E.R.S. Energy Recovery System

Rubrica: Curiosità della tecnica da corsa
Titolo o argomento: Dispositivi di recupero dell’energia per vetture ad elevate prestazioni

Con l’acronimo E.R.S. si intende il complesso di sistemi di recupero dell’energia (Energy Recovery System). Tale voce è frequentemente utilizzata nell’ambiente della Formula 1 dove, per il momento, si distinguono due importanti tipologie di sistemi di recupero dell’energia destinati alle monoposto:

Il sistema K.E.R.S. (kinetic Energy Recovery System) a bordo delle vetture di F1 dalla stagione 2009, il quale comprende un motore/dinamo, un accumulatore di carica ed un sistema di controllo.  Il motore elettrico, come vedremo più avanti, funge da generatore nelle fasi di frenata/rilascio andando a caricare un accumulatore di carica, per poi diventare un motore con effetto booster utilizzando, quando richiesto dal pilota, l’energia precedentemente recuperata ed accumulata.
Vedi l’articolo: “K.E.R.S. Kinetic Energy Recovery System”.

Il sistema E.E.R.S. (Exhaust Energy Recovery System) disponibile a partire dalla stagione di F1 del 2014, sfrutta la logica del turbo-compound, ove la turbina è collegata meccanicamente all’albero motore per migliorare l’efficienza del propulsore, evolvendola. Questo sistema, che vedremo nel dettaglio più avanti, è abbinabile ai motori sovralimentati mediante turbocompressore e sfrutta una seconda turbina (posta in serie con quella principale) per alimentare un generatore che aziona un motore elettrico. Il dispositivo offre un costante surplus di potenza.
Vedi l’articolo: “E.E.R.S. Exhaust Energy Recovery System” – Articolo in preparazione

E.R.S. - Energy Recovery System

A causa del pericolo di fughe di tensione lungo il corpo vettura (il carbonio è un ottimo conduttore),
le monoposto vengono dotate di adesivi (come quello riportato in figura) che segnalano il pericolo di
alta tensione fino a che il sistema E.R.S. non viene scaricato.

Produzione dell’idrogeno tramite fotosintesi

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: I metodi alternativi per produrre idrogeno

E’ possibile sfruttare la fotosintesi per produrre idrogeno? La ricerca scientifica sta esplorando questa direzione allo scopo di utilizzare l’energia solare per scindere le molecole d’acqua in idrogeno e ossigeno. In tal modo sarebbe possibile produrre idrogeno senza impiegare gli idrocarburi (vedi l’articolo: Produzione dell’idrogeno – Metodi standard) e quindi senza vanificare i buoni propositi dell’impiego dell’idrogeno come carburante pulito.

Premesso che la fotosintesi consiste nella reazione che ha come reagenti acqua e anidride carbonica e come prodotti ossigeno e glucosio (vedi gli articoli: Fotosintesi clorofillianaFotosintesi: fase luminosa e fase oscura), e premesso che l’energia per scindere le molecole d’acqua viene dalla luce solare (utilizzata dagli enzimi presenti nei cloroplasti delle piante per convertire l’energia luminosa in energia di scissione), allora può esser logico pensare di utilizzare questo processo per produrre idrogeno, il carburante pulito per eccellenza*.

Grazie ad un catalizzatore multi-metallico nanostrutturato (vedi l’articolo: Materiali nanostrutturati) i ricercatori dell’ITM (Istituto per la Tecnologie delle Membrane), in collaborazione con il dipartimento di Scienze chimiche dell’Università di Padova ed il dipartimento di Scienze farmaceutiche dell’Università di Trieste, hanno ottenuto l’equivalente artificiale del principio attivo presente in uno dei due enzimi fotosintetici (fotosistema II) contenuti nei cloroplasti. Questo è in grado di scindere il legame che intercorre tra idrogeno e ossigeno dell’acqua ed estrarre i protoni e gli elettroni che formeranno l’idrogeno.

Il catalizzatore multi-metallico nanostrutturato opera sulla superficie di elettrodi grazie alla sua combinazione (mediante tecniche di sintesi) con nanotubi di carbonio i quali sono caratterizzati da interessanti proprietà meccaniche, ottiche ed elettroniche (vedi l’articolo: Nanotubi di carbonio). Proprietà che gli permettono di assolvere il compito di “nanofili elettrici” atti ad indirizzare il trasferimento degli elettroni dalla molecola dell’acqua ad una cella elettrochimica in cui si forma idrogeno. Il catalizzatore è in grado di lavorare per molti cicli senza dare segni di affaticamento, è solubile in acqua e attivabile dalla luce grazie a molecole organiche denominate “sensibilizzatori antenna”. Con queste premesse è sempre più vicina la possibilità di realizzare un generatore di idrogeno ad alta efficienza che utilizzi acqua ed energia solare.

*L’idrogeno, come tutte le cose, presenta indubbiamente dei lati decisamente positivi, tuttavia presenta anche degli svantaggi che non sono da sottovalutare e che avremo modo di analizzare nel dettaglio nei prossimi articoli.

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Il catalizzatore è in grado di lavorare per molti cicli senza dare segni di affaticamento, è solubile
in acqua e attivabile dalla luce grazie a molecole organiche denominate “sensibilizzatori antenna”.

Fotosintesi clorofilliana: fase luminosa e fase oscura

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: Fasi della fotosintesi clorofilliana

Nell’articolo “Fotosintesi clorofilliana” abbiamo illustrato in maniera sintetica il processo della fotosintesi. Ora l’intenzione è, cercando di mantenere lo stesso semplice linguaggio del precedente articolo, quella di descrivere il dettaglio delle fasi caratterizzanti questo processo. La fotosintesi infatti si svolge in due fasi: la fase luminosa e la fase oscura.

Fase luminosa (o fase fotochimica)

Le reazioni della fase luminosa si verificano sulla superficie delle membrane interne dei cloroplasti. Ciò avviene grazie ai vari pigmenti presenti (fotorecettori) i quali sono in grado di captare l’energia luminosa. I principali pigmenti sono costituiti dalle molecole di clorofilla, contenute sulle membrane dei grana dei cloroplasti, le quali agiscono raggruppate in unità dette fotosistemi. Esistono due fotosistemi: il fotosistema I, nel quale è presente la clorofilla di tipo “a” (che assorbe prevalentemente luce blu-violetta e rossa) ed il fotosistema II nel quale è presente la clorofilla di tipo “b” (che assorbe luce blu e arancione). Gran parte delle rimanenti lunghezze d’onda (dello spettro del visibile) vengono catturate dai “pigmenti accessori”.

1. In sostanza la radiazione luminosa colpisce la molecola di clorofilla “a” (fotosistema I), questa si attiva ed un elettrone passa ad un livello energetico maggiore. Tale elettrone viene catturato da una serie di sostanze (disposte in sequenza ordinata) denominate “catena dei trasportatori”, le quali cedono l’elettrone ad un composto accettore denominato NADP che viene ridotto a NADPH. L’NADPH costituisce uno dei prodotti finali della fase luminosa.

2. Ora nel fotosistema I manca un elettrone e ciò provoca una certa instabilità. A colmare il vuoto elettronico ci pensa il fotosistema II il quale essendo a sua volta eccitato dalla luce libera un elettrone, destinato al fotosistema I, trasferito da una catena di trasportatori. In questo caso l’elettrone passa da un livello energetico maggiore ad uno minore con relativa emissione di energia adoperata poi per la sintesi di ATP. L’ATP costituisce un altro dei prodotti finali della fase luminosa.

3. Il vuoto elettronico che a sua volta si forma nel fotosistema II viene colmato dall’acqua (sempre presente in abbondante quantità nelle cellule) grazie alla fotolisi secondo la reazione: H2O → H+ + OH → H+ + OH + e

4. Durante la fase luminosa si libera anche ossigeno gassoso il quale costituisce l’ennesimo prodotto finale. L’insieme delle trasformazioni appena elencate permette di trasformare l’energia luminosa in energia chimica da immagazzinare nelle molecole di ATP.

Fase oscusa (o fase chimica)

Le reazioni della fase oscura si verificano nello stroma e non richiedono energia luminosa. Lo stroma è il fluido che si trova nella parte interna di un cloroplasto. In esso è presente il pool enzimatico utile alle reazioni chimiche. Nella fase oscura vengono adoperati, per la sintesi di sostanza organica, le seguenti molecole: anidride carbonica, NADPH, ATP.

Il processo di organicazione porta alla formazione di glucosio (C6H12O6) sfruttando l’energia chimica che la clorofilla ha accumulato nelle molecole di ATP e di NADPH2, inoltre le reazioni avvengono “contemporanemante” a quelle della fase luminosa. E’ da notare infatti che la fase viene denominata “oscura” non perchè avvenga soltanto al buio, bensì perchè non richiede la presenza di luce per le reazioni.

Continua…

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Cloroplasti al microscopio.
Image’s copyright: University of Wisconsin (www.wisc.edu)

Carichi termici sui pistoni di un motore a combustione interna

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Carichi termici nei principali organi del motore – Pistone

Il pistone è un organo soggetto ad un intenso flusso di calore proveniente dai gas presenti in camera di combustione. Circa il 30-40% del totale calore trasmesso al fluido refrigerante raggiunge la canna del cilindro attraverso il pistone. Le massime temperature raggiunte dipendono principalmente dalle condizioni di funzionamento del motore, dal dimensionamento del pezzo e dalla sua geometria. I valori massimi di temperatura si raggiungono nella zona centrale del cielo del pistone. Le temperature vanno poi diminuendo gradualmente verso la periferia del cielo del pistone e verso la parte bassa del mantello. I ridotti valori di temperatura presenti sull’ultima porzione del mantello stanno a significare che nella zona delle fasce vi è un’intensa trasmissione del calore (50-60%) verso le pareti del cilindro. Inoltre non va dimenticato che la parte inferiore del pistone riceve un getto d’olio lubrificante il quale contribuisce per il 15-20% al raffreddamento del pistone stesso.

Valori critici di temperatura

I limiti della massima temperatura tollerabile da un pistone dipendono dalla resistenza del materiale con cui sono realizzati. Le leghe leggere a base di alluminio (con elementi di alligazione quali rame e silicio) difficilmente possono essere impiegate oltre i 350°C in quanto le loro caratteristiche meccaniche, superata tale soglia, peggiorano drasticamente. D’altra parte però è risaputo che l’impiego di leghe di alluminio per la realizzazione dei pistoni offre vantaggi quali: leggerezza, lavorabilità alle macchine utensili e conducibilità termica.

Nella zona delle fasce elastiche è importante evitare il bloccaggio dei segmenti di tenuta nelle loro cave. Ciò può avvenire se il lubrificante perde le sue proprietà per via di temperature eccessive. Specialmente nella zona della prima fascia è opportuno evitare di superare i 200-250°C tuttavia, già a temperature di 200°C, è importante che l’olio lubrificante adoperato abbia efficaci proprietà anti-incollamento ottenute per mezzo di speciali additivi.

Sul fondo della testa del pistone (la parte sotto il cielo del pistone osservabile capovolgendolo) le temperature vanno contenute allo scopo di evitare un’alterazione dell’olio. Il lubrificante infatti, quando surriscaldato, forma depositi carboniosi che aderiscono alle pareti degli organi meccanici. Tali residui hanno un effetto, in questo caso controproducente, di isolamento termico. Nei pistoni con un alesaggio abbondante il getto d’olio proveniente dal basso non è sufficiente, si ricorre quindi a ricavare opportune canalizzazioni per l’olio anche nella testa del pistone.

Sul mantello, che svolge la funzione di guida del pistone nella canna del cilindro, eccessive variazioni di temperatura possono produrre dilatazioni che portano al grippaggio. Valori corretti delle temperature si aggirano intorno ai 120-150°C per la parte superiore del mantello, 80-100°C per la parte inferiore.

Carico termico pistone

Vista schematica di un pistone. Sulla parte sezionata sono visibili le temperature tipiche alle quali
è soggetto un pistone di tipo stradale

Che cosa sono i materiali auxetici?

I materiali auxetici sono quei materiali le cui fibre, se sottoposte ad uno sforzo di trazione, si aprono ad ombrello. Si determina quindi una dilatazione in direzione trasversale a quella della sollecitazione. Viceversa, se sottoposte ad uno sforzo di compressione, si chiudono provocando una strizione del campione. In termini fisici si dice che hanno modulo di Poisson* negativo. In natura, per esempio nella pelle della salamandra o di alcuni serpenti, ci sono cellule che hanno proprietà auxetiche. Quando vengono tirate, invece di restringersi, si allargano. Questa proprietà permette ai serpenti la macrofagia, ovvero la capacità di divorare prede di grandi dimensioni aprendo la bocca a dismisura. Proprietà simili sono riscontrabili anche in nuovi materiali, come i nanotubi di carbonio, il Gore-Tex e le schiume auxetiche.

*Il modulo di Poisson è una caratteristica, dipendente dalla temperatura, propria di ogni materiale. Tale modulo misura, in presenza di una sollecitazione monodirezionale longitudinale, il grado in cui il campione di materiale si restringe o si dilata trasversalmente.

materiali_auxetici.jpg

Solitamente, quando tiriamo tra le mani un materiale, ad esempio una spugna, vediamo che questa
si stringe e si allunga. Lo stesso accade con un provino di acciaio sottoposto ad una prova di trazione
in laboratorio. I materiali auxetici invece si comportano in modo opposto.

Esempi di biomimetica

Leonardo da Vinci progettò diverse macchine studiando attentamente la natura. Ciò perchè l’evoluzione naturale procede in accordo con le sue stesse leggi e compatibilmente alle sue possibilità e limitazioni. Nell’articolo che segue riportiamo alcuni esempi di materiali, tecnologie e strutture che sono stati realizzati imitando la natura per ottenere caratteristiche superiori. Stiamo parlando quindi di esempi di “biomimetica” (vedi l’articolo: Che cos’è la Biomimetica?).

Le note fibre sintetiche come il nylon sono ispirate alla seta naturale. Il velcro è ispirato alla forma uncinata dei semi vegetali. Imitando le zampe del geco sono stati realizzati adesivi nanostrutturati.

Ispirandosi alla superficie dei fiori di loto è stato possibile realizzare superfici autopulenti. La struttura superficiale dei fiori di loto infatti è molto fine ed è rivestita di cristalli di cera idrofobica di diametro pari a circa 1 nanometro (1 milionesimo di millimetro). Su una foglia di loto solo il 2-3% di una goccia d’acqua è realmente a contatto con la foglia stessa. La nanostruttura ruvida delle foglie di loto è essenziale affinché l’acqua non scivoli ma rotoli sulla superficie, ciò le permette di portar via con sé una quantità nettamente maggiore di sporco ed impurità.

I più recenti rivestimenti di superficie, già usati in ingegneria aerospaziale per ridurre l’attrito idrodinamico, hanno la struttura che imita quella dell’epidermide dei grandi pesci. Un esempio evidente si ha nel campo del nuoto agonistico dove gli atleti indossano tute speciali per migliorare le proprie prestazioni. La rugosità della pelle dello squalo, ad esempio, offre una migliore portanza nel nuoto.

Il muco che riveste la pelle di alcuni animali acquatici (vedi il barracuda) ha una doppia funzionalità: agisce da barriera contro la salinità dell’acqua ed opera una riduzione della drag force (forza di trascinamento). Questa proprietà è stata sfruttata per produrre additivi polimerici artificiali i quali, immessi nelle tubazioni di oleodotti in Alaska, hanno permesso di ridurre del 30% la potenza richiesta dalle pompe per il sostentamento dell’olio.

La vernice autoriparante, oggi disponibile su diverse berline di lusso, consiste in un composto formato da un polimero capace di rigenerarsi se sottoposto alla radiazione ultravioletta presente nella luce solare. Combinando il poliuretano con una molecola di chitosano, un carboidrato che si trova nella corazza dei crostacei (granchi e aragoste), i ricercatori hanno ottenuto proprietà auto-riparanti. Quando il materiale è danneggiato, la resina viene rilasciata nella frattura ove solidifica al contatto con un agente indurente presente nel materiale. Questo, una volta esposta la superficie alla radiazione ultravioletta, crea legami di reticolazione al fondo della frattura sanandola in un ridotto arco di tempo.

L’atomo di carbonio, la molecola dell’acqua, le proteine, le cellule, i tessuti, gli esseri umani e tutte le creature viventi usano il principio della tensegrità (ovvero minimo sforzo per massimo rendimento) per la loro struttura. Questo significa che la stabilità delle loro strutture non dipende dalla resistenza di ogni singolo componente, bensì dal modo in cui l’intero sistema distribuisce e bilancia le sollecitazioni. Il termine tensegrità (tensione + integrità) sta ad indicare la stabilità a tensione e compressione ottenuta mediante la distribuzione ed il bilanciamento delle forze all’interno della struttura. Una cupola geodetica, ad esempio, è in grado di sopportare un dato carico con il minimo impiego di materiale, pur essendo essenzialmente formata da montanti rigidi che compongono triangoli, pentagoni, ecc., ognuno dei quali è in grado di resistere sia a trazione che a compressione.

Le particolari performances proprie dei materiali biologici sono il frutto di una lenta e severa selezione naturale che opera nell’intento di trovare il miglior materiale disponibile per una precisa funzione. Contrariamente a quanto si possa pensare, la tendenza è quella di dotare un organismo di un numero limitato di componenti o principi che possano svolgere differenti ruoli. Ad esempio il collagene di tipo I presenta una diversa morfologia a seconda della funzione che svolge nei vari tessuti. Questa proteina mostra bassa rigidità ed elevata deformazione, tipica dell’elastomero, nei tendini. Nella cornea offre proprietà ottiche come la trasparenza. Infine nell’osso, dove è associato a cristalli di idrossiapatite (vedi l’articolo: Materiali compositi: le ossa), conferisce durezza e resistenza. Molti e molti più esempi si potrebbero fare in merito alla biomimetica, tuttavia, per semplicità, ci siamo limitati a riportarne solo alcuni tra quelli più facilmente comprensibili.

Note. Potrebbe esserti utile leggere l’articolo “Fattore di moltiplicazione” per valutare a quanto corrisponde 1 nanometro (nm).

superfici_autopulenti_imitano_fiori_loto.jpg

Solo il 2-3% della superficie di una goccia d’acqua entra in contatto con la superficie della foglia di loto.
La nanostruttura ruvida delle foglie di loto è essenziale affinché l’acqua non scivoli ma rotoli sulla superficie,
ciò le permette di portar via con sé una quantità nettamente maggiore di sporco ed impurità.
Su questo principio sono state sviluppate superfici autopulenti artificiali.
Image’s copyright: bad & heizung (www.bad-heizung.de)

Che cos’è la biomimetica?

Biomimetica (dal greco “βιός μίμησις”) significa imitazione della vita ovvero imitazione della natura. La biomimetica è una scienza che, osservando la natura, trae spunti utili a riprodurre artificialmente strutture, forme e materiali. Molte sono le discipline che traggono giovamento dalla biomimetica a partire dall’ingegneria, la chimica, la fisica, la biologia, la scienza dei materiali… La biomimetica permette di ottenere un elevato livello di efficienza, sostenibilità e integrazione con l’ambiente, perché le tecnologie bio-ispirate nascono dall’ecosistema stesso. In tutti gli organismi, dai più elementari a quelli più complessi, è possibile osservare una sorta di grande catalogo di materiali, architetture, sistemi e funzioni di rilevante interesse scientifico e tecnologico. L’approfondimento delle loro caratteristiche ha permesso la realizzazione di nuovi materiali prima impensabili. Le applicazioni spaziano dalla vita quotidiana alle tecnologie più avanzate.

Ad esempio la realizzazione di smart materials (vedi l’articolo: Smart materials – Materiali intelligenti) pone chi li progetta davanti ad una spontanea domanda: “Come progetta la natura?” E’ noto ormai che l’evoluzione naturale ha portato i materiali biologici a raggiungere prestazioni specifiche spesso straordinarie. Prestazioni alle quali i materiali sintetici ambiscono. Il processo seguito dalla natura è stato lento ma estremamente efficace: una procedura di successive approssimazioni nell’evoluzione biologica, ha permesso di ottimizzare la microstruttura di ogni tessuto sulla base della sua funzione fisiologica; in tal modo è stato possibile ottenere materiali con prestazioni, oltre che straordinarie, mirate per un preciso scopo, una precisa funzione. Oggi tali materiali sono la più grande fonte di ispirazione per l’ingegneria dei materiali. Nel prossimo articolo avremo modo di osservare alcuni interessanti esempi di biomimetica tratti da differenti applicazioni.

costume_biomimetico.jpg

Un ottimo esempio di biomimetica: i più recenti rivestimenti di superficie hanno lo scopo di ridurre
l’attrito idrodinamico. La loro struttura imita quella dell’epidermide di grandi pesci.
Image’s copyright: NASA (www.nasa.gov)

Note
Tessuto sintetico: tessuto non creato a partire da fibre naturali, ma da polimeri e altri materiali artificiali.
Tessuto biologico: un insieme di cellule, anche strutturalmente differenti, associate per funzione.

Materiali compositi: le ossa

L’osso è un materiale strutturale, esso si trova in molti organismi e, anche se non lo si immagina, è un materiale composito. Quando pensiamo ad un materiale composito, generalmente, vengono in mente parole come carbonio, kevlar, resina, ecc. In realtà un materiale composito è composto da una miscela o da una combinazione di due o più micro o macro costituenti che differiscono nella forma e nella composizione chimica e che sono essenzialmente insolubili l’uno nell’altro. L’osso nella fattispecie è formato da una miscela di materiali organici ed inorganici.

Parte organica

Il componente organico è composto da una proteina detta collagene (tipo l) e una minima quantità di proteine non collageniche. Il collagene risulta essere fibroso, tenace e flessibile. Esso fornisce all’osso doti di flessibilità e resilienza (resistenza agli urti). Costituisce il 25-30% del peso a secco dell’osso.

Parte inorganica

E’ costituita da idrossiapatite (HA) la cui composizione è: Ca10(PO4)6(OH)2. L’idrossiapatite è formata da piccole lamine lunghe 20-80 nm e spesse 2-5 nm. Questo componente inorganico fornisce all’osso la sua consistenza, la sua solidità e la sua durezza. Determina il 60-70% del peso a secco dell’osso.

Conclusioni

I materiali compositi fibrosi sono miscele di due o più materiali  con composizione e proprietà differenti che insieme consentono di ottenere proprietà uniche. Oggi sono largamente utilizzati dalle industrie dei più disparati settori ma, come è oramai ovvio intuire, madre natura ci aveva già pensato.

Note
Potrebbe interessarti leggere anche l’articolo: Scienza delle costruzioni vs Femore
Potrebbe esserti utile l’articolo “Fattore di moltiplicazione” per valutare a quanto corrisponde 1 nanometro (nm).

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Sezione longitudinale di un femore

Che cos’è un Quanto?

Rubrica: Energia

Titolo o argomento: La più piccola parte dell’energia

Energia

Come la materia, l’energia si può suddividere fino ad un certo punto, cioè fino ad una determinata quantità limite, oltre la quale essa perde le sue qualità. La porzione più piccola che si ottiene nel processo di suddivisione dell’energia è il quanto: in ogni processo fisico, l’energia può essere assorbita o emessa solo in quanti e mai in frazioni di quanto. Nel tentativo di trovare la legge che regola il fenomeno del corpo nero” (vedi l’articolo: Che cos’è il corpo nero?), Planck fu costretto ad ipotizzare una natura discontinua dell’energia. Egli suppose che l’energia non è scomponibile illimitatamente ma vi sono invece delle quantità discrete, o pacchetti di energia detti atti elementari (verranno poi chiamati quanti) i quali, come abbiamo detto, sono la quantità più piccola di energia che esiste separatamente.

Luce

L’unità elementare in cui, secondo Planck, è divisibile l’energia, è il “quanto”, mentre, secondo Einstein, quella in cui è divisibile la luce è il fotone. L’idrogeno, il primo atomo della tavola periodica degli elementi, è formato da un protone e da un elettrone. L’energia dell’elettrone può assumere solo determinati valori discreti chiamati livelli di energia (Modello di Bohr). Quando l’elettrone passa da un livello di energia alto ad uno più basso, emette un fotone la cui energia è pari alla differenza fra quei due livelli. La luce pertanto può assumere solo valori discreti e determinati visibili nel suo spettro.

Note

Modello planetario di Rutherford
Tutte le orbite elettroniche circolari intorno al nucleo dell’atomo sono permesse.
Modello di Bohr
Solo determinate orbite elettroniche intorno al nucleo dell’atomo sono permesse.
Radiazione
In fisica, con il termine radiazione, si indica un insieme di fenomeni caratterizzato dal trasporto di energia nello spazio. Tipici esempi di radiazioni sono la luce ed il calore.
Fotone
La radiazione è costituita da granuli elementari che Einstein chiamò “quanti di luce” e che furono poi denominati “fotoni”.
Spettro visibile
La gamma dei sette colori che l’occhio umano riesce a percepire.
Spettro atomico
La figura prodotta dalla radiazione assorbita o emessa da una specie chimica.
Spettro elettromagnetico
Indica la figura di diffrazione creata dalla scomposizione della luce nelle sue componenti cromatiche, ad esempio mediante l’utilizzo di un sistema ottico quale un prisma.

Livelli energetici elettrone

Quando l’elettrone passa da un livello di energia alto ad uno più basso, emette un fotone la cui energia
è pari alla differenza fra quei due livelli.