Lifelong Learning. L’apprendimento che non finisce mai: Imparare ad imparare (tra metodo e volontà)

Rubrica: Apprendimento | Learning

Titolo o argomento: Efficientamento del tuo potenziale

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Prendi il tuo tempo, costruisci il tuo metodo, trova le fonti giuste.
Non c’è fretta : )

Studiare non significa necessariamente soddisfare scadenze, esami, punteggi. Significa soprattutto sfamare la propria curiosità, la propria voglia di capire, di osservare come funzionano le “cose” in un modo più profondo. Significa conoscere le ramificazioni dei temi che ci appassionano e le loro relazioni con noi, con il nostro modo di vivere, con le nostre abilità, con il mondo circostante e l’Universo conosciuto. Tutto questo può esser fatto in modo piacevole anche senza scadenze rigorose, senza quei tempi ristretti che non permettono realmente di far proprio un contenuto o un assieme di contenuti da mettere in relazione tra loro.

Quello che è fondamentale è disporre degli ingredienti giusti: la vostra dedizione, la vostra caparbietà, l’acquisizione di un metodo di studio valido (leggere un libro sembra semplice, in realtà richiede un metodo di discernimento delle informazioni senza il quale si spreca solo un mucchio di tempo e si assimila ben poco), l’adozione di fonti più che valide (testi specialistici, testi impiegati in percorsi universitari dedicati, estratti di ricerche operate da professionisti accreditati, estratti di conferenze tenute da tali professionisti, tesi di laurea…).

A tal proposito il web dovrebbe essere bandito come fonte, almeno nei primi tempi quando si è alle prime armi con uno studio serio, per l’enorme mole di contenuti fuorvianti: è davvero difficile, a meno che non si abbia un’esperienza consolidata, distinguere contenuti di qualità da semplici insinuazioni, sensazionalismi, rapide conclusioni, contenuti privi di consistenza, contenuti con fini diversi quali il lucro o la spinta del lettore verso determinate direzioni dei mercati per convenienze sleali.

Imparare ad imparare

L’anticamera del Lifelong Learnign è racchiusa protetta da un intrecciato percorso ad ostacoli che ne libera l’accesso solo ai più caparbi. Il primo ostacolo, forse il più ostile: imparare ad imparare. A mio avviso solo una volta che si è trovato un valido metodo, e lo si è collaudato, adattato, affinato, è possibile passare ai quattro fondamenti dell’apprendimento che non finisce mai citati dal Rapporto Delors del 1996 (che prendeva il nome dal Presidente della Commissione Europea), ovvero imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a essere, imparare a vivere insieme.

Il problema di fondo è tuttavia rappresentato dalla necessità di una caratteristica dell’individuo che probabilmente deve essere innata, una naturale propensione che in realtà non è disponibile in tutte le persone o forse giace disattivata al permanente stato embrionale: la volontà di perseverare. Quanti traggono un gusto dall’impegno, dalla fatica, dalla caparbietà quando si trovano davanti a qualcosa che non conoscono o davanti ad un problema? Il Lifelong Learning, lo studio che si estende e sviluppa lungo l’intera vita, deve essere un piacere, non una costrizione né tantomeno un suggerimento martellante che risulti mortificante per chi non è affine ad un continuo impegno mentale. Non dovrebbe pertanto diventare una malattia sociale né un’implementazione stimolata da farmaci a mo’ di “Limitless” (Neil Burger, USA, 2011).

Ho personalmente osservato negli ultimi dieci anni che avviare al Lifelong Learning persone che non nutrono un particolare interesse verso il continuo apprendimento non produce gli stessi risultati di chi lo applica per propria natura, per propria scelta, spesso persino inconsapevolmente. Nei soggetti invitati al Lifelong Learning, infatti, pur manifestandosi effettivamente dei piccoli ma interessanti miglioramenti rispetto al proprio passato, non si genera la stessa plasticità cerebrale di chi invece lo desidera a fondo, liberamente e vi incanala con gusto, passione, divertimento, emozione, persino sofferenza, la propria fertile, innata volontà. L’attività neuronale, sinaptica e assonica dei due modelli di individui è molto differente e, a pari percorso di apprendimento, chi impiega la volontà innata trae benefici molto maggiori misurati nei termini di ciò che si va a realizzare quotidianamente ad esempio in campo professionale, sportivo o artistico.

Nuove sfide, inoltre, mettono in guardia e stimolano la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, che risulta persino produttiva se la sollecitazione stressante, lo stressor, ha un’intensità limitata all’interno di un periodo di tempo definito. In caso contrario i danni cerebrali potrebbero essere irreversibili tanto più intensa e continuativa è stata l’attività stressante.

Ponendo due bambini davanti ad uno strumento musicale, quello che nutre una spontanea passione, imparerà in poche ore abilità che il suo compagno non riuscirà comunque a far totalmente proprie in settimane. A tal proposito, a difesa dei bambini, le Neuroscienze hanno dimostrato che si apprendono di più, e si fissano meglio nella mente, nozioni ed esercizi ad esempio musicali, dieci minuti al giorno in modo leggero e costante anziché ore e ore delle stesse lezioni una volta a settimana. Trattasi di carico distribuito. Immagina una mensola, immagina di porre lungo tutta la sua superficie i volumi di una consistente enciclopedia (come siamo soliti osservare); immagina ora di utilizzare la stessa mensola ponendo tutti i volumi impilati in un unico punto. Nel primo caso avrai un carico distribuito che solleciterà la tavola lungo una linea di flessione dolce non distruttiva, nel secondo caso avrai un carico concentrato che, seppur con lo stesso carico, solleciterà intensamente un solo punto arrivando a tagliare la tavola in due con il collasso della struttura.

Tra volontà e metodo

Vi sono soggetti che non hanno volontà (o la cui volontà è smontata e devono trovare prima un metodo per ricostruirla) e vi sono soggetti che hanno volontà. Anche disponendo di volontà, magari spinta dalla curiosità, dal desiderio di mettersi alla prova, da un sogno, è facile che non si arrivi ad un risultato concreto di tipo accettabile perché la volontà in sé è condizione necessaria ma non sufficiente per realizzare qualcosa di straordinario nella propria vita. Ci vuole metodo. Il metodo è l’utensile fondamentale da installare nella propria volontà per completare una delle parti fondamentali di un macchinario complesso mosso da un’intelligenza completa, audace, equilibrata, allenata (e non solo…).

Per straordinario non intendo diventare astronauta, mi riferisco più alla risoluzione intelligente di un problema quotidiano che affligge. E’ straordinario chi trova un modo di comunicare con una persona con cui prima alimentava un conflitto (deleterio a lavoro come nella vita privata). E’ straordinario rifar decollare un’attività con ottime idee che siano oneste. E’ straordiario trovare un modo legale per stravolgere un sistema economico obsoleto. E’ straordinario inventare nuove cose utili e non banali superfluità smuovimercato che traballano fino a che i consumatori non se ne accorgono. E’ straordinario risolvere un problema da soli quando gli organi competenti brancolano nel buio o sono giustificabilmente intasati, bloccati in un pensiero sorpassato. Straordinarie sono le cose che un essere umano sconosciuto, che si applica fuori dalle convenzioni, fa ogni giorno senza che la massa ne prenda mai atto. Ci sono tante persone incredibili, la cui vita è così fertile che se passassero il loro tempo sui social, o attraverso i mezzi che i non addetti al settore chiamano “tecnologia”, non potrebbero più occuparsi del “raccolto”. E di cosa nutrirai la tua mente? Di un Like? Di un display touch? Di una app? O di quello che sai fare, risolvere, offrire?

Un esempio per sondare il territorio

Una professoressa di lettere che tanto criticavamo tra compagni di classe ai tempi delle scuole medie si è rivelata preziosa, almeno per me, quando poi son cresciuto. Perché? Perché ci dava spesso esercizi di lettura di noiosissimi testi e voleva che dessimo un titolo ad ogni pagina e scandissimo il testo in micro informazioni e macro informazioni. Voleva inoltre che evitassimo di pasticciare le pagine con colorati evidenziatori con i quali, puntualmente, finivamo con il mettere in risalto praticamente tutto.

Il titolo ad ogni pagina occorreva ad inquadrare se avevamo compreso il nucleo del discorso o se ci eravamo persi tra dettagli meno significativi. Cosa ti vuol comunicare l’autore? Qual è il punto che vuole raggiungere? Qual è il succo del discorso? Come si mette in relazione con i contenuti di cui ti ha parlato prima? Come puoi metterlo in relazione con le cose che conosci già? Ci sono connessioni interessanti con i riferimenti bibliografici?

Le micro e le macro informazioni erano dei brevi testi descrittivi “telegrafati” senza articoli né preposizioni. Le prime erano fondamentali per mettere in evidenza ai bordi della pagina, a matita*, una cascata di informazioni principali dettagliate (ma senza esagerare altrimenti la pagina diventava illegibile e confusionaria). Le seconde erano più rade e determinavano un cambio di tema lungo un capitolo (oggi forse meno necessarie in quanto vanno scomparendo i libri con lunghi capitoli di 60 pagine ai quali si preferiscono capitoli frammentati e già titolati al fine di spezzare la lettura in modo ordinato e sicuramente più agevole).

*Magari con una HB-2 temperata dolcemente… i libri han bisogno di cura : )

Questo lavoro nel trovare titoli, micro e macro informazioni da riportare in maniera misurata e ordinata lungo le pagine permetteva di ottenere due grandi vantaggi. Il primo: l’apprendimento; senza accorgercene assimilavamo il contenuto in modo più profondo in quanto dovevamo elaborarlo per sintetizzarlo. Inoltre dovevamo cogliere necessariamente i reali aspetti salienti, i reali oggetti della comunicazione proposti dell’autore. Il secondo: il recupero delle informazioni a posteriori; con un libro ordinato e scandito a matita si ritrovavamo agevolmente contenuti salienti che dovevamo poi inserire in un tema o un saggio o utilizzare dopo molto tempo per un’interrogazione o un esame.

Ma allora perché il metodo non funzionava a scuola? Perché non gliene fregava nulla a nessuno degli autori minimalisti polacchi e dei loro tetri pomeriggi piovosi che facevano da cornice a drammi uggiosi. Così come, parlando seriamente, bambini di 11 anni non potevano comprendere la gravità e le implicazioni di temi profondi quali l’olocausto che, invece, andavano trattati con il giusto approfondimento ad un’età in cui realmente si possono comprendere i motivi per i quali un popolo non può e non deve più accettare simili scempi disumani in nessuna forma.

Bisogna cogliere nel segno. E’ necessario approdare a temi cari ai bambini per fornirgli in modo efficace i primi metodi di apprendimento consolidati. Altrimenti non è poi possibile passare a quelli successivi più sviluppati, articolati e prolifici che, generalmente, ogni persona che ha piacere di studiare, trasforma nella versione più aderente a sé.

Continua…

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