Tecnologie innovative al bivio: Questione di attriti

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Tra utilità reale e fittizia, tra alternativa e consumismo
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Quanto introdotto nel precedente articolo spiegherebbe anche come mai i reali innovatori vengono frenati ed i reali prodotti innovativi non raggiungono agevolmente i potenziali clienti (se non, come abbiamo detto, con molto ritardo, ovvero quando i vantaggi sono ormai quasi azzerati e si ripropone la logica della dipendenza da tecnologie obsolete). La stragrande maggioranza delle persone non vive da vicino le aziende che operano nel campo della reale tecnologia e non si accorge di come le aziende che effettuano ricerche di interesse tecnologico mondiale subiscano strane crisi che le portano alla rovina. Ciò accade nonostante qualunque economista sappia bene che, dove c’è vera innovazione, le crisi si attenuano e si migliora notevolmente la qualità della vita. Ma questa, agli effetti, rimane pura teoria da documentario. La realtà rimane sempre la medesima, passa il tempo ma ognuno in cuor suo si accorge di come in passato stesse meglio e di come le cose tendano sempre a peggiorare anziché migliorare. Il tutto sentendosi inerme, prendendo cioè coscienza con gli anni di non aver gli strumenti per interagire con la situazione e modificarla. Certi problemi sembrano accumularsi e pesare sempre più e ci si chiede costantemente come mai, “se siamo al giorno d’oggi”, non sono stati ancora risolti fino a scomparire.

Certe forze come quella centrifuga in fisica sono dette forze fittizie, per intendere che in realtà non ci sono o, quantomeno, non sono come noi le intendiamo intuitivamente. Stesso discorso vale per il progresso il quale, studiando quotidianamente le reali potenzialità delle più moderne tecnologie, posso affermare con certezza essere fittizio, non c’è, non arriva mai. Se ne parla o se ne sente parlare ma non arriva mai. Viene concesso sempre in dosi appena percettibili e, un attimo dopo, scompare.

Fate poi attenzione a coloro che elargiscono previsioni in virtù di non si sa quale dote; non fanno altro che sostenere cosa ci sarà tra qualche anno quasi a voler tenere costantemente le persone in aspettativa (tanto la memoria della società degli ultimi 30 anni si è notevolmente affievolita). E mentre le persone aspettano con fiducia, il tempo passa e tutto viene dimenticato. Tutti stanno in stand-by e nessuno avvia nulla di nuovo. Nulla cambia. Avete presente quando a fine anni ’80 (io ero bambino) ci dicevano: “Nel 2000 le auto voleranno!”. Insistevano con questa castroneria fino a farlo credere a non si sa quante persone ma poi, stringi stringi, auto che volano se ne sono viste? Sì, una e non nel 2000. E’ costosissima, è difficilissimo usarla, è estremamente pericolosa e sposta in cielo problemi che abbiamo in terra come il traffico, con conseguenze ben più serie in caso di incidente. Vent’anni a rompere i timpani e parti sane di materia grigia con questa previsione, oggi potete vedere tutti come è andata a finire (e con 15 anni di bonus track). Quindi sentire ora che tra 10-20 anni tutti avremo questo o quello, usufruiremo di, ci avvantaggeremo di… proprio non mi persuade. Le tecnologie che oggi già ci sono, e sono fruibili anche se non diffuse, sono più che sufficienti e non vedo perchè rimandare di altri 20 anni l’innovazione che tra 20 anni potrebbe essere nuovamente rimandata con previsioni scriteriate di chissà quanto altro tempo.

Le tecnologie innovative che oggi sono in realtà già disponibili faticano a raggiungere l’utente finale per le spropositate resistenze; cosa succederebbe infatti se la gente raggiungesse più agevolmente i propri obiettivi, se avesse realmente la possibilità di risparmiare denaro sulle spese comuni di tutti i giorni? Si riavvierebbe un intero paese e ricomincerebbe la sua marcia, ma è evidente che laddove i mercati hanno deciso che deve ora esserci il collasso finanziario, tali tecnologie non possono arrivare, altrimenti tutto salta. Ma non possono raggiungere tanto facilmente nemmeno i paesi che sono fuori dall’occhio della crisi, altrimenti addio globalizzazione. Questo è un aspetto concreto della tecnologia che il grande pubblico non conosce e conta molto più del semiconduttore celato dietro il display touch.

Pretendete di avere ora le tecnologie che già esistono e che non trovate in alcuna realtà in Italia, in poche realtà in Europa ed in qualche realtà nel mondo, pretendete la formazione, l’istruzione perchè dell’ennesima diavoleria digitale ve ne fate poco se non siete liberi. Insomma un nuovo prodotto offre una reale alternativa o un’ulteriore dipendenza? Questo è quanto, a mio modesto parere, dovremmo chiederci il più delle volte e questo è quanto, sempre a mio avviso, non pensiamo, ingenuamente, mai. Ognuno individualista, porta avanti la sua battaglia con i propri problemi, ognuno individualista non concepisce che se si raggiunge la radice dei problemi, si ottengono soluzioni che abbracciano una grossa fetta di persone vittime delle crisi portate dai mercati che tramite opportune e intraducibili metamorfosi sembrano non avere alcun nesso con esse. E, invece, se sapeste quanto le tecnologie che non hanno raggiunto la gente sono complici dell’arretratezza e della dipendenza…

Continua…

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Attriti

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Tecnologie innovative al bivio: Una riflessione diversa

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Tra utilità reale e fittizia, tra alternativa e consumismo

Le tecnologie innovative portano inevitabilmente ad un bivio, nella prima direzione vi è la reale utilità offerta da una nuova tecnologia, l’auspicabile alternativa che essa offre (riduzione di uno sforzo fisico, riduzione di costi, semplificazione di una procedura, svolgimento di particolari compiti, benessere…). Nella seconda direzione si va verso le tecnologie che offrono più attrazione, carisma, in alcuni casi persino sensazione di potere; si tratta di quel tipo di tecnologie che inducono una fittizia utilità sovente di tipo consumistico (fidelizzano cioè l’utente comportando tra l’altro un aumento delle spese da egli sostenute nonché un cambio di comportamento incline alla ridotta attività fisica, la minore capacità concreta di socializzazione e la chiusura mentale. E’ opportuno quindi distinguere bene una tecnologia innovativa utile da una che fa sì uso di ritrovati sofisticati, frutto di ricerca scientifica, ma non produce benefici bensì puro e solo consumismo.

Il primo tipo di tecnologia è molto raro che sia messo a disposizione delle persone e, generalmente, o le raggiunge con ritardi temporali abissali, o viene tassata in modo incisivo perchè in grado di apportare un vantaggio in quanto reale valida alternativa ad una tecnologia obsoleta o non più compatibile con l’ambiente (vedasi gli impianti fotovoltaici, i sistemi di accumulo dell’energia, i sistemi di recupero dell’energia, le celle agli ioni di litio, i sistemi di illuminazione a basso consumo, le pompe di calore, la cogenerazione, i veicoli elettrici e ibridi, i carburanti alternativi, il pellet, il biogas, le biotecnologie, strumenti e automazione per la medicina e la ricerca, i sistemi per l’energia, i sistemi per i trasporti, tecnologie per la produttività, ecc. per i quali la reale tassazione, nonché le speculazioni al contorno, non sono sempre visibili per i consumatori ma son più che note dalla parte di chi produce).

Il secondo tipo di tecnologia invece non produce vantaggi tali da poter esser considerato alternativa di qualcosa di più costoso e meno redditizio, anzi, produce ulteriori spese, dipendenze e fidelizzazioni. Questo tipo di tecnologia (ad es. cellulari, smartphone, tablet, decoder, ecc.) raggiunge rapidamente chiunque nel mondo (e senza gli ostacoli insormontabili cui sono sottoposte invece le nuove tecnologie ad esempio per i trasporti o per la produttività) senza particolari gravanti tassazioni e, anzi, con una serie di prodotti e servizi al seguito che, invece di agevolare le vite delle persone, le portano a spendere porzioni consistenti del proprio reddito per servizi, abbonamenti, prodotti complementari o di ricambio, aggiornamento dei modelli, ecc..

Si tratta di situazioni così sottili che spesso non ce ne accorgiamo e, complice la giustificabile ignoranza in materie strettamente legate alle vere tecnologie, crediamo sovente di essere circondati da modernità quando, in realtà, siamo avvolti sempre dalla stessa situazione: la dipendenza*.

*Per chi ama la matematica, possiamo immaginare la dipendenza come quel vettore che ha origine nel punto di libertà e ti indica quanto da essa sei distante, maggiore è la sua intensità e maggiore è la dipendenza da una situazione e meno si è liberi.

Un display che scorre sotto le nostre dita viene visto come “potere” conferitoci dalla tecnologia, ma la verità è che si ha potere sulla propria vita quando si è liberi. Molti strumenti moderni largamente diffusi non rendono minimamente liberi. Fidelizzano. Vincolano. Spesso sono addirittura strumenti di controllo e registrazione di dati sensibili, abitudini, modi di pensare. Insomma tutto fuorché oggetti di libertà. I veri oggetti, dispositivi, strumenti, progetti e molte realtà che possono fornire pura libertà non raggiungono quasi mai il mercato e se lo fanno, lo fanno con forti ritardi (paradossalmente quando la nuova tecnologia è in realtà diventata obsoleta anch’essa e si è speculato il massimo possibile sulla precedente) oppure subiscono forti tassazioni affinché non offrano una reale convenienza, reale alternativa e quindi reale libertà. Un esempio banale? Molti hanno disdetto il contratto con la società fornitrice di gas per il riscaldamento domestico e lo hanno fatto a favore di caldaie a pellet. Quando il numero di utenti del pellet è diventato consistente ecco che l’iva sullo stesso è stata incrementata drasticamente dal 4% al 22%. In tal modo la spesa che l’utente si trova ad affrontare è di nuovo alta e in più, molto probabilmente, il soggetto non potrà ammortizzare le spese del nuovo impianto (perchè sono cambiate le regole durante il gioco e non al suo termine). Stesso discorso per le pompe di calore tassate da Ottobre 2014 (moltissimi ancora non lo sanno) con controlli annuali privi di utilità alcuna ma perfetti sostituti delle spese per l’ispezione delle caldaie a gas. Questo fenomeno scoraggia l’acquisto ed il sostenimento di “alternative” e abbatte la fiducia dei consumatori che tenderanno ad essere sempre più conservatori e scarsamente inclini a voler imparare cose nuove. La situazione tecnologica mondiale, che lo si voglia ammettere o meno è questa.

Continua…
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Tecnologie innovative

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Così ti distruggono la Patria: introduzione

Rubrica: Conflitti attraverso i mercati
Titolo o argomento: Ne verifichi gli effetti ma non puoi dimostrarne le cause

Se dovessimo riassumere, in chiave semplificata, alcuni dei principali fenomeni, tra loro interconnessi, attraverso i quali è possibile danneggiare una nazione ed usurparne le ricchezze, potremmo ipotizzare la seguente scaletta così ordinata (e meglio esposta negli articoli successivi di questa rubrica). Si attacca la serietà, l’immagine di una nazione, colpendo particolari figure rappresentative o, persino, gli stessi cittadini. Si procede con il sistema economico e, un passo dopo, con quello socioeconomico danneggiando quindi ciò che fa funzionare la nazione quotidianamente, i suoi cinematismi, i suo ingranaggi. Si attacca poi il combustibile che alimenta il sistema sociale, il lavoro, facendo in modo che il motore della nazione inizi a singhiozzare, sobbalzare, stentare, a funzionare in modo irregolare con qualche scoppietto e fumata di troppo. Si rende gradualmente il sistema società incapace di porre rimedio ai problemi di cui è afflitto attaccando l’istruzione e facendo sì che ogni generazione sia sempre più inerme, sempre più gestibile, sempre più fragile. Si attacca inoltre il credo popolare della società, si instaurano convinzioni, timori, depressioni che portano i cittadini a vagare senza metà, sprecando risorse e perdendo al contempo la fiducia e la capacità di credere di poter essere in grado di cambiare le cose. Aumenta il menefreghismo e l’individualismo, ognuno ormai pensa esclusivamente a sé e, solo rare volte, davanti a fatti critici (vedi ad es. le guerre), mostra i propri sentimenti (anche se la velocità della società moderna permette di “dimenticare” tutto in pochi giorni, azzerando di fatto l’utilità dei sentimenti. Se poi le guerre non si combattono più con i vecchi metodi ma sui mercati, ecco che ad un bene si antepone subito un nuovo male, un mostro che stiamo imparando a conoscere quotidianamente, dopo che questo ha già apportato i suoi cambiamenti e già ottenuto i risultati prefissati. Si effettuano poi attacchi complementari a condizioni quali la salute, la libertà e la sicurezza, al fine di togliere ogni residua motivazione in chi aveva le capacità per resistere ad un vero e proprio cataclisma, privo di intemperie, che porta via ricchezza da un paese e la sposta in un altro dove potranno nuovamente affermare che vi è crescita. Sì, una crescita fittizia a danno altrui. Una crescita che non ci sarebbe stasta se i giocatori non avessero modificato le “regole” durante il gioco, di fatto barando.

Continua…

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Auto e moto d’epoca, gli effetti sociali dell’eliminazione delle agevolazioni – In preparazione

sala_conferenze

Moderne sale conferenza possono ospitare il campo di battaglia delle guerre 2.0,
guerre che oggi si combattono attraverso i mercati, attraverso regolamentazioni
o deregolamentazioni sancite opportunamente per raggiungere un fine
generalmente di carattere macroeconomico.
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Il paradosso dell’ignoranza

Rubrica: Le mie teorie
Titolo o argomento: Più studio e più divento ignorante
Autore: Raffaele Berardi (Ralph DTE)

Quella che segue è una teoria che ho elaborato di recente, la mia quarta per l’esattezza dopo la teoria degli accostamenti, quella dell’ingranamento e quella del contrario. Se amate stuzzicare la vostra mente, potreste trovarla più normale della normalità.

Premessa

Io studio perchè ho bisogno di acquisire informazioni che sono utili per districarmi in questo mondo. Finché io studio “normalmente” posso non accorgermi di quanto è in oggetto in questo paradosso. Se supero un certo limite ed inizio a studiare intensamente inizio anche a rendermi conto di quante cose non so, inizio a rendermi conto di essere ignorante, inizio a rendermi conto di “sapere di non sapere” (Socrate). Più mi istruisco e più mi rendo conto di non sapere, più studio e più mi accorgo di essere ignorante. Tendendo all’infinito, ossia cercando di istruirmi notevolmente, mi accorgo sempre più di quante cose non so e di come quel poco che so rappresenti nient’altro che un infinitesimo della conoscenza (indefinita).

Quindi più studio e più sono ignorante

Ovviamente trattasi di una provocazione mentale. E’ proprio vero il concetto, oppure no? Infatti non è vero che più studio e più sono ignorante bensì che più studio e più “mi rendo conto” di essere ignorante. Sarebbe quindi opportuno definire la differenza tra essere ignorante e rendersi conto di essere ignorante.

Il rapporto che definisce l’ignoranza

Per ogni pezzettino di conoscenza acquisita in più, scopro l’esistenza di un’enorme mole di conoscenza che non ho. Pertanto nel rapporto tra conoscenza acquisita e percezione della conoscenza che non si possiede, più si va avanti nello studio e più il rapporto diventa grande definendo di fatti il soggetto in questione come uno maggiormente ignorante rispetto ad uno con minori conoscenze ma, allo stesso tempo, minore percezione circa la conoscenza.

Più precisamente definisco:
Coefficiente di conoscenza Kc = Conoscenza acquisita Ca / Percezione della conoscenza che non si possiede Cm

Tasso di ignoranza i = 1 / Coefficiente di conoscenza Kc

Minore è il coefficiente Kc che deriva dal primo rapporto e maggiore è il tasso di ignoranza.
Esempio

Ammettiamo ad esempio che la mia conoscenza acquisita valga 10, livello al quale io mi accorgo di non conoscere 5 e che migliorando i miei studi io arrivi ad una conoscenza acquisita pari a 30 ove ora però mi accorgo di non conoscere 60. Se al precedente livello il mio coefficiente di conoscenza valeva 10/5 = 2, cui corrisponde un tasso di ignoranza “i” pari a 1/2 = 0,5, ora il coefficiente di conoscenza vale 30/60 = 0,5 che corrisponde ad un tasso di ignoranza “i” pari a 1/0,5 = 2.

Esempio

In sostanza ad un primo step conosco 1/10 poi, studiando una cosa nuova, mi accorgo che i concetti sono molti di più di quanto potessi immaginare ed al secondo step conosco 2/100. Andando ulteriormente avanti studio ancora una cosa in più e di nuovo mi accorgo che al terzo step conosco ad esempio 3/1000. Il coefficiente di conoscenza cala sempre di più rendendomi di fatto sempre più ignorante nonostante io abbia studiato di più ed abbia acquisito più nozioni. Sto diventando sempre più ignorante o meglio sto rendendomi conto sempre di più di quante cose non so ed è proprio su questo che gioca il Paradosso dell’ignoranza il quale vede ciò che inizialmente si ignora come un qualcosa che non ci definisce ignoranti finché non ne percepiamo la presenza anche se poi, in ogni caso, non ne conosciamo i contenuti.

Nota conclusiva

Come è possibile quindi che più studio e più divento ignorante? Non è la quantità di concetti assimilati che definisce in “modo assoluto” quanto siamo preparati; è la percezione di quante cose non sappiamo che determina di fatto quanto siamo ignoranti nelle tali discipline. Andare intensivamente oltre lo studio di base permette effettivamente di percepire in modo chiaro questo fenomeno rendendo così ancora più patetica la figura del saccente, già poco gradita per l’antipatia che richiama a sé.

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Teoria degli accostamenti – Parte prima
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Il paradosso dell’ignoranza

Il paradosso dell'ignoranza Il paradosso dell'ignoranza

Quattro volte buggerati dall’immondizia

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Rimetterci solo perchè ci manca qualche nozione
Uno: paghi l’imballo di un prodotto… ora è tuo.

Quando acquisti un prodotto, ad esempio alimentare, una buona parte del prezzo che paghi è dato dalla confezione*, ad esempio una bottiglia in vetro di una passata di pomodoro o di una marmellata o il barattolino di plastica di uno yogurt, ecc.. Si tratta di una prima spesa che, giustamente, l’azienda produttrice del bene mette a tuo carico. Quando getti il contenitore dell’esempio stai gettando il tuo denaro e un oggetto di tua proprietà che non sai come usare in altra maniera. Spreco di denaro a tuo carico perchè nessuno ti ha illustrato gli utilizzi alternativi del tuo oggetto al termine della prima delle molteplici funzioni che può svolgere.

Due: paghi il servizio di raccolta per contenitori che hanno un valore

Quando getti il contenitore dell’esempio paghi un servizio di raccolta rifiuti. Paghi quindi per gettare qualcosa che hai pagato e che ti appartiene anche se ancora non lo sai o non riesci a percepirlo a pieno. Personalmente mi rendo conto di come possa risultare ostile questo pensiero eppure, pagare per buttare qualcosa che ho pagato poco prima, e utilizzato una sola volta, mi sembra ancora più ostile.
In effetti noi non abbiamo l’idea di aver acquistato un prodotto nella sua globalità, bensì di aver acquistato il contenuto di una confezione la quale ci offre un servizio che tuttalpiù abbiamo stipendiato una volta. La confezione quindi non appare alla mente come nostra ma come un dipendente di cui disfarsi il prima possibile.

Tre: paghi la materia prima per altri

Quando getti il contenitore dell’esempio attraverso la raccolta differenziata vi sono aziende che recuperano, a tue spese, l’oggetto che tu hai pagato e che ti appartiene. Sebbene questo giovi al pianeta, e sia molto utile, non basta. Paghi infatti per gettare qualcosa che hai pagato e che ti appartiene e paghi per cedere un tuo oggetto a terzi che lo riutilizzano al tuo posto gratuitamente (del resto ciò che getti non è più tuo). A mio avviso i contenitori che hai pagato e ora sono tuoi possono trovare una nuova vita già in casa tua o dove lavori, in caso contrario dovrebbero essere “venduti” a chi li ricicla dato che tu li hai pagati. La vendita potrebbe avvenire attraverso importanti sconti in bolletta visto che ci sono costi di trasporto, lavaggio e stoccaggio ma non di discarica.

Quattro: anche il lavaggio? Insomma paghi tutto tu?

La quarta spesa di cui tener conto, e che tra l’altro è quella che ha stimolato in me la voglia di scrivere questo articolo, fa riferimento ad una situazione che ho vissuto pochi giorni fa. In diversi casi oggi viene addirittura proposto ai cittadini di lavare in casa i contenitori che vengono gettati nella raccolta differenziata. Paghi quindi i contenitori all’inizio, paghi per gettare qualcosa che hai pagato, paghi per cedere un tuo oggetto a terzi e paghi per il lavaggio che dovrebbe essere di competenza di chi usufruisce delle tue cose senza che tu venga remunerato (anche se hai qualche confusione ora inizi a percepirlo almeno in parte).

Conclusioni

Ben venga la raccolta differenziata e le tre erre della sostenibilità (ridurre, riutilizzare, riciclare – vedi i link correlati) ma, come minimo, il servizio dovrebbe essere notevolmente scontato se non addirittura gratuito e senza incombenze a carico di colui che decide di disfarsi di un oggetto che ha già pagato. Svolgendosi l’azione in Italia, possiamo già immaginare che l’eventuale (ed improbabile) attuazione di una simile metodica porterebbe di riflesso un incremento dei prezzi dei prodotti per pagare prima spese che credi di evitare in seguito. In altri paesi, realmente emancipati, semplicemente… non è così.
Così da qualche tempo ho iniziato a raccogliere i miei contenitori (già pagati) nel mio magazzino in modo tale che possa decidere io eventualmente a chi regalarli o venderli o come riutilizzarli per le mie utilità come vedremo in qualche esempio della seconda parte di questo articolo.

Una curiosità

Il ragazzo della differenziata non vedendo mai oggetti di vetro nel mio contenitore ha pensato che li gettassi nell’indifferenziata e quando gli ho spiegato che i contenitori sono miei e non li getto gratuitamente né tantomeno “pagando”, l’ho visto prima perplesso e poi incuriosito dal fatto che… non ci aveva mai pensato. Non siamo cioè abituati a pensare che quando acquistiamo un prodotto stiamo pagando anche il contenitore (ma non solo…). Per forza! Stiamo diventando scemi a scaricare le “app” per lo smartphone, come si può anche lontanamente credere di lasciare uno spazio della mente all’attività di ragionamento?

*Se non fai o non hai fatto studi di tipo tecnico, professionale o gestionale è comprensibile la difficoltà nel capire.

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Riutilizzare il packaging

Una volta buttavo ogni tipo di contenitore nell’immondizia e acquistavo nuovi contenitori
per la minuteria del mio laboratorio. Semplicemente privo di senso. Da qualche tempo
utilizzo i contenitori dello yogurt per differenziare viti, rondelle, dadi, bulloni, fermagli,
coppiglie e quant’altro. La ricerca della minuteria si è velocizzata notevolmente,
non ho acquistato nuova plastica, non ho gettato quella che avevo già pagato e
c’è finalmente equilibrio. Ma questo è solo uno dei tanti esempi…

Da dove viene lo spam?

Come scorpire chi spamma: metodo diretto

Mi sono divertito ad aprire più caselle di posta di quante in realtà me ne occorrano. Ho dato contatti email differenti in situazioni differenti al fine di capire chi poi, tra coloro che raccolgono i tuoi dati, anche per una futile promozione, avrebbe ceduto il mio contatto a degli spammers. A sorpresa, nel mio caso, i dati che ho fornito a diverse fiere e conferenze a cui ho partecipato negli ultimi anni si sono rivelati l’innesco di una lunga ed estenuante invasione di spam per diverse caselle di posta coinvolte nel test. Eh già perchè quando si forniscono i propri dati, i famosi “terzi” che potrebbero riceverli non vengono definiti in modo chiaro. Generalmente però si tratta di agenzie che si occupano di marketing, pubblicità, consulenze, ecc. Il metodo che ho usato in effetti non ti dice chi ti sta mandando lo spam, ma attraverso chi sei stato inserito in quelle liste. La prova del nove viene dal fatto che le mie caselle di posta non fornite ad altri che amici, conoscenti e parenti, ricevono circa una ventina scarsa di email di spam al mese, contro qualche centinaio, nello stesso arco temporale, di quelle fornite a dei mattacchioni.

Come scoprire chi spamma: metodo inverso

Diversi operatori pubblicitari che lavorano anche per aziende note mi hanno proposto di fare pubblicità attraverso lo spam. Anche se la cosa mi sconvolge, ho proseguito il discorso per chieder loro come funzionasse questo meccanismo e mi hanno raccontato che quando ti iscrivi da qualche parte, quando fornisci i tuoi dati a qualcuno, sia che tu dia il consenso al trattamento dei tuoi dati affinché vengano ceduti a terzi, sia che tu non lo dia, vengono realizzate delle enormi liste di contatti email divisi tra l’altro, cosa ancor più sconcertante, per reddito ipotizzato. Qualcuno stima che reddito potresti avere se sei interessato a visitare una fiera piuttosto che un’altra, se fai una tessera fedeltà presso un supermercato, o presso un qualunque altro negozio, se richiedi che ti vengano inviate newsletter, se vai a provare un’automobile o una moto, ecc. Queste enormi liste di email vengono vendute ad agenzie che sono in contatto con operatori pubblicitari, di marketing, consulenti e quant’altro affinché, se ad esempio lanci sul mercato un nuovo prodotto, sia possibile pagare per martellare tutti i potenziali clienti scelti in modo mirato ma, per loro, inconsapevole.

Cercando di capire

Così se sei curioso, se fremi, se vuoi capire chi ti inonda di spam, un buon modo per sapere chi ha ceduto i tuoi dati consiste nell’avere più di una casella di posta elettronica e considerare le ondate di spam che ti arrivano (anche dopo mesi dalla registrazione e diffusione dei tuoi dati) dopo che hai comunicato il tuo contatto ad un determinato destinatario. Vai a provare un’automobile? Lascia il tuo contatto email numero 01. Visiti una fiera e richiedi il biglietto d’ingresso per non fare la fila? Lascia il tuo contatto email numero 02 e informati tramite il sito della fiera su chi è l’agenzia che si occupa di promuovere l’evento. Fai una tessera fedeltà per acquistare dei prodotti? Lascia il tuo contatto email numero 03. Ti iscrivi ad un social network? Lascia il tuo contatto email numero 04. Fai un acquisto di abbigliamento o elettronica su qualche famoso sito di ecommerce? Lascia il tuo contatto email numero 05. E così via. Non credere che se vai a provare il prodotto del marchio X, per forza poi lo spam ti arriverà dal marchio X. Quelle non saranno altro che newsletters che tu stesso hai richiesto e che puoi scegliere di non ricevere. Il problema è che, nel momento in cui fornisci al marchio X il tuo indirizzo di posta elettronica (e gli altri dati), il tale marchio lo utilizzerà limitatamente all’accordo subentrato tra di voi, ma tutti gli altri, che ne entreranno in possesso successivamente, ne faranno ciò che vogliono.

In conclusione

Il problema però è che una volta compreso chi cede i tuoi contatti a terzi (è sbagliato infatti pensare che lo facciano tutti, in quanto non solo non è etico, ma a quanto pare si tratta di una pratica poco legale) cosa farai? L’unica cosa che puoi fare è cancellare la tua iscrizione presso chi sospetti abbia ceduto i tuoi dati a spammers e chiudere la relativa casella di posta elettronica che non avrai usato per nient’altro. Si presume infatti che la tua reale casella personale, intelligentemente, non la fornirai a nessuno che non sia un amico, un parente, un collega di lavoro, una persona cara. Lo spam comunque arriverà. Grazie a sistemi automatici che tentano numerose combinazioni comunque arriverà, ma sarà sicuramente in misura minore e forse avrai almeno la soddisfazione di non comparire, almeno per un po’, nelle liste di chi fa senza chiedere.

Tu lo faresti?

Chiediti come possano raggiungere tante persone coloro che ti propongono simili tipologie di pubblicità e chiediti anche se ti fa piacere, dall’altro lato, che la tua azienda venga promossa così, martellando la gente. Chiediti se invece non vorresti essere più distintivo ed esser desiderato per i tuoi contenuti, per i tuoi punti di forza, per quello che rappresenti, per il bisogno che possono avere gli altri di un tuo prodotto o servizio, per la reputazione che ti sei fatto, per un valore. Considera infine che quanto appena detto non vale solo per la posta elettronica, metodi molto simili infatti vengono adottati anche per inviare posta cartacea non desiderata.

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Prezzo dei prodotti: utili conclusioni

Rubrica: I comportamenti dei mercati
Titolo o argomento: Comprendere il meccanismo dei prezzi ed i falsi miti 
Questo articolo segue dai precedenti indicati di seguito:
Prezzo dei prodotti (introduzione al)
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi bassi
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi alti
Conclusioni

Ora, a fronte di tutto questo, come si può compiere un acquisto guardando semplicemente, e superficialmente, solo se il prezzo è alto o basso, o se la confezione è attraente o meno? Informarsi è scomodo ma necessario, studiare lo è altrettanto, capire come si produce, per chi, e perchè, può evitare sprechi inutili delle proprie risorse economiche. Sprechi che vanno a sommarsi ai disagi che una famiglia già vive per cause non legate al proprio volere. Vedasi ad esempio una certa snervante crisi economica.

In seconda analisi andrebbe valutato se realmente conviene acquistare sempre di tutto, dover per forza disporre di tutto e tentare la sorte acquistando frequentemente prodotti in offerta pur di non farsi mancar nulla, o se alle volte non sia più utile privarsi di qualcosa, anche solo per un determinato periodo, avendo pazienza, al fine di compiere un solo acquisto, di qualità, che ci renda più soddisfatti, più a lungo. Provare almeno una volta quella sensazione di soddisfazione nell’utilizzare qualcosa di diverso, di più solido e affidabile che magari non è possibile provare su tutto per via delle spese sostenute che comporterebbe o, più semplicemente, solo per l’impegno richiesto nel fare ricerche e trovare un prodotto con un ottimo rapporto qualità prezzo.

Provare quel gusto di utilizzare uno stesso oggetto per anni e poter affermare con piacere come abbia sempre fatto il suo egregio dovere, senza rompersi mai, senza causare noie, imprevisti, scocciature, lasciandoci felicemente soddisfatti. In caso contrario si rischia di non provare mai gratificazione da consumatori e, anzi, di provare quell’amarezza tipica di chi, dopo aver comprato vagoni di prodotti scadenti, si chiede come possa aver sprecato così tutto quel denaro che ora altro non è che una gran quantità di rifiuti prossimi alla discarica.

Infine potete comprare semplicemente quello che vi piace, senza tanti pensieri ma tentate poi di osservare se siete soddisfatti o se provate una strana insofferenza e ponetevi delle domande, tante domande, facendo in modo di trovare produttori, distributori e commercianti che le sappiano rispondere.

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Prezzo dei prodotti (introduzione al)
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi bassi
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi alti
Prezzo dei prodotti: utili conclusioni

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Una nostra vignetta, sempre attuale, su Pierino e Mariolino tratta
dall’articolo “Quanto costa davvero quello che compri?

Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi alti

Rubrica: I comportamenti dei mercati
Titolo o argomento: Comprendere il meccanismo dei prezzi ed i falsi miti 
Questo articolo segue dai precedenti indicati di seguito:
Prezzo dei prodotti (introduzione al)
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi bassi
Quali motivi possibili dietro ad un prezzo alto?
Prodotto che costa tanto per eccellenza tecnologica (un pannello fotovoltaico montato su una stazione spaziale orbitante non è il medesimo montato su una villetta schiera, ne converrete con me spero 🙂
Prodotto che costa tanto per l’alta qualità della progettazione, dei processi produttivi, dei materiali impiegati, delle conoscenze tecniche maturate, della ricerca e dello sviluppo condotto dall’azienda in campo tecnologico.
Prodotto che costa tanto, nonostante i prezzi abbordabili delle materie prime, per l’elevata difficoltà e complessità delle lavorazioni necessarie e per il costo elevato dei macchinari speciali utili alla produzione.
Prodotto che costa tanto per via di una filiera eccessivamente lunga, articolata e ingiustificata (troppi passaggi, schemi rigidi, metodi operativi standardizzati orbitanti attorno al solo valore del profitto).
Prodotto che costa tanto per via di uno Start-UP troppo ripido volto a trattare una piccola piantina con “ormoni della crescita rapida” (di solito poi fanno grandi tonfi nel giro di pochi anni se non mesi).
Prodotto che costa tanto per via di un’eccessiva tassazione (lascio a voi qualunque pensiero, commento e approfondimento sul tema).
Prodotto che costa tanto per via di una inadeguata e inefficiente catena produttiva (stabilimenti eccessivamente grandi, esubero di personale e attrezzature raggiunto in un momento proficuo senza operare valutazioni razionali sul futuro).
Prodotto che costa tanto per via di strategie inefficienti (standard mentali estremamente vincolanti, operazioni obsolete, omologazione alla massa, scarsa personalizzazione dei processi e dei metodi).
Prodotto che costa tanto per speculazioni su una esclusiva (prodotto realizzato da un monopolista o da aziende concorrenti in accordo tra loro mediante cartelli).
Prodotto che costa tanto per speculazioni sulla novità (prodotto che sfrutta le debolezze collettive in particolar modo delle persone che vivono il costante timore di non essere come gli altri se non hanno…).
Prodotto che costa tanto per plusvalenza legata alla fama di un marchio o ad un momento di particolare successo commerciale.
Prodotto che costa tanto per incrementi legati alla fittizia fama di un marchio (vedasi ad esempio coloro che se la cantano e se la suonano da soli) raggiunta mediante la concentrazione dei principali sforzi sulle attività di marketing.
Prodotto che costa tanto per copertura di costose ed eccessive campagne pubblicitarie.
Prodotto che costa tanto per la discriminazione del prezzo (so cosa ci devi fare, so che vantaggio ti porta, me lo paghi tanto anche se a me, in confronto, è costato un’inezia ed anche se in fondo serve pure a coloro che non sono la grande azienda che ne trarrà profitti considerevoli).
Prodotto che costa tanto, nell’arco della sua vita o comunque lungo il suo periodo di utilizzo, per la lunga serie di guasti e le conseguenti assistenze che richiede (prodotto che in principio è probabilmente costato golosamente poco).
Prodotto che costa tanto per la sua estrema durata e affidabilità, non richiederà sostituzioni frequenti, né riparazioni di prassi, l’azienda produttrice pertanto non prevede di venderti un nuovo prodotto nel breve periodo eccezion fatta per un tuo desiderio verso un prodotto più funzionale e attraente.
Prodotto che costa tanto per lo sfruttamento di un tuo desiderio (le indagini di mercato dimostrano che ci sono tot individui disposti a spendere più del ragionevole per non rinunciare ad essere alla moda, come gli altri, omologati al nuovo…).
Prodotto che costa tanto per la ricerca di mercato volta a valutare chi e quanti sono disposti a compiere un simile acquisto, al prezzo più alto possibile, in una data regione del pianeta.
Prodotto che costa tanto per ragioni legate ad un’esclusiva.
Prodotto che costa tanto perchè realizzato con materie prime disponibili in pochissime regioni del pianeta (vedasi ad esempio le terre rare utilizzate per la produzione di accumulatori elettrochimici).
Prodotto che costa tanto perchè sostitutivo di un prodotto al centro di un mercato imponente e largamente avviato (si vedano ad esempio le rinnovabili e gli idrocarburi).

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Prezzo dei prodotti (introduzione al)
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi bassi
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi alti
Prezzo dei prodotti: utili conclusioni

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Un prezzo alto non è per forza sinonimo di furbizia, avidità e comportamenti
opportunistici, allo stesso tempo però sono molti i casi in cui un prezzo elevato non
rispecchia un reale motivo tecnico, tecnologico, di esperienza e valore intrinseco del
prodotto.

Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi bassi

Rubrica: I comportamenti dei mercati
Titolo o argomento: Comprendere il meccanismo dei prezzi ed i falsi miti
Questo articolo segue dal precedente indicato di seguito:
Prezzo dei prodotti (introduzione al)
Quali motivi possibili dietro ad un prezzo basso?
Prodotto che costa poco perchè è economico nella sua totalità (progetto, materiali, processi di produzione, affidabilità, funzionalità, disponibilità assistenza e ricambi…).
Prodotto che costa poco per la notevole ottimizzazione maturata nel tempo (progetto e processi produttivi con sviluppo di una tecnologia “matura e collaudata”).
Prodotto che costa poco per via di una intelligente e breve filiera (prodotti locali, nazionali, esenti da complesse distribuzioni e trasporti transoceanici).
Prodotto che costa poco perchè è difettoso o probabilmente difettoso (prodotti di cui il distributore conosce la durata della sosta nei magazzini e gli eventuali disagi creati da urti, sollecitazioni, intemperie, umidità…).
Prodotto che costa poco perchè ha subìto un transito prolungato in magazzino (prodotto che ha subìto una sosta estremamente lunga in magazzino e che può aver accusato problematiche analoghe a quelle citate nel precedente punto o, addirittura, è stato sostituito, o sta per essere sostituito, da un nuovo modello).
Prodotto che costa poco impropriamente, quindi con rimessa parziale del venditore, per strategia di marketing (vedasi sottocosto sleale volto a favorire la fidelizzazione di un brand con il cliente).
Prodotto che costa poco impropriamente, quindi con rimessa parziale del venditore, per aumento compensativo del costo di altri prodotti (vedasi sottocosto volto a recuperare credito mediante l’aumento dei prezzi di prodotti complementari o comunque di altri prodotti offerti nello stesso esercizio).
Prodotto che costa poco impropriamente perchè proveniente da mercati paralleli (prodotto che ha subito la cosiddetta pulizia dell’IVA -Vedi l’articolo: Cos’è la pulizia dell’iva?-, prodotto per il quale non è valevole la garanzia in Italia, prodotto contraffatto, prodotto realizzato impropriamente mediante lo sfruttamento della manodopera in paesi che non tutelano i propri abitanti).
Prodotto che costa poco perchè di aspetto analogo al prodotto originario ma realizzato dal produttore su linee di produzione parallele appositamente allestite (con riduzione della qualità del prodotto e/o dei processi produttivi) per fornire i distributori che ritardano oltremodo i pagamenti o richiedono scontistiche non sostenibili.
Prodotto che costa poco impropriamente per via della produzione in paesi a tassazione agevolata che ledono l’economia italiana.
Prodotto che costa poco ma che accusa un’obsolescenza programmata che indurrà la sua sostituzione nel breve periodo.
Prodotto che costa poco ma non è disponibile perchè si tratta di un’offerta fittizia (fenomeno largamente diffuso sul web). Si tratta di un specchietto per le allodole volto a far credere che sul “tale” sito web i prezzi sono oltremodo incoraggianti (e a dir poco impossibili) tuttavia i prodotti delle offerte più eccezionali non sono mai disponibili ma il visitatore, ignaro, tende a rimanere sul “tale” sito nella speranza di trovare un’altra offerta altrettanto accattivante. Operazione che solitamente si conclude con l’acquisto di un prodotto sottoposto ad uno sconto di tipo “tradizionale” perfettamente replicabile dai concorrenti.

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Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi bassi
Prezzo dei prodotti: i motivi dei prezzi alti
Prezzo dei prodotti: utili conclusioni

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Un prezzo basso non significa in via assoluta convenienza, credere questo significa
disporre di una visione piuttosto limitata non di rado accompagnata da numerosi timori
circa l’impossibilità di comprendere come mai un altro prodotto sia offerto ad un prezzo
differente, magari più alto.