Gli italiani sanno pensare, gli americani sanno fare…

Un ostacolo tutto italiano

Mi ha colpito un’intervista (dalla trasmissione “Il testimone” andata in onda su MTV) fatta ad alcuni italiani che attualmente vivono in America. Si tratta di persone che hanno percepito che in Italia si parla molto ma, stringi stringi, si conclude poco; così qualche anno fa hanno detto: “Basta, lascio l’Italia”. Molti di voi diranno che non è una novità. E’ vero. La curiosità di questo articolo risiede nei tre interessanti esempi cho ho ascoltato in questa intervista.

Il primo dei ragazzi intervistati è andato in America per studiare recitazione. Per mantenersi fa il cameriere. In America il lavoro del cameriere è molto ben retribuito e gli permette di pagarsi l’affitto della casa in cui vive con la ragazza e gli studi di recitazione. Il giovane afferma molto schiettamente che quando ha provato a fare lo stesso in Italia è rimasto deluso dalle scarse possibilità di successo.

Nell’intervista successiva i protagonisti sono due ragazzi italiani che lavorano l’uno come regista, l’altro come produttore cinematografico. Ebbene in Italia, raccontano, è facile fare promesse a dei giovani ma, se non hai conoscenze, non vai da nessuna parte. Continuano dicendo che in America invece se sei scaltro, sei in grado di rintracciare il numero di telefono del luogo di lavoro di un regista affermato. Costui non ti evita come accade solitamente in Italia e, se non ha bisogno di te, ti offre un elenco di altri studi dove il tuo “lavoro creativo” potrebbe essere “molto utile”. Dicono questi ragazzi: “E’ molto più facile riuscire a parlare con Dustin Hoffman in America piuttosto che con una velina in Italia”.

Infine un uomo, stufo dei continui impedimenti presenti in Italia ogni qualvolta ti vengono idee brillanti da mettere a “frutto” decide di tentare la sorte in America. Lui ribadisce che l‘italiano sa pensare… Ma l’americano “fa”, conclude ed è pratico. L’abbinamento delle due cose è una carta davvero vincente che dopo anni di fatiche a lavorare per gli altri gli ha permesso di aprire il suo primo ristorante dove la “Pizza” gli ha fruttato un enorme successo.

Molti giovani di talento artistico e imprenditoriale si sono messi in gioco, hanno rischiato e sono andati all’estero (non solo in America ovviamente). Altrettanti giovani rischiano ancor di più restando a “casa”. Poi, giustamente, ci sono quelli che desiderano rimanere in Italia perchè non trovano ideale mollare il paese d’origine per far avvantaggiare altri paesi del loro talento. Quest’ultimi desiderano fornire il loro contributo allo sviluppo del nostro paese; ma si tratta di una strada davvero molto dura, comunqu non impossibile,  in quanto occorrono idee con una forte dose di innovazione al loro interno. Idee che non possano essere bloccate dai soliti opportunisti. Idee all’avanguardia. Certo non è facile.

Le esperienze all’estero

Andare all’estero in ogni caso è fondamentale, per fare esperienze concrete, vedere realmente come è fatto il mondo là fuori, costruirsi una cultura propria, un’opinione propria. Esserci, imparare, coltivare, raccogliere i frutti e magari tornare in Italia per far sentire un nuovo potenziale maturato. Molti però temono l’impegno di andare all’estero per studiare o per esperienze lavorative, diversi sono troppo abituati a stare sotto il tetto familiare e vivono con gran paura l’apprendere una nuova lingua, una nuova cultura, andare lontano dove non si sa come fare per cavarsela fin dal primo giorno. Non si sa dove si andrà ad abitare, con chi, non si sa se si troverà un lavoro per mantenersi, non si sa a chi rivolgersi, manca l’abituale appoggio, la compagnia, il riferimento. Si ha il timore di sentirsi persi. Più che comprensibile, ma vincere questo periodo di stallo aiuta a crescere. Inoltre se a partire foste già in due, sarebbe diverso vero?! Se faceste questo famoso viaggio la prima volta come turisti? Se vi informaste tramite esperienze di persone fidate abituate a viaggiare? Se immaginaste la cosa come una soluzione temporanea, di prova? Io un pensierino ce lo farei…

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Autoclave e tecnica

Rubrica: Che cos’è un’autoclave?

Titolo o argomento: Autoclave e tecnica

Detto in parole povere, un’autoclave non è altro che un contenitore in pressione scaldato. Un grosso forno sottovuoto dove vengono cotti pannelli compositi, fibre e resine. Lo scopo dell’autoclave è la polimerizzazione e cottura di fibre e resine mediante processi termici. Non vengono cotte solo le scocche, bensì anche alettoni, carrozzerie, deflettori, elementi aerodinamici aggiuntivi, pannelli vari…

Gli ingegneri della Formula1 (anche se oggi questa tecnica è estesa a molte più categorie: DTM, rally, superturismo, campionati GT, campionati prototipi…) progettano e forniscono alle ditte specializzate tutti i disegni ed i calcoli inerenti la disposizone e gli intrecci delle fibre di carbonio e kevlar. Questo, oltre ad accrescere la specializzazione dei fornitori del servizio, permette ai team di ottenere telai e componentistica realizzata ad hoc per le proprie esigenze progettuali.

Alcune squadre non affidano a terzi questo compito e decidono di produrre in casa tali componenti e testando metodi che poi resteranno segreti. Un’autoclave che riesce ad adempire a tali compiti, oggi, può costare cifre che si aggirano intorno ad alcune centinaia di migliaia d’euro. Una spesa tuttosommato sostenibile da grandi costruttori. Per chi, come me, non può acquistare una propria autoclave per la realizzazione di una determinata componentistica (di cui parlerò meglio in seguito) esistono particolari ditte che offrono esclusivamente il servizio di “cottura”. Su grandi volumi di produzione risulta senz’altro un metodo poco conveniente, ma per chi “sperimenta” o produce una “serie limitata” può essere una soluzione interessante.

Un’autoclave è composta da un recipiente in acciaio che può avere un diametro utile fino a 3 metri (nel caso di realizzazioni di tipo automobilistico) ed una lunghezza utile fino a 4,5 metri. Si possono raggiungere valori di temperatura e pressione simili a quelli di un pianeta inospitale come Marte. La pressione può raggiungere gli 8 bar e la temperatura può superare i 200°C. Esistono inoltre aziende in grado di produrre particolari autoclavi sulle specifiche richieste del cliente ma si tratta di un’opzione assai rara.

Stranamente la temperatura non viene innalzata sfruttando la corrente elettrica (e ne ignoro il motivo) bensì con l’ausilio di una particolare batteria posta all’interno dell’autoclave ed alimentata da olio diametrico. Una ventola di dimensioni assai generose provvede a distribuire il calore in maniera omogenea. Nella fase che prevede il raffreddamento del contenuto un’altra particolare batteria provvede ad alimentare questo processo.

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Schema autoclave

Directory

ODP Open Directory Project: Dmoz

Contrariamente a quanto molti pensano, secondo gli esperti del settore, inserire il proprio sito all’interno di una directory non commerciale come lo è Dmoz (che è nello specifico un’ODP ovvero Open Directory Project), non offre necessariamente un vantaggio nel posizionamento dello sito stesso nei risultati forniti dai motori di ricerca (anche se è vero che ad esempio Google tiene conto almeno in parte del fatto che il vostro sito sia stato o meno accettato, ad esempio qualora aveste ignorato totalmente di inserire il meta tag per la descrizione del vostro sito, Google lo andrebbe a ricavare in automatico dalla vostra eventuale descrizione presente su DMOZ).

Inoltre è bene precisare che, stando al regolamento di Dmoz, una delle directory più amate dai webmaster, il suo scopo non è quello di assimilare quanti più siti possibbili, bensì siti originali che propongano tematiche nuove e assolutamente non copiate da altre fonti digitali (forum, blog, siti concorrenti). L’obiettivo di Dmoz pertanto non è la quantità bensì l’esclusività. Se il vostro sito copia contenuti da altri siti, potete tranquillamente risparmiarvi i numerosi tentativi per essere inseriti.

Potresti trovare utile il contenuto dal titolo “Motori di ricerca, ODP e la valutazione del sito” presente al seguente link: http://www.motoricerca.info/articoli/odp.phtml

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Icebox – Struttura in legno per realizzare un negozio

Rubrica: Esisteranno materiali alternativi al cemento?

Titolo o argomento: Icebox – Struttura in legno per il negozio

Icebox e’ un particolare progetto di una struttura interamente realizzata in “legno” destinata ad uso laboratorio per la produzione del gelato con area vendita. I vantaggi indiscussi del progetto sono:

Un’elevata velocità di esecuzione del progetto.
Alta resa energetica.
Ecosostenibilità.
Utilizzo di un materiale caldo, accogliente, bello.
Elevata sicurezza in caso di sismi.

La struttura è posata su plinti ed è sollevata di 50 cm dalla strada; il piano di calpestio è costituito da un solaio con struttura in legno. La soletta rialzata diventa parete e poi, senza discontinuità, forma la copertura della struttura che sarà realizzata con pannelli in legno con isolante e impermeabilizzante. Il legno non è in vista ma, una volta isolato termicamente, viene rivestito con intonaco, elemento tradizionale dell’architettura padano-veneta. La parte piu’ chiusa, quella della produzione, dialoga con le ampie vetrate del lato vendita che guardano verso la campagna circostante e la vegetazione preservata sul retro.

La lunga rampa raccorda gli elementi divenendone essa stessa componente eccezionale. In un luogo di distratto e rapido attraversamento il colore gioca un ruolo essenziale: l’arancione della parete in contrasto con il grigio della pavimentazione e il crema della “C” pavimento-parete-tetto, attrae senza bisogno di ulteriori inutili richiami percettivi.

Progettisti: Navarrini Architetti e Associati.

icebox_laboratorio_gelateria_in_legno

Borse realizzate con le cinture di sicurezza? Perchè no!

Rubrica: Arte e rifiuti, un accostamento possibile

Titolo o argomento: Che legame c’è tra le cinture di sicurezza e le borse?

Mariti!! Ecco finalmente il regalo che può unire uomini e donne. Quest’anno, a mio avviso, la borsa più bella disegnata è proprio quella nella foto in basso. Interamente realizzata con vere cinture di sicurezza ricavate da vetture destinate allo sfascio, è sicuramente una delle migliori e più accattivanti idee dell’anno in tema di recupero dei rifiuti. Il risultato è davvero gradevole. Per la particolare riflessione della luce sulla sua superficie e per la bombata forma a scacchi, credo proprio che sia un prodotto davvero unico nel suo genere. Veramente bella. Se non fosse stato in gran voga il tema del riciclo dei rifiuti, probabilmente, sul catalogo tra le spiegazioni tecniche avremmo trovato scritto: “Realizzata in materiale Hi-Tech”. 🙂 E invece, guarda un pò, è un’idea che nasce dai rifiuti che tanto schifiamo. Il costo non è poi così basso, quasi a dire, un’idea semplice e allo stesso tempo geniale, sì ma… altrettanto raffinata.

Questo significa che con i rifiuti puoi fare molto, molto di più che gettarli.

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Simulazione ammortizzatori scarichi e perdita controllo veicolo

Rubrica: Simulazione dinamica del veicolo

Titolo o argomento: Effetti degli ammortizzatori scarichi sulla sicurezza di guida

Diciamoci la verità, nella lista delle cose da comprare, gli ammortizzatori per la vostra auto sono all’ultimo posto, non è vero? Mi rendo perfettamente conto. In questo articolo però, grazie ad un “simulatore” basato su modelli fisici-matematici, abbiamo voluto mostrarvi cosa può accadere (anche senza alta velocità) quando si scarta un ostacolo improvvisamente e con gli ammortizzatori al termine della loro vita utile.

La prova è stata simulata/effettuata utilizzando un simulatore basato su modelli fisici e matematici, pertanto le masse del veicolo e delle persone a bordo sono molto ben simulate. Anche le forze agenti su sterzo, gomme, motore, ammortizzatori, scocca e persone a bordo sono prossime alla realtà. Ogni massa è stata presa in considerazione senza lasciare nulla al caso. La prova è stata condotta in una giornata ventosa. L’asfalto è asciutto.

Ma vediamo le 5 fasi rappresentate nella sequenza di immagini sotto:

Fase 1: Il guidatore avverte che la vettura è traballante e per evitare l’ostacolo tenta di anticipare la traiettoria. La vettura risponde molto lentamente.

Fase 2: Il veicolo colpisce proprio l’ostacolo che si è tentato di evitare. Gli ammortizzatori anteriori si comprimono eccessivamente. Quelli posteriori si estendono senza l’opportuna frenatura. A bordo ci sono quattro persone sui 60-70 kg. Il guidatore si rende conto che non riesce a controllare il veicolo e va in panico.

Fase 3: Il guidatore “tenta” una manovra di emergenza e, proprio nel momento in cui frena più violentemente e con le ruote sterzate (manovra da evitare nella stragrande maggioranza dei casi anche se spesso viene per istinto), la vettura si destabilizza ancora di più e si imbarca.

Fase 4: Gli ammortizzatori (sul lato sinistro dell’auto) sono totalmente compressi, non vi è più alcun effetto smorzante e la tenuta del veicolo è affidata unicamente alle gomme. Si nota la strisciata sull’asfalto dovuta al bloccaggio delle gomme ed al sovrasterzo incontrollato causato dall’eccessiva azione sui freni.

Fase 5: Per fortuna la corsa della vettura termina senza il ribaltamento del mezzo. Questo anche grazie all’ambiente simulato insieme alla vettura, ovvero la pista. Il tracciato è privo di buche, cunette, corsie a doppio senso.

Quello che invece accade nella realtà e che differisce da questa simulazione è la fine della corsa (spesso contro altre macchine, cunette o alberi) di cui si sente parlare sui telegiornali. Non è sempre l’alta velocità la causa, bensì la perdita di controllo. Un veicolo più facilmente controllabile è un veicolo con ammortizzatori, gomme e freni in ordine. Un consiglio: in attesa di sostituire gli ammortizzatori evitate di viaggiare sovraccarichi; questo sposterà leggermente il limite della vostra vettura.

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Schumacher alla Brawn Mercedes?

L’indole dei piloti

Notizia ufficiale del 23 Dicembre:
Schumacher confermato alla Brawn Mercedes per 3 anni.

Solitamente non affrontiamo discorsi relativi al mercato piloti. Sono informazioni che fanno parte del mondo di appositi giornali e blog e non hanno molto a che vedere con la “tecnica”; tuttavia ci terrei a sottolineare alcuni aspetti di carattere psicologico che possono sfuggire a chi non si immedesima in un pilota o a chi non sogna di esserlo.

E’ importante rendersi conto che un pilota, di qualunque rango esso sia, sogna in primis una sola cosa:  “Correre“. L’istinto che ne consegue in modo adiacente è quello della “vittoria“, ma non voglio dilungarmi fuori tema.

Quando si è bambini e si desidera più di ogni altra cosa un “kart” si afferma che ci basterebbe anche solo poterci giocare in un’area privata nei pressi del condominio dove si abita (magari davanti alla porta del garage) promettendo ogni garanzia e massima fedeltà ai genitori… 🙂 Invece, nonostante i buoni intenti, le mire cambiano subito. Si inizia a desiderare una pista, avversari da sfidare, si cerca ogni possibilità per mettersi alla prova, ogni situazione possibile per incrementare la propria abilità… si ambisce sempre a qualcosa di più come è nella “natura umana“.

Così, nonostante la lunga storia con un’amata scuderia, ci si può ritrovare “nuovamente” a desiderare qualcosa di più, a desiderare nuove sfide, voler mettersi nuovamente in gioco, voler sfidare sé stessi e gli altri, mettersi alla prova. Un pilota vive di questo e non lo fa “mai” con cattiveria.

A volte si lascia una scuderia ed i motivi possono essere davvero tanti (ma la verità di cosa ci si dice seduti a quei “tavoli” la sanno davvero in pochi). Probabilmente, nel caso di Schumacher, il desiderio di lavorare con Ross Brown è diretta conseguenza di un grande legame tra i due, un “amore” che ha portato tante vittorie… Non escludo che se Brown fosse ancora in Ferrari, Schumacher non sarebbe tornato definitivamente in Ferrari finché il suo organismo avrebbe retto la lunghezza di un gran premio e di un campionato.

Non ci vedo malizia, non ci vedo cattiveria, non ci vedo “interessi economici” (non in questo caso), ci vedo solo un pilota che desidera la velocità più di ogni altra cosa e che trova ciò che cerca in Ross Brawn.

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La prima autoclave della Ferrari

Rubrica: Che cos’è un’autoclave?

Titolo o argomento: La prima autoclave della Ferrari

Nell’immagine in basso il soggetto è la prima  autoclave (o probabilmente una delle prime) della Ferrari. In essa vennero per così dire “cotti” i primi telai in fibra di carbonio e kevlar nati dalla casa di Maranello. Per motivi facili da immaginare, la Ferrari decise di realizzare e sviluppare tali telai da sola e per tali ragioni, invece di rivolgersi a terzi, fece un balzo tecnologico in avanti acquistando la sua prima autoclave a pochi metri dalla sua fabbrica presso una ditta che realizza essicatoi per salumi. Siamo nell’epoca delle Ferrari 126 C3 – 126 C4.

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La prima autoclave della Ferrari

Proprietà di alcune fibre e matrici polimeriche

Rubrica: Che cos’è un’autoclave?

Titolo o argomento: Proprietà di fibre e matrici polimeriche per l’autoclave

Nella tabella di seguito troviamo interessanti dati circa le “Fibre” e le “Matrici” attualmente impiegate dall’industria per la realizzazione di materiali compositi. Tali materiali, una volta dosati, vengono per così dire “cotti” all’interno di un’autoclave secondo i metodi esplicati nei precedenti articoli di questa rubrica. (Digita Autoclave all’interno della casella di ricerca in alto a destra) .

L’impiego di tali materiali spazia nei più disparati settori. Si va dall’Aeronautico-Aerospaziale per il quale si realizzano: parti di ali e code, fusoliere, antenne, pale di elicottero, carrelli di atterraggio, sedili, pavimenti, pannelli interni, serbatoi, involucri esterni… Passando per il settore automobilistico: parti di carrozzeria, cabine per camion, spoilers, quadri comandi, paraurti, organi di trasmissione, ingranaggi, cuscinetti… Spaziando poi nel mondo Navale-Marino con: scafi, ponti, alberi, vele, profili strutturali, sagole di salvataggio, boe, protezioni per motori, pannelli interni… Non è da meno il settore edile nel quale trovano largo impiego di materiali composii: passerelle e ponti per traffico leggero, condotte sotterranee, recinzioni, profili strutturali, corrimano, ringhiere, grondaie, profili per finestre, elementi di rinforzo e recupero edilizio… Ottimo l’abbinamento anche tra lo sport ed i materiali compositi nel quale se ne fa un grande uso per la realizzazione di: mazze da golf, racchette da tennis, elmetti protettivi, sci, tavole da surf, snow board, archi e frecce, biciclette, canne da pesca, canoe, piscine, componenti per caravan roulottes…

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