La leva del potere

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Chi può cambiare, migliorare, ammodernare realmente l’Italia?

Mi chiedo: I gestori dello stato sono poi così diversi dallo stato stesso? Sono così diversi dai suoi abitanti? Chi erano costoro prima di arrivare ad occupare particolari posizioni? Che facevano da bambini? La mia modesta opinione è che non risulti poi così difficile oliare gli ingranaggi di una semplice riflessione e domandarsi: Non sarà per caso che i gestori dello stato che si macchiano di azioni vergognose, talvolta atroci, abbiano semplicemente avuto modo (l’occasione male utilizzata) di imprimere la loro forza su una leva più grande di quella di cui dispongono i cittadini?

In Italia una lunga serie di azioni discutibili non sono compiute anche dalla cittadinanza? Non è forse la popolazione che non rispetta i limiti di velocità, le regole del traffico ed i pedoni? Non è forse la popolazione che infrange le norme che regolano il lavoro, le misure di sicurezza nei luoghi ove si lavora e le norme ambientali? Non è forse la popolazione che cerca sempre scorciatoie ai percorsi per raggiungere un risultato (favori, raccomandazioni, furbate, omissione di burocrazia, procedure, livelli di istruzione…)? Chi in realtà può dire di comportarsi egregiamente in tutto ed ai massimi livelli di disciplina, sportività e rigore?

Chi siamo?

Non siamo forse noi quelli individualisti che non sanno fare società, faticano a concepire il lavoro di squadra, temono di agevolare le carriere degli altri con il proprio contibuto a partire dai percorsi di studio universitari fino alle situazioni lavorative di gruppo?
Non siamo quelli che cercano sempre l’affare a tutti i costi, anche quando sappiamo benissimo che il tale affare non è possibile, ma ci vogliamo sperare comunque arrivando persino a mentire a noi stessi, illudendoci?
Non siamo quelli che fino agli inizi della crisi economica globale, che in un modo o nell’altro oggi iniziamo a conoscere meglio (ovviamente troppo tardi), pensavano di poter fare tutti i manager senza la più pallida esperienza ma credendo che fosse sufficiente elargire decisioni su “come faremmo noi nella tale situazione” ed inseguendo il sogno fittizio del diventare, con ogni mezzo, più o meno lecito, agiati, forti e “visibilmente” ganzi?
Non siamo quelli i quali, che lo si ammetta o meno, usano il principio di prevaricazione per esistere? Se sono più forte di te ti forzerò a darmi la ragione, a piegarti alla mia volontà, a seguire la mia rotta che ti piaccia o no. E tutto questo non nella trama di un film d’azione ma a partire già da una semplice riunione condominiale.

Sì ma ho le motivazioni, per bacco!

La maggior parte degli italiani si sente giustificata nel trovare vie di fuga, da comportamenti e regole scorrette*, facendo uso di soluzioni altrettanto scorrette ed additando i potenti di aver cominciato per primi. Sì ma così non se ne esce praticamente mai! Comprensibilissimo lo stato di frustrazione generale in cui ci troviamo come nazione, comprensibile il desiderio di voler “vivere”, ma errato l’approccio metodologico il quale non fa altro che seminare opportunismo su opportunismo.
Questo ovviamente non significa che i motivi da cui nascono sovente simili mal costumi (vedi ad esempio la burocrazia smisurata, una tassazione eccessiva, regole assurde sul lavoro o procedure che impediscono semplici azioni legittime in vari settori che ci coinvolgono) siano giusti, corretti e morali. Anzi… Però è proprio qui che il cane si morde la coda. Significa semplicemente che è fin troppo diffuso il pensiero di non impegnarsi vivamente su simili fronti cercando (e offrendo poi) soluzioni concrete per reali cambiamenti utili alla collettività. Risulta assai più comodo comportarsi come viene, autogiustificarsi e percorrere scorciatoie utili ad ottenere nell’immediato un risultato fregandosene del danno che si arreca agli altri cittadini. Magari il principio di partenza è giusto ma perdersi lungo il percorso “freghicchiando” non fa altro che portare chi compie l’azione al medesimo livello di chi è oggetto della sua critica.

*Se non assenza totale di regolamentazioni dove occorre e dove è sano, vedi ad esempio nei mercati.

Quando emerge il lato nascosto

Inutile pensare all’Italia artistica, l’Italia sensibile, l’Italia romantica. In piena crisi, in una crisi che non volge mai al termine, in una situazione che si aggrava ogni giorno di più sulla base dei voleri di grossi gruppi finanziari che gestiscono i fili di marionette e fantocci locali, il buono che c’è in noi scompare, svanisce, si cela in qualche modo ed emerge il lato più ostile alimentato dall’istinto di sopravvivenza. Ed è proprio in queste condizioni che ogni uomo mostra chi è veramente, di cosa è capace veramente, cosa può arrivare a concepire la sua mente veramente. Da un certo punto di vista, la fortuna, il lato positivo se vogliamo, è che il singolo individuo comune dispone di leve assai corte se non quasi del tutto inesistenti; la fortuna è che sovente dispone semplicemente di un fulcro, alle volte nemmeno di quello. Ma se gli si offre una leva, una leva importante, della lunghezza sufficiente, saranno molti gli uomini comuni in grado di compiere azioni deplorevoli pari se non più grandi di quelle degli uomini che, giustamente, critichiamo ogni giorno ma che saremo pronti ad imitare se solo avessimo una leva simile. La leva del potere.

Nota per coloro che amano leggere, arricchirsi interiormente,
imparare logiche nuove, dare un valore a chi sono e cosa fanno

Non conta nulla fin dove sei arrivato con la tua idea, il tuo progetto, la tua impresa, la tua strada… se quello che hai ottenuto l’hai ottenuto a danno degli altri. I veri grandi, di qualunque epoca e campo tecnico, tecnologico, scientifico, professionistico, o quello che sia, sono tali perchè hanno saputo realizzare i loro sogni, i loro vantaggi, il loro cambiamento, senza che questo abbia in alcun modo danneggiato terzi. Non importa quanto questo abbia limitato le dimensioni raggiunte da un progetto, perchè le dimensioni di un progetto non si contano solo in numeri, classi di fatturato, dimensioni e misura dell’estensione del mercato raggiunto, primati insostenibili, dominio. Si misurano in tenacia, onestà, grandezza dei sogni, volontà di realizzarli, concretezza e raggiungimento di risultati anche parziali ma totalmente puri, veri, ispiranti per chi osserva e che, come in un contagio, cercherà di replicare il vostro successo diffondendo principi attivi di sportività. A quel punto ogni cosa verrà automaticamente da sé, liscia come l’olio e non sarà necessaria alcuna leva. La genialità sta quindi nel trovare soluzioni rispettando le regole del gioco in corso. E’ così dannatamente difficile che stimola prolificamente la ragione, la creatività ed il virtuosismo.

Dove osano i veri cambiamenti

I cambiamenti veri partono dal basso, una piramide non crolla se togli l’ultimo mattone in cima, cede se cambi la sua natura dal basso. Ma questo richiede lo sforzo di ricostruire tutto da zero operando un lavoro migliore del precedente tuttavia, in un mondo che volge facilmente a false credenze e sconfinati desideri di comodità e agiatezza, chi ha voglia di impegnarsi seriamente in un duro lavoro? Quantomeno non illudiamoci che qualcosa possa cambiare se si lascia tutto così com’è o si affida l’arduo compito a certi e tali soggetti…

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leva

“Datemi un punto d’appoggio e solleverò la terra”.
Archimede.

Superconduttori e supercomunicatori: dalla scienza esatta all’irrazionalità del dubbio

Rubrica: Il fantastico mondo della comunicazione

Titolo o argomento: Dalla scienza esatta all’irrazionalità del dubbio

Questo articolo segue da:
Superconduttori e supercomunicatori: l’arte penetrante della comunicazione

La matematica dimostra che se si chiede ad un campione di persone quante caramelle ci sono in un capiente barattolo di vetro a loro mostrato, solo pochissimi forniranno un numero prossimo alla realtà (in un esperimento condotto dal matematico Marcus du Satoy, solo 4 persone su 160 si sono avvicinate al reale numero di caramelle contenute nel barattolo, le altre hanno fornito cifre completamente strampalate, chi troppo basse, chi troppo alte) ma, inaspettatamente, andando a calcolare la media dei numeri ipotizzati dai partecipanti al test, si otterrà un numero decisamente molto vicino a quello reale (nell’esperimento citato, su un campione di 160 persone, la media restituiva il numero 4514,8 mentre il valore reale di caramelle contenute nel grande barattolo di vetro era 4510). Questo come a dimostrare che la folla “conosce la realtà” ma non il singolo individuo (the wisdom of the crowd, la saggezza della folla).

La matematica permette inoltre di fare cose pazzesche come ad esempio prevedere l’andamento dei mercati azionari applicandola debitamente ai commenti che la gente pubblica sui social network, oppure conoscere in anticipo quante persone verranno colpite dall’influenza semplicemente operando delle statistiche sulle parole prevalentemente ricercate da loro sui motori di ricerca. Si sostiene persino di riuscire a sapere in anticipo, sempre applicando opportunamente la matematica, quale automobile compreremo in futuro… prima ancora che noi la scegliamo.

Così legittimamente mi chiedo: “Siamo sicuri che è la folla che messa insieme conosce la realtà delle cose, oppure vale il contrario e si tratta invece di fenomeni perturbatori che convincono la massa a seguire determinate strade?”. Chi di voi ha visto il film “Australia” si sarà accorto come, in una scena, la mandria di bestiame, spaventata da un incendio doloso (fenomeno perturbatore) parta impazzita di corsa in direzione del burrone. Ebbene in effetti la mandria resta unita ed ogni capo di bestiame, nel panico, sceglie di seguire tutti gli altri invece di fare valutazioni proprie. Proprio come se sentisse che la scelta migliore sia quella di dover seguire la folla perchè la folla ha ragione, non il singolo.

Lo stesso del resto accade anche con le mode quando si cerca disperatamente di essere attuali “come gli altri” invece di valutare cosa ci sta bene indosso o meno. Sembra quasi un’operazione automatica, esce il nuovo giubbetto, il nuovo dispositivo digitale o lo speciale in tv sui tatuaggi ed ecco che di conseguenza molti…
A volte sembra che le nostre menti lascino larghi spazi vuoti in attesa di un segnale esterno da seguire. E’ la folla quindi che messa insieme conosce la realtà delle cose oppure vale il contrario ed un fenomeno perturbatore influenza la massa nel prendere una strada al termine della quale potrebbe non vedere la presenza di un burrone? Quale sistema di “supercomunicazione” può suggerire ai più di seguire la massa? Paure e timori? La realtà quotidianamente raccontata dai media? La realtà come la percepisce ognuno di noi? -E qui ritorna in loop la domanda: “La realtà come la percepiamo noi è frutto di influenze?”- L’ignoranza? -Non intesa come propria di un individuo non scolarizzato, bensì anche del laureato che a fatica analizza prospettive differenti da quelle che gli sono state insegnate- Messaggi camuffati? La memoria di un certo polimero organico detto DNA?*

*La cui reale presenza nell’acido desossiribonucleico è, al momento in cui scrivo, ancora da dimostrare scientificamente.

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Superconduttori e supercomunicatori: l’arte penetrante della comunicazione

Rubrica: Il fantastico mondo della comunicazione

Titolo o argomento: L’arte penetrante della comunicazione

I materiali superconduttori permettono il passaggio privo di resistenza delle cariche elettriche in determinate condizioni fisiche. Esistono materiali con capacità più o meno conduttive in base a come sono strutturati a livello molecolare. Nella comunicazione avviene la stessa cosa, ci sono persone più o meno comunicative ovvero più o meno capaci di trasportare un concetto da un cervello ad un altro. Tuttavia anche i cervelli, come i materiali, non sono tutti uguali. Esistono infatti cervelli permeabili, cervelli filtranti o completamente impermeabili così come esistono materiali superconduttori, conduttori o isolanti.

L’arte della comunicazione non è propria di tutti, ognuno riesce a far passare solo un certo tipo di informazioni e solo in un certo modo verso ben precisi destinatari. Quello che è certo è che un buon comunicatore conosce la strada più semplice, e preferita dall’interlocutore, per trasferirgli un messaggio. Che il messaggio sia utile o meno, sincero o meno, non importa; egli sa come farlo arrivare incontrando la minore resistenza possibile nella ragione dell’altro. Ci riesce perchè conosce il metodo per evitare le barriere mentali ed essere piacevole, esattamente come le basse temperature permettono ai superconduttori di assumere resistenza nulla ed espellere al loro esterno i propri campi magnetici agevolando notevolmente il passaggio delle cariche elettriche.

Non importa se con il passaggio delle cariche verrà alimentato un dispositivo utile o nocivo, in quelle determinate condizioni esse passeranno liberamente e con le migliori prestazioni. Lo stesso nella comunicazione. Una volta scoperta la “combinazione”, il “setup” migliore per l’accesso libero e agevolato ad un cervello, ecco che questo non si opporrà al passaggio di concetti anche distorti o, persino, inutili e inconcludenti. Tutto sta nel trovare le condizioni idonee affinché vi sia un passaggio veloce e privo di resistenza o con una resistenza ridotta ai minimi termini.

Fino a prova contraria però gli esseri umani sono sì fatti anche loro di molecole, atomi, elettroni, ma hanno quel qualcosa in più che li dovrebbe spingere a dire: “Sì con queste condizioni puoi effettivamente attraversarmi facilmente, tuttavia io lo sto impedendo perchè il fine non è da me condiviso”. Il pulsante che attiva un ordigno nucleare è fatto di molecole, atomi, elettroni, proprio come noi, ma questo non può valutare il fine ed opporsi. Così lascia che alla sua pressione le cariche attraversino i suoi contatti al fine di trasmettere un segnale di attivazione. Noi invece abbiamo dei sensi, una coscienza, un pensiero, un intuito, una logica che ci possono far “ragionare” e che, a fronte di un impegno mentale, dovrebbero evitare che ogni quisquilia ci attraversi generando le più disparate conseguenze. Ma la realtà è che messi nelle giuste condizioni, lasciamo che ogni concetto ci attraversi pur avendo noi i mezzi per impedirlo (che puntualmente non usiamo o non abbiam voglia di usare). Molto spesso non sappiamo filtrare le comunicazioni nocive e crediamo a tutto ciò che ci attraversa. Sovente veniamo persino suggestionati senza accorgercene e produciamo come risultato un pensiero che riteniamo nostro ma che è figlio di timori indotti.

A questo punto mi chiedo: “Siamo dei semplici conduttori noi?”. Trattasi ovviamente di una tipica domanda retorica e provocatoria la cui risposta, personalmente, orbita sempre attorno al medesimo concetto: se non siamo correttamente istruiti, formati, preparati fin da piccoli nei vari livelli di istruzione, non avremo mai (o quasi mai) gli strumenti per utilizzare al meglio le nostre capacità e difenderci quando ci viene propinata l’insensatezza. Qualunque cosa, nell’inconsapevolezza, potrà facilmente attraversarci. Ecco, nel paragone, l’ignorare permette il passaggio facilitato di concetti nel cervello così come le basse temperature permettono il passaggio libero delle cariche nei superconduttori.

Continua…

Superconduttività
Necessita di: materiale superconduttore, temperature prossime allo zero assoluto (0 Kelvin)
Va da: un estremo all’altro di un materiale superconduttore
Il fenomeno presenta: espulsione del campo magnetico all’esterno, resistenza nulla
(passaggio libero delle cariche elettriche)

Supercomunicazione
Necessita di: persona supercomunicatrice, menti permeabili
Va da: cervello 1 a cervello 2
Il fenomeno presenta: espulsione della ragione, resistenza nulla
(passaggio libero dei concetti)

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L’alternativa che manca dimostra che non c’è democrazia

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Il legame inscindibile tra democrazia e possibilità di scegliere un’alternativa

Viviamo in un’era in cui si specula sul termine democrazia o lo si deturpa a proprio piacimento assegnandogli, all’occorrenza, significati impropri, inesatti, incompleti del tipo: “Sono libero di far tutto quel che voglio visto che siamo in democrazia!” Poi però ti assumi le responsabilità delle tue azioni? Oppure: “Posso dire quello che voglio, altrimenti non siamo in democrazia!” Hai mai considerato il buon senso delle affermazioni e le ripercussioni che hanno gli sproloqui a vanvera? O, ancora: “Il mercato è libero e va bene tutto perchè siamo in democrazia!” … . Ebbene no, non è questa la democrazia, avevamo spiegato in un articolo correlato (vedi link in basso) come il concetto odierno applicato di democrazia sia così simile al crescere un bambino maleducato e, se vogliamo introdurre un termine a cavallo tra i bambini irrequieti e la situazione socio-economica attuale, sregolato.

Il vero concetto di democrazia

La vera democrazia è la costituzione, generazione, alimentazione di una società dove vi è un’alternativa, possibilità di scelta, libertà di scelta, di decidere, di optare, di seguire la strada che si ritiene migliore per sé senza arrecare danni a terzi. L’essere obbligati a fare quel che dice un gestore del momento investito del tal potere, e che ritiene che il suo paese sia moderno solo perchè c’è l’ultima diavoleria digitale disponibile in ogni negozio, non è altro che una sorta di prepotenza mascherata. Un po’ come quando un cliente si comporta in modo maleducato, tu gliene diresti quattro ma preferisci evitare discussioni e imbastisci un finto sorriso di plastica assumendo al contempo un comportamento ruvido. Sì, sorridi, ma sotto sotto…

Esempi semplici: Sei libero di scaldarti?

Così c’è chi come me abbandona la caldaia a gas a favore di una pompa di calore per non esser dipendente, non solo da un contatore ma anche da un bollino blu annuale, che invece deve ora (più precisamente dal 15 Ottobre 2014) disporre di un libretto di impianto ove annotare i nuovi controlli obbligatori annuali a pagamento. Su una pompa di calore? E dove sarebbe questo allaccio al gas che se mal manutentato potrebbe provocare pericolose esplosioni e danni a cose o persone? Mi dicono infatti gli operatori del settore che il libretto di impianto serve a tener sott’occhio i consumi energetici e quindi l’efficienza dell’impianto. Non basta guardare le bollette oppure conoscere il modello (e quindi i dati di targa) dell’impianto? E’ per forza necessario spendere dai 100 ai 200 Euro all’anno (per ogni unità esterna) per pagare un tecnico che guardi questi dati quando sono già disponibili su tutti i siti web dei produttori? Risulta ovvio che si tratta di una ennesima mossa all’italiana. Questa ad esempio, a mio avviso, non è democrazia. Ma non è tutto.

Esempi semplici: Sei libero di costruire il sistema per scaldarti?

Io che posso costruire da me un intero impianto di climatizzazione con pompa di calore, trattamento dell’aria, ventilazione meccanica con recupero di calore, trattamento dell’acqua calda sanitaria, assemblando scambiatori, evaporatore, compressore, valvole, telai, scocche e quant’altro, potrò quindi installare in casa mia l’impianto fatto da me con componentistica* certificata e di qualità? Uhm ho qualche dubbio. Io che sono capace di manutentarlo, metterlo sotto vuoto, caricarlo, controllare eventuali fughe ecc. potrò farlo da me? Uhm ho qualche dubbio anche qui. Quindi anche in questo caso non ho alternativa. Non ho scelta. Non ho una situazione democratica intorno a me. E per chi mi volesse suggerire di aprire una partita iva da installatore, per procedere da solo, rispondo subito che non posso aprire una partita iva per ogni cosa che imparo a fare. Anche in tal caso non sarei libero di scegliere. Insomma, tutto quello che imparo a fare e che premia il mio impegno con un vantaggio legittimo, “qualcuno” cerca di annullarlo impedendomi di metterlo in pratica. Anche questa non è a mio avviso democrazia.

Esempi semplici: Sei libero di produrre e approvvigionare energia?

E se io inoltre volessi generare ed accumulare da me l’energia che alimenta l’impianto di climatizzazione di casa (le cosidette case passive ad energia quasi zero), posso esser libero di costruire il mio impianto fotovoltaico (a partire dalle singole celle) autonomamente senza alcuna messa in rete? Tecnicamente sì, però ci sono già polemiche e contestazioni perchè “qualcuno” non vorrebbe. Il fatto che sia stato inventato il “libretto di impianto” anche per i sistemi con pompa di calore, mi deve far temere che succederà qualcosa di simile per il mio fotovoltaico libero, indipendente e democratico? Ebbene sì, secondo alcune indiscrezioni giuntemi dagli enti certificatori che aggiornano tecnici e professionisti italiani sulle rinnovaibli, si sta pensando di introdurre, nei prossimi anni, una tassa sul fotovoltaico che raggiungerà in primis tutti coloro che sono “in rete” (già schedati) e poi tutti gli altri, quelli indipendenti che invece verranno per così dire censiti mediante sopralluoghi. Questa, ancora una volta, non è a mio avviso democrazia.

Esempi semplici: il tuo

Gli esempi appena riportati sono solo alcuni degli esempi che si cuciono su misura intorno a me, ma ovviamente non sono tutti e non ho la pretesa di dire che questi sono gli esempi che devono avere in qualche modo la precedenza o maggior rilievo su altri. Sono sicuro che se il lettore di buon senso fa mente locale troverà rapidamente situazioni in cui non ha avuto modo di effettuare la sua libera scelta democratica per le sue cause importanti di primaria necessità. Tali esempi starebbero benissimo in questo articolo che diventerebbe però oltremodo lungo e catalogante.

Libero di essere mandato via

Allora io non ho libertà di scelta, non sono libero, non vivo in un ambiente democratico. Non posso “staccarmi da”, “essere libero di”, crescere ed essere autonomo grazie a quello che imparo a fare. Ditelo chiaramente ai cittadini, in particolar modo ai giovani, che l’unica alternativa che viene loro concessa è quella di “acconsentire ad essere mandati via” dall’Italia. Continuano a sorridermi i tutori dietro le scrivanie degli organi interessati ai giovani intraprendenti, suggerendomi, dopo lunghe pratiche e percorsi fittizi che non portano a nulla, di andare via dall’Italia perchè… uno come me che ci sta a fare qui? I giovani in gamba italiani che ci stanno a fare qui? “Ohibò, per bacco!” Avrebbe detto Totò. “Che ci sto a fare qui? Ma scusi lei di dov’è? Italiano? Anche io! Complimenti!! E mi dica, secondo lei… un italiano, in Italia… che ci sta a fare?”.

Il fenomeno che alimenta l’individualismo in Italia

Praticamente le uniche tecnologie esenti da tasse, verifiche, controlli e imposizioni di cui dispongono oggi liberamente gli italiani, sono tutte quelle imparate all’estero, che qui in Italia non sono conosciute e che quindi non si mormorano per evitare che vengano prese come ulteriore spunto tassativo. E’ corretto che colui che è all’avanguardia usufruisca di tecnologie che altri italiani non possono avere e di cui non possono conoscere l’esistenza se non in netto ritardo quando magari non servono più, quando magari sono obsolete? Anche questa, a mio avviso, non è democrazia.

Esempi semplici: tecnologie non pervenute

Vi basti pensare ai sistemi di recupero dell’energia in frenata per i veicoli che sfruttano la compressione del gas in apposite bombole (vedi l’articolo: Sistemi di accumulo aerostatico dell’energia). Molti pensano che si tratti dell’ “invenzione recente” di una nota casa automobilistica europea in accordo con un partner tecnologico di eccellenza. Ma la realtà è ben diversa. Si tratta di una tecnologia che esiste ormai da 30 anni (e forse oltre) che nella versione presentata di recente costituisce in realtà un semplice remake in miniatura. Già da 30 anni poteva essere utilizzata anche in Europa, anche in Italia risparmiando un enorme inquinamento, enormi consumi e tutti i mastodontici problemi conseguenti. Eppure niente. Oggi i meno preparati “credono” si tratti di una novità. Una novità che sta sui libri di fisica da 30 anni, gli stessi libri di cui prima gli studenti cercano di liberarsi nel minor tempo possibile e di cui poi vanno avidamente in cerca (anche se poi non sanno più esattamente dove cercare) per informarsi sul principio che alimenta la presunta nuova tecnologia. Stessa cosa è accaduta con le lampadine ad incandescenza ed i primi neon resi noti con larghissimo ritardo (vicenda ormai svelata da fonti accreditate e agli occhi di tutti dopo decine e decine di anni). Diatribe simili a quella degli impianti di climatizzazione, poi, sono in corso anche con la raccolta dell’acqua piovana per la quale ancora molti non sanno che esiste una tassazione di raccolta, così come avviene per chi ha un semplice pozzo in una casa di campagna e così via…

In cerca di alternative

Le alternative dove sono? Un cittadino normale, cosciente, maturo, preparato, aperto mentalmente dovrebbe ora chiedersi: “Cosa c’è disponibile oggi per migliorare la qualità delle nostre vite che in realtà conosceremo, forse, tra decine di anni quando potrebbe persino non occorrere più?”. Inoltre: “Ciò che c’è disponibile come alternativa che non implica servizi (forniture di vettori energetici) né lussi (beni non di primaria necessità di particolare pregio) perchè deve essere tassato affinché non ci sia quindi un’alternativa libera, nemmeno quando questa comporta una qualità ridotta o comunque una vita più semplice?”. Pare che il livello raggiunto non conti granché, conta il fatto che non deve esserci un’alternativa. Mi aspetto quindi una tassa sul baratto… che infatti c’è (se si è professionisti con la partita iva). Eh già, molti non lo sanno (potete chiedere ai vostri commercialisti), ma il baratto è gratuito solo tra privati altrimenti sono previste regolari tassazioni ad esempio tra lo scambio di competenze tra professionisti senza utilizzo di moneta.
Esiste una teoria per vivere come una “collettività di eremiti” (bello questo ossimoro, non so come mi vengono), tornare alla semplicità, alle basse pretese, alla natura fresca ma portando con sé conoscenze fisiche, matematiche, scientifiche che ne esaltino le prospettive e la modernità?

L’ambizione di una scelta

Quindi in definitiva io penso che chi non ha desiderio di studiare, apprendere cose nuove, talvolta semplici e intuitive e talvolta più complicate, è libero di farlo e di vivere ciò a cui le sue scelte lo condurranno (sempre che queste non siano in realtà dipese da una pessima formazione le cui colpe potrebbero essere attribuibili a terzi), ma se io ho un piacere sfegatato di studiare, ricercare, testare, costruire, rompere, riprovare, essere creativo, prolifico ed entusiasta, devo poter scegliere di fare da me. Dalla casa come dico io, al veicolo come dico io, dagli elettrodomestici come dico io, ai sistemi per l’energia ed il riscaldamento come dico io, dall’interattività e le comunicazioni che preferisco, alle abitudini inconsuete, non omologate che mi balenano per la testa. Altrimenti la democrazia diventa una parola leggera, sventrata, impoverita da tutti coloro che ne hanno abusato senza la giusta sapienza, maturità e coscienza.

*La stessa componentistica (per marca e modello) che le aziende ai vertici delle filiere forniscono ai costruttori di climatizzatori, pompe di calore e di sistemi per il trattamento dell’aria. Quindi nulla di pericoloso, artefatto, arrangiato.

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Esistono infinite direzioni anche se ne guardiamo sempre e solo una.
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L’algoritmo del cuculo

Rubrica: Metodi. Alternative lifestyles, work and study
Titolo o argomento: Fenomeni “asocial”

L’uccello denominato Cuculo (della famiglia del Cuculidae) nessun legame significativo ha con quanto verrà espresso in questo articolo se non un’assonanza del suo nome con quella di un altro termine più colorito. Tale espressione è stata adottata durante un convegno reso noto da un altrettanto noto comico italiano per via dei discorsi diversamente logici espressi. Se dopo questa breve ed atipica introduzione siete confusi, non vi biasimo… se siete anche incuriositi procedete pure con la lettura. E’ interessante.

Sminuire il problema

Sovente se parlate con qualcuno di un vostro problema costui tenderà a sminuire, a sdrammatizzare ed a chiudere il discorso il prima possibile passando ad altro o esordendo con frasi fatte. Risultato, non avrà capito nulla di ciò che stavate dicendo e nemmeno gli sarà interessato saperlo. Alcuni oratori, portatori di teorie discutibili, sostengono ai loro convegni che parlare dei propri problemi allontana la gente e che quindi questo non va mai fatto se si vuole aver successo. Castroneria a mio avviso assoluta e non costruttiva. Evitare di parlare di un problema è un comportamento che permette solo di far diffondere maggiormente il problema stesso prima che questo venga in qualche modo recepito e affrontato dalla collettività. Ritardare la comprensione e la risoluzione di un problema serve prevalentemente per mantenere un certo disordine talvolta sociale, talvolta economico. Insomma, finché non sapete come difendervi da un comportamento opportunistico, l’opportunista potrà continuare ad alimentare i suoi profitti.

Vergogna e timori complici della chiusura in sé

Oggi la gente tende persino a non raccontare i “bidoni” che prende, da un semplice sottocosto di materiale di seconda scelta ad un pseudo-affare immobiliare. Lo fa per vergogna, per paura dei giudizi, per timore di essere classificata in malo modo, definita tonta. Invece cadere in un “tranello” è umano, ci può cadere l’ignara signora Maria così come un genio in buona fede. E’ semplicemente umano. “La soluzione non sta nel non parlarne, la soluzione sta nell’essere capaci di parlarne nel modo giusto”. Parlarne aiuta la lineare diffusione di una sorta di vaccino alla tal fregatura. Parlarne aiuta il sistema immunitario economico-sociale di una città, una regione, un’intera nazione. L’attuale superficialità nei rapporti porta quasi sempre le persone che hanno ignorato un problema ad averlo comunque prima o poi, non di rado persino in forma ulteriormente aggravata. Spesso particolari problemi quali truffe o comportamenti opportunistici, riescono a dilagare perchè la gente non ne parla con il timore di fare una pessima figura o, peggio, di essere considerata negativa, persino polemica ed essere allontanata dalla “folla”, dal “mi piace”, dall’ “amico” o dal “follower”.

L’individualismo dell’italiano

In effetti ci sono luoghi dove questo fenomeno esiste e si fa sentire. Per esempio la provincia dove vivo possiede endemicamente questa peculiarità (anche se questo non vuol dire che sono proprio tutti cosi, più che altro una fetta non trascurabile) secondo la quale si viene elegantemente emarginati da un gruppo se si espone un problema in cerca di un accenno di umanità. Inizialmente si prova a parlare e si può semplicemente esser sminuiti. Ben presto poi ci si accorge dell’individualismo italiano, si genera una sorta di imbarazzo, nessuno è capace di offrire il suo sostegno se non quei rari e preziosi amici più intimi (oggi considerati specie protetta in via d’estinzione) che oltretutto, con i tempi che corrono, potrebbero essersi trasferiti altrove, magari dall’altra parte del mondo. Così te la devi cavare da solo con il sovrappeso della singolarità. Parlare di un problema non è “in”, non è “cool”, non è “fashion”, non è “glam”… non è di “moda” mai. Un mio amico, Stefano, che affronta con piacere questo tipo di temi, mi ha spiegato, essendo un educatore di professione, che questi comportamenti scaturiscono dalla “paura”, paura di rimaner fregati dall’altrui problema, paura di rimaner coinvolti dall’altrui problema, paura di venir contaminati. La specie animale, l’uomo compreso, per natura ha paura di ciò che non conosce.

I problemi si cibano di menefreghismo

C’è però un rovescio della medaglia piuttosto consistente. Quando determinati problemi poi incombono su coloro che vi sminuivano, ignoravano, emarginavano, ecco che il colpo è più intenso, improvviso ed a freddo causa necessariamente una frantumazione da fragilità che può portare a capire (ma non è detto, l’ottusità è sempre fertile) che se si fosse ascoltato, si fosse stati vicini, si fosse realmente condiviso un supporto morale, si fosse anche imparato dai problemi altrui, dai racconti altrui, dalle esperienze altrui, forse non ci si troverebbe immersi in un disastro a senso unico e senza sbocco dal quale ormai non si può più uscire.

L’importanza di un semplice comportamento: ascoltare, sostenere e condividere

Molti sono coloro i quali, in oltre 1300 articoli, mi hanno chiesto dove avessi tratto così tanti spunti per innumerevoli argomentazioni nonostante la mia giovane età. Non ci sono trucchi o segreti, c’è la semplice voglia di ascoltare, il desiderio di capire. Fin da piccolo ho avuto la fortuna di incontrare migliaia e migliaia di persone grazie ai lavori di cui si occupavano i miei familiari più vicini e ascoltare tutte le loro storie. In principio non ne avevo nemmeno voglia, devo essere onesto. Ero bambino e mi interessavo solo del gioco che stavo facendo, degli amici, della bicicletta, del pallone, dei posti che esploravo tra i campi dove mi riempivo di terra. Ma poi si cresce e non si può tentare in tutti i modi di far finta che ciò non sia avvenuto. A volte poi, lo ammetto, certe situazioni sono davvero pesanti e vorrei non ascoltarle. E’ normale staccare anche la spina di tanto in tanto, tapparsi le orecchie e lasciar scorrere tutto così com’è. Non possiamo assorbire le situazioni che provengono da ogni direzione e farle nostre specie se non si tratta di rapporti intimi o che in un modo o nell’altro ci circondano e ci coinvolgono direttamente, altrimenti la vita diventa impossibile così come il continuare ad essere ottimisti o in qualche modo positivi. Ognuno dovrebbe curarsi semplicemente di ciò che lo circonda da vicino, questo genererebbe una reale connessione proprio come una struttura geodetica fatta di esagoni e pentagoni. Ogni giunto si occupa dei tubolari che ha intorno e li sostiene; se tutti i giunti fanno il loro dovere, la struttura sta su e si erge robusta e affidabile. Ma se uno o più giunti non vanno, ecco che la struttura inizia a traballare e rischia il collasso.

Logiche a confronto

Quando qualcuno mi parla di un problema io cerco subito di ascoltare, fare domande, interessarmi, conscio che molto probabilmente io non potrò risolvere quel problema ma potrò da un lato “esserci” (che per l’uomo si trasforma già in un sollievo) e dall’altro capirne le dinamiche al fine di trarne un’esperienza utile per me e per gli altri. Di seguito vi propongo alcuni semplici schemi per altrettanto semplici confronti.

Algoritmo del cuculo: non parlare dei tuoi problemi -> sei visto così più positivo -> la gente ti sta intorno -> hai successo.

Algoritmo del cuculo comprensivo dei retroscena: non parlare dei tuoi problemi -> sei visto così più positivo -> sei solo in mezzo alla folla -> il problema prende il sopravvento su di te e ti logora -> il problema cresce e si espande principalmente verso chi lo ignora (la folla non conosce il problema, la folla cade nello stesso problema) -> il finale è preannunciato e l’opportunismo di terzi ha strada più libera.

Algoritmo razionale: parla dei tuoi problemi nella misura dovuta -> le persone non idonee si allontaneranno da te -> le persone di valore ascolteranno quanto hai da dire e impareranno in cambio del sostegno -> le persone di valore eviteranno di cadere nello stesso problema -> lo stare vicino ad una persona ti avrà ripagato con esperienza che in molti casi può fare la vera differenza -> la collettività affronta nuovi problemi, invece di rimaner ferma agli stessi, e si evolve.

Precisazione

Ovviamente questo non significa che si deve persistentemente ossessionare l’esistenza di chiunque piangendo miseria. E’ sufficiente un solo allarme per far recepire il vostro segnale a chi ha orecchie per ascoltare. Dall’altra parte invece non significa che ci si debba trasformare in avvoltoi pettegoli a caccia di prede da commiserare per sentirsi migliori e più felici a scapito di…, oppure stare vicino a qualcuno per trarne dei vantaggi personali. Si tratta sempre di trovare un equilibrio umano la cui legge è molto semplice: Come vorreste che si comportassero gli altri intorno a voi se qualcosa di insolito vi capitasse? Ecco basta questo. Significa semplicemente che quando un vostro amico, conoscente, collega vi viene a raccontare qualcosa che lo turba, allarma o appesantisce, voi potreste essere più disponibili sapendo che la moneta per voi sarà l’esperienza e l’affetto di una persona. E’ così che le cose poi vanno in modo positivo. Sicuramente non ignorandole fingendo che non ci siano, questo è davvero un insegnamento pessimo.

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Ognuno dovrebbe curarsi semplicemente di ciò che lo circonda da vicino, questo genererebbe
una reale connessione proprio come una struttura geodetica fatta di esagoni e pentagoni.
Ogni giunto si occupa dei tubolari che ha intorno e li sostiene; se tutti i giunti fanno il loro dovere,
la struttura sta su e si erge robusta e affidabile. Ma se uno o più giunti non vanno, ecco che la
struttura inizia a traballare e rischia il collasso.
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Cittadini passivi ad energia quasi zero

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Quando si studia tanto perchè ci si rende conto di non sapere nulla e poi si scopre che là fuori è pure peggio…

Se l’espressione del titolo si riferisse ad abitazioni anziché a persone, probabilmente, ci troveremmo davanti a case risparmiose, efficienti e con bollette inesistenti. Nel caso dei cittadini il significato è opposto. Cittadini passivi, cioè subiscono tutti gli eventi e le altrui decisioni inermi e privi di ogni capacità di capire, elaborare, valutare, scegliere e proporre. Ad energia quasi zero, sono stanchi morti (come avrebbe detto Totò “per ora sono stanchi… più in là saranno morti) e non ne vogliono più saper di nulla che comporti una qualche forma di impegno mentale.

In questa tipologia di persone, quelli che incontro o con cui ho una qualche forma di dialogo o di scambio, portano alla mia attenzione domande/affermazioni stucchevoli del tipo: “Hai tolto il contatore del gas a casa, è come cucini? Come ti scaldi?”, “Usi l’energia del fotovoltaico la notte? A me il negoziante ha detto che è impossibile!”, “Prima ti ho visto fare in bici quella salita in montagna fortissimo, saranno stati almeno 40-50 km/h, come diamine facevi? … E’ elettrica? Ma non sembra! E dove sono i pezzi, i fili, le batterie e tutto il resto?”, “Come sarebbe che non hai dovuto cambiare il contratto dell’energia per utilizzare il piano di cottura a induzione? Non ti scatta il contatore con 3KW? Consumano tantissimo!”, “Come posso risolvere il mio problema se gli organi preposti a tale compito non se ne occupano?”, e così via.

Io resto interdetto davanti a questo. Come è possibile che la gente mi parli continuamente di aggeggi elettronici conoscendone ogni caratteristica e le sigle di interi cataloghi a memoria (quest’ultimo dato, tra l’altro, assolutamente inutile per la memoria del cervello umano… ma occupa spazio…) e poi non sappia nulla di ciò che può realmente fare oggi per cambiare la propria vita?
Ho un robot in laboratorio che quando ha il pacco batterie scarico, non riceve più i segnali corretti dai sensori ad ultrasuoni ed inizia ad urtare ogni ostacolo come se fosse rintontito; ecco certe persone (molte a dire il vero) oggi mi sembrano così… sfiniti, incosapevoli, passivi. Ci vorrebbe una bella ricarica.

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Curiosità sul cervello, l’elaboratore più avanzato al mondo: connessioni tra attività fisica, cervello e salute – Parte 3

Rubrica: Neuroscienze

Titolo o argomento: Curiosità sul cervello, l’elaboratore più avanzato al mondo

Questo articolo segue da:
Vedi i “link correlati” riportati in basso.

Quindi, come introdotto nel precedente articolo, se non si fa attività fisica gli elettroni tossici, derivanti dal processo di assorbimento del glucosio da parte delle cellule, si accumulano in eccesso nell’organismo perchè non entra abbastanza ossigeno utile ad assorbirne la maggior parte. Persino se si dispone di un cervello sano c’è modo di migliorare il sistema di rifornimento del sangue, e quindi dell’ossigeno, ai vari tessuti mediante l’attività fisica. Quello che spesso non viene compreso è che l’esercizio non fornisce ossigeno e nutrimento al corpo ma lo munisce  di un accesso migliore per l’ossigeno e per il nutrimento. L’esercizio fisico crea letteralmente nuovi vasi sanguigni nei tessuti organici dando così modo all’ossigeno di raggiungere maggiori aree dove si annidano gli elettroni tossici ed abbattere drasticamente la tossicità che comportano.

L’esercizio fisico incrementa il flusso sanguigno attraverso i tessuti dell’organismo perchè i vasi sanguigni vengono stimolati a creare una particolare molecola. Tale molecola prende il nome di ossido nitrico ed è in grado di regolare il flusso sanguigno. Quando il flusso viene incrementato automaticamente l’organismo genera nuovi vasi sanguigni in grado di penetrare sempre più in profondità nei suoi tessuti. Questo straordinario processo migliora sia la distribuzione del nutrimento che la rimozione delle sostanze di scarto nocive ed ha luogo in modo efficiente solo con l’esercizio fisico regolare.

Quanto espresso vale per l’intero corpo umano, quindi anche per il cervello. Grazie a studi di Neuroimaging è stato possibile dimostrare che l’esercizio fisico incrementa il volume sanguigno in una zona cerebrale denominata “giro dentato”. Il giro dentato è una parte vitale dell’ippocampo, profondamente responsabile della nostra memoria. Un volume superiore di sangue, in grado di raggiungere il cervello attraverso nuovi capillari stimolati dall’esercizio fisico, permette di nutrire e ripulire una quantità superiore di cellule nervose. Ma non solo, oltre al miglioramento dell’accesso ai tessuti si è provata la stimolazione di uno dei più potenti fattori di crescita cerebrali, si tratta del “Brain Derived Neurotrophic Factor” (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale) il quale si comporta come un fertilizzante agevolando lo sviluppo di tessuto sano, stimolando la neurogenesi e rendendo desiderosi i neuroni di connettersi maggiormente gli uni con gli altri.

Continua…

Fonte: John Medina – Molecular biologist

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Curiosità sul cervello…: Specifiche tecniche

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Migliorare la distribuzione del nutrimento ai tessuti e la rimozione delle sostanze
tossiche di scarto richiede un minimo di impegno giornaliero nel compiere attività
fisica aerobica con la volontà ed il desiderio di volerlo fare realmente.
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potete chiederne la rimozione o indicarci il copyright da specificare. Image taken from research
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L’illusione di una nuova vita all’estero

Se andate all’estero per opportunità di ricerca, di accrescimento professionale, per fare esperienza, per cambiare aria per un po’, o perchè avete trovato un lavoro dignitoso ma è viva in voi l’idea di tornare in patria per fornire il vostro contributo partecipativo, ben venga. Se andate all’estero perchè non ne potete più dell’Italia e non vi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di tornare, vi capisco. Se andate all’estero perchè pensate di aver risolto i vostri problemi per sempre allora non sono d’accordo con voi.

Mi turba l’idea che il messaggio sempre più frequentemente trasmesso ai giovani, attraverso vari mezzi di comunicazione, sia quello contenente una spinta ad andar via perchè là fuori tutto è meglio purché non si chiami Italia. Sono stati messi in mostra stipendi fissi, serenità, scatti di carriera e belle piazze di paesi stranieri piene di giovani, studenti dell’Erasmus, turisti e vita in movimento, senza però spiegare come ciò sia possibile e come funzioni il meccanismo.

Ad esempio ho sentito dei ragazzi sostenere, in un’intervista di uno speciale sul tema, che ora che sono andati all’estero finalmente prendono uno stipendio fisso. Sicuramente una bella cosa, non c’è dubbio, però sarebbe opportuno sottolineare più volte come, per esempio in certi paesi dell’est Europa, gli stipendi siano piuttosto bassi ma permettano comunque di vivere dignitosamente perchè il costo della vita è moderato rispetto al nostro. Non appena i cicli economici “carichi di attriti” porteranno un aumento del costo della vita, quelle poche centinaia d’Euro al mese a nulla serviranno anche lì. Quello che più di valore rimarrà sarà senza dubbio il mestiere imparato e l’esperienza maturata.

Altra cosa che non viene debitamente sottolineata è che in diversi paesi considerati vantaggiosi per i giovani Italiani, gli scatti di carriera non comportano alcun aumento di stipendio (o aumenti dell’ordine di pochi Euro). I giovani Italiani sono disposti ad accettarlo all’estero, quando qui non lo farebbero (o quantomeno assolutamente non volentieri), solo perchè comunque lo stipendio è fisso.

Breve digressione. Fisso o considerato tale, la crisi degli ultimi anni dovrebbe averci fatto capire che nulla è per sempre, nulla cresce per sempre e davvero tutto può succedere. Inutile citare coloro i quali nonostante il contratto a tempo indeterminato hanno perso il lavoro di cui erano certi e, avendo un mutuo, hanno perso la casa subendo una batosta anche maggiore di chi il mutuo non lo aveva ottenuto. Massimo rispetto ovviamente, però questo sottolinea come anche il posto considerato sicuro non fosse in realtà tale (forse era solo un po’ più sicuro). Noi giovani però non lo potevamo sapere anche per via di un’istruzione servita con le pinzette; quanti onestamente nel 2008, una volta ottenuto il contratto a tempo indeterminato, hanno pensato: “Adesso posso ottenere un mutuo, sì ma se l’azienda chiude?”. Diciamoci la verità si tendeva a credere che fosse impossibile per un’azienda chiudere, tantomeno per aziende con nomi di un certo rilievo, e invece… sono stati i primi (a volte le apparenze e le suggestioni…).

Senza dubbio in certi tali paesi dell’est Europa le differenze sociali sono minori e sicuramente questo contribuisce a tenere le persone più unite tra loro e maggiormente in grado di influire sulle direzioni prese da chi gestisce il paese. Ma se sei italiano, se le tue radici sono qui, a quale causa potrai unirti, e con quali legami, in un paese che a stento sa chi sei? Quindi minori differenze sociali, sì, uno stipendio fisso, è molto probabile, scatti di carriera, ben vengano, ma di cosa sarà importante tener conto sull’altro piatto della bilancia?

Se non guardiamo solo l’est Europa, bensì l’intero mondo, si può fare un’osservazione piuttosto interessante. Ho costantemente contatti in gran parte del mondo e sto volentieri a sentire quello che queste persone (studenti, professori, professionisti, tecnici, lavoratori di vario genere) mi raccontano. Alcune di queste persone sono anche italiani emigrati. Ebbene sento costantemente di persone che dall’Italia partono e vanno in Germania perchè lì hanno trovato una soluzione migliore per loro (ed è vero, non ci sono dubbi, ma sono le condizioni al contorno che vanno osservate, tra un momento ci arriviamo). Per questioni di lavoro tratto poi con diversi professionisti in Germania che mi dicono che la situazione è brutta anche da loro e stanno pensando di andarsene più su… in Inghilterra (la maggior parte di questi mi parla di Londra come potrete immaginare). Quando parlo con clienti o professionisti di Londra indovinate cosa mi dicono? Del resto il mondo è una sfera e teoricamente si può andare “su” all’infinito.

Così parlandoci un po’ meglio si scopre che l’italiano che era abituato ai 1000 Euro al mese, e che con la mastodontica crisi globale rischia a stento di prenderne la metà, è ben lieto di prenderne 1000 – 1200 al mese in Germania al posto del lavoratore tedesco che prima era abituato a prenderne 2000, 2500 o addirittura oltre 3000 e che ora sta cercando a sua volta una soluzione altrove per contenere le sue perdite. Andando più su magari il lavoratore londinese audace tenta la svolta andandosene in Scandinavia, in Canada, in Cina o addirittura in Australia per sviluppare i suoi progetti. E così via.

Quello che mi colpisce è che c’è sempre uno che si accontenta del lavoro che l’altro non è più disposto a fare per una cifra sempre più bassa. Ognuno tende a mantenere le sue vecchie abitudini. Questo il mercato lo sa, impone le sue condizioni e qualcuno le accetta sempre. Il costo del lavoro ciclicamente si abbassa per dar vita ad una nuova era di ripresa (o pseudo tale). Un po’ come il meccanismo dell’Italia del dopoguerra in cui la gente povera ridotta alla miseria e reduce da un conflitto drammatico accettava la bassa retribuzione del lavoro, chinava la testa e giù a produrre offrendo alle nostre aziende una competitività spaventosa a livello mondiale.

In definitiva non credo ci sia una soluzione che sistemi tutti e metta a posto i giovani per sempre (del tipo posto fisso, mutuo sicuro, prospettiva di vita senza pensieri), come invece i nostri nonni ci hanno abitutato a credere venendo da un’Italia dove, fino ad alcuni decenni fa, questo era stato possibile a spese di un estremo futuro indebitamento (all’epoca sconosciuto ai più). Un indebitamento che oggi influisce pesantemente assieme a tutta un’altra serie di gravosi debiti che teoricamente dovremmo pagare noi. Quindi più che desiderare una soluzione che ci possa far adagiare sugli allori, dovremmo esser in grado di cercare di volta in volta ciò che è meglio per noi pur restando sempre vigili e coscienti su ciò che ci accade intorno.

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Il modello della crescita costante e continua non esiste
La nazione come il Monopoly
I tre assiomi dell’economia di mercato. + VIGNETTA

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E’ il nuovo arrivato, è bellissimo, pieno di prospettive ma non è per sempre, non è perfetto e non sarà
privo di problemi. Egli infatti crescerà, invecchierà, subirà gli urti della vita, non sappiamo come ne
uscirà ma non sarà facile, riserberà sorprese tra alti e bassi e, forse, ci stupirà.
Image’s copyright: www.thenewbornbaby.net

Fine del mondo su ordinazione

Rubrica: Così è la vita
Titolo o argomento: Un aneddoto sotto forma di fiaba delirante

Cosa succederebbe se all’improvviso avessimo il potere di porre fine rapidamente a tutto ciò che ci dà fastidio? Considerato che la gente ancora si “scorna” per discordanza di pensiero, nonostante gli accadimenti degli ultimi 6-8 anni avrebbero dovuto renderci più solidali, vi racconto un mio aneddoto sotto forma di fiaba delirante. Spero sia di vostro gradimento.

Mondo

Al mondo ci sono eventi conflittuali che chiamiamo guerre. La storia ci racconta che ci sono sempre state (anche se non posso sapere fino a che punto ciò corrisponda al vero) e, quella contemporanea, anche se ne sentiamo parlare poco, ci informa che diverse decine ve ne sono in corso attualmente in continenti quali l’Asia e l’Africa. Guerre combattute con le armi fanno più rumore, quelle combattute attraverso i mercati sono più silenziose ma lasciano segni tutto sommato simili. Così se elimini tutti coloro che alimentano guerre, tra varie parti del mondo e nelle loro forme più varie, pensi che ci sarà la pace.

Continente

Riduci il cerchio e trovi ora i conflitti e la competizione economica, che prima interessavano l’uomo a livello globale, nei paesi del medesimo continente. Il cerchio si è ristretto, procedi con una nuova tabula rasa ed eliminando gli avversari pensi che ora ci sarà la pace.

Stato

Ora sei all’interno di uno stato, il popolo unito ha eliminato lo stato avversario. Si concentra ora l’attenzione solo all’interno di un’unica cultura, un’unica tipologia di diritti. Però inizi ad accorgerti che mentre la gente prima era unita contro avversari comuni, ora ha pensieri diversi, bandiere diverse, squadre da tifare diverse. Sicuro di far bene procedi come da protocollo ormai ed elimini chi sta alla tua opposizione così pensi che ci sarà la pace.

Regioni, città, contee, paesini…

I cittadini di varie località socialmente e mentalmente collegate tra loro hanno eliminato chi la pensa diversamente. Il sogno, o l’incubo, è ormai vicino. Ma ora iniziano nuovi micro-conflitti interni per i motivi più assurdi. Il tale lavoratore ha infatti guadagnato di più del tal’altro lavoratore che sostiene di essersi adoperato per più ore, c’è bisogno di una riorganizzazione di varie attività che però non è condivisa, alcuni non rispettano regole imposte da altri che si ritengono più idonei a condurre, ecc… Iniziano i conflitti. Ma sarebbe più corretto dire: continuano i conflitti. Così elimini gli eccessi, escludi delle persone, ordini secondo il tuo volere, pareggi le situazioni pensando che ora ci sarà la pace.

Dentro casa

A tuo avviso hai semplicemente eliminato tutti i mali del mondo (o quelli che tu vedi come tali visto che erano in tanti a non essere d’accordo con te), ti guardi intorno e il tuo amico nutre un po’ di invidia nei tuoi confronti perchè i nani nel tuo giardino hanno un colore più vivo dei suoi. Tua moglie ce l’ha con te perchè pensa che la posizione corretta di riposo della tavoletta del water sia “sempre giù” e non “sempre su” come invece lo è per te. Perseverante nel tuo rigore elimini i fastidi più vicini a te e rimani solo. Finalmente ora ci sarà la pace?

Il singolo individuo

Pensi di poter stare finalmente in pace, così, solo sulla terra, vai a pescare per nutrirti. Accidentalmente ti tagli un piede su uno scoglio ma tu hai sempre odiato la vista del sangue (strano a dirsi) e non hai un dottore o un’infermiera che ti curino. Così ti arrabbi perchè sei solo e non c’è nessuno disponibile nel darti una mano quando serve. Ma allora visto che sei arrabbiato con te stesso decidi di eliminarti. Il mondo resta deserto e finalmente in pace ma non di certo perchè qualcuno ha capito…

Morale

Perchè non viene mai in mente che forse è più produttivo imparare a convivere con chi la pensa diversamente? In fondo c’è sempre da imparare dalle proprie esperienze così come dalle esperienze altrui. Forzare le nostre ragioni nel caso in cui un nostro particolare potere, una nostra particolare posizione ce lo permette, ci rende solo più soli.

Conclusioni

Credo sia una vera rarità incontrare qualcuno curioso di conoscere punti di vista differenti dai propri e desideroso di approcciarli come una scoperta; qualcuno che sia curioso di sapere cosa provate in determinate situazioni, cosa vi affligge e cosa invece vi rende malleabili e gioviali.

Per sapere se il mondo sta realmente cambiando non serve disturbare prestigiosi scienziati o effettuare particolari indagini statistiche, è sufficiente osservare ad esempio gli automobilisti. Quanti di loro continuano ad adottare atteggiamenti aggressivi quando ritengono di aver subito un torto sulla strada? Dai diciamoci la verità, praticamente quasi tutti. E quanti di loro hanno capito, o hanno avuto modo di leggere o comunque di venire a conoscenza del fatto che, secondo i principi della psicologia e della comunicazione*, l’aggressività scatta dal fatto che un’automobile maschera il vostro linguaggio del corpo dietro una carrozzeria rendendo quasi impossibile comunicare la vostra costernazione, il vostro rammarico per l’accaduto?

L’automobile non esprime realmente chi siete e cosa provate, la pubblicità vuol farvi credere questo affinché scegliate un prodotto anziché un altro ma… non è esattamente così. Non avete modo di utilizzare espressioni di scuse, di rammarico o di spavento, attraverso un involucro metallico**.

Fateci caso, se qualcuno invece vi urta a piedi per strada molto probabilmente si scuserà subito e voi, altrettanto probabilmente, congederete l’accaduto con un “No, niente, si figuri, nessun problema!” per il solo ed unico motivo che avrete avuto modo di percepire l’involontarietà del gesto. Lo stesso accade molto spesso (ma non sempre) in auto e praticamente nessuno, ancora oggi, l’ha capito. Ed ecco che si scatenano quotidianamente aggressivi ed inutili conflitti.

*Si ricorda che l’uomo è considerato la specie animale più intelligente del pianeta, anche se io qualche dubbio ce l’ho, per le sue capacità psichiche e comunicative)

**Anche se ho già pensato ad un modo affinché ciò sia, almeno in parte, possibile… 🙂

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Come andrà a finire? Tratto dallo storico cartone animato “Road runner”.
Image’s copyright: Warner Bros. Cartoon