Lotus Range Extender: il motore ultracompatto destinato ai veicoli ibridi

Rubrica: Tecnologie utili ai mezzi elettrici ed ibridi, ma non solo…

Titolo o argomento: Il motore ultracompatto destinato alla ricarica rapida delle batterie

Lotus Range Extender (o più esattamente Lotus Fagor Ederlan Range Extender) è un motore a combustione interna ultracompatto, a basso costo, studiato allo scopo di aumentare l’autonomia delle citycar elettriche. Si tratta infatti di un motore che non è accoppiato, come normalmente accade tramite una trasmissione, alle ruote, bensì ad un generatore impiegato per la ricarica delle batterie di bordo. Batterie che ovviamente alimentano il motore elettrico. Lotus Range Extender occupa addirittura il 44% di spazio in meno rispetto al motore tre cilindri che equipaggia la Lotus Evora 414E Hybrid, inoltre pesa il 16% in meno, solo 45 kg. Tanto per rendere l’idea, l’altezza di questa unità propulsiva, è pari a 32,7 centimetri. Tutto lo spazio risparmiato nel vano motore va ovviamente a vantaggio dell’abitacolo e del bagagliaio. Si tratta di un motore 2 cilindri, 4 tempi, 2 valvole per cilindro, di soli 0,9 litri di cilindrata in grado di erogare 20 kW di potenza ed una coppia di 66Nm. L’arco di giri al quale esprime la massima efficienza è compreso tra i 1500 ed i 3500 giri al minuto. Come risulta ovvio osservare, questo motore non nasce per offrire prestazioni, bensì per assecondare al meglio le necessità di una marcia nel traffico urbano nella prospettiva della massima economia di esercizio.

Tra le particolarità di questo motore troviamo una distribuzione a due valvole per cilindro. Lotus spiega che questa scelta è stata fatta per ridurre i costi e la complessità del motore, inoltre, le due valvole per cilindro, sono una soluzione ottimale per l’erogazione del motore così come è stato concepito in quanto offrono una migliore rotondità ai regimi medio bassi. Molto interessante anche la soluzione che prevede i collettori di aspirazione e scarico integrati direttamente nella testata. Ciò permette di ottenere un ulteriore abbassamento dei costi di produzione nonché un importante contenimento del volume di ingombro del motore.

Il generatore è direttamente collegato all’albero motore e gestito, assieme al motore, da una specifica elettronica studiata da Lotus. Il motore Lotus Range Extender è curiosamente studiato per essere flessibile con i carburanti, può infatti essere alimentato sia con la normale benzina verde, sia con i carburanti rinnovabili ad alcool.

Varianti del motore

Il due cilindri Lotus Range Extender è disponibile anche in versione sovralimentata da 30 kW. Vi è inoltre la versione con cui confrontavamo dimensioni e peso all’inizio dell’articolo, ovvero il tre cilindri da 1,3 litri, sovralimentato che eroga 50 kW a 3500 giri al minuto e che pesa 58 kg. Quest’ultima versione è destinata alla Lotus Evora 414Evolution Hybrid. La variante aspirata di questo motore produce 35 kW e pesa 51 kg.

Lotus Range Extender

Image’s copyright: Lotus Cars

Rendimento della fotosintesi e dei pannelli fotovoltaici

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: Confronto tra il rendimento della fotosintesi e quello dei pannelli fotovoltaici

Sempre più spesso sento dire che il fotovoltaico non conviene perchè ha un basso rendimento. Così mi sono voluto togliere uno sfizio ed ho fatto una ricerca su come le piante trasformano l’energia luminosa in energia chimica attraverso la fotosintesi (vedi gli articoli:  Fotosintesi clorofillianaFotosintesi: fase luminosa e fase oscura); approfondendo ancora di più sono risalito al rendimento che tale processo ha. Certamente se è sufficiente per la natura lo sarà anche per noi. Impensabilmente è emerso quanto segue: esperienze di laboratorio fissano il rendimento della fotosintesi (ovvero della trasformazione dell’energia luminosa in energia chimica) intorno al 35-40% tuttavia, in natura, un rendimento così elevato non si verifica mai poiché nel processo vi sono ingenti dispersioni di energia. In natura il rendimento complessivo della trasformazione dell’energia luminosa in energia chimica, ad opera dei vegetali verdi, si aggira intorno al solo 1-2%.

Tenendo in considerazione quanto appena scritto si può senza dubbio ritenere soddisfacente il rendimento di oltre il 20% dei migliori pannelli fotovoltaici in silicio monocristallino disponibili in commercio, nonché il rendimento di oltre il 40% dei pannellli fotovoltaici per uso aerospaziale. Ovviamente non tutti i pannelli fotovoltaici disponibili in commercio raggiungono o superano di qualche punto il 20%. Questo dipende dalla qualità dei materiali e dalle strategie tecnologiche impiegate per trattenere quanta più radiazione luminosa possibile su una determinata superficie. Generalmente i pannelli fotovoltaici in silicio amorfo hanno un rendimento del 6%, quelli in silicio policristallino hanno un rendimento mediamente del 13%, infine quelli in silicio monocristallino viaggiano tra il 15% ed il 21%.

Continua…

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Certo i più pignoli possono obiettare che trasformare l’energia luminosa in energia chimica non è equiparabile
con il trasformare l’energia luminosa in energia elettrica… Ciò a cui mi riferisco io, però, è il fatto che un processo
naturale che ha permesso la vita sul pianeta ha un rendimento del solo 1-2% mentre noi aspettiamo che il
fotovoltaico abbia un rendimento magari del 70-80% (risultato che tra l’altro potrebbe non raggiungersi mai)
prima di convincerci della sua utilità.

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Carichi termici sulla testata di un motore a combustione interna

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Carichi termici nei principali organi del motore – Testata

Le zone comprese tra le valvole di uno stesso cilindro e tra le valvole di scarico di cilindri adiacenti, sono le più difficili da raffreddare in una testata. Si tratta di parti sottoposte ad un flusso di calore piuttosto intenso. Nei motori ad accensione comandata la temperatura della superficie interna della testata deve necessariamente essere mantenuta sotto i 200-220°C affinché il ciclo termodinamico si svolga correttamente. Rispettando tale parametro si riesce infatti ad asportare il calore dalle sedi delle valvole e dalla candela evitando che si formino “punti caldi” che favoriscono accensioni anomale. Nei motori Diesel, che funzionano per compressione del carburante e successiva autoaccensione, le elevate temperature possono essere considerate senz’altro favorevoli per l’accensione del combustibile, tuttavia temperature eccessive pregiudicano la resistenza meccanica delle parti più sollecitate. Non è raro trovare presso le officine di rettifica dei motori, testate in lega d’alluminio di motori diesel “spinti” che presentano abbondanti “cricche” dovute alle notevoli sollecitazioni termiche subite. La regola della cilindrata alta con la minore potenza disponibile a listino, rimane attualmente il metodo più efficacie per l’acquisto di motori longevi…

Carico termico sulla testata di un motore a combustione interna

Zone a maggior sollecitazione termica sulla testata di un motore a combustione interna (4 tempi)

Carichi termici sulle valvole di un motore a combustione interna

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Carichi termici nei principali organi del motore – Valvole

Le valvole di aspirazione funzionano a temperature “relativemente” contenute in quanto sono raffreddate dalla carica fresca. Nonostante ciò stiamo parlando di valori che si aggirano intorno ai 300-400°C ovvero temperature tali da permettere la decomposizione e l’ossidazione del carburante e del lubrificante con conseguente formazione di depositi.

Le valvole di scarico, oltre ad essere sottoposte a temperature decisamente più elevate, incontrano il problema di una disuniformità delle temperature in gioco. La possibilità di refrigerazione, infatti, è limitata alla zona della sede ed alla guida dello stelo.

Alle sollecitazioni termiche inoltre si aggiungono le sollecitazioni meccaniche causate dai continui urti del fungo della valvola sulla sede della valvola stessa. Vanno poi considerate le sollecitazioni meccaniche agenti sui puntali di comando sullo stelo. Ciò si traduce in deformazioni per una non uniforme distribuzione del calore con conseguenti non uniformi dilatazioni; erosioni di natura meccanica per l’assenza di durezza del flusso di gas; corrosioni di natura chimica per l’aggressività dei fluidi quali oli e carburanti; rottura sia per le corrosioni che per la perdita di resistenza a caldo.

Le deformazioni termiche innescano un circolo vizioso poiché aumentano la fuga dei gas laddove la tenuta risulta imperfetta ed è proprio in tali punti (tra valvola e sede) che le valvole tendono a riscaldarsi maggiormente ed a corrodersi. La soluzione adottata per aumentare l’uniformità dei valori delle temperature in gioco consiste nel dotare le valvole di scarico di una cavità contenente sodio metallico o sali di litio e potassio. Tali sostanze a temperatura ordinaria si trovano allo stato solido ma, quando la valvola raggiunge la temperatua di esercizio, fondono operando un trasferimento di calore dal fungo della valvola verso lo stelo e di conseguenza anche verso il guida-valvole.

Carico termico valvola di scarico

Temperature agenti sul fungo e parte dello stelo di una valvola di scarico.

I numeri dell’idrogeno

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: I numeri, i costi, il bilancio.

Una veloce carrellata sull’idrogeno che speriamo si riveli chiara e comprensibile. Abbracceremo vantaggi, svantaggi e problematiche legate a questo interessante vettore energetico. Un articolo rapido ed efficace che risponde a tutte le vostre domande in modo chiaro, ordinato, oggettivo e riscontrabile.

Statistiche

Del 95% dell’idrogeno attualmente utilizzato nel mondo, ben il 50% viene ricavato dal gas naturale, il 30% viene ricavato dal petrolio, infine circa il 20% viene ricavato dal carbone. Questo significa che, attualmente, l’idrogeno viene prodotto proprio con quelle fonti che l’umanità cerca di evitare visti gli effetti collaterali prodotti. Ma non è tutto, il primo produttore e consumatore di idrogeno al mondo è rappresentato dall’industira petrolifera (con oltre l’80% dei consumi totali). Quest’ultima necessita infatti di grandi quantità di idrogeno per eliminare lo zolfo dai carburanti, per migliorare la qualità dei greggi pesanti, per produrre ammoniaca (necessaria per molti fertilizzanti), per produrre additivi per combustibili, ecc.

Funzionamento

Nel caso dell’autotrazione l’idrogeno va stoccato in un apposito serbatoio alla pressione di ben 700 atmosfere. Il serbatoio ha una capacità media di circa 5 chilogrammi i quali sono sufficienti per percorrere dai 300 ai 350 chilometri. Un simile serbatoio occupa uno spazio circa 10 volte superiore rispetto a quello occupato da un serbatoio di benzina in grado di garantire la medesima percorrenza.

L’idrogeno può essere immesso in un sistema a celle combustibili per ricavare energia elettrica atta a muovere un motore elettrico (soluzione ad alta efficienza) oppure può essere iniettato, quasi come un normale carburante, in un motore a combustione interna (soluzione a bassa efficienza).

Densità energetica

L’idrogeno è un gas con un basso contenuto energetico per volume. A temperatura ambiente e pressione atmosferica, l’energia di 1 kg di idrogeno è dispersa in ben 12 metri cubi di volume. Per farsi un’idea si tratta di un volume circa 10 volte superiore rispetto a quello occupato, nelle stesse condizioni, da 1 kg di gas naturale.

1 kg di idrogeno libera una quantità di energia 3 volte superiore a quella di 1 kg di benzina. Tradotto in termini più precisi significa che 1 kg di idrogeno sprigiona quasi 30.000 kcal/kg contro le 10.000 kcal/kg della benzina. Pertanto i confronti benzina – idrogeno vanno eseguiti sulla base di equivalenza energetica e non di peso, né tantomeno di volume.

Emissioni

Le emissioni non sono a carico del veicolo che ne fa uso, bensì del processo produttivo qualora esso utilizzi fonti fossili. L’utilizzo di fonti rinnovabili, come il solare, si spera permetterà in futuro di ottenere idrogeno in maniera completamente pulita anche se rimane il problema basilare che l’energia impiegata per produrre idrogeno è maggiore di quella che se ne ricava dall’uso dello stesso.

Metodi di produzione

Il metodo più economico per produrre idrogeno è attraverso lo “steam reforming” ossia da gas naturale e vapore acqueo. E’ opportuno sottolineare che tale reazione necessita di una elevata quantità di energia (essendo la reazione di tipo endotermico, ossia con assorbimento di calore), inoltre solo il 70% dell’idrogeno, che entra a far parte della reazione, viene convertito in idrogeno puro.

Produzione dell’idrogeno – Metodi standard

Produzione dell’idrogeno – Metodi alternativi: Fotosintesi

Paragrafo in aggiornamento.

Costi e trasporto

Il motivo per cui attualmente si estrae idrogeno da fonti fossili, risiede ovviamente nell’economicità dell’operazione. Nonostante tutto l’idrogeno risulta essere un prodotto assai costoso. L’Europa si è proposta di riuscire a scendere sotto ai 2,5 Euro/chilogrammo. Attualmente il prezzo di 1 kg di idrogeno equivale a quello di 2,75 kg di benzina (www.HFPeurope.org). La giustificazione di costi così elevati risiede principalmente negli altissimi costi di trasporto, stoccaggio e distribuzione. Operazioni complicate dalla natura dello stesso idrogeno. Il metodo più economico per produrre idrogeno è attraverso lo “steam reforming” ossia da gas naturale e vapore acqueo. Il trasporto dell’idrogeno prodotto può avvenire in due modi: allo stato gassoso ed allo stato liquido.

Trasporto allo stato gassoso. Il trasporto, tramite autocisterna o gasdotto, di quantità di idrogeno energeticamente significative richiede pressioni decisamente elevate: dalle 200 alle 300 atmosfere contro le 75 atmosfere necessarie al trasporto di gas naturale.

Trasporto allo stato liquido. Il trasporto dell’idrogeno allo stato liquido richiede il raffreddamento a temperature prossime allo zero termico assoluto. Ci aggiriamo attorno ai -253 °C contro i -161 °C per il metano. La liquefazione ha un costo mediamente analogo a quello dello steam reforming. Questo significa che solo la liquefazione dell’idrogeno costa tanto quanto produrlo.

Se a quanto appena considerato aggiungiamo trasporto in speciali autocarri criogenici e lo stoccaggio presso il punto di utilizzo, oltre, ovviamente, a tutti gli impianti necessari (rigassificazione e distribuzione), ecco giustificato l’elevato costo. Quando il prezzo del petrolio è di circa 60 dollari al barile, il costo di produzione e trasporto di 1 kg di idrogeno (ricavato da gas naturale) è compreso tra i 4 ed i 5 dollari. Nello stesso momento il costo di produzione e trasporto dei carburanti tradizionali si aggira intorno ai 55 centesimi di dollaro al chilogrammo. Tuttavia per essere imparziali è importantissimo sottolineare che 1 kg di idrogeno libera una quantità di energia 3 volte superiore a quella di 1 kg di benzina.

Il prezzo al chilowatt di un normale motore a combustione interna è di circa 30 dollari; un motore a fuel cells ha un costo al chilowatt compreso tra i 500 ed i 2500 dollari. Infine un serbatoio atto a contenere idrogeno su un autoveicolo ha un costo che oscilla tra i 3000 ed i 4000 dollari. In questo enorme divario di prezzo giocano un ruolo determinante le economie di scala: ad un aumento della scala di produzione corrisponde una diminuzione del costo medio unitario di produzione.

Tempi

Non vi sono tempi previsti per lo smaltimento di sostanze nocive dato che il prodotto di scarto della combustione dell’idrogeno con l’ossigeno è acqua. Diverso è il discorso della produzione. Se si utilizzano fonti fossili, i problemi legati all’inquinamento, all’effetto serra ed allo smaltimento della CO2, sono i medesimi che viviamo attualmente.

Riserve

L’idrogeno è l’atomo più presente nell’universo osservato.

Sicurezza

A differenza di quanto pensano molti, l’idrogeno è più sicuro dei combustibili comuni in quanto la sua fiamma si propaga immediatamente verso l’alto. A sfavore dell’idrogeno vi è però una fiamma praticamente invisibile.

Futuro del trasporto

Per quanto riguarda il futuro del trasporto, considerando che la pressurizzazione e il trasporto criogenico non possono essere considerati metodi soddisfacenti, la ricerca si sta orientando verso metodi di stoccaggio chimico o chimico-fisico. Si tratta di sistemi porosi che si comportano come spugne le quali sono in grado di trattenere grandi quantità di idrogeno in volumi contenuti. I requisiti fondamentali che tali sistemi devono soddisfare sono: il rilascio dell’idrogeno a richiesta (con semplicità); processo di realizzazione semplice ed a basso costo; essere sicuri, ossia atossici, non infiammabili né tantomeno esplosivi. A tal proposito da tempo la ricerca è orientata su idruri quali idruro di litio o idruro di berillio, tuttavia tali composti sono caustici o tossici. Composti come l’idruro di palladio sono più promettenti ma peccano per l’elevato costo.

Esiste però una nuova promettente direzione di ricerca basata sulle nanotecnologie, vi sono infatti dei materiali nanostrutturati a base di carbonio i quali hanno ottime proprietà di intrappolamento. Si tratta di vere e proprie spugne (nanotubi, nanofibre e fullereni attivati con Litio) da cui estrarre idrogeno in maniera sicura e senza perdite. Per meglio comprendere vedi gli articoli: Che cosa sono le Nanotecnologie?Materiali nanostrutturatiNanotubi di carbonio.

Futuro della produzione

Il futuro della produzione dell’idrogeno prevede l’adozione di diverse metodiche atte a sfruttare procedimenti sempre più semplici i quali utilizzino fonti rinnovabili per essere alimentati. Ne elenchiamo marginalmente alcuni ma scriveremo a breve opportuni articoli di approfondimento che verranno aggiunti alla sezione “Metodi di produzione” di questo articolo. Attualmente sono in fase di sviluppo tecniche di produzione dell’idrogeno che si ispirano al processo di fotosintesi (sfruttando opportuni catalizzatori), altre si basano sulla sintesi biologica, altre ancora sull’elettrolisi alimentata dal fotovoltaico, vi sono persino strade che puntano all’idrogeno passando per le biomasse o per i batteri che degradando dei composti sono in grado di offrire idrogeno come prodotto della reazione. Come è ovvio pensare, molto va investito sulla ricerca al fine di valutare le reali potenzialità dei metodi alternativi per produrre idrogeno.

Idrogeno come vettore energetico per l’autotrazione

E’ davvero importante rendere fruibile una tecnologia come questa perlomeno ad un numero limitato di mezzi abbondantemente inquinanti quali ad esempio i mezzi pesanti che circolano nei centri urbani (autobus, camion della nettezza urbana, corrieri, ecc.). Sicuramente, al momento, creare una grande rete di distribuzione risulta assai difficile, inoltre, conti alla mano, produrre elevati volumi di idrogeno richiede un’energia impressionante. Se si utilizzano fonti rinnovabili per la produzione dell’idrogeno, ad esempio l’energia solare, sicuramente non si producono elevati volumi di carburante ma ci si assicura di dare un contributo utile laddove possibile. Producendo idrogeno a “spese del sole” si ovvia al problema che vede la spesa di energia (vedi la nota di seguito) per produrre idrogeno maggiore dell’energia che se ne ricava poi dalla combustione o dall’utilizzo in celle a combustibile. Sarebbe un po’ come se i nostri acquisti li pagasse qualcun altro per noi: la spesa rimarrebbe ma non graverebbe sul nostro portafoglio (brutto da dire, più attraente invece se si pensa al fatto che per il sole non è un gran problema offrirci energia).

Note sulla resa

Da un punto di vista termodinamico il ciclo di produzione e successivo utilizzo dell’idrogeno è inefficiente. La sua produzione richiede un’energia maggiore di quella che poi renderà attraverso il suo utilizzo in motori a combustione interna o in motori a celle combustibili. Questo perchè la molecola d’acqua è più stabile e quindi meno energetica dell’ossigeno e dell’idrogeno separati. I processi naturali, infatti, portano un sistema da un’energia più alta ad una più bassa tramite una trasformazione. La produzione di idrogeno attraverso l’elettrolisi dell’acqua, e il successivo utilizzo dell’idrogeno nella reazione inversa con l’ossigeno nelle pile a combustibile, porta un “guadagno netto energetico negativo” cioè con perdite legate alle dissipazioni in calore. Non esiste infatti alcuna macchina con rendimento pari al 100%.

Guardando ancora più avanti

Riesco ad immaginare come sarebbero le strade “inquinate dall’acqua”. Paradossalmente anche le soluzioni eco-compatibili producono effetti difficili da tenere sotto controllo. Immaginando una città ricca di traffico costituito da mezzi alimentati ad idrogeno, penso all’effetto che ciò avrebbe sulle strade. Inizierebbero ad essere sempre più umide e scivolose con qualche effetto indesiderato specie per chi viaggia sulle due ruote. Il sole farebbe evaporare costantemente grandi quantità di acqua dal suolo con aumento dell’umidità nei centri abitati e relativi problemi per le articolazioni. Sicuramente non sarebbe un problema per un piccolo paesino ma che effetto avrebbe su una metropoli di 5 milioni di abitanti? Probabilmente sarebbe opportuno che l’acqua di scarico non venisse emessa all’esterno ma, piuttosto, raccolta in un contenitore che possa essere svuotato ogni “tot” chilometri in un comunissimo scarico domestico. Si potrebbe persino accumulare l’acqua di scarico in un recipiente utile al lavaggio del veicolo stesso.

Potrebbe interessarti leggere l’articolo: Vi raccontiamo l’idrogeno.

Serbatoio idrogeno BMW Hydrogen7

Nell’imagine il serbatoio della BMW Hydrogen7.
Image’s copyright: automobilesreview.com

E.E.R.S. Exhaust Energy Recovery System

Rubrica: Curiosità della tecnica da corsa
Titolo o argomento: E.E.R.S.

Il sistema E.E.R.S. sarà obbligatorio a partire dalla stagione di F1 del 2014 e verrà installato sui nuovi motori 1.600 c.c. V6 sovralimentati mediante turbocompressore (vedi l’articolo: “2014: Odissea nella formula1“). Si tratta di un sistema capace di integrare la tecnologia su cui si basa l’attuale K.E.R.S. (vedi l’articolo: “K.E.R.S. Kinetic Energy Recovery System”) con la tecnologia “turbo-compound” impiegata sui mezzi pesanti per aumentarne l’efficienza (vedi l’articolo: “Turbocompound” – articolo in preparazione). Nel primo sistema l’energia recuperata in frenata viene accumulata in un accumulatore di carica (batterie al litio, ultracapacitori o supercondensatori, accumulatori di energia cinetica a volano, es. “Williams Hybrid Power”) in grado di alimentare un motore elettrico solo per brevi istanti. Nel secondo sistema la turbina è collegata meccanicamente all’albero motore al quale fornisce un surplus di coppia (con conseguente incremento di potenza prodotta dal motore) grazie alla notevole energia dei gas esausti. Aumenta di conseguenza l’efficienza del motore.

Il sistema E.E.R.S., invece, prevede che la turbina accoppiata al compressore alimenti una seconda turbina collegata ad un generatore elettrico. Quest’ultimo alimenta il motore elettrico degli attuali sistemi K.E.R.S.. Non vi è quindi alcun collegamento meccanico tra la turbina e l’albero motore. Il generatore viene impiegato per convertire l’energia recuperata dalla turbina in elettricità. La necessità di adottare il sistema E.E.R.S. nasce dal fatto che l’energia proveniente dai gas di scarico è molto più sfruttabile rispetto a quella recuperabile durante le frenate. Il sistema kinetic o, più volgarmente, il motore elettrico, fornirà 120 kW alle ruote posteriori.

Un interessante problema che si pone è quello della scelta del tipo di turbina. Una tradizionale turbina radiale vanta costi contenuti ed una grande diffusione per questa scala di applicazioni, tuttavia necessita di un elevato salto di pressione dei gas esausti per funzionare correttamente. Ciò genera indesiderate contropressioni sul motore. Al contrario le turbine assiali, raramente utilizzate per questo tipo di applicazioni, per lavorare correttamente contano soprattutto sulla velocità del fluido e necessitano pertanto di una differenza di pressione più bassa. Ne conseguono ovviamente minori contropressioni sul motore ed un investimento più significativo in termini di ricerca e sviluppo.

Simulazioni eseguite al computer da parte dei ricercatori della “Cranfield University”, con il supporto di “Cosworth”, hanno messo in evidenza come sia possibile aumentare la potenza fornita dal motore senza incrementare i consumi di carburante. Una soluzione che ben si addice al regolamento del 2014 della F1 che pone un tetto ai consumi. A 8.500 giri al minuto, con un consumo di carburante pari a 25 grammi al secondo, il motore simulato ha sviluppato una potenza di 435,5 kW di cui ben 31,5 kW apportati dal turbo compound. Un incremento del 7,3% di potenza ottenuto senza aumentare i consumi. Questo si traduce in un miglioramento dell’efficienza termica del motore dal 36,95% al 39%. Senza ombra di dubbio le stagioni  di formula uno a partire dal 2014 permetteranno di ottenere risultati ancora più interessanti grazie all’enorme mole di ricerca, sviluppo e test che verranno condotti. Sì aprirà un’era molto interessante tanto per la formula uno quanto per le vetture stradali le quali erediteranno nuove importanti tecnologie. Soluzioni perfettamente in linea con le future norme anti-inquinamento e con il piacere di guida degli automobilisti più esigenti.

E.E.R.S. Exhaust Energy Recovery System

A differenza del “turbo-compound” l’E.E.R.S. non prevede un collegamento meccanico
tra la turbina e l’albero motore, bensì tra la turbina ed il generatore. Quest’ultimo poi
invierà l’energia recuperata al motore elettrico vincolato alla trasmissione.

K.E.R.S. Kinetic Energy Recovery System

Rubrica: Curiosità della tecnica da corsa
Titolo o argomento: K.E.R.S.

Il K.E.R.S., o meglio, il Kinetic Energy Recovery System è un dispositivo che può essere aggiunto ad un propulsore al fine di recuperare energia cinetica in frenata, accumularla e renderla fruibile sotto forma di energia elettrica, quando richiesto dal pilota, per alimentare un motore elettrico durante un periodo di tempo limitato ed in particolari condizioni.

Si tratta quindi di un sistema ibrido “in parallelo” che permette di ottenere un “effetto booster” con un surplus di 80 cavalli circa per un tempo limitato dalla Federazione Internazionale dell’Automobilismo a circa 6,7 secondi. La sua massa complessiva a bordo è pari a circa 30 kg, tale massa però non è considerata penalizzante a bordo di un veicolo di Formula 1 in quanto ogni vettura della massima categoria in realtà è sottopeso rispetto al regolamento e zavorrata con masse aggiuntive. Se di svantaggi dobbiamo parlare è opportuno citare che la massa costituita dal sistema K.E.R.S. non può essere variata di posizione lungo il telaio al contrario di una comune massa aggiuntiva che può essere collocata nel punto dove meglio bilancia la vettura.

Gli elementi che costituiscono il K.E.R.S sono: un motore elettrico/dinamo (solitamente un motore elettrico in corrente continua, ma sarebbe più corretto dire una “macchina elettrica” ovvero un dispositivo ove la potenza in ingresso è di tipo elettrico e quella in uscita di tipo meccanico in configurazione di “motore elettrico” e, viceversa in configurazione di “dinamo”); un accumulatore di carica (batterie al litio, ultracapacitori o supercondensatori, accumulatori di energia cinetica a volano, es. “Williams Hybrid Power”); un sistema di controllo (ovvero un dispositivo che riesce a far funzionare la “macchina elettrica” come macchina motrice o come macchina operatrice, in soldoni come motore elettrico o come dinamo).

Il K.E.R.S. è vantaggioso in tutte quelle situazioni in cui la trazione motrice richiesta è inferiore all’aderenza disponibile alle ruote motrici e quindi durante lunghi rettilinei, durante i sorpassi, durante violente accelerazioni con velocità iniziale diversa da zero e superiore a quel range di velocità in cui l’intervento del controllo di trazione renderebbe “sprecato” l’utlizzo dell’effetto booster. E’ altresì svantaggioso, se non inutile, quando la trazione motrice richiesta supera l’aderenza disponibile alle ruote motrici e quindi durante le forti accelerazioni con marce basse, partenza, pista bagnata, percorrenza delle curve…

Kinetic Energy Recovery System

Sulla sinistra dell’immagine si può osservare l’ormai nota architettura a V tipica dei motori di F1.
Il K.E.R.S. è collegato meccanicamente all’albero motore. L’unità di controllo gestisce il compito
del motore elettrico e lo converte da motore a dinamo a seconda dell’esigenza.

E.R.S. Energy Recovery System

Rubrica: Curiosità della tecnica da corsa
Titolo o argomento: Dispositivi di recupero dell’energia per vetture ad elevate prestazioni

Con l’acronimo E.R.S. si intende il complesso di sistemi di recupero dell’energia (Energy Recovery System). Tale voce è frequentemente utilizzata nell’ambiente della Formula 1 dove, per il momento, si distinguono due importanti tipologie di sistemi di recupero dell’energia destinati alle monoposto:

Il sistema K.E.R.S. (kinetic Energy Recovery System) a bordo delle vetture di F1 dalla stagione 2009, il quale comprende un motore/dinamo, un accumulatore di carica ed un sistema di controllo.  Il motore elettrico, come vedremo più avanti, funge da generatore nelle fasi di frenata/rilascio andando a caricare un accumulatore di carica, per poi diventare un motore con effetto booster utilizzando, quando richiesto dal pilota, l’energia precedentemente recuperata ed accumulata.
Vedi l’articolo: “K.E.R.S. Kinetic Energy Recovery System”.

Il sistema E.E.R.S. (Exhaust Energy Recovery System) disponibile a partire dalla stagione di F1 del 2014, sfrutta la logica del turbo-compound, ove la turbina è collegata meccanicamente all’albero motore per migliorare l’efficienza del propulsore, evolvendola. Questo sistema, che vedremo nel dettaglio più avanti, è abbinabile ai motori sovralimentati mediante turbocompressore e sfrutta una seconda turbina (posta in serie con quella principale) per alimentare un generatore che aziona un motore elettrico. Il dispositivo offre un costante surplus di potenza.
Vedi l’articolo: “E.E.R.S. Exhaust Energy Recovery System” – Articolo in preparazione

E.R.S. - Energy Recovery System

A causa del pericolo di fughe di tensione lungo il corpo vettura (il carbonio è un ottimo conduttore),
le monoposto vengono dotate di adesivi (come quello riportato in figura) che segnalano il pericolo di
alta tensione fino a che il sistema E.R.S. non viene scaricato.