Introduzione alle matrici

Rubrica: Officina della Matematica

Titolo o argomento: Introduzione alle matrici

L’articolo che segue “ovviamente” non sostituisce le importanti nozioni riportate in un ottimo libro, quanto riportato ha il solo ed unico scopo di fungere da memorandum di rapida esplorazione. Spetta poi al lettore approfondire debitamente i concetti di cui necessita. Innanzitutto ricordiamo che:

con Mm,n si intende l’insieme delle matrici con m righe ed n colonne
con
Mm,n(R) si intende l’insieme delle matrici a coefficienti Reali
con Mm,n(C) si intende l’insieme delle matrici a coefficienti complessi
con An si intende la colonna n-esima della matrice Mm,n
con Am si intende la riga m-esima della matrice Mm,n
con GLn si intende l’insieme delle matrici invertibli di ordine n
con In si intende la matrice identità (o se vogliamo identica o, ancora, unità)
con AT si intende la matrice trasposta
con AH si intende la matrice trasposta coniugata

Una matrice è una tabella rettangolare di numeri con “m” righe ed “n” colonne. Il numero “aij” è l’elemento posizionato alla riga “i” in corrispondenza della colonna “j”. Una matrice è un importante strumento matematico che concretizza la complessa teoria matematica ed è ampiamente utilizzato in diverse branche dell’ingegneria.

Una matrice quadrata è una matrice che ha tante righe quante colonne. Una matrice quadrata “n x n” è detta di ordine n. Una matrice quadrata può essere “semplificata” e trasformata in una matrice triangolare superiore grazie ai procedimenti previsti dall’eliminazione di Gauss.

Una matrice quadrata diagonale è una matrice che ha tutti gli elementi nulli eccetto quelli presenti sulla diagonale principale ovvero la diagonale che va dall’angolo in alto a sinistra a quello in basso a destra.

Una matrice simmetica è una matrice quadrata A a coefficienti reali tale per cui la sua trasposta AT è uguale alla matrice iniziale, ovvero A = AT.

Una matrice antisimmetrica è una matrice quadrata A a coefficienti reali tale per cui: AT = -A.

Una matrice identica è una matrice che ha sulla diagonale princiapali tutti valori pari a 1 e sulle restanti posizioni tutti valori pari a 0.

Una matrice completa è una matrice che al suo interno comprende la matrice dei coefficienti e la matrice dei termini noti.

Una matrice triangolare superiore è caratterizzata dall’avere tutti gli elementi al di sotto della diagonale principale sono nulli; viceversa si definisce matrice triangolare inferiore.

Una matrice quadrata singolare ha almeno uno dei suoi pivot nullo, mentre una matrice quadrata non singolare ha tutti i pivot non nulli.

Una matrice a scala è una matrice “m x n” i cui pivot (posizionati a scala) sono tutti non nulli. Matrici qualunque possono essere semplificate tramite riduzione a scala, ovvero tramite un procedimento simile all’eliminazione di Gauss.

Una matrice trasposta è una matrice in cui vengono scambiate le righe con le colonne. La prima riga diventa la prima colonna, la seconda riga diventa la seconda colonna e così via. La matrice trasposta della matrice A si indica con AT.

La matrice coniugata di A è la matrice Ã appartenente all’insieme delle matrici a coefficienti complessi, ovvero a Mm,n(C), i cui elementi sono i “coniugati” degli elementi di A. Per sapere cosa sono gli elementi coniugati è necessario studiare i numeri complessi (potrebbe interessarti leggere gli articoli: I numeri complessiI numeri complessi parte seconda).

La matrice trasposta coniugata (o aggiunta) AH (appartenente all’insieme delle matrici a coefficienti complessi) di A è la matrice trasposta della coniugata di A. La matrice A viene detta hermitiana quando A = AH, mentre viene detta anti-hermitiana quando AH = -A.

Una matrice invertibile è una matrice A appartenente a Mm,n(K) per la quale esiste una matrice B appartenente a Mm,n(K) tale che A·B = B·A = In (dove In sta per matrice identica). La matrice B, inversa di A, è unica e si indica con A-1. L’insieme delle matrici invertibili di ordine n si rappresenta con GLn.

Una matrice di cambiamento di base (o matrice di cambiamento di coordinate) è una matrice di passaggio dalla base B alla base B’, tale matrice si indica con B. La matrice di cambiamento di base B contiene per colonne le coordinate dei vettori della nuova base B’ rispetto alla vecchia base B. La matrice di cambiamento di base B-1 è ovviamente la matrice di passaggio dalla base B’ alla base B (direzione inversa alla precedente), essa contiene per colonne le coordinate dei vettori della base B rispetto alla base B’.

Una matrice associata all’applicazione lineare T… – In preparazione

Le matrici quadrate simili A e A’ sono tali solo se esiste una matrice B invertibile tale per cui è valida la relazione: A’ = B-1AB.

La matrice minore (o minore complementare) è la matrice che si ottiene cancellando la riga i e la colonna j di una matrice quadrata durante il calcolo del determinante. La matrice minore si indica con Aij dove “i” e “j” indicano rispettivamente la riga e la colonna che sono state eliminate per il calcolo del determinante (es. A13 se è stata cancellata la riga 1 e la colonna 3).

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Metodi per calcolare il determinante di una matrice

Un regolatore di pressione da 1500 Euro per la Ford Focus TDCI

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Il regolatore di pressione dell’impianto common rail della Focus TDCI 90 CV

Un bel giorno sul display del quadro strumenti di una solida Ford Focus 1.6 TDCI 90 CV compare la voce “Avaria motore”. Improvvisamente il motore smette di essere performante, risponde lentamente alle azioni sull’acceleratore, sembra quasi che si “affoghi”. Il problema si aggrava fino a causare lo spegnimento del motore stesso non appena viene richiesta più potenza. Come è naturale che sia, il proprietario del veicolo,  si reca presso la concessionaria dove ha effettuato l’acquisto per conoscere le cause del problema e, possibilmente, trovare una rapida soluzione. L’officina della concessionaria sostiene che l’elettronica della vettura debba subire un’importante sostituzione: la centralina motore. Questa sembra dare letteralmente i numeri. Per tale lavoro vengono richiesti ben 1.500,00 Euro. Il proprietario del veicolo, pur non essendo esperto del settore, intuisce che c’è qualcosa che non va. Le risposte del meccanico sembrano vaghe, poco chiare, soprattutto non si riesce ad ottenere una spiegazione tecnica chiara del problema.

Per ottenere ulteriori conferme o nuove spiegazioni più logiche, il proprietario si reca da un primo pompista (il tecnico esperto di impianti di iniezione) dove, attraverso una diagnosi eseguita al computer, si imputa il problema alla pompa del gasolio e ad un potenziometro collegato all’acceleratore. Il pompista sostiene che sia necessario estrarre la pompa del gasolio (andando quindi a smontare il motore dal lato distribuzione) e revisionarla. Il preventivo è compreso tra i 500 ed i 600 Euro.

Anche le spiegazioni ottenute nel secondo caso risultano essere poco chiare e motivate in modo blando. Il proprietario del veicolo si rivolge così ad un secondo pompista il quale, oltre ad avere il software di diagnosi aggiornato per la vettura in questione, dispone di un computer originale Bosch (ovvero dello stesso marchio dell’impianto di iniezione) che garantisce l’assenza di errate traduzioni nell’interpretazione dei “codici errore”. Questa volta, il pompista contattato, risulta essere molto preparato, veloce e pratico. Rileva in maniera corretta l’errore, dalle indicazioni fornite dal computer risale finalmente all’organo danneggiato: un semplice regolatore di pressione (vedi foto in basso). Quest’organo è fissato mediante 3 viti alla testata del motore, si smonta in pochi minuti (con l’ausilio di una sola chiave a forchetta) e richiede una manodopera di 20-30 minuti.

Il risultato? Il problema è stato risolto con poche decine di Euro, la vettura ora cammina regolarmente e non è stato necessario smontare mezzo motore o sostituire inutilmente la centralina elettronica.

Regolatore pressione carburante Ford Focus TDCI

Il regolatore di pressione visto sia nel suo insieme che smontato
nelle tre principali componenti che lo costituiscono

Carichi termici sulle pareti del cilindro di un motore a combustione interna

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Carichi termici nei principali organi del motore – Cilindro

Durante la fase di combustione la temperatura dei gas all’interno del cilindro raggiunge valori che possono superare i 2000°C. Di conseguenza tutti gli organi che vengono a contatto con i gas risultano assai sollecitati termicamente. Il corretto range di temperature raggiunte sulle pareti interne dei cilindri, durante il funzionamento del motore, risulta fondamentale per mantenere una corretta lubrificazione ed evitare che lo stato chimico e fisico dell’olio lubrificante si alteri. Fenomeni quali l’usura adesiva e corrosiva sono direttamente legati alle temperature di esercizio. In figura si può osservare come la temperatura raggiunta nella parte bassa del cilindro sia più bassa di quella raggiunta in prossimità della testata, ciò è legato sostanzialmente al fatto che la parte inferiore della canna del cilindro viene a contatto con i gas combusti solo dopo che questi hanno subìto una significativa espansione. Va considerato inoltre che, un istante dopo la combustione, il calore inizia ad essere ceduto, attraverso le pareti dei cilindri, al fluido refrigerante.

Carico termico cilindro

Temperature in una sezione assiale di una canna cilindro di un moderno motore diesel quattro tempi
ad iniezione diretta raffreddato a liquido

Produzione dell’idrogeno tramite fotosintesi

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: I metodi alternativi per produrre idrogeno

E’ possibile sfruttare la fotosintesi per produrre idrogeno? La ricerca scientifica sta esplorando questa direzione allo scopo di utilizzare l’energia solare per scindere le molecole d’acqua in idrogeno e ossigeno. In tal modo sarebbe possibile produrre idrogeno senza impiegare gli idrocarburi (vedi l’articolo: Produzione dell’idrogeno – Metodi standard) e quindi senza vanificare i buoni propositi dell’impiego dell’idrogeno come carburante pulito.

Premesso che la fotosintesi consiste nella reazione che ha come reagenti acqua e anidride carbonica e come prodotti ossigeno e glucosio (vedi gli articoli: Fotosintesi clorofillianaFotosintesi: fase luminosa e fase oscura), e premesso che l’energia per scindere le molecole d’acqua viene dalla luce solare (utilizzata dagli enzimi presenti nei cloroplasti delle piante per convertire l’energia luminosa in energia di scissione), allora può esser logico pensare di utilizzare questo processo per produrre idrogeno, il carburante pulito per eccellenza*.

Grazie ad un catalizzatore multi-metallico nanostrutturato (vedi l’articolo: Materiali nanostrutturati) i ricercatori dell’ITM (Istituto per la Tecnologie delle Membrane), in collaborazione con il dipartimento di Scienze chimiche dell’Università di Padova ed il dipartimento di Scienze farmaceutiche dell’Università di Trieste, hanno ottenuto l’equivalente artificiale del principio attivo presente in uno dei due enzimi fotosintetici (fotosistema II) contenuti nei cloroplasti. Questo è in grado di scindere il legame che intercorre tra idrogeno e ossigeno dell’acqua ed estrarre i protoni e gli elettroni che formeranno l’idrogeno.

Il catalizzatore multi-metallico nanostrutturato opera sulla superficie di elettrodi grazie alla sua combinazione (mediante tecniche di sintesi) con nanotubi di carbonio i quali sono caratterizzati da interessanti proprietà meccaniche, ottiche ed elettroniche (vedi l’articolo: Nanotubi di carbonio). Proprietà che gli permettono di assolvere il compito di “nanofili elettrici” atti ad indirizzare il trasferimento degli elettroni dalla molecola dell’acqua ad una cella elettrochimica in cui si forma idrogeno. Il catalizzatore è in grado di lavorare per molti cicli senza dare segni di affaticamento, è solubile in acqua e attivabile dalla luce grazie a molecole organiche denominate “sensibilizzatori antenna”. Con queste premesse è sempre più vicina la possibilità di realizzare un generatore di idrogeno ad alta efficienza che utilizzi acqua ed energia solare.

*L’idrogeno, come tutte le cose, presenta indubbiamente dei lati decisamente positivi, tuttavia presenta anche degli svantaggi che non sono da sottovalutare e che avremo modo di analizzare nel dettaglio nei prossimi articoli.

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fotosintesi_produzione_idrogeno.jpg

Il catalizzatore è in grado di lavorare per molti cicli senza dare segni di affaticamento, è solubile
in acqua e attivabile dalla luce grazie a molecole organiche denominate “sensibilizzatori antenna”.

Fotosintesi clorofilliana: fase luminosa e fase oscura

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: Fasi della fotosintesi clorofilliana

Nell’articolo “Fotosintesi clorofilliana” abbiamo illustrato in maniera sintetica il processo della fotosintesi. Ora l’intenzione è, cercando di mantenere lo stesso semplice linguaggio del precedente articolo, quella di descrivere il dettaglio delle fasi caratterizzanti questo processo. La fotosintesi infatti si svolge in due fasi: la fase luminosa e la fase oscura.

Fase luminosa (o fase fotochimica)

Le reazioni della fase luminosa si verificano sulla superficie delle membrane interne dei cloroplasti. Ciò avviene grazie ai vari pigmenti presenti (fotorecettori) i quali sono in grado di captare l’energia luminosa. I principali pigmenti sono costituiti dalle molecole di clorofilla, contenute sulle membrane dei grana dei cloroplasti, le quali agiscono raggruppate in unità dette fotosistemi. Esistono due fotosistemi: il fotosistema I, nel quale è presente la clorofilla di tipo “a” (che assorbe prevalentemente luce blu-violetta e rossa) ed il fotosistema II nel quale è presente la clorofilla di tipo “b” (che assorbe luce blu e arancione). Gran parte delle rimanenti lunghezze d’onda (dello spettro del visibile) vengono catturate dai “pigmenti accessori”.

1. In sostanza la radiazione luminosa colpisce la molecola di clorofilla “a” (fotosistema I), questa si attiva ed un elettrone passa ad un livello energetico maggiore. Tale elettrone viene catturato da una serie di sostanze (disposte in sequenza ordinata) denominate “catena dei trasportatori”, le quali cedono l’elettrone ad un composto accettore denominato NADP che viene ridotto a NADPH. L’NADPH costituisce uno dei prodotti finali della fase luminosa.

2. Ora nel fotosistema I manca un elettrone e ciò provoca una certa instabilità. A colmare il vuoto elettronico ci pensa il fotosistema II il quale essendo a sua volta eccitato dalla luce libera un elettrone, destinato al fotosistema I, trasferito da una catena di trasportatori. In questo caso l’elettrone passa da un livello energetico maggiore ad uno minore con relativa emissione di energia adoperata poi per la sintesi di ATP. L’ATP costituisce un altro dei prodotti finali della fase luminosa.

3. Il vuoto elettronico che a sua volta si forma nel fotosistema II viene colmato dall’acqua (sempre presente in abbondante quantità nelle cellule) grazie alla fotolisi secondo la reazione: H2O → H+ + OH → H+ + OH + e

4. Durante la fase luminosa si libera anche ossigeno gassoso il quale costituisce l’ennesimo prodotto finale. L’insieme delle trasformazioni appena elencate permette di trasformare l’energia luminosa in energia chimica da immagazzinare nelle molecole di ATP.

Fase oscusa (o fase chimica)

Le reazioni della fase oscura si verificano nello stroma e non richiedono energia luminosa. Lo stroma è il fluido che si trova nella parte interna di un cloroplasto. In esso è presente il pool enzimatico utile alle reazioni chimiche. Nella fase oscura vengono adoperati, per la sintesi di sostanza organica, le seguenti molecole: anidride carbonica, NADPH, ATP.

Il processo di organicazione porta alla formazione di glucosio (C6H12O6) sfruttando l’energia chimica che la clorofilla ha accumulato nelle molecole di ATP e di NADPH2, inoltre le reazioni avvengono “contemporanemante” a quelle della fase luminosa. E’ da notare infatti che la fase viene denominata “oscura” non perchè avvenga soltanto al buio, bensì perchè non richiede la presenza di luce per le reazioni.

Continua…

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Cloroplasti al microscopio.
Image’s copyright: University of Wisconsin (www.wisc.edu)

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Nanotubi di carbonio

I nanotubi di carbonio sono nanostrutture monodimensionali (vedi l’articolo: Materiali nanostrutturati) il cui rapporto tra la lunghezza ed il diametro può raggiungere valori molto elevati pari a L/d = 10.000 – 100.000.  Sono caratterizzati da sorprendenti proprietà meccaniche ed interessanti proprietà ottiche ed elettroniche. Un nanotubo a parete singola può essere visto come un singolo piano grafitico (grafene) arrotolato attorno ad un asse.

Il grafene ha un modulo di Young (modulo di elasticità longitudinale il quale misura il rapporto tra sforzo e deformazione: E = σ/ε) molto elevato nell’ordine di 1 Tpa (un tera-pascal, vedi l’articolo: Fattore di moltiplicazione). Ciò si spiega grazie al legame covalente C-C nel piano. Sembrerebbe inoltre che la flessione del piano grafenico porti ad un ulteriore aumento del modulo di Young (su questo fenomeno attualmente si stanno effettuando approfondite ricerche). I nanotubi di carbonio, quando deformati lungo il proprio asse, manifestano un’elevatissima resistenza a frattura. Simulazioni di dinamica molecolare, eseguite al computer, indicano che i nanotubi dovrebbero riassumere la forma originaria una volta annullato lo sforzo applicato. Il carico specifico (rapporto: carico/peso) risulta essere estremamente elevato e rende appetibili i nanotubi per applicazioni in qualità di fibra di rinforzo nei materiali compositi. Nonostante ciò, in progettazione, va tenuto conto di una forte anisotropia causata dalla scarsa coadesione tra nanotubi ovvero lungo il piano perpendicolare all’asse. In altre parole ciò significa che i legami che costituiscono ogni singolo nanotubo sono decisamente forti mentre i legami che intercorrono tra più nanotubi sono piuttosto deboli.

I nanotubi si suddividono in due principali categorie: i Single-Walled nanotubes (SWNT), ovvero i nanotubi a parete singola ed i Multi-Walled nanotubes, ovvero i nanotubi a parete multipla. Parleremo presto in modo più approfondito delle particolarità di queste due tipologie di materiali nanostrutturati.

nanotubi_carbonio.jpg

Possiamo immaginare i nanotubi di carbonio come una rete metallica a trama esagonale
(di quelle che si trovano in ferramenta) arrotolata intorno all’asse longitudinale.
Image’s copyright: Swiss Nanoscience Institute (www.nanoscience.ch)

Carichi termici sui pistoni di un motore a combustione interna

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Carichi termici nei principali organi del motore – Pistone

Il pistone è un organo soggetto ad un intenso flusso di calore proveniente dai gas presenti in camera di combustione. Circa il 30-40% del totale calore trasmesso al fluido refrigerante raggiunge la canna del cilindro attraverso il pistone. Le massime temperature raggiunte dipendono principalmente dalle condizioni di funzionamento del motore, dal dimensionamento del pezzo e dalla sua geometria. I valori massimi di temperatura si raggiungono nella zona centrale del cielo del pistone. Le temperature vanno poi diminuendo gradualmente verso la periferia del cielo del pistone e verso la parte bassa del mantello. I ridotti valori di temperatura presenti sull’ultima porzione del mantello stanno a significare che nella zona delle fasce vi è un’intensa trasmissione del calore (50-60%) verso le pareti del cilindro. Inoltre non va dimenticato che la parte inferiore del pistone riceve un getto d’olio lubrificante il quale contribuisce per il 15-20% al raffreddamento del pistone stesso.

Valori critici di temperatura

I limiti della massima temperatura tollerabile da un pistone dipendono dalla resistenza del materiale con cui sono realizzati. Le leghe leggere a base di alluminio (con elementi di alligazione quali rame e silicio) difficilmente possono essere impiegate oltre i 350°C in quanto le loro caratteristiche meccaniche, superata tale soglia, peggiorano drasticamente. D’altra parte però è risaputo che l’impiego di leghe di alluminio per la realizzazione dei pistoni offre vantaggi quali: leggerezza, lavorabilità alle macchine utensili e conducibilità termica.

Nella zona delle fasce elastiche è importante evitare il bloccaggio dei segmenti di tenuta nelle loro cave. Ciò può avvenire se il lubrificante perde le sue proprietà per via di temperature eccessive. Specialmente nella zona della prima fascia è opportuno evitare di superare i 200-250°C tuttavia, già a temperature di 200°C, è importante che l’olio lubrificante adoperato abbia efficaci proprietà anti-incollamento ottenute per mezzo di speciali additivi.

Sul fondo della testa del pistone (la parte sotto il cielo del pistone osservabile capovolgendolo) le temperature vanno contenute allo scopo di evitare un’alterazione dell’olio. Il lubrificante infatti, quando surriscaldato, forma depositi carboniosi che aderiscono alle pareti degli organi meccanici. Tali residui hanno un effetto, in questo caso controproducente, di isolamento termico. Nei pistoni con un alesaggio abbondante il getto d’olio proveniente dal basso non è sufficiente, si ricorre quindi a ricavare opportune canalizzazioni per l’olio anche nella testa del pistone.

Sul mantello, che svolge la funzione di guida del pistone nella canna del cilindro, eccessive variazioni di temperatura possono produrre dilatazioni che portano al grippaggio. Valori corretti delle temperature si aggirano intorno ai 120-150°C per la parte superiore del mantello, 80-100°C per la parte inferiore.

Carico termico pistone

Vista schematica di un pistone. Sulla parte sezionata sono visibili le temperature tipiche alle quali
è soggetto un pistone di tipo stradale

Che cosa sono i materiali auxetici?

I materiali auxetici sono quei materiali le cui fibre, se sottoposte ad uno sforzo di trazione, si aprono ad ombrello. Si determina quindi una dilatazione in direzione trasversale a quella della sollecitazione. Viceversa, se sottoposte ad uno sforzo di compressione, si chiudono provocando una strizione del campione. In termini fisici si dice che hanno modulo di Poisson* negativo. In natura, per esempio nella pelle della salamandra o di alcuni serpenti, ci sono cellule che hanno proprietà auxetiche. Quando vengono tirate, invece di restringersi, si allargano. Questa proprietà permette ai serpenti la macrofagia, ovvero la capacità di divorare prede di grandi dimensioni aprendo la bocca a dismisura. Proprietà simili sono riscontrabili anche in nuovi materiali, come i nanotubi di carbonio, il Gore-Tex e le schiume auxetiche.

*Il modulo di Poisson è una caratteristica, dipendente dalla temperatura, propria di ogni materiale. Tale modulo misura, in presenza di una sollecitazione monodirezionale longitudinale, il grado in cui il campione di materiale si restringe o si dilata trasversalmente.

materiali_auxetici.jpg

Solitamente, quando tiriamo tra le mani un materiale, ad esempio una spugna, vediamo che questa
si stringe e si allunga. Lo stesso accade con un provino di acciaio sottoposto ad una prova di trazione
in laboratorio. I materiali auxetici invece si comportano in modo opposto.