Ancora questionari sull’imprenditoria giovanile: tra Università e incubatori. Parte 2 – Problema endemico

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: Perchè complicarsi la vita quando basta fare le domande giuste?
Questo articolo segue da:
Ancora questionari sull’imprenditoria giovanile… Parte 1 – Innovazione

Quindi, afferrato come sia facile fraintendere in ambito tecnologico puro* il concetto di innovazione con il concetto di variante di una tecnologia matura (magari nata in seguito alla saturazione di un mercato), il lettore potrebbe a questo punto chiedersi: “Cosa hanno a che fare con tutto questo i questionari sull’imprenditoria giovanile citati nel titolo di questa serie di articoli?”.

Potenziale sprecato

In sostanza io trovo disastroso il fatto che per ogni idea valida, che qualunque studente desideroso di applicarsi abbia durante il suo percorso di studi, non sia possibile fornire il minimo supporto realmente utile come ad esempio: l’uso di laboratori e attrezzature, l’avvalersi di competenze, cicli formativi supplementari e complementari, visite guidate presso aziende del settore e quant’altro al fine di agevolare l’azione innovativa di una mente brillante come quella di uno studente.

L’evoluzione dei percorsi di studio

Solo negli ultimi anni si è iniziato a parlare di “spinoff universitari” ma sempre e solo in caso si sia già completato il percorso di studi; durante proprio non se ne vuol sapere di comprendere quanto sia importante il completamento di esami di volta in volta seguito anche da esperienze pratiche formative, stage e qualunque audace proposta venga in mente ad uno studente. Certo non mi riferisco al fatto di aprire una start up mentre si stanno sostenendo gli esami (potrebbe considerarsi ciò persino folle), piuttosto alla possibilità di effettuare una sorta di “simulazione” graduale che “addestri” uno studente a mettere in “pratica concretamente” le sue idee applicando “direttamente” ciò che ha studiato a ciò che gli brulica nella mente avendo così modo anche di capire meglio e prima come “funziona” sia quello che ha studiato (e sta studiando) sia il mondo là fuori. Mi riferisco quindi alla possibilità, per uno studente, di chiedere egli stesso ciò di cui necessita invece di trovare eventuali pacchetti di proposte pronte oppure il nulla.

Raccoglitori inerti di dati e percorsi vincolati

Mi chiedo pertanto a cosa serva l’ennesimo questionario sull’imprenditoria giovanile. Esso può raccogliere una serie di informazioni che nascono da domande spesso troppo vincolate e poco aperte ad ascoltare proposte, oppure può pubblicizzare un’attività di startapper. Ma perchè instradare “schematicamente” lo studente invece di dargli semplicemente ciò che chiede gradualmente durante i suoi studi affinché ne esca con un risultato personalizzato e nuovo? Perchè uno studente non può “allenarsi” durante gli studi mantenendo riservata una sua preziosa idea per poi realizzarla quando sarà sufficientemente ferrato? La mia esperienza con questo tipo di approccio si è rivelata sempre scarsamente utile se non potenzialmente dannosa (ne parlerò nel prossimo articolo di questa serie). I ragazzi veramente in gamba conoscono già le linee guida di base di certi percorsi imprenditoriali dato che se ne interessano costantemente, fanno domande, approfondiscono e vanno ad esplorare da soli. Ad esempio, a suo tempo, il corso “Impara ad Intraprendere” a cui partecipai presso l’Istituto Tecnico Industriale si rivelò una vera manna dal cielo. I ragazzi meno avveduti, invece, si affidano totalmente ad estranei e, diciamocelo, nessuno può averli veramente a cuore, specie dopo 15 minuti di parole, parole, parole, in cui si cerca di farli abbonare a qualcosa (il che può rappresentare un grave errore nel lungo periodo con sorprese che avranno modo di scoprire da soli).

Non sarà l’ennesimo questionario sui giovani e l’impresa ad aiutare realmente i primi in un passo determinante ed a migliorare il processo evolutivo della seconda. Incontri, questionari, parole non servono a nulla se durante il superamento di 30 esami di routine non si sono condotte attività extra sulla base delle esigenze espresse direttamente dai più volenterosi. Le domande di simili questionari, a mio modesto parere, dovrebbero essere pertanto più aperte e non vincolate ad una scelta tra risposte multiple; dovrebbero permettere ai giovani studenti, che ne sentono la necessità, di fare chiare richieste all’Università circa attività personalizzate su misura da integrare ai propri studi sfruttando ciò di cui l’Università stessa già dispone e quindi senza ulteriori costi se non, al limite, un’assicurazione in caso di infortuni in laboratorio.

Un semplice esempio (vissuto)

Come a dire, in poche e semplici parole, che se l’Università non mi ha dato supporto ad esempio quella volta che ho richiesto di usare la saldatrice TIG per un telaio (costringendomi così a pagare un corso esterno, a comprare una mia saldatrice, ad andare a fare lavori temporanei per permettermi il tutto, a saltare degli esami, ad andare fuoricorso e via discorrendo…) a poco servirà che io compili l’ennesimo questionario che concede all’incubatore di contattarmi per tentare di conoscere i miei progetti e spiegarmi quali ipotetici vantaggi dovrei trarre “pagando” (ancora?) una quota mensile alla sua società. Società la quale, tra le altre cose, mi fornirà (forse) 1/10 delle attrezzature e dei servizi di cui già dispongo dato che, come spiegato, me li sono dovuti procurare da solo. Credo sia chiaro l’enorme dislivello metodico.

Un semplice esempio (metodico)

E’ come se doveste muovervi da quota 0 metri ai piedi di un versante di una montagna per raggiungere semplicemente quota 20 metri dell’altro versante della stessa montagna e, invece di utilizzare una galleria oppure girare intorno, foste obbligati a scalare l’intera montagna, salire magari di 2000 metri per poi riscenderne 1980. Sicuramente c’è un grosso lato positivo, sicuramente farete esperienze che altri non faranno, sicuramente imparerete tantissime cose che vi saranno utilissime nella vostra carriera (a meno che non siate studenti che trascinano il loro fardello tanto per fare) ma altrettanto sicuramente vi ritroverete ad aver sostenuto sforzi abnormi, moderati i quali vi ritrovereste più avanti e prima nel vostro percorso professionale con tutta una serie di altri solidi vantaggi che comunque non sono da snobbare. Come in ogni cosa credo che ci voglia sempre un equilibrio, sicuramente essere dei broccoli che non si sanno muovere, perchè hanno avuto tutto facile, non aiuta… ma nemmeno fare sforzi eccessivi pur di vedere un risultato in cui avete sempre creduto. Del resto persino troppa frutta e verdura fa molto male alla salute, o no?

Un ordine logico errato

Il problema è che si tende ad usare un metodo con un percorso logico inefficace, c’è sempre qualcuno che rivolge le sue domande ed in seguito agli esiti organizza iniziative per altri senza che vi siano state relazioni biunivoche, senza che gli studenti possano dire chiaramente, semplicemente, direttamente, cosa occorre loro per saziare il loro desiderio di studiare e fare. Non penso abbia poi molta utilità generare situazioni che dovrebbero offrir l’opportunità di fare, innovare, competere sì ma in modo vincolante ed al di fuori del quale non è possibile praticamente far nulla. In realtà questo non è esattamente sbagliato ma, a mio avviso, incompleto. Più che altro andrebbe cambiato/aggiornato l’ordine dei fattori.

Invece di:

Università propone → Incubatori coadiuvano → Organizzatori generano l’evento → Vediamo quanti studenti aderiscono → Studenti ascoltano.

Potrebbe essere:

Università ascolta → Studenti propongono → Incubatori coadiuvano quando richiesto → Organizzatori generano evento (l’adesione è poi diretta conseguenza).

Conclusioni

Sarebbe opportuno che gli studenti più “particolari” venissero ascoltati ed invitati ad esprimere interamente i loro punti di vista cosicché le proposte partano espressamente dal basso del ciclo d’istruzione ed in modo completamente orientato e dedicato su espresse esigenze. Quindi perchè porre delle precise domande agli studenti quando invece si potrebbe lasciar loro carta bianca per chiedere chiaramente ciò di cui sentono bisogno per finalizzare, concretizzare le loro particolari idee? Il più delle volte gli studenti ingegnosi hanno già tutto chiaro nelle loro menti e, altrettante volte, ciò che occorre loro non rappresenta alcun costo aggiuntivo per l’Università. Si tratta infatti di utilizzare in primis il materiale di cui l’Università stessa già dispone o di cui può disporre agevolmente. Perchè mai continuare a impostare un format quando la maggior parte dei format imprenditoriali di quest’ultimo decennio si sono rivelati completamente inefficienti all’interno del maremoto denominato crisi economica globale?

Continua…
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Ancora questionari sull’imprenditoria… Parte 4 – Le domande del questionario
Sì ti finanzio ma preferirei che tu…
I vincoli e i paletti dei finanziamenti alle giovani imprese: il Prestito d’Onore
*Se lo desideri puoi leggere a tal proposito l’articolo: La percezione della tecnologia

Proiezione termica - Eutalloy

Proiezione termica - Eutalloy Proiezione termica - Eutalloy

Attrezzarmi per non rinunciare ai miei progetti ed essere così autonomo ed efficiente mi è costato
in molti sensi, il rovescio della medaglia è che ricevo numerose proposte da parte di aziende che
desiderano avvalersi della mia esperienza e della mia creatività… questo è gratificante e ripaga
piacevolmente della impressionante e snervante mole di sforzi che si è chiamati ad affrontare.

Ancora questionari sull’imprenditoria giovanile: tra Università e incubatori. Parte 1 – Innovazione

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: E’ facile considerare innovativo qualcosa che non si conosce

Qualche giorno fa sono stato invitato dalla mia Università a compilare un questionario sull’imprenditoria giovanile. Si tratta di una serie di domande le cui risposte sono utili, oltre che ad inquadrare le sensazioni dei giovani e conoscerne l’attuale punto di vista in merito, anche per una società di incubatori che si appoggia alla mia facoltà. Per chi non lo sapesse la figura dell’incubatore rappresenta in qualche modo una guida per coloro (in particolar modo per i giovani) che hanno delle idee ma non conoscono strade per passare dalla teoria alla pratica. Ho scritto “in qualche modo” perchè di incubatori bravi ce ne sono ma a mio avviso non sono facili da trovare.

L’Università che frequento, negli ultimi tempi, è stata piuttosto attiva sul tema impresa ed ha organizzato vari incontri inerenti il mondo dell’imprenditoria giovanile, delle start up e del trasferimento tecnologico (spinoff). Diversi di questi incontri sono stati a mio avviso interessanti, altri persino stimolanti ed altri ancora un vero disastro. Con l’espressione “vero disastro” intendo incontri che proponevano metodi di fare impresa ormai obsoleti (anche se, è vero, sono largamente diffusi, e aggiungo, nonostante la crisi economica globale abbia dimostrato che non funzionano… d’altra parte però mi rendo conto di quanto sia difficile leggere una crisi economica globale tra le righe e quali timori possano instaurare i cambiamenti) e mostravano tecnologie sì utili, sì importanti ma vecchie come il cucù ed erroneamente presentate come “nuove”.

Sorvolando sui metodi per fare impresa, le cui proposte di innovazione maturate in seguito alle mie esperienze preferisco rimangano (momentaneamente) personali, vorrei discutere l’interpretazione dell’espressione “tecnologia nuova, moderna e/o innovativa” spesso decisamente relativa per ognuno di noi (specie di questi tempi). Un rapido esempio: le famose stampanti 3d, tanto in voga oggi con la promessa di cambiare la vostra impresa, la vostra idea ed i vostri metodi di fare business, hanno in realtà raggiunto il mercato per la prima volta nel 1989. Venticinque anni fa. Non se ne è mai parlato se non negli ambiti prettamente professionali (attualmente il perchè rappresenta per me un mistero) e oggi se ne abusa probabilmente perchè le dimensioni si sono ridotte ai livelli delle stampanti domestiche e tutti vogliono divertirsi a stampare qualche ingranaggio in 3d, qualche pupazzetto, qualche forma o magari qualche rompicapo matematico in un sol pezzo privo di giunzioni.

Comprensibile, bello, sfizioso, affascinante, sicuramente nuovo per chi non è del settore (paradossalmente anche per moltissimi studenti di Ingegneria Meccanica data la lenta evoluzione dei programmi di studio). Trattasi di prodotti senz’altro utili e preziosi nell’ambito della prototipazione che sia in grado di avvantaggiarsene con cognizione di causa ma, cortesemente, non si parli di innovazione (inflazionando un termine di così elevato rilievo) con un ritardo di ben 25 anni. Inoltre è importante, se non fondamentale, considerare che il divario tra le stampanti 3d low-cost e quelle professionali è abissale, che questo genere di strumento non è nato da poco e non si evolverà partendo da ciò che state vedendo ma è già assai evoluto (per farvi capire oggi gli impianti professionali di stampa 3d stanno iniziando a stampare persino tessuti cellulari e presto, non è da escludere, interi organi di ricambio per il corpo umano) e la variante low-cost quindi non rappresenta un principio ma una saturazione. Infine questa tecnologia porta dei consolidati ed indiscutibili vantaggi in molti casi ma, in molti altri, risulta assolutamente inutile. Dipende, come è naturale che sia per ogni strumento ed ogni tecnologia, da caso a caso.

Ad esempio realizzare un prototipo di un rinvio per una sospensione push-rod (mi capita spesso per i miei primi prototipi di piccole vetture di formula) costa meno eseguendo il pezzo reale finito e funzionale mediante un semplice CNC a 3 assi partendo da un lingotto di alluminio (di lega opportunamente scelta) piuttosto che utilizzando rotoli di PLA (che non costano poco, anzi, costano più di un buon utensile per fresare, a parità di pezzi realizzabili), eseguendo lunghe prove di stampa e numerosi insuccessi legati ai piatti che non si scaldano a dovere ed il PLA che non prende (chi maneggia le stampanti 3d di tipo “consumer” sa di cosa parlo). Sicuramente differente il discorso per le stampanti che sfruttano polveri o resine ma i cui costi salgono vertiginosamente. Al contrario se si sta realizzando ad esempio un airbox la tecnologia di stampa 3d permette di realizzare un prodotto direttamente utilizzabile sul propulsore risparmiando costosissimi stampi e spese extra per le serie limitate o molto limitate. Questo giusto per introdurre il fatto che di tecniche per prototipare, e per farlo rapidamente, ne esistono molte ed è bene conoscere quale sia, di volta in volta, quella più idonea senza pensare, limitatamente, “Ora ci sono le stampanti 3d!”. Perchè “ora”, come in questo caso, potrebbe non essere altro che un infinitesimo di un segmento temporale di ben 25 anni.

Continua…
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La percezione della tecnologia

stampa_3d_motore_a_reazione.jpg

Un curioso modellino di motore a reazione le cui parti sono state realizzate mediante prototipazione
rapida. La stampa 3d in casi come questo risulta estremamente utile, economica e vantaggiosa. Per
vedere il video del modellino durante il funzionamento semplificato copia e incolla il seguente link:
https://www.youtube.com/watch?v=6rX4xv5-NvE

Image’s copyright: Gerry Hamilton

L’illusione di una nuova vita all’estero

Se andate all’estero per opportunità di ricerca, di accrescimento professionale, per fare esperienza, per cambiare aria per un po’, o perchè avete trovato un lavoro dignitoso ma è viva in voi l’idea di tornare in patria per fornire il vostro contributo partecipativo, ben venga. Se andate all’estero perchè non ne potete più dell’Italia e non vi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di tornare, vi capisco. Se andate all’estero perchè pensate di aver risolto i vostri problemi per sempre allora non sono d’accordo con voi.

Mi turba l’idea che il messaggio sempre più frequentemente trasmesso ai giovani, attraverso vari mezzi di comunicazione, sia quello contenente una spinta ad andar via perchè là fuori tutto è meglio purché non si chiami Italia. Sono stati messi in mostra stipendi fissi, serenità, scatti di carriera e belle piazze di paesi stranieri piene di giovani, studenti dell’Erasmus, turisti e vita in movimento, senza però spiegare come ciò sia possibile e come funzioni il meccanismo.

Ad esempio ho sentito dei ragazzi sostenere, in un’intervista di uno speciale sul tema, che ora che sono andati all’estero finalmente prendono uno stipendio fisso. Sicuramente una bella cosa, non c’è dubbio, però sarebbe opportuno sottolineare più volte come, per esempio in certi paesi dell’est Europa, gli stipendi siano piuttosto bassi ma permettano comunque di vivere dignitosamente perchè il costo della vita è moderato rispetto al nostro. Non appena i cicli economici “carichi di attriti” porteranno un aumento del costo della vita, quelle poche centinaia d’Euro al mese a nulla serviranno anche lì. Quello che più di valore rimarrà sarà senza dubbio il mestiere imparato e l’esperienza maturata.

Altra cosa che non viene debitamente sottolineata è che in diversi paesi considerati vantaggiosi per i giovani Italiani, gli scatti di carriera non comportano alcun aumento di stipendio (o aumenti dell’ordine di pochi Euro). I giovani Italiani sono disposti ad accettarlo all’estero, quando qui non lo farebbero (o quantomeno assolutamente non volentieri), solo perchè comunque lo stipendio è fisso.

Breve digressione. Fisso o considerato tale, la crisi degli ultimi anni dovrebbe averci fatto capire che nulla è per sempre, nulla cresce per sempre e davvero tutto può succedere. Inutile citare coloro i quali nonostante il contratto a tempo indeterminato hanno perso il lavoro di cui erano certi e, avendo un mutuo, hanno perso la casa subendo una batosta anche maggiore di chi il mutuo non lo aveva ottenuto. Massimo rispetto ovviamente, però questo sottolinea come anche il posto considerato sicuro non fosse in realtà tale (forse era solo un po’ più sicuro). Noi giovani però non lo potevamo sapere anche per via di un’istruzione servita con le pinzette; quanti onestamente nel 2008, una volta ottenuto il contratto a tempo indeterminato, hanno pensato: “Adesso posso ottenere un mutuo, sì ma se l’azienda chiude?”. Diciamoci la verità si tendeva a credere che fosse impossibile per un’azienda chiudere, tantomeno per aziende con nomi di un certo rilievo, e invece… sono stati i primi (a volte le apparenze e le suggestioni…).

Senza dubbio in certi tali paesi dell’est Europa le differenze sociali sono minori e sicuramente questo contribuisce a tenere le persone più unite tra loro e maggiormente in grado di influire sulle direzioni prese da chi gestisce il paese. Ma se sei italiano, se le tue radici sono qui, a quale causa potrai unirti, e con quali legami, in un paese che a stento sa chi sei? Quindi minori differenze sociali, sì, uno stipendio fisso, è molto probabile, scatti di carriera, ben vengano, ma di cosa sarà importante tener conto sull’altro piatto della bilancia?

Se non guardiamo solo l’est Europa, bensì l’intero mondo, si può fare un’osservazione piuttosto interessante. Ho costantemente contatti in gran parte del mondo e sto volentieri a sentire quello che queste persone (studenti, professori, professionisti, tecnici, lavoratori di vario genere) mi raccontano. Alcune di queste persone sono anche italiani emigrati. Ebbene sento costantemente di persone che dall’Italia partono e vanno in Germania perchè lì hanno trovato una soluzione migliore per loro (ed è vero, non ci sono dubbi, ma sono le condizioni al contorno che vanno osservate, tra un momento ci arriviamo). Per questioni di lavoro tratto poi con diversi professionisti in Germania che mi dicono che la situazione è brutta anche da loro e stanno pensando di andarsene più su… in Inghilterra (la maggior parte di questi mi parla di Londra come potrete immaginare). Quando parlo con clienti o professionisti di Londra indovinate cosa mi dicono? Del resto il mondo è una sfera e teoricamente si può andare “su” all’infinito.

Così parlandoci un po’ meglio si scopre che l’italiano che era abituato ai 1000 Euro al mese, e che con la mastodontica crisi globale rischia a stento di prenderne la metà, è ben lieto di prenderne 1000 – 1200 al mese in Germania al posto del lavoratore tedesco che prima era abituato a prenderne 2000, 2500 o addirittura oltre 3000 e che ora sta cercando a sua volta una soluzione altrove per contenere le sue perdite. Andando più su magari il lavoratore londinese audace tenta la svolta andandosene in Scandinavia, in Canada, in Cina o addirittura in Australia per sviluppare i suoi progetti. E così via.

Quello che mi colpisce è che c’è sempre uno che si accontenta del lavoro che l’altro non è più disposto a fare per una cifra sempre più bassa. Ognuno tende a mantenere le sue vecchie abitudini. Questo il mercato lo sa, impone le sue condizioni e qualcuno le accetta sempre. Il costo del lavoro ciclicamente si abbassa per dar vita ad una nuova era di ripresa (o pseudo tale). Un po’ come il meccanismo dell’Italia del dopoguerra in cui la gente povera ridotta alla miseria e reduce da un conflitto drammatico accettava la bassa retribuzione del lavoro, chinava la testa e giù a produrre offrendo alle nostre aziende una competitività spaventosa a livello mondiale.

In definitiva non credo ci sia una soluzione che sistemi tutti e metta a posto i giovani per sempre (del tipo posto fisso, mutuo sicuro, prospettiva di vita senza pensieri), come invece i nostri nonni ci hanno abitutato a credere venendo da un’Italia dove, fino ad alcuni decenni fa, questo era stato possibile a spese di un estremo futuro indebitamento (all’epoca sconosciuto ai più). Un indebitamento che oggi influisce pesantemente assieme a tutta un’altra serie di gravosi debiti che teoricamente dovremmo pagare noi. Quindi più che desiderare una soluzione che ci possa far adagiare sugli allori, dovremmo esser in grado di cercare di volta in volta ciò che è meglio per noi pur restando sempre vigili e coscienti su ciò che ci accade intorno.

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nuova_vita.jpg

E’ il nuovo arrivato, è bellissimo, pieno di prospettive ma non è per sempre, non è perfetto e non sarà
privo di problemi. Egli infatti crescerà, invecchierà, subirà gli urti della vita, non sappiamo come ne
uscirà ma non sarà facile, riserberà sorprese tra alti e bassi e, forse, ci stupirà.
Image’s copyright: www.thenewbornbaby.net

I brevetti con più chance di successo

Rubrica: Sogni il tuo brevetto?
Titolo o argomento: Fattori che influenzano la vendita di un brevetto

Partiamo subito con un esempio in modo da arrivare al punto della questione senza troppi preamboli. Immaginiamo che due menti arzille siano alle prese con una sfida di carattere tecnico e metodico. Immaginiamo che la prima mente intenda brevettare un complesso meccanismo di apertura di un tendaggio (giusto per fare un esempio) e che la seconda desideri invece brevettare un sistema di inchiostro elettronico (che in realtà è opera di Joe Jacobson, risale all’anno 1996 e si chiama E-Ink) basato su semplicissime microsfere caricate elettricamente. Ovviamente entrambi gli autori vorrebbero vendere il loro brevetto e trarre il maggior profitto possibile dal loro genio creativo. Osserviamo quindi cosa caratterizza le due tipologie di idee, e la loro eventuale riuscita, partendo dalla seconda. In tal modo spero che il lettore possa cogliere nettamente le differenti nature.

Inchiostro elettronico

Avere una simile idea e saperla realizzare richiede lo studio quotidiano di applicazioni di carattere scientifico, fisico, chimico, matematico, oltre ad approfondite conoscenze circa la morfologia dei materiali e le loro proprietà.

Parliamo di un’idea centralmente semplice la cui riuscita dipende dall’idea stessa e dal fenomeno fisico/chimico che la rende possibile più che dalle tecnologie di cui si contorna.

Si tratta di un’idea nuova di un prodotto che prima non esisteva o era molto differente (se considerata la vasta diffusione degli schermi retroilluminati a cristalli liquidi che affaticano maggiormente la vista e non sono quindi adatti alla lettura di un e-book di centinaia di pagine).

Si tratta di una tecnologia nuova che trova consenso e applicazioni su larga scala mondiale.

Si tratta di una tecnologia di cui pochi possiedono il know-how necessario per una buona realizzazione. Quanto appreso fa parte di una sperimentazione nuova e quindi riservata, inaspettata dalla concorrenza al momento del lancio sul mercato.

Parliamo di una tecnologia che, proprio grazie alla sua semplicità, richiede l’investimento di risorse relativamente limitate. Ossia risorse molto minori di quelle che può potenzialmente generare.

E’ un’idea dotata di molteplici punti di forza: economica, con vantaggi per la salute dell’occhio umano, di larga utilità in numerose applicazioni e su larga scala, ecc.).

Un’idea con pecche risolvibili/risolte nel breve termine (colori, possibilità di visione notturna, ecc.).

Un’idea che offre la possibilità di enormi sviluppi futuri garantendo e giustificando così gli investimenti effettuati e gli impegni presi con aziende terze, centri di ricerca e… il mercato.

Si tratta di una tecnologia che, a parità di caratteristiche per l’utente finale, non deve competere, almeno inizialmente, con alternative.

Fa forza su una tecnologia che può esser desiderata anche da utenti finali che non ne comprendono il funzionamento, apprezzata quindi da un bambino così come da uno studente, un manager, un artigiano o da una neopensionata che si sente ancora fresca e vuole stare al passo con i tempi.

Inoltre… ha risvolti futuri? Sì. La tecnologia per realizzarlo è largamente disponibile o è detenuta da poche aziende? Inizialmente da pochi.

Meccanismo di apertura tendaggio

Richiede puro ingegno ma non necessariamente studi approfonditi; questo sebbene non svaluti assolutamente l’idea, genera il rischio di una forte concorrenza e competizione con idee simili, differentemente elaborate e con differenti punti di forza.

Si tratta di un’idea articolata che può essere modificata senza troppe difficoltà. L’idea centrale è quella di ottenere un determinato movimento e possono esserci numerose soluzioni per raggiungere la medesima funzionalità.

Stiamo parlando di un’idea che migliora, o tenta di migliorare, qualcosa che già esiste. La presenza di un’alternativa può ridurre sia la competitività che i possibili profitti.

Si tratta di un prodotto che si realizza con una tecnologia matura largamente disponibile per tutti gli operatori del settore, è quindi facilissima la possibilità di replica.

Un nuovo meccanismo di apertura di un tendaggio può facilmente passare inosservato al grande pubblico che non riesce necessariamente ad intuirne i vantaggi o, addirittura, a sentirne il bisogno.

Un nuovo meccanismo di apertura di un tendaggio può essere oggetto di rinuncia da parte di un potenziale cliente in caso di prezzo più alto rispetto alla soluzione tradizionale, considerata matura, che già lo soddisfa…

Ha risvolti futuri? Uhmmm. La tecnologia per realizzarlo è largamente disponibile o è detenuta da poche aziende? Da moltissimi.

Concludendo…

Arrivati a questo punto credo che i due esempi siano sufficienti per poter catalogare autonomamente verso quale tipo di idea si orientino solitamente la maggior parte dei brevetti che non vengono acquistati e che i detentori degli stessi sono chiamati a realizzare autonomamente se davvero ci credono e se ne hanno effettivamente verificato la fattibilità, l’utilità, la domanda, il ritorno atteso degli investimenti, ecc.. Attenzione però, ciò non significa che la maggior parte dei brevetti non abbiamo valore, significa solo che piazzarli sarà più difficoltoso, richiederà più impegno, offrirà un minore ritorno economico ma, allo stesso tempo, sarà più formativo (almeno per chi possiede la propensione verso l’apprendimento ed intende sviluppare in seguito altre idee).

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può stravolgere il tuo modo di acquisire informazioni.
Image’s copyright: Wikipedia.org

Quando un brevetto non decolla

Rubrica: Sogni il tuo brevetto? | Le domande dei lettori
Titolo o argomento: Brevetti senza ritorno atteso
Risponendo a: Fabio

Fabio scrive (riferendosi all’articolo inerente il brevetto della forcella a parallelogramma De Bei): Non posso che restare ammirato per la passione che ha animato il meraviglioso lavoro di equipe che ha portato alla realizzazione della geniale intuizione del Sig. De Bei. Io sono stato meno fortunato in tal senso il mio brevetto di sospensione a parallelogramma non ha ancora avuto l’attenzione che meriterebbe. Complimenti vivissimi.

Anche la storia del brevetto della sospensione De Bei non ha poi avuto un buon seguito… e questo nonostante all’epoca (tendiamo a pensare) fosse tutto diverso. Oggi non si può più sperare di cedere un brevetto a qualcuno. E’ davvero molto difficile che ciò possa accadere per variegati motivi che sono stati trattati in diversi articoli che si occupano del tema “brevetti” presenti su questo blog (vedi i link correlati in basso). Magari un’idea è ottima nella sua completezza o un ottimo punto di partenza per uno sviluppo di tutto rispetto, ma…

Strategie vincolanti

Oggi purtroppo, o per fortuna, sì brevetta un prodotto solo ed esclusivamente per la tutela legale, più che per la sua concessione/vendita, dopodiché lo si produce autonomamente e lo si fa conoscere al grande pubblico che sarà chiamato a scegliere e a fare valutazioni (con i rischi annessi che comporta dato che, spesso, il grande pubblico non è realmente preparato su un determinato tema ma segue più idee di tendenza; basti pensare a ciò che è successo con il fotovoltaico dove quasi nessuno ha capito i veri motivi per cui dovrebbe essere installato o meno e con quali modalità e tipologie di impianto). E’ per questa ragione che le aziende (anche se non è del tutto detto) hanno qualche possibilità in più di riuscire nell’impresa.
In ogni caso resta sempre il fatto che se brevetti e poi non realizzi e distribuisci ciò che hai brevettato, diverse aziende aspetteranno la scadenza del tuo brevetto per copiarlo senza offrirti un centesimo (a patto che si tratti realmente di un prodotto valido e dotato di potenzialità). Molti non sanno (o non hanno modo di sapere) che tanti grandi nomi, in questi anni, hanno accumulato debiti e perdite talmente grosse che non possono rischiare più e non spendono un solo soldo al di là dei piani già previsti.

Un ostacolo da raggirare

Un tale grande vincolo può portare ad un salvataggio in extremis oppure alla catastrofe totale dell’azienda (la storia insegna che è più facile che si verifichi la seconda evenienza); e mentre questo fenomeno si sparge silenziosamente (per le orecchie del grande pubblico ancora illuso da virali campagne di marketing o nomi storici generanti fissazioni e fanatismo) quasi nessuna azienda ha un solo minuto di tempo per stare a guardare le idee altrui. Se lo fanno non lo fanno nell’ipotesi di comprare ma nell’intento di trovare una via, una soluzione per “avere” senza troppi rischi né ostacoli. Del resto vantano appositi uffici preparati sul tema e pool di legali, specializzati nel trovare falle e cavilli, che un singolo generalmente non si può permettere.

Valutazioni sulla fattibilità, scommesse sul sicuro

Solo chi scommette sul “sicuro” porta a casa un bottino e solitamente lo fa conoscendo in anticipo informazioni che non sono ancora di dominio pubblico. Le storie fortunate basate sull’azzardo sono assai poche. Chi fa “la conoscenza” con un brevetto proposto da un amante della tecnica, dovrà investire tempo e risorse anche solo per capire come sia realmente l’oggetto in questione, i suoi punti di forza, le sue pecche, la sua semplicità di realizzazione, la funzionalità, l’utilità e il vantaggio che può offrire, chi è realmente disposto a farne uso, quanto pagherebbe per usufruirne e così via. Successivamente dovrà investire ulteriori risorse per cercare di svilupparlo e portarlo al livello corretto in cui può funzionare e “potrebbe” raggiungere una determinata fascia di pubblico (non è facile soddisfare tutti e la stragrande maggioranza delle aziende non si illude di farlo scegliendo giustamente un target preciso).
Così il più delle volte, in riunione, il pensiero che prende il sopravvento è legato all’enorme spesa da affrontare anche solo per capire il brevetto; quello successivo invece può, in linea di massima, essere così espresso: “Avevamo altri piani, continuiamo ad investire su quelli già in fase di sviluppo!”. Questo comportamento, tra i più contraddittori ed al centro di numerose critiche da parte di chi ama l’imprenditoria, è quello che va per la maggiore in quanto capace di conferire una sensazione di sicurezza e coscienza pulita anche quando le situazioni iniziano a barcollare.
Del resto è un comportamento spesso errato ma naturale, un po’ come quando l’automobilista medio si “attacca ai freni” durante una manovra di emergenza per la quale l’uso dei freni è sconsigliato al fine di recuperare la stabilità del mezzo… è più forte dei più, tenendo giù il pedale del freno si sentono più sicuri anche se ormai stanno per collidere con un ostacolo. Solo una lezione con un bravo istruttore toglie questo vizio. Non ci sono però istruttori in ambito tecnologico, ognuno con il proprio livello di esperienza arriva dove la mente lo proietta e, se si fa troppo da soli si rischia di non avere sufficienti risorse, se ci si affida troppo agli altri riparte il meccanismo dell’azzardo (e della fiducia… gli opportunisti sono sempre dietro, talvolta affacciati dall’angolo).

La visione distorta del pubblico

Purtroppo la pubblicità offre spesso al pubblico altre visioni di un marchio o di un prodotto e conferisce l’immagine di ciò che si vuol sembrare, o che si vorrebbe essere, piuttosto che di quello che si è. Del resto la pubblicità serve proprio a questo, catturarti facendoti credere che…
Così tante persone creative hanno pensato/sperato che il loro lavoro potesse essere apprezzato in certe realtà, ma troppo pochi ancora comprendono che devono far da soli tutto, dal progetto, allo sviluppo dell’idea, al brevetto, alla realizzazione dello stesso, allo studio e la messa in pratica del metodo di ingresso sul mercato e di distribuzione. Oggi le idee sono necessarie ma non sufficienti, oggi è imperativa la strategia, il contorno, tutto ciò che ruota attorno ad un’idea. Avere solo l’idea, ripeto, purtroppo o per fortuna, è riduttivo per il periodo storico che stiamo attraversando e, forse, lo è stato sempre. Personalmente credo che:

«Chi ha una bella idea è un talento, chi trova il modo di realizzarla è un genio.»

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I brevetti con più chance di successo

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Nell’immagine un giornale elettronico che sfrutta la tecnologia E-Ink. Spesso non ci si
pensa (o non lo si crede) ma più è semplice un’idea e più è facile che riscuota successo.
Paradossalmente, poi, le idee più semplici le possiamo realizzare persino da soli se
siamo preparati a fondo su un particolare tema.
Nel prossimo articolo “I brevetti con più chance di successo” analizzeremo come e
perché delle semplici microsfere caricate elettricamente raggiungano un successo
globale mentre un complesso sistema di leveraggi, per quanto utile, rischia di restare
per sempre solo un disegno nel cassetto.
Image’s copyright: www.callways.fr

Ordinari esempi di straordinaria incompetenza – Parte quarta

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: I comporamenti da evitare per valorizzare il tuo lavoro
La tua moto non esiste

In seguito agli enormi disagi che si vivono sulle strade italiane per mancanza di manutenzione del manto, per le enormi buche ed i dissesti presenti praticamente ovunque, sono stato costretto a prendere una moto usata da enduro perché con quella da corsa non vi è praticamente modo di spostarsi (quella da corsa ora è utilizzabile solo in pista e, forse forse, proprio un male non è…). Così ho scelto una moto in vendita ad un prezzo conveniente per via dei difetti evidenti che accusava. Difetti che conosco bene e che a me costa pochissimo risolvere, sicuramente con qualche bega ma a fronte di un risparmio molto elevato. Pertanto, dato che tra i vari problemi tecnici la moto aveva gli steli della forcella butterati di intacchi che avevano sviluppato eccessi di ruggine (sufficienti per danneggiare i paraoli di tenuta e far fuoriuscire pericolosamente l’olio sul pneumatico ed il disco freno), penso: “Quale occasione migliore per contattare una delle aziende più rinomate in Italia nel settore sospensioni, mi farebbe proprio piacere conoscerli!”. Non l’avessi mai fatto…
Effettuo una prima telefonata e spiego la mia necessità di ordinare degli steli (se li comprassi dal ricambista della concessionaria del marchio costerebbero ben 700,00 Euro mentre ordinati “aftermarket” dalla medesima casa che li produce per il dato marchio, quindi esattamente gli stessi, costano 200,00 Euro circa -abissi del commercio-). Il ragazzo del commerciale, che non era preparato tecnicamente, mi assicura che mi farà richiamare da un tecnico. Passano giorni ma… niente. Richiamo, mi risponde un altro responsabile del commerciale che mi dice che non possono vendermi gli steli ma devo rivolgermi ad un loro rivenditore. Per me va bene lo stesso, così chiedo di indicarmi quali sono i loro rivenditori nella mia zona. A lista ottenuta inizio il giro di telefonate, nessuno (e dico nessuno) dei rivenditori segnalati vuole vendermi gli steli presenti nei cataloghi di questa nota azienda italiana che si occupa di sospensioni. La cosa mi stranisce, non ne capisco il motivo… ma presto capirò.
Così chiedo ad un rivenditore se, per una volta, può farmi una cortesia. Questo signore molto gentile decide di accontentarmi e mi chiede però di risalire al codice prodotto perchè lui non ne vuol sapere di fare un solo passo in più dell’ordine. Richiamo questo fornitore di sospensioni e chiedo il codice prodotto. Non me lo sanno dare, sembra quasi che non sappiano di cosa parlano, ma il colmo dei colmi arriva quando affermano che la mia moto “non esiste”. Dico io: “Come non esiste? Ce l’ho qui davanti, ti giuro, si chiama così, guarda vedo un attimo il libretto… sì sì, si chiama così!” Niente da fare, non ci sono ragioni, insistono a dire che mi sto sbagliando e che la moto non esiste. Sono forse matti? Insomma senza un codice prodotto e con dei referenti che credono che la mia moto non esista, non posso fare l’ordine.
Provo a rivolgermi ad un altro rivenditore spiegando l’accaduto, anche lui molto gentile prova a trovare una soluzione e mi dice che se smonto gli steli lui li spedirà a questo noto fornitore di sospensioni che a sua volta li spedirà presso l’azienda che li produce nel nord Europa. Sostiene che in questo modo li troveranno sicuramente ma c’è da attendere oltre due mesi ed in più c’è un grosso rischio che vadano persi. ???.
Ovviamente non se ne parla dato che sono già passati 4 mesi (sì 4 mesi, assurdo) da quando è iniziato il calvario per ordinare questi benedetti steli da questi “rinomati”. Decido a tal punto di disturbare una delle mie fonti esperta sul tema e scopro chi produce questi steli sia per il marchio della mia moto sia per i kit aftermarket. Contatto direttamente il loro partner per l’Italia il quale risale al codice prodotto nel giro di 1 minuto semplicemente con una mia descrizione telefonica (e facendo notare che i tappi superiori hanno un fermo a coppiglia e non a vite). Nel giro di tre giorni, gli adorati steli sono in laboratorio da me in un imballo fantastico superimbottito a prova d’urto. Ma non solo, avendo saltato l’altro distributore per l’Italia (quello rinomato) li ho pagati ancora meno e nessuno ha mai sostenuto di non potermeli vendere. E’ evidente che qualcosa non torna.

Consiglio: Siamo nell’assurdo, un campo nel quale non mi sento di dire nulla. Avete già compreso tutto da soli. Certo è che quando si gestisce un’azienda in questo modo, non si possono dar colpe alla crisi se nessuno ti cerca più.

Quel preventivo che puzza di… furbizia

Questa volta non dirò in che nazione si trova l’azienda che ho contattato; questo perchè mi rendo conto di quale influenza possano avere molti dei miei articoli sui lettori e non vorrei pertanto essere frainteso in modo da scongiurare la possibilità che si tenda a fare di tutta l’erba un fascio. Posso solo dire che ho molti altri rapporti con altre aziende della medesima nazione e problemi come quello che vado a raccontarvi non ne ho mai avuti.
Ho chiesto il preventivo per una serie di profili metallici ed in composito utili per una piccola costruzione meccanica. Tempestivamente nel giro di 24-48h mi arriva un pdf allegato in una email contenente la lista di parti richieste e l’importo totale. Il prezzo è fuori da ogni ragione, circa 3000,00 Euro. Conosco il valore delle parti richieste così, abbastanza stranito dalla cosa, ricontatto l’azienda dicendo che non ho mai ricevuto un preventivo con il solo importo totale e che desidero mi venga elencato il prezzo al metro e totale di ogni profilo nonché di tutte le parti di giunzione meccaniche. Passa qualche altro giorno, arriva un nuovo pdf e, miracolo dei miracoli, il totale dell’intero materiale richiesto era sceso a 900,00 Euro (Euro più, Euro meno). Ma che furbacchioni.

Consiglio: Se vi ritenete onesti non prendete mai un vostro cliente per scemo, anche se questo sembra un bonaccione, anche se sembra tante altre cose. In ogni caso, non fatelo. Se il cliente si accorge di una vostra furbata avete chiuso sia con lui sia con molti altri, specie nell’era di Internet dove una notizia può fare il giro del mondo in pochi secondi.

Non portatelo fuori dagli schemi

Ho contattato un’azienda statunitense per ordinare della parti per una mia macchina a controllo numerico. L’azienda mi fa notare che non spedisce in Italia (ma questo lo sapevo già) così avanzo subito la mia proposta di mandargli il mio corriere personale per il ritiro e questo penserà autonomamente all’iva, allo sdoganamento, ai dazi doganali e, ovviamente, all’intera spedizione. In sostanza ho semplificato all’ennesima potenza il lavoro per questi fornitori ai quali ho chiesto semplicemente due cose: scrivere sull’esterno dell’imballo il contenuto e consegnare la fattura allo spedizioniere anziché inserirla nel pacco. Per questo due banalità sono andati tutti in tilt, hanno iniziato a dirmi che questo è fuori dalla procedura, che era troppo complicato, che queste cose non le fanno… Quando poi ho chiesto loro cosa ci fosse di difficile, hanno preferito chiudere il discorso dicendo che forse i loro prodotti non fanno al caso mio. Ammazza come sono vincolati!! Da quando ho rapporti con buona parte del mondo sto coltivando una nuova stima per l’Italia. Nonostante i nostri problemi endemici e radicati, a mio avviso, siamo comunque i più forti sotto molti punti di vista tra cui la creatività, la flessibilità e la capacità di far fronte ai problemi di più svariata natura.

Consiglio: C’è poco da consigliare, non credo ci sia un solo italiano che rinuncerebbe ad una vendita perchè la procedura esce dagli schemi (soprattutto per dei dettagli così banali).

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Stelo forcella moto enduro smontato in ogni sua parte

Steli come quello in figura non esistono, la moto che li monta nemmeno… 🙂

Quando si ostenta la leadership – Parte seconda: consigli per essere un buon leader

Rubrica: Così è la vita
Titolo o argomento: Ostentare la leadership o guadagnarsela?
Questo articolo segue da:
Quando si ostenta la leadership – Parte I: vi racconto una storia

Quindi se volete essere dei buoni leader, e con buoni non si intende permissivi e assecondanti ma di valore, potreste tenere presente gli spunti che seguono.

Coinvolgete

Se volete tenere un gruppo unito solidamente, lasciate che le vostre idee siano spunto di discussione, argomentazione, dubbi, chiarimenti, approfondimenti e quant’altro. Non osservate simili comportamenti come un pericolo ma come un’occasione per sapere a cosa punta il gruppo, quali aspettative ha, dove vorrebbe arrivare ed in che modo. Certo la coperta è corta, copri qualcosa e si scopre qualcos’altro, è comprensibile, ma il coinvolgimento tiene un gruppo più compatto, attivo e interessato. Rende tutti più partecipi e aumenta la voglia di fare e la produttività perchè tutti si sentono utili e sentono di contare qualcosa e di esser parte integrale di un meccanismo che porterà un vantaggio, un’utilità, un risultato sperato.

Ascoltate

Chi è intorno a voi sta comunicando con voi anche se non parla. Quando siete davanti ad una lavagna luminosa, un proiettore, una cattedra, chi si trova davanti a voi vi parla anche in silenzio, basterebbe ascoltare. Potreste avere qualcuno che si distrae, qualcuno che sbadiglia, qualcuno che è intento a fare altro, qualcuno perso con lo sguardo nel vuoto. Tutti segni che voi, leader o presunti tali, state parlando, parlando, parlando… ma non state ascoltando chi avete davanti. Queste persone nel vostro gruppo diventano poi inutili o scarsamente produttive e voi stessi diventate inutili per loro. Andrebbe invece compreso che in lavoro/gioco di squadra ogni singolo elemento è essenziale e andrebbe sfruttato al massimo per trarne il meglio.

Fate partecipare

Durante l’esposizione delle direttive che mandano avanti un progetto o delle vostre idee, mettetevi in discussione da soli. Chiamate alla cattedra anche i vostri interlocutori, fategli esprimere le loro idee ed i loro punti di vista, le loro ansie, le loro perplessità, i loro dubbi. Insomma date modo agli altri di sentirsi partecipi e di sentire che ciò che vogliono comunicare conta. Se hanno timore, siate dei “buoni leader” e portateli senza che nemmeno se ne rendano conto ad esprimersi rafforzando in loro la coscenza che sono utili tanto chi li guida, conferendo così sicurezza e tranquillità generale.

Confrontatevi

Proponete pure la vostra idea come idea prevalente (ovviamente se siete gli autori di un’idea e se siete voi a pagare un progetto, se siete voi i proprietari dell’impresa e se siete voi a rischiare… non vi è nulla di male) ma entrate nell’ottica che non ha molto senso portare fino in fondo, e ad ogni costo, un’idea solo perchè si è i leader. Se qualcosa può essere migliorato ben venga. Se poi si è consci che un’idea proposta dal gruppo può esser valida ma la si ignora per rivendicare la propria autostima ed il proprio predominio, beh allora la strada per diventare dei leader validi è ancora lunga.

Non scaricate le vostre responsabilità sugli altri (specie sugli assenti)

Non fatevi forza chiamando in causa terzi che sono ignari delle vostre intenzioni ma fondatevi su vostre ragioni personali, solide, provate quasi al punto da essere incontrovertibili (ovvero ne dovete essere proprio certi) e poi apritevi all’idea che ciò non combaci con le altrui idee, impressioni, punti di vista. Apritevi quindi al dialogo ed al pensiero che, forse, anche se vi sentite dalla parte del giusto, potreste non stare agendo esattamente nel modo più giusto.

Riconoscete i ruoli

Ci sono persone che sono naturalmente portate per la leadership, altre che sono dotate di un innato talento nei rapporti umani e riescono a rappresentare egregiamente le sensazioni di un gruppo, di una collettività, di una massa o semplicemente di un’azienda. Altre ancora sono abili nelle questioni tecniche e non sono interessate alla gestione. Ci sono poi le persone con notevoli doti organizzative, altre che sono abili nel portare a compimento un incarico e finalizzano, altre ancora che hanno metodo nel risolvere i problemi o nell’affrontare difficoltà. Ognuno a modo suo è portato per qualcosa e sa fare o imparare a fare qualcosa meglio di atre cose e meglio di altre persone. E’ inutile che tenete in disparte una persona di cui avete riconosciuto le competenze, servirà solo a creare un nuovo concorrente, una nuova difficoltà per voi. Tenetele strette a voi le persone che dispongono di una qualche capacità. Fatelo però in modo sincero apprezzando chi avete davanti e non cercando solamente la sua utilità altrimenti costui/costei se ne accorgerà e migrerà prima o poi dove può sentirsi apprezzato/a.

Date un valore ai ruoli

Per fare un esempio, molti non si rendono conto di quanto sia importante la comptenza di una persona anche in ruoli considerati minori: saper fare una telefonata, sapere intrattenere un cliente, saper dare un appuntamento, saper fare l’imballo di un prodotto che verrà spedito all’estero e che potrebbe alterare i rapporti con un’azienda se il suo contenuto arrivasse danneggiato, sapere il materiale che occorre per fare un determinato lavoro, saper tenere un magazzino efficiente, saper effettuare una lavorazione su una materia prima, ecc. ha senza dubbio un’importanza analoga alla realtà che rappresentate (nella serie di articoli “Ordinari esempi di straordinaria incompetenza” credo di aver ben illustrato che aziende considerate “leader di un settore” possono tranquillamente essere mal gestite/organizzate senza nemmeno accorgersene. Questo per dire che ci sono ruoli spesso sottovalutati che, se fatti a dovere, hanno la stessa importanza del marchio che rappresentano. Certo non è quello che prepara un imballo che rischia i propri capitali nell’impresa e non può trarne gli stessi vantaggi di colui che ha dato vita ad una realtà mettendoci tutto sé stesso. Naturale. Però riconoscere l’importanza dei ruoli minori e avvalorarli debitamente rende migliore l’intera impresa e l’aria che tirerà sarà sicuramente più salubre (con tutte le conseguenze positive che questo comporta).

Ostentare la leadership o guadagnarsela?

Diciamoci la verità, non di rado si fantastica sul fascino di poter essere leader. Il problema è però che non ci possiamo autoproclamare leader. E’ chi ci sta intorno a sceglierci come tale perchè riconosce le nostre capacità, le nostre competenze e, fattore primario nella stragrande maggioranza dei casi, il nostro carisma. Essere leader non è così bello come si pensa, o meglio, essere un vero leader non è così bello come si pensa. Perchè? Perchè richiede un impegno superiore ai propri collaboratori ed al gruppo in generale, richiede responsabilità superiori, richiede la necessità di operare scelte e farsi carico delle conseguenze, comporta una dose di stress extra che alla lunga può ledere la qualità della propria vita, richiede severità e disciplina, la consapevolezza che si sta dando l’esempio (buono o meno che sia) e la consapevolezza che se anche una sola volta vi mostrerete dei giullari nessuno più vi seguirà o, nel peggiore dei casi, vi rispetterà. Come in ogni cosa, ci sono i vantaggi e ci sono gli svantaggi che alla lunga possono pesare. E’ per questo che un vero leader sa anche quando è il momento di “abdicare” e lasciare il posto a qualcuno più fresco, più evoluto, in grado di aggiornare o, se necessario, rivoluzionare i precedenti metodi. Essere troppo attaccati alla posizione di leader potrebbe nascondere degli interessi particolari, sostituire un leader con una figura diversa che fa riferimento sempre allo stesso, anche.

Conclusioni

In seguito alla vicenda menzionata nel primo articolo ho poi scoperto essere stato un bene il mio allontanamento dal progetto. La vicenda ha innescato una serie di conseguenze positive per me che, inizialmente, preso dal dissenso, non avevo colto. Ci sarà occasione di raccontarle in seguito con un articolo che spero si riveli per il lettore stimolante e con quel pizzico di provocazione qua è là che rende più arzilli e reattivi alle sollecitazioni.

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Si diventa un vero leader quando chi interagisce con te ti riconosce come tale.
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Quando si ostenta la leadership – Parte prima: vi racconto una storia

Rubrica: Così è la vita
Titolo o argomento: Ostentare la leadership o guadagnarsela?
Una ghiotta occasione

A cavallo tra il 2013 ed il 2014 ho vissuto all’Università un’esperienza poco appagante ma molto formativa. Si è costituito un gruppo di studenti per la realizzazione di un prototipo da iscrivere alla Formula Student, ovvero la competizione riservata agli universitari che desiderano cimentarsi nella costruzione di una piccola auto da corsa snella, essenziale ed allo stesso tempo interessante. Circa 48 ragazzi hanno fornito la loro adesione nella speranza di vivere, più o meno approfonditamente, un’esperienza di tipo corsaiolo. Io sono stato uno degli ultimi ad entrare e, davanti a tutti, mi sono presentato al capogruppo portando all’attenzione le mie esperienze attive nel mondo delle corse, i progetti che sto realizzando autonomamente, il mio laboratorio attrezzato, la possibilità per me di interagire con centinaia di aziende in Italia e all’estero, i numerosi tecnici impegnati in vari livelli del motorsport con i quali ho uno scambio di qualità ormai da anni (dalle scuderie minori ai top team di F1, MotoGP, Superbike, LeMans Series, Prototipi, ecc.).

Questioni di integrazione

Personalmente pensavo che con un nutrito curriculum vitae nel motorsport mi sarei integrato bene nel gruppo e avremmo fatto un bel lavoro di squadra. Ma probabilmente è stata una delle poche volte in cui, ormai da adulto, mi sono illuso. Ovviamente con “nutrito curriculum vitae” non intendo un curriculum completo, perfetto, senza macchia che mi dia una qualche autorità e/o superiorità nei confronti dei miei colleghi di studi, anzi… mi mancano ancora molte esperienze, le più importanti, e se non avessi “sempre” da imparare non mi sarei proposto per entrare a far parte di un gruppo che intende realizzare un piccolo formulino ricco di contenuti e concetti tecnici che vanno studiati e ristudiati, ripassati e rivisti fino a cercare l’equilibrio migliore alla portata di uno studente universitario. Insomma la mia idea non è mai stata quella di entrare e mettermi sul pulpito o imporre le mie idee, ma quella di entrare ed ascoltare, imparare, contribuire ove possibile e rendermi utile, questo sì.

Un sistema isolato

Un buon proposito se non fosse che il leader ha mostrato subito dei limiti non trascurabili nell’esercizio delle sue funzioni. Egli infatti non coinvolgeva il gruppo, non lo acoltava, non lo faceva partecipare. Rendeva conto, in parte, solo ai leader delle varie divisioni tecniche (motore, telaio, elettronica, trasmissione, aerodinamica, ecc.) una delle quali, il motore, sempre sotto la sua gestione. Certo è che in un progetto nell’ambito universitario e finanziato dall’Università stessa (con le difficoltà che attraversa per trovare fondi, specie nell’Italia degli ultimi anni, per sostenere le idee, i progetti e le ricerche di studenti e professori) il concetto di leader non dovrebbe esistere, si dovrebbe altresì parlare di “responsabile” ovvero di colui che fa un’analisi della situazione e ne riporta gli esiti ai professori incaricati di seguire il progetto. Detto ciò posso certamente comprendere che 48 persone non la penseranno allo stesso modo e non si potrà metter facilmente d’accordo tutti, è naturale, ma la tendenza a non ascoltare nessuno appare alla mia ragione un po’ eccessiva.

Ascoltando il gruppo

Dopo un paio di settimane all’interno del gruppo inizio ad essere più integrato con diversi ragazzi e ragazze, hanno luogo discorsi più approfonditi, vengono fuori dei malumori, delle discordanze. In effetti inizio a rendermi conto che nonostante il mio curriculum vitae e nonostante io sia interessato sia al gruppo del motore che del telaio, entrambi i leader dei suddetti gruppi non cercano mai un dialogo con me per un confronto, uno scambio di idee, un semplice “Che ne pensi?”, “Tu come faresti?”, “Sai abbiamo il tal problema!”. Nulla di tutto questo, ma non solo. Non cercano il dialogo con nessun altro. Ogni tanto arriva un ragazzo del gruppo dei motori, mi fa delle domande, ascolta le risposte e la cosa finisce lì. Mi vogliono nel gruppo dei motori ma non mi invitano mai agli appuntamenti in officina, quasi come se temessero che la mia presenza possa portar via loro qualcosa. La leadership? L’illusione che una scelta tecnica errata possa comunque funzionare? Il gusto di smanettare finalmente con qualche motore da soli e in pace senza nessuno intorno? Non lo so ma sarebbe interessante capire.

La burrasca

Passano le settimane ed un crescente malcontento generale sfocia in una discussione durante una riunione alla quale non ero presente. La leader del gruppo di economi, per tentare di vincere un suo conflitto personale da tempo acceso con gli altri leader,  si sente in dovere di fare il mio nome per sostenere con forza la sua tesi su come le scelte condotte dai vari leader stiano procedendo senza render conto al gruppo il quale ovviamente non ne va fiero. Il mio nome salta fuori per il semplice motivo che io avevo ascoltato ciò che i membri dei vari gruppi esternavano con i loro sfoghi, così quando ho sentito che anche la leader del gruppo di economi sosteneva le medesime teorie l’ho semplicemente informata che, anche se nessuno si faceva avanti, erano diversi a pensarla allo stesso modo. Nonostante le tesi condivisibili, ho ritenuto insana la scelta di fare il mio nome. Si tratta infatti di persone che se hanno qualche problema sono grandi abbastanza per poter sostenere autonomamente il loro dissenso. Questa ragazza ha fatto perno sul mio nome come se ciò rappresentasse il nome di tutti gli altri mentre io non mi sono mai permesso di fare il nome di altri conscio del rischio di metterli in imbarazzo e del fatto che in fondo hanno scelto di non esprimere alcunché.

Un persistente sistema isolato

I ragazzi scontenti che hanno invece preferito farsi avanti senza timori, sono stati solo una minima parte. Il risultato finale è che io non sono stato più invitato a partecipare, ma non solo, nessuno dei leader ha fatto una sola mossa per informarmi dell’accaduto, ho dovuto saperlo tramite amici e, il leader della divisione motori, che è anche il leader dell’intero progetto, non ha nemmeno fatto una telefonata per sentire la mia versione, una mia opinione o qualunque altra cosa io avessi da dire. Insomma ha continuato a mantenere lo stesso atteggiamento: non coinvolge, non ascolta, non fa partecipare.

Cambiamenti statici

Per tentare di porre rimedio alla situazione, mi raccontano, ha avuto luogo una votazione dove si è scelto un nuovo capogruppo del progetto. Si tratta di una ragazza già leader della divisione telaio che, mi dicono i ragazzi del gruppo, è la ragazza del precedente capo. Quindi in sostanza non è cambiato nulla. Inoltre, sempre a detta dei ragazzi del gruppo, i due capi hanno orientato sempre più il progetto verso le proprie tesi di laurea. Cosa assolutamente normale e per la quale non ci sarebbe nulla di male se tale opportunità fosse a disposizione di tutti i membri del gruppo che nutrono questa ambizione. In tutte le Università che hanno preso parte alla Formula SAE ci sono stati studenti che hanno avuto il piacere di realizzare una splendida Tesi di Laurea sui temi affrontati nella progettazione del veicolo, molti di questi li ho anche conosciuti personalmente in giro per l’Italia e non mi risulta che abbiano mai deciso chi potesse e chi non potesse far parte di un progetto finanziato con il denaro dell’Università (non con il loro). Inoltre quando hanno realizzato le loro tesi su una parte del progetto hanno permesso tranquillamente che altri colleghi studenti potessero fare altrettanto su altre parti del progetto stesso.

Domande senza risposta

Così mi chiedo come mai sono stato allontanato. Proprio io che non davo fastidio, non contestavo le scelte anche se dicevo chiaramente quali non condividevo, non pretendevo che venissero operati dei cambiamenti, semplicemente cercavo di ascoltare, partecipare ed imparare e potevo essere utile facendo forza sulle esperienze che ho maturato per anni nel settore. «Quante altre volte capita di trovare qualcuno che può mettere a disposizione tutto quello che potevo offrire a partire dai contenuti, fino alle attrezzature, passando per le aziende, i professionisti e quant’altro del settore?»

L’esempio viene dalla società?

Ora ciò che desidero portare all’attenzione è in realtà ben altro, molti lettori avranno già notato l’assonanza che questa vicenda ha con i problemi sociali e di gestione del paese che sussistono da una vita. Leader che non coinvolgono, non ascoltano, non fanno partecipare, cambi di leadership dove tutto rimane come prima, l’uso di risorse che dovevano essere indirizzate ad una collettività orientate invece verso interessi personali, esclusione di chi ha buoni propositi, persone che vedono cose che non vanno e tacciono la verità, e via dicendo. Quindi la reale domanda è: “E’ la società che ci sta dando questo esempio e ci fa sentire in diritto di poterla imitare, oppure la società è ricca di questi accadimenti perchè vengono coltivati fin dalle esperienze scolastiche e universitarie?”

Continua…

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In gruppo è più bello

In gruppo si vivono esperienze più belle, si coltivano nuove amicizie, si sommano le potenzialità di più
menti, si diventa più produttivi, si imparano nuove cose, si socializza, si osservano le cose attraverso
diversi punti di vista… In gruppo si sta meglio sotto ogni aspetto. Chi lo comprende e lo sa mettere
in pratica ha una marcia in più… ed ottiene risultati prestigiosi.
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Ordinari esempi di straordinaria incompetenza – Parte terza

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: I comporamenti da evitare per valorizzare il tuo lavoro

Provare per capire

Ho ordinato un kit di prodotti tutti presso un’unica ditta al fine di realizzare una struttura temporanea in metallo (un po’ come se dovessi allestire uno stand fieristico e poi portare tutto via). Perchè specifico “presso un’unica ditta”? Perchè è per me incredibile che dal momento dell’ordine al ricevimento definitivo della merce sono passati oltre 2 mesi in cui sono stati effettuati ben 3 invii di merce… sbagliata. Qualcosa di estenuante secondo solo all’attesa fuori dai bagni chimici al concerto sovrappopolato al quale sei andato per far contenta una cara amica. Immaginerete che se un’azienda produce dei semplici tubolari di ferro zincato e altrettanto semplici staffe per fissarli assieme, ebbene questi avranno misure compatibili, o no? No, non è detto. Dopo due mesi incredibili la soluzione è arrivata da mio padre che ha realizzato degli spessori su misura per rendere compatibili misure non compatibili e chiudere la questione. Quando per curiosità ho contattato la casa produttrice dei tubolari e degli attacchi (nonché fornitrice della ditta alla quale mi sono rivolto) ho scoperto che a loro erano stati ordinati solo i profili tubolari e le staffe dovevano pertanto esser state acquistate altrove… il fornitore non aveva fatto arrivare i prodotti che chiedevo ma aveva più volte tentato di prendere pezzi (per lui uguali) da aziende produttrici diverse al fine di massimizzare il profitto. Peccato però che tali aziende utilizzano misure differenti per i loro tubolari e nessuno ha avuto cura di verificarle.

Consiglio: Quando vendi i prodotti di un marchio provali di tanto in tanto… Se ad esempio vendi pezzi per fare delle piccole strutture costruiscine almeno una per sbaglio, ti sarà più facile capire cosa un povero cliente ti sta chiedendo evitandogli un’Odissea di cui farà volentieri a meno.

Il gigante goffo

Ho chiesto ad una grande azienda, rinomata nel settore dell’elettronica, una particolare centralina per un mio progetto. Premesso che l’azienda ha avuto sin da subito un atteggiamento cordiale e di piena disponibilità nel procedere alla realizzazione del mio prodotto, i problemi si sono manifestati successivamente a seguito di un’insostenibile attesa. Aldilà della buona impressione iniziale che faceva ben sperare, la lentezza e la comunicazione intervallata da lunghe ed estenuanti pause piene di interrogativi, si sono rivelate le reali caratteristiche del gigante goffo. La richiesta l’ho effettuata a primavera dello scorso anno. Ad oggi, dopo numerosi errori, ritardi, specifiche non rispettate e chi più ne ha più ne metta, ho la centralina ma non tutto quello che occorre a corredo per farla funzionare in modo completo.

Consiglio: Se state per terminare gli studi e avete timore che sia impossibile realizzare i vostri progetti, specie considerando i giganti che già sono presenti sul mercato, beh non abbiate timore perchè i giganti sono pesanti, goffi ed hanno il fiatone. Voi potete orbitargli intorno a velocità inimmaginabili per loro. Se avete un buon progetto e siete bravi a studiare ed ingegnarvi, realizzatelo, non ci sono scuse.

Quel che è passato… è passato

Contatto un fornitore all’estero per avere un preventivo su alcuni prodotti, attualmente piuttosto rari, per i quali è assai difficile trovare un concorrente o sostituto (perlomeno di qualità ed esperienza analoga). Fin qui, diciamo, tutto normale se non fosse per un curioso comportamento del ragazzo che si occupa di rispondere alle email. Quando costui riceve una email qualche giorno prima delle ferie estive o invernali, una volta tornato a lavoro non la va a ricercare ma considera automaticamente cestinato tutto ciò che gli è giunto prima dell’atteso riposo. Questo significa che se maleaguratamente capita di contattarlo poco prima delle sue ferie, si resta in attesa di una risposta per settimane e, quando si scopre che nel suo paese si va in ferie in momenti differenti dell’anno rispetto ai nostri, e ci si fa una ragione attendendo una sua risposta al rientro, non si farà altro che un buco nell’acqua. Ma non solo! Questo curioso tale si ripete in una performance analoga anche se lo si contatta nel fine settimana. Se per qualunque motivo lui non vede la vostra email inviata di venerdi o di sabato mattina, statene certi, non vi risponderà né il lunedi successivo, né mai. Perchè accada questo per me rimane un mistero, io l’ho semplicemente inserito nella lista dei “rimbambiti” anche se è giovane pressappoco come me.

Consiglio: Non fate mai attendere qualcuno che conta su di voi se ci tenete che il vostro lavoro abbia un futuro.

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