqua non scivoli ma rotoli sulla superficie, ciò le permette di portar via con sé una quantità nettamente maggiore di sporco ed impurità.

I più recenti rivestimenti di superficie, già usati in ingegneria aerospaziale per ridurre l’attrito idrodinamico, hanno la struttura che imita quella dell’epidermide dei grandi pesci. Un esempio evidente si ha nel campo del nuoto agonistico dove gli atleti indossano tute speciali per migliorare le proprie prestazioni. La rugosità della pelle dello squalo, ad esempio, offre una migliore portanza nel nuoto.

Il muco che riveste la pelle di alcuni animali acquatici (vedi il barracuda) ha una doppia funzionalità: agisce da barriera contro la salinità dell’acqua ed opera una riduzione della drag force (forza di trascinamento). Questa proprietà è stata sfruttata per produrre additivi polimerici artificiali i quali, immessi nelle tubazioni di oleodotti in Alaska, hanno permesso di ridurre del 30% la potenza richiesta dalle pompe per il sostentamento dell’olio.

La vernice autoriparante, oggi disponibile su diverse berline di lusso, consiste in un composto formato da un polimero capace di rigenerarsi se sottoposto alla radiazione ultravioletta presente nella luce solare. Combinando il poliuretano con una molecola di chitosano, un carboidrato che si trova nella corazza dei crostacei (granchi e aragoste), i ricercatori hanno ottenuto proprietà auto-riparanti. Quando il materiale è danneggiato, la resina viene rilasciata nella frattura ove solidifica al contatto con un agente indurente presente nel materiale. Questo, una volta esposta la superficie alla radiazione ultravioletta, crea legami di reticolazione al fondo della frattura sanandola in un ridotto arco di tempo.

L’atomo di carbonio, la molecola dell’acqua, le proteine, le cellule, i tessuti, gli esseri umani e tutte le creature viventi usano il principio della tensegrità (ovvero minimo sforzo per massimo rendimento) per la loro struttura. Questo significa che la stabilità delle loro strutture non dipende dalla resistenza di ogni singolo componente, bensì dal modo in cui l’intero sistema distribuisce e bilancia le sollecitazioni. Il termine tensegrità (tensione + integrità) sta ad indicare la stabilità a tensione e compressione ottenuta mediante la distribuzione ed il bilanciamento delle forze all’interno della struttura. Una cupola geodetica, ad esempio, è in grado di sopportare un dato carico con il minimo impiego di materiale, pur essendo essenzialmente formata da montanti rigidi che compongono triangoli, pentagoni, ecc., ognuno dei quali è in grado di resistere sia a trazione che a compressione.

Le particolari performances proprie dei materiali biologici sono il frutto di una lenta e severa selezione naturale che opera nell’intento di trovare il miglior materiale disponibile per una precisa funzione. Contrariamente a quanto si possa pensare, la tendenza è quella di dotare un organismo di un numero limitato di componenti o principi che possano svolgere differenti ruoli. Ad esempio il collagene di tipo I presenta una diversa morfologia a seconda della funzione che svolge nei vari tessuti. Questa proteina mostra bassa rigidità ed elevata deformazione, tipica dell’elastomero, nei tendini. Nella cornea offre proprietà ottiche come la trasparenza. Infine nell’osso, dove è associato a cristalli di idrossiapatite (vedi l’articolo: Materiali compositi: le ossa), conferisce durezza e resistenza. Molti e molti più esempi si potrebbero fare in merito alla biomimetica, tuttavia, per semplicità, ci siamo limitati a riportarne solo alcuni tra quelli più facilmente comprensibili.

Note. Potrebbe esserti utile leggere l’articolo “Fattore di moltiplicazione” per valutare a quanto corrisponde 1 nanometro (nm).

superfici_autopulenti_imitano_fiori_loto.jpg

Solo il 2-3% della superficie di una goccia d’acqua entra in contatto con la superficie della foglia di loto.
La nanostruttura ruvida delle foglie di loto è essenziale affinché l’acqua non scivoli ma rotoli sulla superficie,
ciò le permette di portar via con sé una quantità nettamente maggiore di sporco ed impurità.
Su questo principio sono state sviluppate superfici autopulenti artificiali.
Image’s copyright: bad & heizung (www.bad-heizung.de)

Che cos’è la biomimetica?

Biomimetica (dal greco “βιός μίμησις”) significa imitazione della vita ovvero imitazione della natura. La biomimetica è una scienza che, osservando la natura, trae spunti utili a riprodurre artificialmente strutture, forme e materiali. Molte sono le discipline che traggono giovamento dalla biomimetica a partire dall’ingegneria, la chimica, la fisica, la biologia, la scienza dei materiali… La biomimetica permette di ottenere un elevato livello di efficienza, sostenibilità e integrazione con l’ambiente, perché le tecnologie bio-ispirate nascono dall’ecosistema stesso. In tutti gli organismi, dai più elementari a quelli più complessi, è possibile osservare una sorta di grande catalogo di materiali, architetture, sistemi e funzioni di rilevante interesse scientifico e tecnologico. L’approfondimento delle loro caratteristiche ha permesso la realizzazione di nuovi materiali prima impensabili. Le applicazioni spaziano dalla vita quotidiana alle tecnologie più avanzate.

Ad esempio la realizzazione di smart materials (vedi l’articolo: Smart materials – Materiali intelligenti) pone chi li progetta davanti ad una spontanea domanda: “Come progetta la natura?” E’ noto ormai che l’evoluzione naturale ha portato i materiali biologici a raggiungere prestazioni specifiche spesso straordinarie. Prestazioni alle quali i materiali sintetici ambiscono. Il processo seguito dalla natura è stato lento ma estremamente efficace: una procedura di successive approssimazioni nell’evoluzione biologica, ha permesso di ottimizzare la microstruttura di ogni tessuto sulla base della sua funzione fisiologica; in tal modo è stato possibile ottenere materiali con prestazioni, oltre che straordinarie, mirate per un preciso scopo, una precisa funzione. Oggi tali materiali sono la più grande fonte di ispirazione per l’ingegneria dei materiali. Nel prossimo articolo avremo modo di osservare alcuni interessanti esempi di biomimetica tratti da differenti applicazioni.

costume_biomimetico.jpg

Un ottimo esempio di biomimetica: i più recenti rivestimenti di superficie hanno lo scopo di ridurre
l’attrito idrodinamico. La loro struttura imita quella dell’epidermide di grandi pesci.
Image’s copyright: NASA (www.nasa.gov)

Note
Tessuto sintetico: tessuto non creato a partire da fibre naturali, ma da polimeri e altri materiali artificiali.
Tessuto biologico: un insieme di cellule, anche strutturalmente differenti, associate per funzione.

Materiali compositi: le ossa

L’osso è un materiale strutturale, esso si trova in molti organismi e, anche se non lo si immagina, è un materiale composito. Quando pensiamo ad un materiale composito, generalmente, vengono in mente parole come carbonio, kevlar, resina, ecc. In realtà un materiale composito è composto da una miscela o da una combinazione di due o più micro o macro costituenti che differiscono nella forma e nella composizione chimica e che sono essenzialmente insolubili l’uno nell’altro. L’osso nella fattispecie è formato da una miscela di materiali organici ed inorganici.

Parte organica

Il componente organico è composto da una proteina detta collagene (tipo l) e una minima quantità di proteine non collageniche. Il collagene risulta essere fibroso, tenace e flessibile. Esso fornisce all’osso doti di flessibilità e resilienza (resistenza agli urti). Costituisce il 25-30% del peso a secco dell’osso.

Parte inorganica

E’ costituita da idrossiapatite (HA) la cui composizione è: Ca10(PO4)6(OH)2. L’idrossiapatite è formata da piccole lamine lunghe 20-80 nm e spesse 2-5 nm. Questo componente inorganico fornisce all’osso la sua consistenza, la sua solidità e la sua durezza. Determina il 60-70% del peso a secco dell’osso.

Conclusioni

I materiali compositi fibrosi sono miscele di due o più materiali  con composizione e proprietà differenti che insieme consentono di ottenere proprietà uniche. Oggi sono largamente utilizzati dalle industrie dei più disparati settori ma, come è oramai ovvio intuire, madre natura ci aveva già pensato.

Note
Potrebbe interessarti leggere anche l’articolo: Scienza delle costruzioni vs Femore
Potrebbe esserti utile l’articolo “Fattore di moltiplicazione” per valutare a quanto corrisponde 1 nanometro (nm).

sezione_longitudinale_femore.jpg

Sezione longitudinale di un femore

Materiali nanostrutturati

I materiali nanostrutturati sono quei materiali le cui proprietà strutturali e funzionali dipendono da componenti con almeno una delle tre dimensioni su scala nanometrica (1 nm = 10-9 m). Tale scala rappresenta una zona di confine in cui vi è il passaggio tra il mondo macroscopico, in cui vale la fisica classica, e la scala atomica, regolata invece dalla meccanica quantistica.

Le nanotecnologie comportano la capacità di controllare e manipolare la materia sulla scala nanometrica ed hanno lo scopo di sfruttare le proprietà ed i fenomeni fisici e chimici che si manifestano su tale scala. Le particelle dalle dimensioni inferiori ai 100 nm (0,0001 mm) mostrano proprietà e comportamenti nuovi. Sotto una certa dimensione critica, infatti, cambiano: la struttura elettronica, la conducibilità, la reattività, la temperatura di fusione e le proprietà meccaniche.

Attraverso la nanotecnologia è oggi possibile produrre una importante varietà di nanostrutture e di materiali nanostrutturati. Le diverse tipologie di nanostrutture si distinguono in base al numero di dimensioni in cui si ha confinamento:

Quantum well: se solo una delle dimensioni è ridotta alla scala nanometrica mentre le altre due dimensioni rimangono macroscopiche. Ad esempio uno strato con spessore nanometrico: film sottile.

Quantum wire: se le dimensioni in cui si ha confinamento sono due. Ad esempio i nanotubi di carbonio.

Quantum dot: se le dimensioni in cui si ha confinamento sono tre. Ad esempio le nanoparticelle.

Per farsi un’idea circa le dimensioni…

Il diametro di un capello è pari a circa 10 micron (0,01 millimetri) ovvero circa 10.000 nanometri.
Una proteina ha dimensioni comprese tra 1 e20 nanometri, ovvero tra 0,000001 e 0,00002 mm.
In 2,5 nm3 di materiale possiamo trovare circa 1.000 atomi.
Può esserti utile leggere l’articolo “Fattore di moltiplicazione” per avere un’idea delle grandezze in gioco.

Continua…

discorso_feynman_nanoplotter.jpg

Discorso di Richard Feynman (premio Nobel per la fisica – 1965)
scritto manipolando la materia attraverso un nanoplotter

Smart materials: materiali intelligenti

Trattasi di materiali in grado di percepire gli stimoli provenienti dall’ambiente circostante (temperatura, sforzo meccanico, luce, umidità, campi elettrici, campi magnetici) e rispondere variando le loro proprietà (meccaniche, elettriche, geometriche), la loro struttura o la loro funzione. I materiali intelligenti o i sistemi che utilizzano materiali intelligenti sono composti da sensori e attuatori. Il sensore rileva una variazione nell’ambiente e l’attuatore svolge una specifica funzione o una risposta. Per meglio comprendere, alcuni materiali intelligenti cambiano colore o ne mostrano uno specifico quando sono esposti ad una variazione di temperatura, intensità luminosa o corrente elettrica.

Tra gli smart materials di maggiore interesse, utilizzabili come attuatori, troviamo  i materiali a memoria di forma ed i ceramici piezoelettrici che vedremo meglio nei prossimi articoli. I materiali a memoria di forma sono materiali (generalmente leghe) che possono essere deformati ma sono in grado di ritornare alla loro forma originale in seguito ad un aumento di temperatura. Le ceramiche piezoelettriche sono materiali che producono un campo elettrico quando soggetti ad una forza meccanica (o vice-versa).

materiali_intelligenti_smart_materials_impiego_aeronautico.jpg

Nell’immagine vediamo un prototipo di aereo le cui ali, molto flessibili, inglobano attutatori realizzati mediante “Smart materials”. Timone, flaps, slats, aileron e spoiler si deformano sotto l’impulso di correnti elettriche. In tal modo le prestazioni delle ali sono molto più simili a quelle dei volatili. Dalla natura si sa, si traggono i migliori spunti per l’evoluzione tecnologica.

Che cosa sono le Nanotecnologie?

Rubrica: Che cos’è?

Titolo o argomento: Comprendere il potenziale delle nanotecnologie in modo semplice

Dai circuiti integrati alla cura dei tumori

Le nanotecnologie rappresentano la nuova era della scienza

Nanotecnologie ovvero il complesso di tecniche e discipline scientifiche quali ad esempio la fisica atomica, la meccanica quantistica, la chimica, la scienza dei materiali, l’ottica, l’elettronica, le quali permettono di studiare, progettare, fabbricare e caratterizzare oggetti con dimensioni pari a un milionesimo di millimetro (10^-9 metri). Le nanotecnologie non sono una semplice riduzione a scala, esse permettono di passare dalla fisica macroscopica a quella quantistica man mano che le dimensioni si avvicinano a quelle atomiche.

Una delle tecnologie che in particolar modo caratterizza le nanotecnologie è la “deposizione epitassiale da fasci molecolari” la quale consente di depositare singoli strati delle specie atomiche desiderate lungo un asse chiamato “asse di crescita”.

E’ pertanto possibile realizzare nuovi materiali tramite una progettazione teorica basata sulla conoscenza della meccanica quantistica e sul calcolo numerico. Le tecniche epitassiali permettono quindi di controllare la deposizione di singoli strati atomici in riferimento ad un preciso progetto. Esempi importanti di tecniche epitassiali sono rappresentati dai super reticoli a stato solido, dai cristalli fotonici e dai nanotubi di carbonio. Tali tecniche sono utilizzate nella produzione di dispositivi di calcolo ultrarapidi (processori,  circuiti integrati…). Gli attuali processori contengono oltre 4 milioni di interruttori elettronici (transistor bipolari e c-mos) ognuno delle dimensioni di qualche migliaio di atomi. Parliamo quindi di dimensioni inferiori rispetto alla lunghezza d’onda della luce visibile.

Oggi ormai siamo al punto in cui la nanotecnologia si è separata dalla microelettronica fornendo agli studiosi la possibilità di essere utilizzata nei settori più disparati. Un esempio più che mai importante è rappresentato dalla ricerca sulla cura dei tumori. Attualmente si stanno conducendo studi su nanoparticelle d’oro pregettate per attaccare e distruggere le cellule tumorali. Tali nanoparticelle verrebbero inserite nel tessuto tumorale e successivamente stimolate con un particolare laser ad infrarosso il quale le ecciterebbe scaldandole e generando l’attacco alle cellule da distruggere. Tuttavia non si conosce ancora il livello di tossicità delle nanoparticelle d’oro nell’organismo umano e la conseguente risposta del sistema immunitario.

Le attuali applicazioni delle nanotecnologie:

  • Nanomateriali
  • Nanoelettronica
  • Nanomedicina
  • Bio nanotecnologia

nanotecnologia.jpg

Compotec 2011. Alla ricerca di fornitori, know how e tecnologie…

Si è concluso ieri a Carrara il Compotec 2011, la fiera (riservata agli operatori del settore) dei materiali compositi destinati all’automotive, alla nautica e ad alcune applicazioni per l’edilizia. Decisamente interessante l’offerta del settore che trova sempre più riscontri in nuove applicazioni, campi di impiego ed ha conosciuto una notevole crescita negli ultimi 20 anni. La fiera, dalle dimensioni compatte, è facilmente visitabile ed offre un’esposizione decisamente densa di una moltitudine di prodotti, materiali compositi, fibre, tessuti, resine, schiume, collanti, materiali per stampi, macchinari e attrezzature per specifici impieghi. E’ inoltre possibile incontrare ingegneri ed esperti del settore (come nel nostro caso) per proporre collaborazioni e mettere insieme il proprio know how al fine di realizzare un prodotto finito ad alto contenuto tecnologico.

Da notate che è sempre più frequente la cottura di materiali compositi e resine sia a bassa pressione che a pressione atmosferica (sempre in condizioni di vuoto ed a determinate temperature) riducendo notevolmente i costi di impianto ed il costo di lavorazione del materiale rispetto alla tradizionale cottura a pressioni elevate. Secondo gli ingegneri del settore ciò non intaccherebbe la robustezza del prodotto finito. Aston Martin, ci dicono, realizza le sue carrozzerie in composito con cottura a pressione atmosferica. Avremo ovviamente modo di approfondire l’argomento nello sviluppo dell’apposita rubrica “Introduzione alle tecniche di laminazione dei compositi“.

fiera materiali compositi compotec nautica compotec nautica lamborghini sesto elemento compotec fiera materiali compositi macchinari materiali compositi

Introduzione alle tecniche di laminazione dei compositi

Rubrica: Laminazione dei materiali compositi

Titolo o argomento: Introduzione alla laminazione dei materiali compositi

Negli articoli che faranno parte di questa rubrica racconteremo le tecniche di laminazione destinata ai materiali compositi allo scopo di ricavare un prodotto finito ad elevata resistenza: un alettone, una carrozzeria, una scocca, una finitura, un componente accessorio… A tale scopo introduciamo i seguenti termini che più volte richiameremo nei prossimi articoli:

Autoclave: Vedi tutti i nostri articoli inerenti l’autoclave.

Laminato: Un materiale composito costituito da uno o più strati di tessuto di rinforzo impregnati con la resina e successivamente trattati. Il termine “laminato” intende la geometria dei materiali impiegati in tale processo.

Lay up: Il processo di posizionamento del materiale di rinforzo e della resina in uno stampo. Il processo di creazione di un laminato.

Hand lay up: Il processo di posa manuale di molteplici strati di fibre in uno stampo allo scopo di ottenere, dopo opportuni trattamenti, una struttura più robusta.

Wet lay up: Il processo in cui una specifica resina liquida viene aggiunta ad un tessuto di rinforzo per ottenere un laminato.

Dry lay up: Processo di fabbricazione di un componente laminato con materiale prepreg. Questo trattamento prevede la cottura del tessuto (formato intorno al suo stampo) a temperature e pressioni elevate in condizioni di vuoto assoluto all’interno di un involucro posto dentro un’autoclave.

Prepreg: Tessuto preimpregnato parzialmente con apposita resina. Deve essere conservato a bassa temperatura per inibire l’indurimento della resina della quale è imbevuto. Viene utilizzato nelle laminazioni con il metodo “Dry Lay Up”. Il prepreg è stato ideato per porre rimedio alla disuniformità di impregnamento del tessuto ottenuta manualmente e agli sprechi di prodotto che comporta la lavorazione a mano.

Continua…

laminazione_compositi_500px.jpg

Un materiale composito è un materiale costituito da più materiali semplici differenti