Lifelong Learning. L’apprendimento che non finisce mai: Un vasto territorio chiamato Cervello

Rubrica: Apprendimento | Learning

Titolo o argomento: Efficientamento del tuo potenziale

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Nei precedenti articoli di questa rubrica abbiamo visto cosa si intende per Lifelong Learning, come nel mio piccolo l’ho improntato fin da bambino, che effetti ha avuto (quantomeno nel mio caso, senza quindi alimentare la pretesa di generalizzare una regola comune dato che non si tratta di un processo produttivo industriale ripetibile) e quale genere di risultati mi ha restituito la perseveranza “misurata”, “controllata”, effettuata con cognizione di causa (rivolgetevi sempre a medici specialistici per ogni esigenza al di fuori dall’ordinario impegno di studio). Ora si tratta di capire più nel dettaglio, ma sempre con un linguaggio facilmente accessibile, cosa avviene nel cervello, quando lo si stimola con un costante impegno di studio lungo tutta la vita, dal punto di vista dello sviluppo cognitivo e delle Neuroscienze.
Prima però è necessario introdurre il lettore a quei termini senza la comprensione dei quali il proseguimento nella lettura della rubrica sarebbe inutile. Tenterò di farlo nel modo più semplice possibile.

Il cervello è un vasto territorio che contiene e connette più luoghi specializzati

Immagina di guardare la Terra dal satellite e di divertirti ad utilizzare lo scroll per ingrandire la visuale dallo spazio all’atmosfera, passando poi alle terre emerse, i rilievi montuosi, le valli, i corsi d’acqua arrivando fino ai centri delle città, le varie tipologie di strade, i vari centri specializzati, dal centro urbano con tutte le sue fitte diramazioni fino alle zone commerciali, quelle industriali, le campagne, i poli di studio e di ricerca, le imponenti strutture della sanità e così via. Ebbene il cervello è così. Luoghi specializzati messi in comunicazione tra loro attraverso strade che portano una merce assai preziosa: le informazioni (grazie a stimoli chimici ed elettrici).

Più le strade sono vaste, collegate, ben manutentate, attrezzate e meglio viaggiano le informazioni con ampie possibilità di interscambio, di relazioni, di copertura del territorio (con esplorazione di ogni luogo potenzialmente accessibile). Alta efficienza, alta resa, alto ritorno sull’investimento cognitivo (alla stregua del ROE e del ROI), servizi migliori, più assortiti, notevole disponibilità, versatilità…

I neuroni sono come dei laboratori, delle scuole, delle officine. L’ufficio del direttore, del preside, del titolare è detto soma mentre dendriti, assoni e terminali presinaptici sono una sorta di vie del centro, autostrade e strade extraurbane di scorrimento. Le sinapsi rappresentano una giunzione articolata tra neuroni presinaptici (il potenziale di un’azione) e postsinaptici (l’esecuzione effettiva dell’azione), si tratta di un ambiente costituito da acqua nella quale sono immersi banchi di particolari molecole.
Queste (a dir poco) particolari  molecole dedicate dette neurotrasmettitori sono i corrieri, i vettori delle informazioni. Le informazioni nel nostro cervello, pertanto, viaggiano tramite messaggio chimico. I neurotrasmettitori* (quali ad esempio adrenalina, noradrenalina, ossitocina, dopamina, serotonina, norepinefrina, glutammato, vasopressina, testosterone, progesterone, cortisolo, endorfine, ecc.) sono contenuti in ampolle, dette vescicole, poste all’interno dei terminali presinaptici del neurone. La zona attraverso la quale ha luogo lo scambio di tali molecole è una zona di adesione posta tra i neuroni detta spazio sinaptico o fessura sinaptica. La richiesta di rilascio di neurotrasmettitori avviene mediante un segnale elettrico che corre lungo l’assone.

*Non tutti i neurotrasmettitori indicati tra parentesi sono propriamente dei neurotrasmettitori in senso stretto ma fungono da tali. Per semplicità di esposizione quindi li considereremo tali.

I neuroni (o cellule neuronali) sono cellule elettricamente eccitabili e messe in comunicazione da trilioni di connessioni che trasmettono impulsi di tipo elettrico mediamente alla ragguardevole velocità di 430 km/h, con picchi fino a 720 km/h, permettendo così la trasmissione dei segnali in una manciata di millisecondi (rendendoci in tal modo immediatamente reattivi ai pericoli con lo scopo di garantire la sopravvivenzza) al fine di rilasciare o inibire opportuni neurotrasmettitori.

La cellula neuronale è corredata di un sofisticato sistema di pompe di ioni di sodio e di potassio (che vedremo al completamento della rubrica “Macchine Molecolari Naturali”, vedi in basso i Link correlati). L’accesso o il deflusso di tali ioni permette alla membrana cellulare di mantenere un potenziale elettrico di riposo di circa -70mV (milli Volt). I neurotrasmettitori eccitatori aumentano il potenziale elettrico, gli inibitori lo riducono. Quando si superano circa i -30mV la cellula emette l’impulso elettrico che corre lungo l’assone al fine di ordinare il rilascio di altri neurotrasmettitori. Questo segnale può a sua volta essere convalidato o ignorato dagli altri neuroni a seconda di molteplici fattori (che leggerete, se vi va, sui testi specialistici 🙂 ).

Predisposizioni genetiche, stress, cattiva alimentazione, mancanza di attività fisica, influiscono enormemente sulle riserve di neurotrasmettitori compromettendo seriamente il funzionamento del cervello e l’equilibrio della persona.

Continua…

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Neuron detailed anatomy illustrations. Neuron types, myelin sheath formation, organelles of the neuron body and synapse. Image’s Copyright: library.neura.edu.au

Lifelong Learning. L’apprendimento che non finisce mai: Imparare ad imparare (tra metodo e volontà)

Rubrica: Apprendimento | Learning

Titolo o argomento: Efficientamento del tuo potenziale

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Prendi il tuo tempo, costruisci il tuo metodo, trova le fonti giuste.
Non c’è fretta : )

Studiare non significa necessariamente soddisfare scadenze, esami, punteggi. Significa soprattutto sfamare la propria curiosità, la propria voglia di capire, di osservare come funzionano le “cose” in un modo più profondo. Significa conoscere le ramificazioni dei temi che ci appassionano e le loro relazioni con noi, con il nostro modo di vivere, con le nostre abilità, con il mondo circostante e l’Universo conosciuto. Tutto questo può esser fatto in modo piacevole anche senza scadenze rigorose, senza quei tempi ristretti che non permettono realmente di far proprio un contenuto o un assieme di contenuti da mettere in relazione tra loro.

Quello che è fondamentale è disporre degli ingredienti giusti: la vostra dedizione, la vostra caparbietà, l’acquisizione di un metodo di studio valido (leggere un libro sembra semplice, in realtà richiede un metodo di discernimento delle informazioni senza il quale si spreca solo un mucchio di tempo e si assimila ben poco), l’adozione di fonti più che valide (testi specialistici, testi impiegati in percorsi universitari dedicati, estratti di ricerche operate da professionisti accreditati, estratti di conferenze tenute da tali professionisti, tesi di laurea…).

A tal proposito il web dovrebbe essere bandito come fonte, almeno nei primi tempi quando si è alle prime armi con uno studio serio, per l’enorme mole di contenuti fuorvianti: è davvero difficile, a meno che non si abbia un’esperienza consolidata, distinguere contenuti di qualità da semplici insinuazioni, sensazionalismi, rapide conclusioni, contenuti privi di consistenza, contenuti con fini diversi quali il lucro o la spinta del lettore verso determinate direzioni dei mercati per convenienze sleali.

Imparare ad imparare

L’anticamera del Lifelong Learnign è racchiusa protetta da un intrecciato percorso ad ostacoli che ne libera l’accesso solo ai più caparbi. Il primo ostacolo, forse il più ostile: imparare ad imparare. A mio avviso solo una volta che si è trovato un valido metodo, e lo si è collaudato, adattato, affinato, è possibile passare ai quattro fondamenti dell’apprendimento che non finisce mai citati dal Rapporto Delors del 1996 (che prendeva il nome dal Presidente della Commissione Europea), ovvero imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a essere, imparare a vivere insieme.

Il problema di fondo è tuttavia rappresentato dalla necessità di una caratteristica dell’individuo che probabilmente deve essere innata, una naturale propensione che in realtà non è disponibile in tutte le persone o forse giace disattivata al permanente stato embrionale: la volontà di perseverare. Quanti traggono un gusto dall’impegno, dalla fatica, dalla caparbietà quando si trovano davanti a qualcosa che non conoscono o davanti ad un problema? Il Lifelong Learning, lo studio che si estende e sviluppa lungo l’intera vita, deve essere un piacere, non una costrizione né tantomeno un suggerimento martellante che risulti mortificante per chi non è affine ad un continuo impegno mentale. Non dovrebbe pertanto diventare una malattia sociale né un’implementazione stimolata da farmaci a mo’ di “Limitless” (Neil Burger, USA, 2011).

Ho personalmente osservato negli ultimi dieci anni che avviare al Lifelong Learning persone che non nutrono un particolare interesse verso il continuo apprendimento non produce gli stessi risultati di chi lo applica per propria natura, per propria scelta, spesso persino inconsapevolmente. Nei soggetti invitati al Lifelong Learning, infatti, pur manifestandosi effettivamente dei piccoli ma interessanti miglioramenti rispetto al proprio passato, non si genera la stessa plasticità cerebrale di chi invece lo desidera a fondo, liberamente e vi incanala con gusto, passione, divertimento, emozione, persino sofferenza, la propria fertile, innata volontà. L’attività neuronale, sinaptica e assonica dei due modelli di individui è molto differente e, a pari percorso di apprendimento, chi impiega la volontà innata trae benefici molto maggiori misurati nei termini di ciò che si va a realizzare quotidianamente ad esempio in campo professionale, sportivo o artistico.

Nuove sfide, inoltre, mettono in guardia e stimolano la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, che risulta persino produttiva se la sollecitazione stressante, lo stressor, ha un’intensità limitata all’interno di un periodo di tempo definito. In caso contrario i danni cerebrali potrebbero essere irreversibili tanto più intensa e continuativa è stata l’attività stressante.

Ponendo due bambini davanti ad uno strumento musicale, quello che nutre una spontanea passione, imparerà in poche ore abilità che il suo compagno non riuscirà comunque a far totalmente proprie in settimane. A tal proposito, a difesa dei bambini, le Neuroscienze hanno dimostrato che si apprendono di più, e si fissano meglio nella mente, nozioni ed esercizi ad esempio musicali, dieci minuti al giorno in modo leggero e costante anziché ore e ore delle stesse lezioni una volta a settimana. Trattasi di carico distribuito. Immagina una mensola, immagina di porre lungo tutta la sua superficie i volumi di una consistente enciclopedia (come siamo soliti osservare); immagina ora di utilizzare la stessa mensola ponendo tutti i volumi impilati in un unico punto. Nel primo caso avrai un carico distribuito che solleciterà la tavola lungo una linea di flessione dolce non distruttiva, nel secondo caso avrai un carico concentrato che, seppur con lo stesso carico, solleciterà intensamente un solo punto arrivando a tagliare la tavola in due con il collasso della struttura.

Tra volontà e metodo

Vi sono soggetti che non hanno volontà (o la cui volontà è smontata e devono trovare prima un metodo per ricostruirla) e vi sono soggetti che hanno volontà. Anche disponendo di volontà, magari spinta dalla curiosità, dal desiderio di mettersi alla prova, da un sogno, è facile che non si arrivi ad un risultato concreto di tipo accettabile perché la volontà in sé è condizione necessaria ma non sufficiente per realizzare qualcosa di straordinario nella propria vita. Ci vuole metodo. Il metodo è l’utensile fondamentale da installare nella propria volontà per completare una delle parti fondamentali di un macchinario complesso mosso da un’intelligenza completa, audace, equilibrata, allenata (e non solo…).

Per straordinario non intendo diventare astronauta, mi riferisco più alla risoluzione intelligente di un problema quotidiano che affligge. E’ straordinario chi trova un modo di comunicare con una persona con cui prima alimentava un conflitto (deleterio a lavoro come nella vita privata). E’ straordinario rifar decollare un’attività con ottime idee che siano oneste. E’ straordiario trovare un modo legale per stravolgere un sistema economico obsoleto. E’ straordinario inventare nuove cose utili e non banali superfluità smuovimercato che traballano fino a che i consumatori non se ne accorgono. E’ straordinario risolvere un problema da soli quando gli organi competenti brancolano nel buio o sono giustificabilmente intasati, bloccati in un pensiero sorpassato. Straordinarie sono le cose che un essere umano sconosciuto, che si applica fuori dalle convenzioni, fa ogni giorno senza che la massa ne prenda mai atto. Ci sono tante persone incredibili, la cui vita è così fertile che se passassero il loro tempo sui social, o attraverso i mezzi che i non addetti al settore chiamano “tecnologia”, non potrebbero più occuparsi del “raccolto”. E di cosa nutrirai la tua mente? Di un Like? Di un display touch? Di una app? O di quello che sai fare, risolvere, offrire?

Un esempio per sondare il territorio

Una professoressa di lettere che tanto criticavamo tra compagni di classe ai tempi delle scuole medie si è rivelata preziosa, almeno per me, quando poi son cresciuto. Perché? Perché ci dava spesso esercizi di lettura di noiosissimi testi e voleva che dessimo un titolo ad ogni pagina e scandissimo il testo in micro informazioni e macro informazioni. Voleva inoltre che evitassimo di pasticciare le pagine con colorati evidenziatori con i quali, puntualmente, finivamo con il mettere in risalto praticamente tutto.

Il titolo ad ogni pagina occorreva ad inquadrare se avevamo compreso il nucleo del discorso o se ci eravamo persi tra dettagli meno significativi. Cosa ti vuol comunicare l’autore? Qual è il punto che vuole raggiungere? Qual è il succo del discorso? Come si mette in relazione con i contenuti di cui ti ha parlato prima? Come puoi metterlo in relazione con le cose che conosci già? Ci sono connessioni interessanti con i riferimenti bibliografici?

Le micro e le macro informazioni erano dei brevi testi descrittivi “telegrafati” senza articoli né preposizioni. Le prime erano fondamentali per mettere in evidenza ai bordi della pagina, a matita*, una cascata di informazioni principali dettagliate (ma senza esagerare altrimenti la pagina diventava illegibile e confusionaria). Le seconde erano più rade e determinavano un cambio di tema lungo un capitolo (oggi forse meno necessarie in quanto vanno scomparendo i libri con lunghi capitoli di 60 pagine ai quali si preferiscono capitoli frammentati e già titolati al fine di spezzare la lettura in modo ordinato e sicuramente più agevole).

*Magari con una HB-2 temperata dolcemente… i libri han bisogno di cura : )

Questo lavoro nel trovare titoli, micro e macro informazioni da riportare in maniera misurata e ordinata lungo le pagine permetteva di ottenere due grandi vantaggi. Il primo: l’apprendimento; senza accorgercene assimilavamo il contenuto in modo più profondo in quanto dovevamo elaborarlo per sintetizzarlo. Inoltre dovevamo cogliere necessariamente i reali aspetti salienti, i reali oggetti della comunicazione proposti dell’autore. Il secondo: il recupero delle informazioni a posteriori; con un libro ordinato e scandito a matita si ritrovavamo agevolmente contenuti salienti che dovevamo poi inserire in un tema o un saggio o utilizzare dopo molto tempo per un’interrogazione o un esame.

Ma allora perché il metodo non funzionava a scuola? Perché non gliene fregava nulla a nessuno degli autori minimalisti polacchi e dei loro tetri pomeriggi piovosi che facevano da cornice a drammi uggiosi. Così come, parlando seriamente, bambini di 11 anni non potevano comprendere la gravità e le implicazioni di temi profondi quali l’olocausto che, invece, andavano trattati con il giusto approfondimento ad un’età in cui realmente si possono comprendere i motivi per i quali un popolo non può e non deve più accettare simili scempi disumani in nessuna forma.

Bisogna cogliere nel segno. E’ necessario approdare a temi cari ai bambini per fornirgli in modo efficace i primi metodi di apprendimento consolidati. Altrimenti non è poi possibile passare a quelli successivi più sviluppati, articolati e prolifici che, generalmente, ogni persona che ha piacere di studiare, trasforma nella versione più aderente a sé.

Continua…

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Cit. alta, Nelson Mandela

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L’apprendimento che non finisce mai

Alcuni anni fa mi davano quasi del matto. Diverse persone a me vicine, tra cui anche professori che hanno attraversato la mia vita di passaggio o altri con i quali ho mantenuto uno splendido rapporto costruttivo per anni, stentavano a concepire il mio metodo di studio. Stentavano a concepire il mio perseverare nel voler studiare e proseguire l’Università (con il progetto, un sogno possibile, di una Laurea e poi una seconda e una terza…) nonostante la crisi economica globale avesse messo in ginocchio l’economia e con essa anche l’attività dei miei genitori. Sostenevano che un ragazzo normale, se non può studiare perché trattenuto da altro, ad esempio da motivi di forza maggiore quali il lavoro, abbandona gli studi, ci mette una croce. Io no.

Si fosse trattato solo del lavoro… in realtà l’impegno a cui andavo in contro era molto maggiore del lavoro in sé. L’ambizione nell’innovazione dei metodi lavorativi e l’impegno nel recupero delle configurazioni aziendali precedentemente ignorate dai predecessori per l’impiego di modelli organizzativi obsoleti, hanno rappresentato uno sforzo costante, intenso, mastodontico, reso dolce dal piacere di studiare e di mettere in pratica, quindi di provare e verificare meticolosamente gli esiti.

Personalmente non credo al modello di un segmento temporale predefinito per gli studi, uno per il matrimonio, uno per il mutuo, uno per la monovolume (ora suv) con i seggiolini dei bimbi (perfettamente installabili anche sull’auto che avevi prima), uno per dedicarsi all’omologazione (cercando di essere e fare quel che sono e fanno gli altri) e, nel frattempo, il lavoro a debito perpetuo rincorrendo una vita confezionata, precotta, preimpostata, che non è sostenibile dal cervello e, in cascata, da tutto il resto.

Esistono delle priorità, è vero. Ma le priorità non si contendono tra studio e lavoro, bensì tra quel che siamo, desideriamo essere, desideriamo diventare capaci di fare e quel che sono e fanno le masse. Le priorità si contendono tra il timore di perdere la possibilità di realizzare sogni perfettamente raggiungibili (con le capacità che dobbiamo oggettivamente riconoscere di avere o meno) ed il timore di essere giudicati diversi, inadeguati, non conformati, fuori omologazione rispetto ai più. Le priorità all’ennesima potenza o, più correttamente, le priorità esponenziali (nella forma priorità elevato alla priorità) sono l’espressione di quel che in una vita conta realmente: l’impegno nel fare quel che si sente di poter realmente fare. Perché lo studio è vita e il lavoro è vita, entrambi nobilitano l’Uomo e tra i due non può esserci prevalenza.

Dalla mattina al pomeriggio

Così mi accorgevo che la mattina studiavo splendidi Teoremi di Matematica, intriganti leggi della Fisica descritte a loro volta da una Matematica che, spesso, in forma semplice ed elegante, si ripeteva inaspettatamente allo stesso modo capitolo dopo capitolo su diversi argomenti (la radice era sempre la medesima anche se non lo si notava subito) e ci vedevo il pomeriggio soluzioni per i miei progetti, per i miei problemi, per il mio quotidiano, per i miei desideri, per la mia soddisfazione. Una lingua come la Matematica, che appariva a me inizialmente incomprensibile, rivelava tutta la sua logicità al mio perseverare nel suo studio, al mio ostinato perseverare nel suo studio. Perché difficile è bello, difficile è affascinante, difficile è scoperta, difficile è spettacolare, difficile è stimolante, difficile è soddisfazione. Un mondo dentro ad un mondo che contiene infiniti altri mondi. Tutto chiaro in bella vista e allo stesso tempo invisibile ai più che ci passavano davanti in ogni momento senza rendersi nemmeno lontanamente conto, incredibile. Perché mi affascinavano eleganze come l’Identità di Eulero, la Morfogenesi di Turing, i Frattali di Mandelbrot, il Paesaggio di Riemann, la Relatività di Einstein? Perché una volta sostenuto un notevole sforzo per avere una visione più chiara di un concetto matematico, fisico, chimico, storico, poi risolvevo più agevolmente i problemi della mia vita come se fossi d’un tratto più allenato? Perché quel desiderio non si saziava mai e concetto dopo concetto desideravo riandare a lezione, capire, non imparare a memoria ma capire, rielaborare, applicare? E come mai i miei progetti, sempre più complicati diventavano realtà?

Studiare è la mia passione, fare ricerca è la mia vita. In certi periodi non riesco a stare per più di qualche ora lontano da libri, calcoli, teorie scientifiche, prove di laboratorio, analisi, ragionamenti, logiche, esperimenti, costruzioni pratiche, prove dal vivo, verifiche nella vita reale, progetti, rinnovamenti, cambiamenti, innovazioni, risoluzione di problemi. In certi altri periodi, invece, lunghe pause tentano di mettere ordine in un fiume turbinante di concetti mentre mi occupo di tutt’altro durante un deaffaticamento della mente che impegna la struttura del mio corpo (nel mio caso una versione a me aderente del Triathlon).

Così ho dedicato gli anni che ho dedicato a risolvere per la mia famiglia e me i problemi gravissimi legati alla crisi economica globale, ai cambiamenti sociali, a quel che c’è dietro, a quel che ci sarà dopo, e poi ho ripreso a ritmi sostenibili i miei appassionanti studi. Nel frattempo il lavoro, che si stava assopendo del tutto a cavallo del 2010, è aumentato esponenzialmente in seguito alle nostre (per me) naturali innovazioni. Un mio professore, seppur bonariamente, sorrise di tenerezza come un padre quando, in principio, gli raccontai parte dei miei piani. Riteneva il mio progetto impossibile. Non mi buttai giù e, solo pochi anni dopo, dimostrai che le mie teorie erano e sono tutt’ora corrette.

Qualcosa è cambiato

Non solo l’attività di famiglia si salvò, ma cambiò radicalmente, crebbe esponenzialmente passando dall’offerta di una ventina di prodotti basilari ad oltre duemila decisamente più tecnici, incrementando profondamente la necessità di specializzazione, il numero di servizi altrettanto specializzati, studiando nuove teorie di organizzazione aziendale, nuovi modi di fare impresa, allenando la capacità di risolvere problemi via via più complessi e apparentemente insormontabili, aumentando il livello di istruzione, facendo sacrifici immani da sentir male alle ossa come in una metaforica battaglia a mani nude, abbandonando vecchie teorie di indebitamento e finanziamento, abbandonando vecchi metodi d’ufficio, d’amministrazione, di burocrazia, di rapporto claudicante con determinati fornitori, risolvendo una quantità considerevole di problemi da sé senza attendere l’intervento di altri (che ci avrebbero portati in rovina per latenza o pur immaginabile indifferenza), utilizzando nuove logiche ricavate prettamente dalla Matematica e dalla Fisica per ciò di cui avevamo bisogno (quest’ultimo punto quasi impossibile da capire se non traducendo da soli la teoria matematica e fisica in pura pratica facendo leva sulle ramificazioni della filosofia).

Nel mezzo ho frequentato i corsi, mi sono tenuto allenato, ho studiato, ristudiato e ristudiato ancora una volta tutto il possibile e di più. Ho allargato il bacino di materie di mio interesse, le ho interconnesse, le ho applicate, le ho messe in pausa e poi ristudiate da capo. Ho solleticato il cervello e poi… e poi l’ho sollecitato di nuovo, ho studiato le sue risposte alle diverse tipologie di stressor e a diverse intensità di stress risultante, alle diverse difficoltà dei problemi, degli imprevisti e, persino, alle ore di sonno perse volontariamente per periodi di tempo definiti e controllati al fine di riuscire in attività complesse. Follia completa. Il cervello, elastico e frizzante per propria natura, iniziava ad andare come un treno a vapore dotato di consistente Quantità di moto* ed i problemi che prima apparivano come tenaci superleghe indeformabili venivano risolti e abbattuti uno a uno come fossero di fragile gesso.

*Immaginate un grosso escavatore da cava, ad esempio il CAT 797F, la sua massa a vuoto si attesta attorno alle 220 tonnellate, ovvero 220.000 kg. Può raggiungere quasi 70 km/h ovvero circa 19,5 m/s. Il prodotto tra la sua massa e la sua velocità ci restituiscono una grandezza vettoriale, chiamata Quantità di moto, la cui unità di misura è espressa in “kg per m/s”, in questo caso: 4.290.000 kg · m/s.
Immaginate ora un ciclista in volata che si muove sempre a 70 km/h (19,5 m/s) ma con una massa di circa 70kg compresi i 7kg della bici. La sua Quantità di moto, a pari velocità con il CAT 797F, è di 70 kg · 19,5 m/s, ovvero 1.365 kg · m/s (3143 volte minore del CAT).
Percepiamo inconsciamente la Quantità di moto quando, ad esempio, nell’osservare un grosso escavatore (anche di tipo commerciale presso un cantiere edile/civile lungo una strada) e un ciclista che si muovono lungo la medesima strada alla medesima velocità, il primo desta la nostra attenzione impressionandoci ed il secondo ci risulta trascurabile, ordinario, abituale.
Un cervello allenato, strutturato, denso di metodi, contenuti ed esperienze maturate, può mantenere la medesima velocità che aveva in precedenza ma aumentare notevolmente l’impatto che esercita sull’ambiente circostante quando esprime il suo potenziale.
Tratteremo successivamente in appositi articoli cosa accade e perché quando invece il cervello aumenta la propria velocità, caratteristica legata ad altro tipo di allenamento, ad altro tipo di prestazione desiderata, ad altro modello di intelligenza. La riflessività, infatti, se razionale, non è assolutamente una caratteristica negativa, tutt’altro.

Oggi lo chiamano Lifelong Learning

Una volta mi prendevano per matto, oggi lo chiamano Lifelong Learning e gli scienziati hanno dimostrato che la continua sollecitazione del cervello lo rende più “elastico” (adattabile, flessibile), “plastico” (malleabile e ristrutturabile), “potente” (prestante, con crescente capacità di acquisizione, calcolo e problem solving, variabile da persona a persona e delimitata sempre entro un proprio massimo fisico) per tutta la vita (quindi non solo in giovane età). Un cervello positivamente stimolato lungo la vita è un cervello frizzante.

C’è sempre qualcosa che, quando lo adotto in anticipo, porta chi osserva a darmi del matto. Come ad esempio il “Lifelong Learning” al quale non ho mai dato un nome ma che io attuavo come “metodo di autorisoluzione di variegate tipologie di problemi”; come le attuali “competenze trasversali” che io chiamavo personalmente “l’incrocio di temi apparentemente distanti tra loro”, come gli “edifici nZeb e Zero Energia” che io chiamavo volgarmente “case autonome”, e una moltitudine di cambiamenti interessanti che ho sovente anticipato dopo aver superato il gommoso muro beffardo delle solite critiche.

Sono solito sostenere: “Se non fai qualcosa che per te è importante solo perché gli altri non lo capiscono e non ti appoggiano, amaro risulterà quel che resta della vita”.

Strade interessanti da esplorare

Come di consueto, ogni volta, son passati gli anni e si sono accorti anche loro** che non avevo tutti i torti o, quantomeno, le strade da me proposte potevano essere interessanti da esplorare. Anche solo una rapida ricognizione sui miei passaggi sarebbe stata utile a intravedere eventuali attrazioni di un ambiente nuovo. Tuttavia pare sia necessaria una certa predisposizione della mente per attivare la virtù del dubbio, vale a dire ciò che predispone a coltivare gli approfondimenti nella vita, l’esperienza, la saggezza, la cultura non stereotipata. In più occasioni hanno attribuito un nome, generalmente inglese***, a qualcosa che facevo già da tempo, e prima respingevano, oppure a qualcosa a cui ero arrivato anche io, inconsapevole che già esistesse, e loro ignoravano totalmente.

**Chi sono “loro”? Loro sono i portavoce di parole mai comprese
***Segno di debolezza

I portavoce di parole mai comprese

Intravisto il potenziale di un’idea (generalmente più la sua risonanza in un mare di parole) si son fatti portavoce in apposite conferenze di cose che non conoscevano realmente (o sulle quali non avevano maturato l’esperienza sufficiente per parlarne come degli innovatori) e hanno affermato che la tal teoria fosse una teoria interessante da tenere “oggi” in considerazione per non restare indietro. Ma se ne sono accorti tardi, non ne conoscono le funzioni, i comportamenti, le reazioni… un po’ come un giornalista sportivo che parla abitualmente di F1 ma non ne ha mai guidata una e non si rende conto realmente di cosa significhi accelerare (anche intensamente) per sfruttare un’aerodinamica raffinata, sconosciuta, anti-intuitiva di una Fisica non quotidiana (il carico aerodinamico) quando al contrario la naturale concezione di un ordinario guidatore suggerirebbe di frenare…

Così se nel 2010 ero “matto”, oggi sono semplicemente un soggetto che adotta il “Lifelong Learning” da sempre (ma non solo). Ma che importanza ha in fondo? Quando si è presi tutto il tempo da quel che si ama fare non si ha tempo per elucubrare, ruminare, su simili discorsi.
Tuttavia, se tra quel che si ama fare c’è lo “scrivere”, sembra si generi una reiterazione assoggettabile alla matematica frattale che, a sorpresa, complica le cose tanto quanto le rende affascinanti : )
Così, tutt’al più, se ne può parlare in un leggero articolo per un poliedrico Blog stimolante come questo o per qualche pagina di un futuro Libro digestivo che possano esser utili al lettore in qualità di generatori di stuzzicanti spunti di riflessione.

Mi piace pensare: “Non si ha tempo per parlare di certe cose quando si è presi da ciò che si ama fare. Tuttavia se tra ciò che si ama fare c’è il parlare di certe cose…”.

Continua…

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