Così ti distruggono la Patria: introduzione

Rubrica: Conflitti attraverso i mercati
Titolo o argomento: Ne verifichi gli effetti ma non puoi dimostrarne le cause

Se dovessimo riassumere, in chiave semplificata, alcuni dei principali fenomeni, tra loro interconnessi, attraverso i quali è possibile danneggiare una nazione ed usurparne le ricchezze, potremmo ipotizzare la seguente scaletta così ordinata (e meglio esposta negli articoli successivi di questa rubrica). Si attacca la serietà, l’immagine di una nazione, colpendo particolari figure rappresentative o, persino, gli stessi cittadini. Si procede con il sistema economico e, un passo dopo, con quello socioeconomico danneggiando quindi ciò che fa funzionare la nazione quotidianamente, i suoi cinematismi, i suo ingranaggi. Si attacca poi il combustibile che alimenta il sistema sociale, il lavoro, facendo in modo che il motore della nazione inizi a singhiozzare, sobbalzare, stentare, a funzionare in modo irregolare con qualche scoppietto e fumata di troppo. Si rende gradualmente il sistema società incapace di porre rimedio ai problemi di cui è afflitto attaccando l’istruzione e facendo sì che ogni generazione sia sempre più inerme, sempre più gestibile, sempre più fragile. Si attacca inoltre il credo popolare della società, si instaurano convinzioni, timori, depressioni che portano i cittadini a vagare senza metà, sprecando risorse e perdendo al contempo la fiducia e la capacità di credere di poter essere in grado di cambiare le cose. Aumenta il menefreghismo e l’individualismo, ognuno ormai pensa esclusivamente a sé e, solo rare volte, davanti a fatti critici (vedi ad es. le guerre), mostra i propri sentimenti (anche se la velocità della società moderna permette di “dimenticare” tutto in pochi giorni, azzerando di fatto l’utilità dei sentimenti. Se poi le guerre non si combattono più con i vecchi metodi ma sui mercati, ecco che ad un bene si antepone subito un nuovo male, un mostro che stiamo imparando a conoscere quotidianamente, dopo che questo ha già apportato i suoi cambiamenti e già ottenuto i risultati prefissati. Si effettuano poi attacchi complementari a condizioni quali la salute, la libertà e la sicurezza, al fine di togliere ogni residua motivazione in chi aveva le capacità per resistere ad un vero e proprio cataclisma, privo di intemperie, che porta via ricchezza da un paese e la sposta in un altro dove potranno nuovamente affermare che vi è crescita. Sì, una crescita fittizia a danno altrui. Una crescita che non ci sarebbe stasta se i giocatori non avessero modificato le “regole” durante il gioco, di fatto barando.

Continua…

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Moderne sale conferenza possono ospitare il campo di battaglia delle guerre 2.0,
guerre che oggi si combattono attraverso i mercati, attraverso regolamentazioni
o deregolamentazioni sancite opportunamente per raggiungere un fine
generalmente di carattere macroeconomico.
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Ti diranno di condividere: Conclusioni

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: Condividere? Giustissimo, ma bisogna saperlo fare e tutelarsi
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Conclusioni

La condivisione è utile, fondamentale, sostanziale se si desidera fare dei passi produttivi in un periodo storico come quello contemporaneo. Ma la condivisione e la partecipazione non andrebbero fatte con chi, ascoltandoti anche solo pochi minuti, da oggi stesso potrà realizzare la tua idea facendo a meno di te, modificando il giorno stesso linee di produzione, progetti già in cantiere e piani di impresa discussi costantemente dalle equipe proprie o da quelle di aziende partner tenute costantemente informate sulle novità.
Allo stesso modo la condivisione, la partecipazione e qualunque marchingegno n.0 (enne punto zero) che verrà, non andrebbero attuati con chi crea le condizioni per un suo successo in caso di esito positivo e di un tuo fallimento in caso di esito negativo. Se si rischia, si rischia insieme, si rischia alla pari e si divide equamente. E se non si rischia alla pari, perchè le condizioni sono differenti, chi più rischia più deve trarre beneficio e non il contrario. Non vedo altre vie anche perchè, dietro la trasparenza dell’onestà, è assai improbabile che possa nascondersi qualcos’altro. La condivisione è utile a realizzare un tuo progetto se la metti in atto con persone che hanno bisogno di te tanto quanto tu hai bisogno di loro (colleghi di studio in gamba, colleghi di lavoro fidati, conoscenti seri e affidabili che finanziano in piccolo le tue idee*, professionisti di spessore etico e formativo).

*In piccolo sì. Se hai bisogno di grossi budget per realizzare la tua idea è molto probabile che questa sia da rivedere. Le idee migliori sono quelle più semplici, si realizzano facilmente, costano relativamente poco (in relazione al settore di riferimento) e piacciono molto alla “folla”. Credete sia costato molto costruire il primo prototipo di valigia con le ruote (il primo trolley)?

E, come abbiamo scritto in diversi altri articoli sul tema, se non hai colleghi preparati a dovere o se non riesci a trovarli e preferisci procedere da solo ma necessiti comunque del contributo di terzi, di partecipazione, di condivisione di competenze, allora ricorda la buon vecchia regola di realizzare un progetto di 10 pezzi affidando la costruzione/lavorazione di ogni singolo pezzo a 10 diverse aziende che non siano collegate tra loro, che non si riuniscano dietro gli stessi tavoli e che non partecipino alle stesse attività (partnership). Inoltre ricorda di non dire, ad ognuno di loro, a cosa serve quel singolo pezzo, dove va montato e perchè. Ma questo richiederà una preparazione extra da parte tua, dovrai sapere bene come si realizza quel dato pezzo, che trattamenti richiede, che finiture, che materiali, che dimensionamenti… se poi non avrai il macchinario per realizzarlo, non sarà affatto un limite. A te infine il divertimento di assemblare le parti dando forma al tuo assieme e scoprire che, probabilmente, (per me è ormai routine) c’è sempre l’errore, l’incompatibilità, l’imprevisto, la novità, per cui qualcosa potrebbe necessitare una revisione, essere aggiornato o, addirittura, riprogettato. Ma, tranquillo, fa parte del gioco, del “tuo” gioco.

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Rubrica: Spunti

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Un pratico esempio concreto

Ho notato presso un’altra conferenza, sempre incentrata su temi quali brevetti, condivisione, partecipazione, partnership, startup, innovazione, fondi per la ricerca, ecc., come una delle oratrici, che faceva anche da moderatrice dell’incontro, continuasse a sottolineare di vedere facce nuove in sala e che aveva piacere che questi si presentassero. La prima volta mi è sembrato un invito cortese e professionale ma dopo diversi tentativi vani, ripetuti in più ore, non si sono contate più le volte in cui lo ha riportato all’attenzione, mostrando tra l’altro una certa ansia. La maggior parte dei presenti in sala aveva, giustamente, interessi verso le modalità di accesso ai fondi per le imprese innovative. L’oratrice conosceva praticamente tutte le principali figure in sala ma aveva un evidente fastidio nell’osservare che c’erano anche persone che ascoltavano tali modalità, nonché la conferenza in generale, senza raccontare le loro proposte, i loro progetti, i loro spunti ed i loro settori di competenza. Del resto si trattava di un incontro pubblico a porte aperte il cui scopo era “informare” circa le iniziative* a tema proposte dal nostro paese e dalla Comunità Europea.

*Personalizzate però secondo le modalità della “tale” associazione che nutriva il desiderio di realizzare anche la parte tecnica, non solo quella imprenditoriale, con gli “eventuali” innovatori aderenti. Eventuali innovatori che però preferivano semplicemente capire in modo chiaro come avere accesso esclusivamente al credito e mantenere riservato il loro know-how tecnico e tecnologico (considerato alla stregua dell’ingrediente segreto di un piatto di successo).

Quindi nulla di segreto, strategico, né in qualche modo riservato a pochi, nell’incontro in questione. Diversi quando hanno compreso che per accedere a quel tipo di credito, tramite la tale associazione, era necessario far realizzare ad altre aziende le proprie idee, o comunque mostrar loro un po’ troppi dettagli, semplicemente se ne sono andati con le proprie impressioni sull’evento senza dire a quale realtà appartenessero e quali idee avessero in cantiere.

Non commenterò questo terzo esempio perchè ho osservato in sala atteggiamenti che si valutano soggettivamente e sui quali posso sbagliare. Riflettete e traete da soli le vostre conslusioni; se ce la fate informatevi su eventi simili, partecipatevi, sondate, osservate se trovate somiglianze o meno, fate le vostre esperienze autonomamente senza che quello che penso io su questo caso vi influenzi oltre misura.

Continua…

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Rubrica: Spunti

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Un pratico esempio concreto

Un simpaticone dall’aria accattivante, meglio se carismatico, potrebbe essere l’individuo adatto a raccontarvi qualche favola di troppo ad uno di quegli eventi che abbiamo introdotto in questa breve serie di articoli. Inizialmente potreste rimaner colpiti e riflettere interessati su quanto stia raccontando; successivamente potreste iniziare a nutrire qualche scetticismo. Dei fattori (ne parleremo debitamente in apposita sede) potrebbero farvi accendere una spia in testa, un segnale di allarme, di anomalia. Il tempo che intercorre tra il momento di attrazione verso il racconto ed il momento di repulsione (o di risveglio se vogliamo) varia da persona a persona. Alcuni addirittura non riescono a notare quando un’esperienza esposta può esser considerata veritiera o meno, oppure proprio non dispongono di strumenti utili di verifica. Al di là della credibilità dell’oratore, che si può scrutare durante il suo intervento, vi sono infatti: la possibilità di verificare fonti, la capacità di essersi creati a tempo debito dei contatti fidati che ci confermino se quanto ascoltato in conferenza corrisponda al vero o meno e tutta una serie di strumenti di cui si comincia a disporre quando le vostre collaborazioni iniziano ad estendersi, come nel nostro caso, a buona parte del mondo.

Il professionista che raccontava cose credibili ma non vere

Nello specifico il simpaticone che tra questi, in diversi anni, più mi ha colpito è stato un professionista operante nel settore edile che sosteneva di occuparsi di tantissime tecnologie fuorché di quelle destinate all’edilizia in quanto, diceva lui, quando andava dai suoi clienti si distraeva con la sua creatività inventando nuovi prodotti di cui costoro, diceva sempre lui, avrebbero potuto necessitare. Prodotti che sosteneva di realizzare puntualmente grazie ad enti, associazioni, intermediari vari presenti in sala il giorno della conferenza…
Vi dico subito perché ci stavo cascando anche io e poi vi racconto qualche ulteriore curioso dettaglio. Stava riuscendo a catturare la mia attenzione ed a farmi credere che la sua esperienza fosse reale per due semplici motivi, il primo, io mi sono rivisto in lui nel momento in cui sosteneva di saper fondere più tecnologie insieme (quindi una sorta di compatibilità con quella che è la vostra esperienza può, con molta probabilità, attrarvi); in secondo luogo il fatto che io sia riuscito a fare veramente ciò su cui lui (vedremo nel seguito) in realtà fantasticava, mi ha fatto semplicemente pensare che il racconto potesse essere vero perchè se ci sono riuscito io, cosa impedisce che ci riescano altri? Non cadremo mica nell’errore di sopravvalutarci?*

*Non si può aver la convinzione di esser gli unici ad aver avuto particolari intuizioni. Inoltre se ciò fosse realmente possibile sarebbe il monopolio assoluto in ogni attività. Invece il mondo è vario, la gente è varia, le situazioni si intrecciano con variegate trame e orditi ed è naturale che altri possano concepire logiche anche solo assomiglianti alle vostre.
Quindi se voi siete riusciti realmente nella vostra impresa, ed altri invece lo blaterano solo, il primo pensiero che può balenarvi, se siete salubri, è che sia quantomeno naturale e possibile che altri possano effettivamente aver fatto qualcosa di simile (ovviamente entro un certo limite).

Curiosi ulteriori dettagli

Interessato a quanto ascoltato dal professionista in sala, ma mai perfettamente certo fino alle dovute conferme, sono andato a verificare punto per punto la sua testimonianza. E’ venuto fuori che il tal professionista, guarda un po’, si occupa solo di edilizia e affatto d’altro; è venuto fuori che gli piacerebbe occuparsi d’altro ma non dispone delle competenze e della formazione necessaria; è venuto fuori che tra i suoi lavori ogni tanto propone dei prodotti che fanno scena ma che hanno nauseato la critica, pare infatti che abbia un debole per i monitor e che consideri tali prodotti come la tecnologia per eccellenza. In un suo progetto infatti ha dotato un’abitazione di qualcosa come 20 o 30 monitor sparsi per la casa al fine di avere informazioni sulla centrale domotica in ogni dove**. Chi ha visto da vicino il progetto ha affermato: “Quindi la casa del futuro sarebbe un luogo pieno di monitor?”. Ma soprattutto, cosa realmente preoccupante, è venuto fuori che lui non ha portato a termine alcuna invenzione, né tantomeno commercializzata tramite i riferimenti che stava promuovendo; tentava solo di dare impulso ad un atteggiamento, spronava (tramite testimonianze di elaborata fantasia) i presenti ad andare a raccontare le loro idee al tale ente, associazione o intermediario (come li abbiamo definiti nel primo articolo) affinché, a detta sua, coloro che avevano idee sarebbero stati in grado di realizzarle anche senza le competenze necessarie per farlo, grazie proprio ad una rete di aziende partner. Lui però non l’ha mai fatto ed il raccontare favole serviva probabilmente a far credere il contrario.

**Forse non si è accorto che non è necessario fare decine di tracce nei muri di casa trasformandola in una groviera, non è necessario realizzare complicati e costosi impianti elettrici, non è necessario aumentare i consumi energetici, il fastidio per gli occhi, spendere giornate a correggere l’illuminazione dei luoghi in cui sono presenti troppi monitor… Basta un semplice tablet (o un piccolo notebook) ed il wi-fi per portarsi tutte le info sulla centrale domotica in giro per casa e con una spesa irrisoria. Perdonate la mia severità ma anche io, che non contemplo allo spasmo i moderni gadget digitali di consumo, ne vedo la loro utilità quando realmente servono.

Un umile consiglio

Ogni giorno miliardi di persone su questo pianeta hanno idee. Se anche solo una parte di loro potesse realmente realizzarle senza competenze, sarebbe il caos. Come si possono all’origine concepire prodotti per il grande pubblico, magari piuttosto complessi e articolati, senza competenze? Fintantoché l’oggetto è pratico e semplice*** allora è sufficiente la propria esperienza e un’intuizione, ma quando si tratta di concepire sin dall’inizio qualcosa che richiede pratica sul campo, conoscenza dei potenziali utenti, convenienza di produzione, tecniche di produzione esistenti e future, tecniche alternative che si possono adottare sperimentando con numerosi test, prototipi, il funzionamento di un hardware sofisticato, ecc., come si fa ad aver così tante cose chiare senza disporre di competenze? Come si può finire con il ricavarne un profitto se si è studiato nulla e si è fornito solo uno spunto affinché terzi, già attrezzati e formati, procedessero con l’operazione a loro “ragionevole” vantaggio?

***Mi viene sempre in mente l’esempio del trolley in quanto trattasi del genere di invenzione che si fa da soli senza particolari competenze ma, attenzione, anche senza rivolgersi ad altri… è sufficiente che colleghi “da solo” le ruote ad una valigia, completi il prototipo e lo brevetti. Fine della storia. Ma quante volte è così semplice?

Pretendete la formazione prima di tutto

Se invece si acquisiscono le competenze ecco che la vostra figura diventa di rilievo all’interno dell’intera operazione, ecco che siete voi a condurre, a decidere a chi affidarvi, a scegliere i vostri collaboratori, a rischiare ed a trarre benefici in caso di successo. Non svendete troppo facilmente idee vostre, frutto delle vostre sinapsi e della vostra genialità, a chi vi userà per accrescere il proprio prestigio; perchè costui sarebbe in realtà legittimato a farlo (è tutto legale) mentre voi sareste semplicemente coloro che non hanno avuto sufficiente formazione né competenze. Pretendete di essere formati, fate qualche sforzo in più, sacrificatevi; è quello che faccio io ogni giorno per realizzare le mie idee e… molte volte non basta, molte volte è necessario applicarsi anche di più dell’umano per provare soddisfazioni fuori dal consueto.

Continua…

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Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: Condividere? Giustissimo, ma bisogna saperlo fare e tutelarsi
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Un pratico esempio concreto

Facciamo un esempio chiaro cosicché tutti possano capire anche nel caso sia sfuggita qualche sfumatura presente nel primo articolo. Ammettiamo che io debba costruire un meccanismo e che per farlo necessito di due lavorazioni meccaniche. Se dispongo di un macchinario per eseguirne una sola, posso ad esempio chiedere la collaborazione ad un’altra azienda per effettuare la seconda lavorazione anziché spendere cifre enormi per l’acquisto di un altro macchinario che magari mi servirà solo per un breve periodo. Ma questo non ha nulla a che fare con l’andare da un ente, un’associazione, un intermediario di varia natura che si occupa di impresa, tutoraggi, fondi per gli innovatori, e spifferare come è concepito, come funziona e cosa devo fare con quel preciso pezzo meccanico perchè mi viene detto che loro potrebbero farlo per me con le aziende che conoscono. Non è questa la loro competenza, al mio progetto penso io, al tuo progetto pensa tu, a bandi, formazione, finanziamenti, informazioni e aggiornamenti… ci pensano “anche” loro.

Un sottile confine

Raccontare ai quattro venti le “idee”, dando modo a talune realtà del tipo sopra accennato (ed ai loro partner che le possono mettere in pratica in tempi molto rapidi) di vantare un successo immeritato, fa sì che esse continuino ad accrescere il loro prestigio (ed il loro “brand”) con l’altrui genio, nonché a ricevere fondi destinati a ricerca, imprese innovative, giovani imprenditori ecc. in corsia preferenziale. Il confine di simili situazioni, come ho scritto nel precedente articolo, è sempre estremamente sottile perchè, se ci spostiamo di un solo micron entro i limiti, tutto prende un senso differente e diventa costruttivo. Infatti se tali realtà puntassero ad ottenere fondi per gli innovatori grazie proprio al “successo raggiungibile e consolidabile dagli innovatori stessi”, ecco che i primi potrebbero elogiarsi come scopritori di talenti (traendone i legittimi profitti), e quindi risultare meritevoli esclusivamente nel loro campo (ovvero senza sbirciare in progetti d’altri) e nella gestione trasparente di fondi, mentre i secondi potrebbero farsi strada e diventare conosciuti nel mondo per il “proprio” talento esattamente come hanno fatto a suo tempo i loro predecessori che oggi invece invocano la “condivisione” e la “partecipazione” sovente a sproposito.

Attenzione alle dottrine…

Si tratta di spropositi sui quali porre molta attenzione in quanto, una volta “indottrinati”, potremmo iniziare a convincerci sempre più che rappresentino la strada del futuro. A mio avviso invece rappresentano la strada verso la miseria più totale ed il decadimento di una collettività non più composta da soggetti riconosciuti come importanti ingranaggi chiave, ma visti più che altro come materia prima da sfruttare in qualità di carburante grezzo nell’ingombrante macchina dell’avidità. Del resto un noto dittatore italiano diceva: “Una menzogna è una menzogna finché la si esprime con timidezza; rimane una menzogna se si ripete cento volte; ma diviene verità quando si ripete mille volte”.

Quei rimbalzi che smorzano la sensazione di scetticismo

Questa riflessione ci porta ad intuire che potremmo credere praticamente a tutto se martellati. E se aumentano le realtà che, dietro convenienze a me sconosciute, confermano la tesi della condivisione scriteriata, se a ribadirlo iniziano ad essere sempre più organismi, templi dell’istruzione, pseudoimprenditori di facciata che portano testimonianze carismatiche ma, ahimé molto elaborate rispetto alla realtà (ho avuto modo proprio di recente di scoprire e verificare una curiosa falsa testimonianza che riporterò nel seguito di questa rubrica), ecco che allora possono cadere i nostri canoni e possiamo convincerci, indeboliti, che la nostra realtà sia sbagliata e che dobbiamo procedere con la folla senza valutare in che modo questo è realmente prolifico, perchè ed in quali casi farlo, quando è il momento di condividere una parte del nostro progetto e con quali compagnie.

Gli italiani sopra i 30 anni sono tendenzialmente più scaltri

Devo dire però che fortunatamente questo sistema di “assorbire legalmente altrui idee” con rischi per l’ideatore e vantaggi per lo sfruttatore, non sta funzionando come sperato dagli opportunisti. Specie alle conferenze alle quali ho preso parte di recente, la stragrande maggioranza dei partecipanti si è dimostrata estremamente scettica verso questi metodi da incantatori e promettitori di chissà cosa (la stragrande maggioranza però non aveva un’età inferiore ai 30 anni, anzi, spesso compresa tra i 30 ed i 45-50 anni, quindi i rischi sono molto alti proprio per i neodiplomati, i laureandi ed i neolaureati). Per fortuna gli italiani sono molto scaltri, la sanno lunga e credono sempre meno ai colori luccicanti. Li osservano come dei bambini per pochi secondi, pensano a quanto sarebbe bello se fossero veri e poi, grazie alle esperienze passate, si svegliano nel giro di pochi istanti e tornano alla sobria realtà (cosa ben più difficile da fare per un/a ragazzo/a senza esperienze).

Ostentare la ragione? Questione di nonchalance!

Ho notato curiosamente come, intervenendo ad una conferenza sul tema, ed esponendo in piena grazia e cordialità degli scetticismi, mi sia stata tolta la parola da un oratore che ha chiuso il mio discorso con un sorriso tenue, quasi compassionevole, avvolto da leggiadra nonchalance, ignorando nettamente il mio intervento e proseguendo per la tangente come più risultava conveniente al fine di evitare ogni rumore sulla mia riflessione. Avete presente quando vi cade dalle mani un oggetto che rimbalza rumorosamente e che, già dopo il primo tocco, chi vi sta accanto prende al balzo prontamente per non udire tutti gli altri rimbalzi? Ecco, è successo, né più né meno, questo. Gli altri ospiti, però, sono voluti tornare sul tema per sostenere la mia tesi che in realtà sentivano essere viva anche in loro ormai da tempo. Ho apprezzato molto al termine della conferenza che diversi imprenditori che partecipavano non da testimoni di fantasie ma da uditori, si siano recati da me per esprimere la loro solidale “condivisione” verso quanto affermavo e sottolineando che anche loro avevano colto certe sfumature.

Un incoraggiante e graduale abbandono dell’omertà

Meno male va… una cosa che finisce bene nonostante l’omertà che solitamente dilaga in questi casi ove, una volta, ero abituato a vedere persone che si facevano i fatti loro, stavano zitte per paura di andare incontro anche a minime scomodità e lasciavano che gli altri inermi, che non potevano sapere se quanto trattato fosse vero o falso, credessero in base a valutazioni di tipo carismatico, simpatie e suggestioni.

Continua…

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Ti diranno di condividere

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: Condividere? Giustissimo, ma bisogna saperlo fare e tutelarsi
Chi ti dirà di condividere?

Gli stessi uomini attualmente “gravitanti” attorno ad aziende che in passato hanno avuto fortuna grazie al genio di una persona la quale, singolarmente o con un piccolo team di fidati, è riuscita a realizzare i propri progetti*, oggi ti diranno che c’è bisogno della folla (crowd), della partecipazione e della condivisione di idee perchè da solo non puoi far nulla. Gli stessi che oggi sono forti per aver fatto l’esatto opposto. Gli stessi che oggi sono carenti di idee e vedono spegnersi aziende che hanno fatto il loro tempo ed hanno bisogno che tu fornisca nuova linfa con un modo semplice, regolare, legale e legittimato dalle tendenze in voga sul web. Gli stessi che non vogliono assumere i giovani ma che senza di essi sono inermi perchè, nonostante costose consulenze, non sanno come è cambiato il mondo e non riescono ad interpretarlo perchè il cervello è rimasto lì, agli anni ‘50, ‘60, ‘70, ‘80…

*Cambiando nettamente il proprio percorso di vita.

Condividere, a quali condizioni?

Così aumentano rovinosamente i casi di chi si prende il tuo profitto se la tua idea ha successo (del resto, se hai seguito iter standardizzati, non hai ottenuto quel tipo di successo con i tuoi mezzi; l’istruzione che hai ricevuto non ti diceva come fare**, eh…) e ti chiede di pagare di tasca tua (magari perdendo una proprietà, la casa, o ciò che hai offerto come garanzia, in ogni caso la tua vita decente) se il successo non arriva. Bella la condivisione così!
Mi riferisco in particolar modo a quelle realtà di connubio tra studenti universitari e particolari aziende che vivono troppo di immagine e poco di sostanza, tra giovani studenti/imprenditori e certi tipi di incubatori che purtroppo raccontano vere e proprie favole, tra giovani studenti/imprenditori e realtà che fanno da tramite per l’ottenimento di finanziamenti, fondi perduti e sostegni vari (destinati a chi vuole contribuire con le sue idee ad innovare il nostro paese) ma vogliono in cambio i progetti dettagliati dei tuoi prodotti e dei concept (cosa che nessuno ti chiede quando trovi realtà davvero serie e professionali che ti sostengono o se sei preparato e sai come si accede direttamente a questo tipo di sostegni economici destinati alla ricerca ed all’innovazione).
Di tanto in tanto le realtà, per così dire… non lineari, si uniscono e generano un evento il cui manifesto d’attrazione è ricco di parole importanti dense di significati accattivanti ma le quali, dietro opportune analisi, approfondimenti e accertamenti, vanno poi a ridursi in una povera fievole essenza che evaporerà di lì a poco.

**Al di là del fatto che comunque non vi è un manuale seguendo il quale si riesce nelle proprie idee ed al di là del fatto che viene lasciato poco spazio al genio creativo dei giovani italiani, è importante che l’istruzione fornisca di volta in volta anche gli strumenti extra richiesti da coloro che partoriscono costantemente particolari idee.

Eventi ambigui

Così potresti ritrovarti, come mi è accaduto di recente, ad un evento al quale eri andato per imparare “come si fa” (ad es. nuove frontiere sui brevetti, strategie e metodologie di brevetto) e dove invece vedi oratori che sondano proposte e idee di chi, ingenuamente, non si rende conto di che leggerezza sta commettendo davanti a professionisti presenti, per conto delle aziende in cui lavorano, a prendere freneticamente appunti. Potresti vedere idee prese, stese, spanse, girate e rigirate, pressate, riformate e date in assaggio a tutti come fossero l’impasto di una prelibatezza. E tra coloro presenti in sala… chi dispone già di strumenti, personale, strutture, collegamenti, ecc., utili per cucinare rapidamente il nuovo gustoso manicaretto del momento?
Inoltre è sconfortante vedere esempi di idee scaturite da giovani brillanti ed elaborate da dinosauri, essere infine messe in mostra su brochure con numerosi loghi in evidenza che si fregiano di esser stati autori di innovazione (casomai “portatori”, “mediani”, “tramite”…), ma del cuoco, unico vero innovatore, prioprio non v’è traccia se non uno pseudonimo sconosciuto che nessuno noterà accanto a dei giganti e che potrebbe ben presto sparire perchè molte start-up, ahimé, hanno vita breve. Così il piccolo studente/giovane imprenditore (il cuoco) che nessuno conosceva prima e che solamente qualcuno conoscerà dopo (del resto quei loghi sul depliant faranno sempre pensare prima ad altre realtà che ad un perfetto signor nessuno -siamo tutti troppo parte dei complessi sistemi di immagine e suggestione moderna-) otterrà quisquillie in cambio di un aumento vertiginoso di prestigio per coloro che di vera innovazione non sanno proprio nulla e, con molta probabilità, non ne hanno mai capito nulla. Essere furbi è ben diverso da essere intelligenti, molti confondono i due significati ma vi esorto a sfogliare un buon dizionario della prestigiosa lingua italiana.

Oltre l’assurdo, pagare per lavorare

Davvero un’idea geniale se si pensa che si è riusciti negli ultimi dieci anni e più ad indurre tramite il web la gente a condividere***, volenti o nolenti, informazioni preziosissime gratuitamente. Sovente anche peggio di gratuitamente. Peggio del lavorare gratis esiste infatti il lavorare a pagamento o, come potremmo dire oggi, con piccoli costi aggiuntivi. Hai offerto la tua opinione ad esempio su un paio di scarpe? Ci hai speso del tempo? Quest’opinione è stata utile per produrre un migliore modello di scarpe? Ora ti piacciono di più e le acquisterai? Benissimo, stai pagando un prodotto per il quale sei stato tu a fornire la soluzione ad un problema. Hai pagato la soluzione che hai offerto invece di essere ripagato per il tuo contributo. Non ti sembra esserci qualche dislivello? Questo è solo un banale esempio di un mondo molto più articolato al quale, in misura diversa, partecipiamo tutti anche solo accendendo un gingillo elettronico.

*** Se anche pensi di non averle fornite ma disponi di un account su qualche social network o di sistemi di statistiche e benchmarking web, cloud, app per smartphone e tablet… fidati che di “dati ne hai dati”.

Condivisione chiara

Tutt’altro è il discorso per coloro che hanno realizzato progetti in “CrowdSourcing non necessariamente volontario” o, persino, mediante il CrowdFunding) dicendolo chiaramente fin dall’inizio. I partecipanti mettevano il loro genio creativo, il loro contributo conoscitivo o un piccolo sostegno economico, sapendo fin dall’inizio cosa si era chiamati a fare e dove si voleva andare a parare con la tale idea. Questo non può essere equiparato, come vi scrivevo poco prima, ad aziende che, con artificiosi giri di conferenze, scrivono sui manifesti che promuovono i loro eventi, paroloni interessanti che attirano i giovani che vogliono imparare, e poi alla fin fine chiedono a te se hai qualche idea e ti esortano a condividerla cercando di metterti soggezione con la scusa: “Tanto da soli oggi non si può far nulla, ci vuole collaborazione!”. Sì è vero ci vuole collaborazione… ma i confini dei significati delle espressioni e delle parole in esse contenute sono sempre molto sottili e le leggi (che tutelano chi le conosce bene) sono letteralmente affilate. Nel seguito di questo articolo chiariamo quali sono questi confini, starà poi a voi decidere, essere strateghi, circondarvi delle persone giuste, saper uscire fuori dal coro… : -)

Continua…

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La formula 1 e il preludio della crisi economica globale

Rubrica: Crisi, osservazioni e riflessioni

Titolo o argomento: Mondi diversi, stessa crisi

Il patron della formula uno, l’inglese Bernard Charles Ecclestone, più conosciuto come Bernie Ecclestone, è il padre dell’organizzazione imprenditoriale a cavallo tra la vecchia formula uno grezza e lo sport motoristico ai massimi livelli, anche economici, che conosciamo oggi. Questo mese egli ha rilasciato una dichiarazione alla stampa che, con ogni probabilità, resterà scritta nella storia sportiva (a mio avviso anche economica) mondiale di tutti i tempi. Per intenderci stiamo parlando di uno sport dove una sola stagione, per ognuno dei top team, con riferimento all’ultimo decennio,  può arrivare a costare cifre che si avvicinano al mezzo miliardo di dollari.

La crisi figlia della crisi

Risulta noto, non solo agli appassionati di motori bensì a coloro che si interessano dell’andamento dei mercati, che “anche” la formula uno sta attraversando una crisi economica nera. Scrivo “anche” ma in realtà desidero sottolineare in qualche modo come la crisi della formula uno non sia altro che figlia diretta della crisi economica globale, figlia dei medesimi meccanismi e figlia dei medesimi fautori. Ho scritto tempo addietro come certi meccanismi economici partano dal basso per poi guardare con occhio goloso anche le realtà più grandi che non sono affatto escluse dalle leggi dei mercati (vedi link correlati).

Chiavi di lettura semplici, teorie e conferme

Ho scritto, inoltre, diversi articoli circa la crisi globale e tutti, spero, semplici da comprendere cosicché ogni lettore possa adottarli come strumenti efficaci per capire e non sia escluso da paroloni difficili e teorie astruse e astratte che non sono di alcuna utilità per comprendere e risolvere certi problemi (vedi link correlati). Al di là delle conferme e degli apprezzamenti, più che graditi, che ho avuto dai lettori (dall’artigiano, l’imprenditore, fino al professore universitario e “uomini di scienza”) quello che mi mancava era almeno un pallido accenno di conferma anche da parte di chi gestisce “annualmente” cifre dell’ordine dei miliardi di dollari.

Quando la realtà è impossibile da negare

Ad inizio Novembre (2014) il top manager della formula uno, Ecclestone, ha lasciato un’intervista “insolita” figlia probabilmente di un disagio ormai impossibile da nascondere (specie dopo il forfait di alcuni team che non si sono iscritti alla stagione 2015); quel tipo di intervista che i guru della comunicazione, poco prima di entrare in sala stampa, ti sconsigliano vivamente di tenere per non far trapelare debolezze, incertezze e non far sorgere conseguenti reazioni di instabilità. La dichiarazione rilasciata alla stampa mondiale:

“Il problema sta nel fatto che troppo denaro è spartito in maniera non ottimale. Probabilmente per colpa mia. Sembrava un buon accordo quando lo abbiamo sottoscritto, come spesso accade in queste situazioni. Rimpianti? Se le scuderie fossero di mia proprietà avrei sicuramente agito in maniera differente, perché quello sarebbe stato il mio denaro. Ma io lavoro con persone che sono nel circus per guadagnare soldi. La soluzione al problema è strettamente legata al contributo dei team principali. Gli ho detto che vorrei prendere una quota dei premi che ricevono sulla base dei risultati. Sto pensando di spartire quella somma fra le 3-4 squadre più in difficoltà, a cui aggiungerei una cifra analoga. Dobbiamo decidere qual è la soluzione migliore per risolvere i problemi. Onestamente so cosa non funziona, ma non so come aggiustarlo. Nessuno è in grado di fare qualcosa. Non è possibile agire perché le regole ci bloccano”.

Premesso che con l’ultima frase “le regole ci bloccano” non si intende le regole dei mercati ma della formula uno e scongiurando quindi l’ipotesi che “ulteriori” maggiori libertà dei mercati, già oltremodo deregolamentati, possano essere la soluzione di una crisi economica nata proprio dalla “deregolamentazione furiosa”, possiamo mettere in risalto i due perni attorno ai quali ruota il discorso. Il primo: “Il problema sta nel fatto che troppo denaro è spartito in maniera non ottimale”, ed il secondo: “Onestamente so cosa non funziona ma non so come aggiustarlo”.

Problema numero 1: Troppo denaro è spartito in maniera non ottimale

La crisi della formula uno nasce quindi dal fatto che troppo denaro è spartito in maniera non ottimale… il divario tra i top team ed i team che ci provano, che tentano di stare in gioco, è abissale, insormontabile, incolmabile… esattamente ciò che è accaduto anche in Italia (ed in tutta una serie di altri stati) dove negli ultimi anni si è operato insanamente (e a mio avviso consapevolmente) affinché aumentassero le “differenze” e venisse gambizzato in particolar modo il ceto medio nonché le piccole e medie imprese offrendo come tornaconto un potere immenso a vantaggio di poche e grandi realtà che ora si trovano sole al comando. Il problema è che finché si tratta di sport, se non si considera per un attimo l’immensa filiera che c’è dietro, il massimo che può accadere è di annoiare il pubblico, ridurre lo spettacolo, deludere chi stava provando a fare un buon lavoro anche come team minore e rovinare nuove opportunità di investimento. Se invece ci spostiamo all’interno di uno stato le cose cambiano drasticamente dimensione e conseguenze ma il succo rimane il medesimo… i cittadini perdono motivazione, si riduce la partecipazione, si deludono le aspettative anche di chi si dava da fare per esserci e si rovinano le opportunità di investimento che coinvolgono numerose realtà a favore invece di pochi che potrebbero non rivelarsi particolarmente meritevoli, competenti e idonei.

Problema numero 2: Sapere cosa non va ed essere inermi

Si sa quindi cosa non funziona ma non si sa come aggiustarlo perchè se in uno sport come la formula uno fa paura il solo pensiero di andare avanti anche senza i grandi nomi che non ci stanno a “rinnovare” un mondo ottimizzato, sicuro ed estremamente orientato ormai da anni solo sulle loro esigenze, all’interno di uno stato le cose non sono poi così diverse e si teme terribilmente l’idea di andare avanti senza i soliti impegnandosi vivamente a ricostruire, sul serio, lo spazio vuoto che è stato lasciato tra il “minimo” ed il massimo. Compreso questo non è poi così inverosimile porre rimedio alla situazione, è sufficiente saper fare le opportune rinunce.

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La formula uno si adorna di strutture favolose, oggetti e ricchezze fuori dalla concezione umana
ma con il tempo ha lasciato che questo surclassasse l’aspetto più importante, l’agonismo.
La crisi non ha tardato ad arrivare. Oggi più che mai però la formula uno è diventata l’esempio
lampante dei meccanismi della crisi economica globale che sta distruggendo la “normalità”
di ciò che è intermedio e di ciò che è semplice.
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L’alternativa che manca dimostra che non c’è democrazia

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Il legame inscindibile tra democrazia e possibilità di scegliere un’alternativa

Viviamo in un’era in cui si specula sul termine democrazia o lo si deturpa a proprio piacimento assegnandogli, all’occorrenza, significati impropri, inesatti, incompleti del tipo: “Sono libero di far tutto quel che voglio visto che siamo in democrazia!” Poi però ti assumi le responsabilità delle tue azioni? Oppure: “Posso dire quello che voglio, altrimenti non siamo in democrazia!” Hai mai considerato il buon senso delle affermazioni e le ripercussioni che hanno gli sproloqui a vanvera? O, ancora: “Il mercato è libero e va bene tutto perchè siamo in democrazia!” … . Ebbene no, non è questa la democrazia, avevamo spiegato in un articolo correlato (vedi link in basso) come il concetto odierno applicato di democrazia sia così simile al crescere un bambino maleducato e, se vogliamo introdurre un termine a cavallo tra i bambini irrequieti e la situazione socio-economica attuale, sregolato.

Il vero concetto di democrazia

La vera democrazia è la costituzione, generazione, alimentazione di una società dove vi è un’alternativa, possibilità di scelta, libertà di scelta, di decidere, di optare, di seguire la strada che si ritiene migliore per sé senza arrecare danni a terzi. L’essere obbligati a fare quel che dice un gestore del momento investito del tal potere, e che ritiene che il suo paese sia moderno solo perchè c’è l’ultima diavoleria digitale disponibile in ogni negozio, non è altro che una sorta di prepotenza mascherata. Un po’ come quando un cliente si comporta in modo maleducato, tu gliene diresti quattro ma preferisci evitare discussioni e imbastisci un finto sorriso di plastica assumendo al contempo un comportamento ruvido. Sì, sorridi, ma sotto sotto…

Esempi semplici: Sei libero di scaldarti?

Così c’è chi come me abbandona la caldaia a gas a favore di una pompa di calore per non esser dipendente, non solo da un contatore ma anche da un bollino blu annuale, che invece deve ora (più precisamente dal 15 Ottobre 2014) disporre di un libretto di impianto ove annotare i nuovi controlli obbligatori annuali a pagamento. Su una pompa di calore? E dove sarebbe questo allaccio al gas che se mal manutentato potrebbe provocare pericolose esplosioni e danni a cose o persone? Mi dicono infatti gli operatori del settore che il libretto di impianto serve a tener sott’occhio i consumi energetici e quindi l’efficienza dell’impianto. Non basta guardare le bollette oppure conoscere il modello (e quindi i dati di targa) dell’impianto? E’ per forza necessario spendere dai 100 ai 200 Euro all’anno (per ogni unità esterna) per pagare un tecnico che guardi questi dati quando sono già disponibili su tutti i siti web dei produttori? Risulta ovvio che si tratta di una ennesima mossa all’italiana. Questa ad esempio, a mio avviso, non è democrazia. Ma non è tutto.

Esempi semplici: Sei libero di costruire il sistema per scaldarti?

Io che posso costruire da me un intero impianto di climatizzazione con pompa di calore, trattamento dell’aria, ventilazione meccanica con recupero di calore, trattamento dell’acqua calda sanitaria, assemblando scambiatori, evaporatore, compressore, valvole, telai, scocche e quant’altro, potrò quindi installare in casa mia l’impianto fatto da me con componentistica* certificata e di qualità? Uhm ho qualche dubbio. Io che sono capace di manutentarlo, metterlo sotto vuoto, caricarlo, controllare eventuali fughe ecc. potrò farlo da me? Uhm ho qualche dubbio anche qui. Quindi anche in questo caso non ho alternativa. Non ho scelta. Non ho una situazione democratica intorno a me. E per chi mi volesse suggerire di aprire una partita iva da installatore, per procedere da solo, rispondo subito che non posso aprire una partita iva per ogni cosa che imparo a fare. Anche in tal caso non sarei libero di scegliere. Insomma, tutto quello che imparo a fare e che premia il mio impegno con un vantaggio legittimo, “qualcuno” cerca di annullarlo impedendomi di metterlo in pratica. Anche questa non è a mio avviso democrazia.

Esempi semplici: Sei libero di produrre e approvvigionare energia?

E se io inoltre volessi generare ed accumulare da me l’energia che alimenta l’impianto di climatizzazione di casa (le cosidette case passive ad energia quasi zero), posso esser libero di costruire il mio impianto fotovoltaico (a partire dalle singole celle) autonomamente senza alcuna messa in rete? Tecnicamente sì, però ci sono già polemiche e contestazioni perchè “qualcuno” non vorrebbe. Il fatto che sia stato inventato il “libretto di impianto” anche per i sistemi con pompa di calore, mi deve far temere che succederà qualcosa di simile per il mio fotovoltaico libero, indipendente e democratico? Ebbene sì, secondo alcune indiscrezioni giuntemi dagli enti certificatori che aggiornano tecnici e professionisti italiani sulle rinnovaibli, si sta pensando di introdurre, nei prossimi anni, una tassa sul fotovoltaico che raggiungerà in primis tutti coloro che sono “in rete” (già schedati) e poi tutti gli altri, quelli indipendenti che invece verranno per così dire censiti mediante sopralluoghi. Questa, ancora una volta, non è a mio avviso democrazia.

Esempi semplici: il tuo

Gli esempi appena riportati sono solo alcuni degli esempi che si cuciono su misura intorno a me, ma ovviamente non sono tutti e non ho la pretesa di dire che questi sono gli esempi che devono avere in qualche modo la precedenza o maggior rilievo su altri. Sono sicuro che se il lettore di buon senso fa mente locale troverà rapidamente situazioni in cui non ha avuto modo di effettuare la sua libera scelta democratica per le sue cause importanti di primaria necessità. Tali esempi starebbero benissimo in questo articolo che diventerebbe però oltremodo lungo e catalogante.

Libero di essere mandato via

Allora io non ho libertà di scelta, non sono libero, non vivo in un ambiente democratico. Non posso “staccarmi da”, “essere libero di”, crescere ed essere autonomo grazie a quello che imparo a fare. Ditelo chiaramente ai cittadini, in particolar modo ai giovani, che l’unica alternativa che viene loro concessa è quella di “acconsentire ad essere mandati via” dall’Italia. Continuano a sorridermi i tutori dietro le scrivanie degli organi interessati ai giovani intraprendenti, suggerendomi, dopo lunghe pratiche e percorsi fittizi che non portano a nulla, di andare via dall’Italia perchè… uno come me che ci sta a fare qui? I giovani in gamba italiani che ci stanno a fare qui? “Ohibò, per bacco!” Avrebbe detto Totò. “Che ci sto a fare qui? Ma scusi lei di dov’è? Italiano? Anche io! Complimenti!! E mi dica, secondo lei… un italiano, in Italia… che ci sta a fare?”.

Il fenomeno che alimenta l’individualismo in Italia

Praticamente le uniche tecnologie esenti da tasse, verifiche, controlli e imposizioni di cui dispongono oggi liberamente gli italiani, sono tutte quelle imparate all’estero, che qui in Italia non sono conosciute e che quindi non si mormorano per evitare che vengano prese come ulteriore spunto tassativo. E’ corretto che colui che è all’avanguardia usufruisca di tecnologie che altri italiani non possono avere e di cui non possono conoscere l’esistenza se non in netto ritardo quando magari non servono più, quando magari sono obsolete? Anche questa, a mio avviso, non è democrazia.

Esempi semplici: tecnologie non pervenute

Vi basti pensare ai sistemi di recupero dell’energia in frenata per i veicoli che sfruttano la compressione del gas in apposite bombole (vedi l’articolo: Sistemi di accumulo aerostatico dell’energia). Molti pensano che si tratti dell’ “invenzione recente” di una nota casa automobilistica europea in accordo con un partner tecnologico di eccellenza. Ma la realtà è ben diversa. Si tratta di una tecnologia che esiste ormai da 30 anni (e forse oltre) che nella versione presentata di recente costituisce in realtà un semplice remake in miniatura. Già da 30 anni poteva essere utilizzata anche in Europa, anche in Italia risparmiando un enorme inquinamento, enormi consumi e tutti i mastodontici problemi conseguenti. Eppure niente. Oggi i meno preparati “credono” si tratti di una novità. Una novità che sta sui libri di fisica da 30 anni, gli stessi libri di cui prima gli studenti cercano di liberarsi nel minor tempo possibile e di cui poi vanno avidamente in cerca (anche se poi non sanno più esattamente dove cercare) per informarsi sul principio che alimenta la presunta nuova tecnologia. Stessa cosa è accaduta con le lampadine ad incandescenza ed i primi neon resi noti con larghissimo ritardo (vicenda ormai svelata da fonti accreditate e agli occhi di tutti dopo decine e decine di anni). Diatribe simili a quella degli impianti di climatizzazione, poi, sono in corso anche con la raccolta dell’acqua piovana per la quale ancora molti non sanno che esiste una tassazione di raccolta, così come avviene per chi ha un semplice pozzo in una casa di campagna e così via…

In cerca di alternative

Le alternative dove sono? Un cittadino normale, cosciente, maturo, preparato, aperto mentalmente dovrebbe ora chiedersi: “Cosa c’è disponibile oggi per migliorare la qualità delle nostre vite che in realtà conosceremo, forse, tra decine di anni quando potrebbe persino non occorrere più?”. Inoltre: “Ciò che c’è disponibile come alternativa che non implica servizi (forniture di vettori energetici) né lussi (beni non di primaria necessità di particolare pregio) perchè deve essere tassato affinché non ci sia quindi un’alternativa libera, nemmeno quando questa comporta una qualità ridotta o comunque una vita più semplice?”. Pare che il livello raggiunto non conti granché, conta il fatto che non deve esserci un’alternativa. Mi aspetto quindi una tassa sul baratto… che infatti c’è (se si è professionisti con la partita iva). Eh già, molti non lo sanno (potete chiedere ai vostri commercialisti), ma il baratto è gratuito solo tra privati altrimenti sono previste regolari tassazioni ad esempio tra lo scambio di competenze tra professionisti senza utilizzo di moneta.
Esiste una teoria per vivere come una “collettività di eremiti” (bello questo ossimoro, non so come mi vengono), tornare alla semplicità, alle basse pretese, alla natura fresca ma portando con sé conoscenze fisiche, matematiche, scientifiche che ne esaltino le prospettive e la modernità?

L’ambizione di una scelta

Quindi in definitiva io penso che chi non ha desiderio di studiare, apprendere cose nuove, talvolta semplici e intuitive e talvolta più complicate, è libero di farlo e di vivere ciò a cui le sue scelte lo condurranno (sempre che queste non siano in realtà dipese da una pessima formazione le cui colpe potrebbero essere attribuibili a terzi), ma se io ho un piacere sfegatato di studiare, ricercare, testare, costruire, rompere, riprovare, essere creativo, prolifico ed entusiasta, devo poter scegliere di fare da me. Dalla casa come dico io, al veicolo come dico io, dagli elettrodomestici come dico io, ai sistemi per l’energia ed il riscaldamento come dico io, dall’interattività e le comunicazioni che preferisco, alle abitudini inconsuete, non omologate che mi balenano per la testa. Altrimenti la democrazia diventa una parola leggera, sventrata, impoverita da tutti coloro che ne hanno abusato senza la giusta sapienza, maturità e coscienza.

*La stessa componentistica (per marca e modello) che le aziende ai vertici delle filiere forniscono ai costruttori di climatizzatori, pompe di calore e di sistemi per il trattamento dell’aria. Quindi nulla di pericoloso, artefatto, arrangiato.

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Esistono infinite direzioni anche se ne guardiamo sempre e solo una.
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Ancora questionari sull’imprenditoria giovanile: tra Università e incubatori. Parte 3 – La mia esperienza con gli incubatori

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: L’esperienza è il segno…

Questo articolo segue da:
Ancora questionari sull’imprenditoria giovanile… Parte 2 – Problema endemico

Introdotta la differenza tra innovazione e variante di una tecnologia matura, introdotta la rilevanza di una relazione biunivoca tra studenti e Università al fine di personalizzare i percorsi di studi, desidero andare ancora più sul pratico riportando tre inclassificabili esempi concreti di esperienze poco ortodosse che ho vissuto negli ultimi anni. Ci tengo a precisare che se io ho vissuto delle esperienze negative con gli incubatori non vuol dire che tutti siano così, non si può fare di tutta l’erba un fascio o passare sempre da un estremo all’altro (l’equilibrio rimane sempre e comunque la soluzione ideale in assenza di stabilità), tuttavia ci si dovrebbe semplicemente limitare a sfruttare queste testimonianze per essere più preparati nel caso si incontrino persone poco affidabili.

Abbonati ai nostri servizi, avrai di meno…

Una società di incubatori alimentava un nutrito interesse nei miei confronti o, meglio, nei confronti delle mie idee. Sostenevano di potermi aiutare a metterle in pratica con disarmante facilità presentandomi tutta una serie di aziende che non avrebbero esitato ad acquistarle o ad usufruirne in qualche modo. Io dovevo semplicemente fornire le mie idee e pagare un abbonamento mensile in cambio di una serie di promesse e servizi, successivamente si sarebbero presi ulteriori accordi economici sulle occasioni di collaborazione professionale eventualmente intraprese. Sarei poi stato chiamato, come passo successivo in caso di esito positivo di eventuali accordi di collaborazione, a richiedere un finanziamento ipotecando la casa come garanzia (deviando quindi da tutta una serie di premesse iniziali che invece vaneggiavano circa fondi perduti, prestiti basati sull’onore e aiuti vari per i giovani imprenditori senza necessità di garanzie).

Promesse

A fronte di tutto quello che sto per raccontarvi vi erano in cambio delle promesse che avrebbero dovuto conquistare la mia fiducia, promesse nelle quali, quando si è alle prime armi, si crede (o forse, più che altro, si spera) tantissimo ma che, quando ne avete viste di tutti i colori non vi fanno assolutamente né caldo né freddo. Le sciocchezze si commettono sovente in seguito a scatti di euforia privi di controllo, moderazione, maturità, esperienza, ragione e pacatezza, quando si crede nel “colpaccio” insomma. Premesso ciò con estrema freddezza (mi rendo conto, del resto quando vi lanciate da un aereo non desiderate che il vostro paracadute vi racconti favole o barzellette, desiderate semplicemente che si apra e faccia il suo dovere), l’analisi delle promesse è piuttosto semplice ed intuitiva:

Tanto per cominciare vi era ovviamente la promessa di realizzare le idee ed i progetti che avrei esposto, di fornire contatti validi per poter commercializzare prodotti e/o servizi nel breve periodo, di accedere a vari finanziamenti dotati, ognuno nel suo genere, di variegati vantaggi.
Se si hanno davanti dei ragazzi ingenui facili prede prima di tutto dei loro stessi sogni, non è poi così difficile iniziare un discorso proponendo loro tutto ciò che li fa enfatizzare e poi, una volta raggiunto l’orgasmo di onnipotenza, inserire tra le righe cavilli di una pericolosità immane come l’ipoteca sulla casa. Ma non eravamo partiti dai prestiti basati sull’onore? Ma no dai in fondo cosa importa, tanto questo progetto è praticamente fatto! No, affatto. Niente è fatto finché non è veramente concluso, terminato, completato. Acquistate mai qualcosa su internet? Avete visto come funziona? Voi pagate anticipatamente la merce e, solo a pagamento eseguito, si procede al passo successivo: la spedizione. Dubito che troverete qualcuno che consideri la vendita conclusa sulla base di parole.

Si propinava una possibilità di “crescita” annua anche del 200 – 300%.
E’ facile incrementare i guadagni del 200% – 300% nei primi anni specie nei primi due anni in cui il tuo obiettivo è di chiudere i conti in pari o con perdite minime previste. Se ad esempio il primo anno il tuo bilancio è in positivo di soli 1000 Euro (ed in tal caso potresti ritenerti un giovane imprenditore estremamente fortunato) perchè ad esempio hai acquistato due macchinari, hai pagato affitto e bollette, hai arredato almeno in parte il locale, hai pagato la professionalità di collaboratori, tasse, spese extra e quant’altro, ebbene in un simile caso (ripeto considerabile assolutamente positivo) il guadagno anche di soli 3000 Euro netti l’anno successivo rappresenterebbe una crescita del 200%. Ma queste crescite non contano nulla perchè altro non si tratta che di una fase di avvio prima che l’azienda vada a regime (ad esempio 30.000 Euro di utili all’anno). La crescita fino ad arrivare al valore di regime non è considerabile come crescita bensì come avvio o come accelerazione dell’azienda. Se poi invece, una volta raggiunto l’utile che si ipotizza sia quello specifico del settore, siete in grado di andare oltre per la specialità di un vostro prodotto o servizio o per un particolare valore aggiunto, allora potrete affermare di stare crescendo. Questo significa che ci vorranno anni prima di capire il vostro vero potenziale o se invece si tratta di un fuoco di paglia.

Si ostentava la stipulazione di contratti per la fornitura di un numero elevato dei miei prodotti alle aziende X, Y e Z. Si sosteneva che esse avrebbero accettato termini e accordi che le impegnavano ad acquistare un numero minimo (piuttosto alto) di prodotti con cadenza temporale costante per un tot di anni.
In casi come questo è estremamente consigliata la presenza di un vostro legale, affidabile, preciso, pignolo, preparato ed in rapporti di amicizia con voi e la vostra famiglia da diverso tempo (meglio se si tratta di una di quelle persone che ci tengono a far vedere come sono brave e dotate di talento). Come è spiegato più avanti al paragrafo “Come è andata a finire” se io mi fossi buttato a capofitto in una simile attività si sarebbe navigato in acque decisamente pericolose dato che nessuno aveva la benché minima intenzione di mantenere quanto promesso, dato che è sempre bene impostare delle penali per chi si tira indietro, dato che è opportuno tener conto di quale tipo di società abbia costituito il vostro cliente e molto altro…

Servizi

Una delle prime cose che non mi torna è la questione dell’abbonamento mensile. Se realmente riesci a piazzare alcune mie idee e se riesci ad aiutarmi a farle fruttare prendendo così una percentuale su quanto realizzato, per quale ragione ti assicuri un’entrata tramite un abbonamento mensile? Passerà molto tempo prima che si concluda realmente qualcosa? Non verrà mai concluso qualcosa? Vi è necessità di credito immediato fornito da tutti gli aderenti sulla base della matematica delle scommesse? Ovvero si considera sin dal principio che poche saranno le idee realmente piazzabili sulle quali investire e tutti gli altri avranno funzione di piccoli creditori che mantengono attiva l’attività? Onestamente non ne ho idea. In ogni caso l’abbonamento mensile mi avrebbe dato diritto a:

L’utilizzo di una sala conferenze di circa 14 mq con pagamento ad ore in aggiunta all’abbonamento mensile.
Io personalmente dispongo di una sala conferenze riservata di 70 mq, libera 24h su 24, qualsiasi giorno e largamente attrezzata. Perchè dovrei abbonarmi per avere di meno?

La possibilità di utilizzare una piccola stampante 3d di tipo consumer ancora non disponibile presso il laboratorio dello stabile.
Per passione ho acquisito le conoscenze tecniche per costruire autonomamente stampanti 3d sia di piccole che di medie dimensioni a prezzi tutto sommato interessanti. Perchè dovrei abbonarmi per avere di meno?

Colazione omaggio tutte le mattine a base di schifezze confezionate.
Preferisco preparare una colazione sana da consumare a casa con i miei cari mentre chiacchieriamo e ci raccontiamo le nostre giornate, invece di danneggiare l’organismo a pagamento extra.

Una postazione computer con connessione ad internet.
Dispongo di circa 7 postazioni computer (salvo imprevisti), 4 connessioni ad internet, 2 linee telefoniche. Perchè dovrei abbonarmi per avere di meno?

Aria condizionata all’interno dei locali.
Chi non ha oggi in un particolare laboratorio attrezzato l’aria condizionata o, persino, le pompe di calore o impianti fotovoltaici per rinfrescare a pieno regime specie quando c’è il sole forte? Immaginate un tecnico che studia queste cose, ci fa delle ricerche sopra e poi non le ha a disposizione? Ed in ogni caso l’aria condizionata è oramai ovunque, non mi sembra una peculiarità per cui aderire ad un’iniziativa imprenditoriale. Pensate che intere combriccole di adolescenti si incontrano nei centri commerciali d’estate (magari prima di andare al mare) perchè c’è il wi-fi gratuito, l’aria condizionata gratuita ed il parcheggio gratuito… e  senza vincoli contrattuali 🙂

La presenza di alcune hostess assolutamente estranee a qualsiasi tema tecnologico.
Non dispongo di hostess e se ne avessi la necessità, per provocazione, chiamerei tutte signore ultrasettantenni arzille, simpatiche e spiritose. Lo troverei umoristico e virale.

Posto auto (non riservato).
Io non ho un’automobile (la mia forte passione per i motori è tutta per i veicoli da pista, quelli stradali mi interessano marginalmente), uso quella di famiglia per i miei viaggi altrimenti in città mi muovo a bordo dei miei prototipi elettrici o della moto. A cosa mi serve quindi il posto auto? Ma soprattutto… a cosa mi serve spostarmi dal luogo dove faccio le mie ricerche, che raggiungo senza bisogno di automobili (e quindi senza consumi di carburante, bolli, assicurazioni, ecc.), avendo nel tempo ottimizzato quanto più possibile tutto ciò che faccio per poter proseguire il mio percorso formativo/professionale? Perchè quindi dovrei abbonarmi per avere di meno ed aggiungere una serie di spese che ora non ho?

Sì però non vale!

Così potreste obiettare “Sì ma non tutti i giovani studenti dispongono di attrezzature, servizi, luoghi, ecc.!”. E’ vero, da un lato non posso darvi torto, il ragionamento fila ed è corretto, ma se tu incubatore insegui un ragazzo che ha delle idee molto particolari, ha connessioni molto vaste e fa delle cose molto particolari, non puoi pensare che non si sia attrezzato nel tempo in cui le ha maturate. Per fare un esempio pratico prendiamo il caso Blackshape Aircraft. Se due giovani ingegneri talentuosi sono stati in grado di progettare e, una volta ottenuti i finanziamenti, costruire aerei superleggeri monoscocca in carbonio classificati tra i migliori al mondo, tu che fai… per farli entrare nel tuo team gli proponi una connessione ad internet, qualche merendina ed un posto auto? Non sarà più logico pensare che sono già avanti sul loro percorso e che necessitano di ben altro? Quindi, nel massimo rispetto per tutti gli studenti, questa proposta non ha senso (nel mio caso potrei dire che non ha strettamente senso).

Un test improvvisato

Così come non ha senso propormi di fare a pagamento ed in versione light ciò che già faccio da tempo in modo più approfondito ed ottimizzato, non ha senso anche l’esito di un breve test che ho fatto all’incubatore in questione. Costui aveva necessità di alcune stampanti 3d non professionali per l’acquisto delle quali aveva preventivato un limite di spesa. Io personalmente gli ho proposto la costruzione da parte mia di tali stampanti che gli avrei venduto ad una cifra minore di quella da lui preventivata. L’incubatore ha rifiutato la proposta nell’incertezza dimostrando così che non è assolutamente vero che crede in me, che non sa riconoscere un accordo vantaggioso da una bufala, che non è preparato sul tema ed ha timore di commettere errori. Infine ha dimostrato che non sa cogliere vantaggi economici (non è quindi idoneo per proporre a terzi una mia idea o un mio prodotto). Non ho mai visto qualcuno tanto sicuro di sé nel momento in cui ci sono da elargire inglesismi, percentuali e grossi nomi, diventare così tanto insicuro non appena gli si propone di iniziare ad essere concreti.

Come è andata a finire

Abbandonata totalmente ogni ipotesi di collaborare con l’incubatore protagonista di questa esperienza, mi sono interessato di seguire da lontano, mediante i miei canali, gli sviluppi dei passi effettuati dalle aziende da lui citate. Quelle che avrebbero dovuto acquistare le mie idee o i miei prodotti per intenderci. Una di queste, di grandi dimensioni, è praticamente in perenne rischio di collasso finanziario e dubito fortemente che sia attualmente in grado di pagare i suoi fornitori. Inoltre si tratta di un’azienda dotata di ingegneri validi e fin troppo bravi che a mio avviso avrebbe acquistato un mio prodotto per un periodo limitato al fine di smontarlo, studiarlo, fare delle valutazioni e rifarlo autonomamente evitando i costi che comporta il dar vita ad un progetto da zero. L’altra azienda, dalle dimensioni molto più contenute, ha attualmente debiti per oltre 100.000,00 Euro a causa di errate strategie sviluppate proprio con metodi analoghi a quelli proposti dal tale incubatore. Ciò significa che non avrebbe potuto onorare alcun accordo né saldare i pagamenti pattuiti. Inoltre, dato che veniva chiesto inizialmente di sostenere delle spese consistenti al fine di iniziare subito con una grossa produzione*, implicando quindi dei finanziamenti iniziali e la messa in gioco di importanti garanzie, con l’inadempienza di questi partner tecnicamente era possibile perdere la casa.

*Potrei discutere per ore su quanto non sono d’accordo con questo metodo.

Raccontaci le tue idee, qui sono al sicuro…

Altro esempio di opportunismo che vedeva delle note iniziali molto simili a quelle del caso precedente, sulle quali ovviamente non mi ripeto, aggiungeva la possibilità di inserirmi in un gruppo di giovani al fine di effettuare uno scambio di idee giustamente considerato prolifico. Presentata così la cosa sembra assai ragionevole, utile, intelligente e fertile tuttavia la questione è diventata torbida quando è emerso che alcuni di questi giovani sono figli di imprenditori che pur disponendo di aziende dotate di costosi macchinari, deficitano per quanto concerne le doti di innovazione. Si è ipotizzato che questi ragazzi fossero lì con l’intenzione fittizia di aprire una startup; la realtà, probabilmente, è che volevano portare qualche idea gratis a casa da mettere in pratica rapidamente. In effetti è molto difficile dimostrare che qualcuno ha preso una tua idea, e l’ha messa a frutto, per il semplice motivo che è realmente plausibile che due persone possano avere avuto la medesima idea anche se in luoghi o tempi diversi nonostante non siano entrate in contatto. Il consiglio è di tutelarsi proteggendo le proprie idee legalmente e richiedendo la possibilità di stipulare accordi di segretezza (in presenza di vostri testimoni e di vostri legali) prima di dire anche solo A. Inoltre evitate di offrire input (caratteristiche, logiche, metodi, funzionalità, ecc.), durante le ore di laboratorio, su quanto da voi protetto e prendete nota di tutti coloro che prendono parte alle ore di laboratorio con voi per poterne dimostrare la presenza qualora si scoprano un domani fatti simili a quelli appena esposti.

Certo che ti finanziamo!

Questo caso è un tipico caso in stile italiano. I fondi che mi avrebbe concesso lo stato o la comunità europea per i miei progetti non si sarebbero potuti destinare all’acquisto di macchinari perchè la responsabile del finanziamento e dell’incubazione per la mia startup insisteva che io li investissi nel pagamento dell’affitto di un capannone. Ella non voleva che eventuali collaboratori fossero chiamati a raggiungere il mio laboratorio personale anziché un luogo neutrale in quanto, perseverava, non era giusto che si dovessero alzare la mattina per raggiungere un luogo dove io già mi trovavo. ???. Ci voleva quindi un luogo neutro dove mi sarei dovuto recare anche io. Mah… io sono decisamente sconcertato da simili affermazioni. Si scoprì poi, a detta della stessa responsabile in seguito alla richiesta di ulteriori chiarimenti da parte mia, che i capannoni che voleva propormi, con tanta insistenza, erano di proprietà della società (o di soci connessi a quest’ultima) che mi faceva da tramite per ricevere i fondi per le mie idee. Pertanto, alla fin fine, il denaro destinato ai giovani imprenditori, sotto forma di affitto, raggiungeva come destinazione ultima le loro casse. In sostanza mi sarei ritrovato senza macchinari, senza produttività, con un’ipoteca e con un volume di debiti tutto da definire per non esser altro che un vettore per il trasferimento del denaro da una cassa all’altra. Ha senso? Se alla fine devo comunque acquistare io i macchinari e le strumentazioni, tanto vale farlo autonomamente a favore del mio laboratorio, senza ulteriori spese e ipoteche e limando via passaggi, sprechi e rischi inutili. Voi non fareste altrettanto? Si rasenta con quest’ultimo caso il limite dell’assurdo.

Continua…
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