Curiosità sul cervello, l’elaboratore più avanzato al mondo: connessioni tra attività fisica, cervello e salute – Parte 2

Rubrica: Neuroscienze

Titolo o argomento: Curiosità sul cervello, l’elaboratore più avanzato al mondo

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Nel precedente articolo si è introdotto il nesso logico tra esercizio fisico, salute del cervello e salute del corpo, spiegando come il cervello si sia sviluppato 2 milioni di anni fa accrescendo improvvisamente il suo volume e migliorando le sue prestazioni, così come quelle dell’intero organismo, quando l’uomo camminava per ben 10-20 km al giorno a caccia di cibo ed alla ricerca di luoghi sicuri. La gran mole di esercizio ha sviluppato in qualche modo le sue capacità cognitive e si è riflessa sulla sua salute. L’esercizio fisico non fa solamente bene all’organismo in modo diretto ma offre benefici al cervello che si ripercuotono di conseguenza sull’intero organismo.

I numeri dei benefici

E’ scientificamente dimostrato che esercizi fisici aerobici, rigorosamente all’aria aperta (in zone salubri) e non in locali chiusi, 30 minuti alla volta e non 30 minuti sparsi lungo l’intera giornata, due o tre volte la settimana, accompagnati da una dieta idonea, offrono importanti benefici cognitivi nonché a livello vascolare. Sono altrettanto scientificamente dimostrate le minori incidenze di insorgenza dell’Alzheimer, addirittura -60%, e della possibilità di ictus cerebrale, -57%.

Camminare parecchie volte alla settimana, con passo andante e per almeno 20 minuti di seguito, già offre vantaggi tangibili per il cervello. Si è persino osservato che i sedentari irrequieti che si muovono nervosamente mostrano già dei benefici, sia di tipo cognitivo che vascolare, rispetto ai sedentari che stanno totalmente fermi.

L’esercizio fisico fa talmente bene al cervello che è in grado di agire incisivamente sull’umore, addirittura molti psichiatri affiancano le normali terapie ad un regime calibrato di attività fisica. Oggi non sono rari i casi di depressione coltivata tra la vita in ambienti chiusi, l’ozio ed il continuo uso, smodato, di gadget elettronici e social media. In simili casi c’è una lunga coda di patologie, anche più gravi della depressione, che possono potenzialmente mostrarsi molto prima della terza età.

Sia nei casi di depressione che di ansia l’esercizio fisico si è rivelato immediatamente benefico e con effetti duraturi sia nell’uomo che nella donna. Più a lungo si mantiene uno stile di vita ricco di attività fisica (non agonistica) all’aria aperta è maggiori sono i benefici riscontrati dagli scienziati.

Un curioso meccanismo

Ma andiamo gradualmente sul tecnico. Il corpo umano opera affinché i cibi di cui si alimenta siano convertiti in glucosio ovvero in quel tipo di zucchero che rappresenta una delle risorse energetiche “preferite” del corpo stesso. Il glucosio ed altri prodotti metabolici sono assorbiti dal flusso sanguigno attraverso l’intestino tenue. Le sostanze nutritive successivamente vengono inviate all’intero organismo per poi depositarsi nelle cellule che costituiscono i vari tessuti organici. Le cellule hanno il “vizio” di accaparrarsi famelicamente ciò che è dolce. La chimica delle cellule scompone la struttura molecolare del glucosio e ne estrae energia zuccherina. Tale processo è talmente violento che alcuni atomi vengono letteralmente fatti a pezzi generando molte scorie tossiche. Nel caso di cui ci stiamo interessando tali scorie sono rappresentate da una moltitudine di elettroni strappati agli atomi delle molecole di glucosio. Gli elettroni spaiati impattano contro altre molecole presenti nelle cellule trasformandole in radicali liberi, le sostanze più tossiche conosciute dal genere umano. Questi elettroni possono persino provocare mutazioni del DNA. Ciò che impedisce all’organismo di morire rapidamente per overdose di elettroni è un’atmosfera ricca di ossigeno la cui principale funzione, una volta respirato, è quella di assorbire quanti più elettroni nocivi possibile.

Il cervello umano non può attivare più del 2% dei suoi neuroni simultaneamente. Se si superasse una tale soglia il consumo di glucosio sarebbe così elevato da causare uno svenimento. Ciò significa che il cervello ha bisogno di molto glucosio ma questo genera allo stesso tempo molte scorie tossiche. Di conseguenza necessita di una abbondante ossigenazione, tramite il sangue che vi affluisce, che deriva unicamente da una costante e proporzionata attività fisica. Ecco spiegato quindi il nesso logico tra esercizio fisico, salute del cervello e salute del corpo. Del resto se il cervello non va è difficile che vada tutto il resto dell’organismo.

Tre importanti requisiti

I tre requisiti per la vita di ogni individuo sono quindi: alimenti (sani), assunzione di liquidi (sani), aria fresca (salubre). Si può vivere una trentina di giorni senza cibo ma solo una settimana senza acqua (concetto che dovrebbe essere assodato più che altro dai lettori avanti con l’età dato che più si va avanti con gli anni e più, chissà perché, si tende a bere meno autodanneggiandosi e vivendo sempre più in modo statico in ambienti chiusi… la ricetta per morire presto e gravemente ammalati, a voi la scelta), infine circa 5 minuti in assenza di ossigeno sono sufficienti per rischiare danni gravi e permanenti al cervello.

Continua…

Fonte: John Medina – Molecular biologist

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Curiosità sul cervello, l’elaboratore più avanzato al mondo: connessioni tra attività fisica, cervello e salute – Parte 1

Rubrica: Neuroscienze

Titolo o argomento: Curiosità sul cervello, l’elaboratore più avanzato al mondo

Il genere Homo comincia con l’Homo habilis e termina con noi, Homo sapiens. La massa cerebrale dell’Homo habilis aveva dimensioni pressoché analoghe a quelle di un’arancia. Circa 2 milioni di anni fa il nostro cervello ha improvvisamente incominciato a crescere. Le ragioni non sono ancora note ma c’è un dettaglio molto interessante dal quale partono spunti avvincenti: un cervello voluminoso è un organo molto esigente sotto il punto di vista dei “consumi”. Il cervello umano, pur costituendo solo il 2% della massa corporea, consuma il 20% dell’energia disponibile.

Il cervello è conformato per risolvere problemi connessi alla sopravvivenza in un ambiente esterno instabile e, allo stesso tempo, per farlo in movimento quasi costante. Milioni di anni fa l’uomo viveva quotidianamente in spazi aperti molto vasti, circondato da costanti pericoli e con la necessità di muoversi continuamente (si stimano circa 10-20 chilometri al giorno per l’uomo e circa 5-10 chilometri al giorno per la donna) per procurarsi cibo e ambienti sicuri dove rifugiarsi.

Studi mirati sulla precedente osservazione hanno permesso di comprendere che il cervello umano e la sua capacità di calcolare, memorizzare, creare connessioni logiche (ragionare) e sorprendere, si sono sviluppate mentre l’organismo era maggiormente sottoposto ad esercizio fisico (quindi non dietro noiose scrivanie in ambienti chiusi dall’aria viziata).

Volendo semplificare al massimo la salute e la funzionalità del corpo dipendono dalla salute del cervello, la salute del cervello dipende dall’esercizio fisico correttamente ponderato alle possibilità dell’organismo di cui si dispone (non si fa riferimento all’attività agonistica), l’esercizio fisico permette di potenziare le prestazioni del cervello. Quindi se il cervello sta bene, il corpo sta bene. E per far star bene il cervello c’è bisogno di attività fisica costante e proporzionata all’organismo.

Esercizio fisico → miglioramento condizioni cervello → miglioramento salute generale.
Vi ricorda niente un certo “Mens sana in corpore sano”?

Da notare la recente scoperta dell’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn Cnr) di Roma che smentisce l’irreversibilità del declino della neurogenesi (il processo di formazione di nuove cellule nervose) nell’età adulta. Si è scoperto infatti che con l’esercizio fisico costante non solo si annulla il declino della neurogenesi ma si attiva un’iperproliferazione di nuove cellule nervose, con effetto duraturo, che incrementa le capacità mnemoniche generando nuove connessioni e nuove funzionalità… Certo sarà dura combattere la flemmaticità dei più pigri.

Continua…

Fonte: John Medina – Molecular biologist | Ibcn Cnr

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L’Italia, un paese scomodo

Rubrica: Così è la vita
Titolo o argomento: L’Italia è nostra, riprendiamocela…

L’Italia ripudia la guerra, è un paese artisticamente ricco, paesagisticamente altrettanto ricco, dotato della spettacolarità della conformazione a penisola affacciata sul Mediterraneo ma, più di ogni altra cosa, l’Italia è il paese di quel tipo di persone che meglio di altre al mondo hanno saputo arrangiarsi, inventare, studiare, ricercare, costruire, precedere, innovare, sviluppare, essere originali, espressivi, artistici, trovare soluzioni, raggiungere risultati importanti prima dei big. L’Italia scombussolava, regalava emozioni, generava l’istinto del desiderio dell’intero mondo verso i propri prodotti, generava passioni virali, faceva battere i cuori di chi sentiva passare i dodici cilindri più esclusivi del pianeta o le due ruote che, nella loro bellezza ed eleganza sapientemente mista all’aggressività tipica dei purosangue, hanno dominato i podi di motomondiale e superbike per decadi instaurando il terrore nei rivali che arrivarono persino a temere di non poter mai vincere. L’Italia vantava il prestigio di migliaia, decine, centinaia di migliaia di piccole realtà artigianali e industriali sparse per il paese. Il modello economico perfetto dove il potere non è in mano ad una sola azienda enorme che decide le sorti che vuol decidere, ma distribuito su una vasta rete di professionisti sparsi sul territorio e che competono proficuamente e pieni di stimoli tra loro (modello che, chissà perchè…, stanno distruggendo in tutto il mondo). L’Italia vestiva, l’Italia calzava, l’Italia mangiava sano ed equilibrato con gusto, l’Italia beveva il frutto di una terra prossima all’equatore, affacciata sul mediterrano e climaticamente equilibrata. L’Italia si saziava su ceramiche poggiate su pregiati legni e utilizzando acciai in una sinfonia di materiali e artigianato puro, ricco, dotato del nostro valore aggiunto. L’Italia intratteneva con musica, film, teatri, musei, opere, spettacoli artistici e originalità in ogni dove. L’Italia stupiva, sbalordiva, lasciava senza fiato. L’Italia era inarrivabile e come accade sempre, o quasi, si capisce ciò che si aveva quando non lo si ha più.

L’Italia oggi mangia schifezze, intrattiene con altrettante schifezze, ha denaturato l’artigianato e l’industria dei piccoli artigiani, delle piccole e medie imprese, l’Italia oggi aggiunge sostanze poco salutari per far fermentar prima il prestigio enogastronomico, l’Italia importa vestiti con tessuti pieni di coloranti cancerogeni provenienti dai paesi orientali, l’Italia non ricerca quasi più, non innova, non tiene le redini, l’Italia butta ciò che ottiene dalla terra per tenere alta la domanda e far arrivare merce, scadente, dall’estero. L’Italia è in affanno, piegata sulle ginocchia, non ce la fa più, stroncata da gestioni che negli anni l’hanno venduta a chi ci invidiava. L’Italia sta diventando a poco a poco di altri, quegli stessi che prima o poi ci detteranno le loro condizioni e ci porranno la fatidica domanda: “Ti sta bene così oppure preferisci andartene?”. L’Italia è nostra, riprendiamocela.

L’Italia è quel paese che nonostante le piccole dimensioni, nonostante il piccolo popolo, colpiva nel segno, senza abusi, senza violenza, senza oppressioni, senza trabocchetti. Altre economie mondiali invece non sanno generare ricchezza senza che questo comporti decine, centinaia di guerre. Altre economie mondiali non sanno innovare senza copiare chi ha avuto idee nuove, originali, inaspettate, prima. Altre economie non sanno ottenere risultati come i nostri senza “barare”. Altre economie pur traendo radici da paesi enormi con superfici estramamente più vaste della nostra non riuscivano ad essere produttivi e competitivi tanto quanto noi, oppure lo erano alla pari ma con popolazioni decisamente più numerose. L’Italia, in un piccolo angoletto del mondo, è stata in grado di far tremare superpotenze devastantemente più grandi. L’Italia faceva paura. L’Italia era quel paese che portava molti stranieri a chiedersi “Ma come diamine fanno?”.

L’Italia deve essere ripresa dagli italiani che devono sentirsi liberi dall’oppressione di altri paesi ed iniziare nuovamente a far da sé. Non c’è rimasto molto e, purtroppo, l’ignoranza dilaga. Cambiano le facce, cambiano i colori, nessuno sa bene cosa fare, conosce realmente i pericoli che stiamo correndo, si fida di qualcuno. Le teste piene di problemi (generati poi da chi…) e sempre adornate dal quel pensiero che a nulla porta: “Va beh dai, ci penserò domani… se avrò tempo, se avrò voglia, se non sarò stanco, se sarò sereno, se avrò risolto questo problema…”. Ma il problema è un “errore ciclico”, il problema è creato e conformato affinché tu non abbia tempo di risolverlo. L’Italia è nostra, riprendiamocela*.

*Ma se ogni italiano non si impegna a lottare, a studiare cose nuove e ad imparare a guardare le cose che non conosce anche da nuovi punti di vista…

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Suggestiva immagine dell’Italia vista dallo spazio.
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Quelli che non vogliono dire grazie

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Quelli che non vogliono dire grazie

Tempo fa ho conosciuto una persona, una bravissima persona, con un’inclinazione piuttosto strana, non chiede mai aiuto agli altri. Costui evita tutte le situazioni in cui potrebbe trovarsi a dover chiedere e cerca sempre di fare solo quello che può riuscire a far da sé. In questo modo non cresce, non riesce ad ottenere di più di quello che ha, a costruire qualcosa di utile, a migliorare la sua condizione e progredire. Tutto questo anche se le occasioni non gli mancano e nonostante possieda diversa materia prima per dar vita a molte idee professionali così come a fruttuosi e costruttivi baratti (spazi privati idonei all’uso agricolo e/o artigianale, piccole ma valide proprietà, buone attrezzature per l’agricoltura, attrezzature di base per la carpenteria, la lavorazione del ferro e del legno e di prodotti agricoli, conoscenze tecniche professionali, competenze, spunti di partenza notevoli, ecc.).

Insomma tutte cose che, se te le ritrovi per un motivo o per l’altro semplicemente aprendo una porta la mattina, possono darti modo di “partire” subito ed effettuare anche solamente dei semplicissimi baratti con chi ha altre competenze e/o possiede altre attrezzature. Per non parlare poi delle brillanti occasioni, non necessariamente a sfondo imprenditoriale dominante, di dar vita a realtà di studio e ricerca come già avviene per gli apicoltori più preparati, gli agricoltori biologici, i produttori di latticini e salumi a filiera corta, e via discorrendo.

Ma qual è il motivo per cui questa persona rinuncia da una vita alle opportunità che gli si prospettano ogni giorno*? La risposta non è una mia supposizione ma la risposta realmente ottenuta dalla logica domanda, appena citata, posta a questo signore. Perchè non vuole dire grazie. Ogni singolo favore che gli viene rivolto da chi gli vuole bene, anche dai più intimi, lo retribuisce con moneta. Non vuole mai sentirsi in debito, teme vivamente questa situazione e crede che lo possa mettere in una condizione di inferiorità o incastrarlo in situazioni dalle quali sostiene di non poter venir fuori senza noie. Non comprende come possa esser bello avere bisogno degli altri e ricevere una mano da persone che spontaneamente, con il loro contributo, non farebbero altro che dimostrargli il loro affetto. Si priva così di una conferma che per molti altri invece è vitale e li fa sentire apprezzati. Con questa persona si potrebbero realizzare belle cose insieme ma il fatto che lui non voglia mai avere l’aiuto delle persone a lui vicine porta quest’ultime ad evitare di chiedere la sua collaborazione.

Risultato? Tutti fermi come dei tonti nonostante ci sia il potenziale di realizzare qualcosa di buono insieme, qualcosa che ti fa sentire stanco la sera ma allo stesso tempo soddisfatto e appagato, tutti fermi nonostante ci sia modo di aiutarsi e di sostenersi vicendevolmente con strategie che, specie di questi tempi, farebbero risparmiare denaro ad entrambi (si veda il caso dei condomini che condividono un unico allaccio all’ADSL e la pagano una sciocchezza al mese, oppure quegli agglomerati di villette, ancora rarissimi in Italia, che condividono uno Smart Grid indipendente dalla rete di distribuzione dell’elettricità).

Altro risultato? Quasi tutto quello che fa va in perdita o non produce per quello che è il reale potenziale. Non conta infatti un quintale di mele in più (ottenute magari con l’abuso della chimica…) come può esser naturale pensare, bensì la capacità di cogliere opportunità per creare situazioni, occasioni ed aspettarsi cose nuove che prima non si immaginavano minimamente. Conta la capacità di saper vivere senza schemi rigidi evitando così la “vita a memoria” che tanta apparente sicurezza sembra offrire ma che tante affascinanti sfaccettature della vita fa perdere. Così le attrezzature si arrugginiscono, le mura invecchiano e marciscono. Niente rende e niente è florido. Non si generano occasioni e opportunità, tutto quello che mantiene gli costa un patrimonio quando invece gli basterebbe collaborare con le persone più vicine e fidate che ha intorno (ma delle quali in realtà non credo si fidi) per trasformare la decadenza in fertilità. Contento lui…

*E’ proprio vero che chi ha il pane non ha i denti : )

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Quelli che ti devono far cadere per forza
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Alcuni penseranno che dire grazie sia tutto sommato facilissimo specie a fronte degli innumerevoli
vantaggi che trarrebbe questo mio amico, in realtà quando si hanno certi blocchi mentali la
difficoltà è enorme. Un po’ come quando ci imbattiamo in quelle persone che non chiedono
scusa e non ci riescono perchè sarebbe come un attacco al loro orgoglio ed alla loro solidità.
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potete chiederne la rimozione o indicarci il copyright da specificare. Image taken from research
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Raffaele, vorrei aggiungerti alla mia rete professionale su…

Rubrica: Metodi. Alternative lifestyles, work and study

Titolo o argomento: I network professionali così come li concepisco io
Raffaele, vorrei aggiungerti alla mia rete professionale su LinkedIn.

Ricevo di frequente inviti ad entrare in collegamento con altri utenti LinkedIn. Il più delle volte si tratta di persone che non ho mai visto in vita mia, persone per le quali tempo addietro accettavo comunque il collegamento ma che poi puntualmente non sentivo più, persone con cui non ho mai avuto modo di interagire e che, immagino, non hanno la minima intenzione di farlo anche in futuro, diverse delle quali non hanno nemmeno risposto alle mie email. Così ora, per questo genere di utenti, la mia risposta alla richiesta di collegamento è sempre negativa. Comprendo che oggi si tenda a cercare di avere quanti più contatti possibili dai social emozionali fino ai network di lavoro come Linkedin, lo capisco anche se, a dire il vero, il più delle volte ciò mi sembra quasi una mania, una compulsione ossessiva.

Pochi ma buoni

Al momento, personalmente, ho solo una ventina di contatti, si tratta di persone che conosco e che professionalmente sanno il fatto loro e lavorano in aziende decisamente competitive nei loro settori (non necessariamente grandi, ma competitive). Così potrei sembrare un asociale, un bastian contrario, addirittura un matto nel rinunciare a qualche centinaio di contatti… ma è realmente così?

Inviti blandi

Io mi chiedo che senso abbia che uno sconosciuto mi scriva con il messaggio base impostato dal servizio di contatti di Linkedin “Raffaele, vorrei aggiungerti alla mia rete professionale su LinkedIn”. Se si è realmente interessati in qualche modo alla mia professionalità, perchè non sfruttare la possibilità di inviarmi un messaggio per scrivere qualcosa che realmente possa interessarmi, che realmente possa mettere in contatto due professionisti? Oltretutto sul profilo visibile al pubblico ci sono anche alcuni dei miei siti web che riportano i miei contatti qualora si volesse scrivere di più (sempre senza esagerare, la prolissità e la petulanza non vanno a braccetto con la viralità). Quindi perchè non usarli per presentarsi diligentemente e avanzare una proposta o un’osservazione curiosa, intelligente, appetibile, utile?

Insicurezza o superficialità?

Inoltre mi chiedo, come mai dopo aver negato l’invito a collegarsi, molti mittenti non si fanno più sentire? Già finita l’euforia? Oppure in realtà non avevano nulla da dirmi e volevano semplicemente l’ennesimo contatto messo lì chissà poi per cosa, per far numero? Senza dubbio con tanti contatti riceverei news di altrettante persone e aziende ma… a me cosa interessa? Perchè devo fornire il mio collegamento per diventare l’ennesimo destinatario di una newsletter che non ho chiesto?

Questione di target

Non manca qualcosa? Non manca un target? Non funzionerebbe meglio un network se i destinatari di un messaggio fossero realmente interessati a ciò che ricevono? Altrimenti perchè non dare il contatto a tutti? Oltre 50 milioni di cittadini italiani con, ognuno, oltre 50 milioni di contatti. Wow! E perchè non puntare poi all’intera Europa e tutto il mondo digitalizzato? Questo meccanismo, ovviamente, un network come LinkedIn lo conosce già bene, di conseguenza cerca di mettere in contatto persone con interessi comuni, persone che lavorano in ambiti simili o in stretta relazione e, addirittura, tenta di far rientrare in contatto ex compagni di studi. Il problema è che molti non nutrono il benché minimo desiderio di apprendere, tramite le apposite guide, come sfruttare a pieno le potenzialità di una rete di professionisti. Preferiscono basarsi su luoghi comuni che vedono il “di più” come “maggiori opportunità”. Ma.. non è detto.

Overload

Sono sicuro che una volta ottenuti troppi contatti passeremo intere giornate a chiederci chi è questo, chi è quello? Lo tolgo dalla lista? Non ci offre mai un feedback, non genera mai situazioni con noi, forse non c’è alcun interesse? Come mai facciamo tanta pubblicità e non c’è un ritorno ma, anzi, sembra esserci un peggioramento? Forse stiamo assilando il grande pubblico?
Probabilmente sono andato troppo in là con l’immaginazione ma credo che quanto appena espresso non si discosti poi molto dalla realtà prossima imminente di qui a qualche anno.

Non fatelo

Non siate invadenti specialmente quando non ha senso. Non sprecate l’opportunità di conoscere realmente qualcuno. Non pensate che di più sia meglio. Dirigetevi verso il vostro obiettivo e coinvolgete chi farà parte di esso e chi ha piacere di osservare, gradire e partecipare dall’esterno: reali potenziali clienti, appassionati del settore, studenti della materia, ecc.. Saranno costoro, con la pubblicità più funzionale del mondo, il passaparola, a raccontare di voi ad altri senza che voi siate stati minimamente invadenti, assillanti, ripetitivi, magari addirittura noiosi.

L’interazione è il vero valore aggiunto (dare-avere)

Sembro severo, e forse lo sono, ma amo entrare in contatto con persone che interagiscono con me, persone che ho modo di conoscere e con le quali scambio qualcosa. Ad esempio uno dei miei contatti è un tecnico Ingegnere di pista di un noto team di Superbike che mi ha proposto un importante corso post Laurea, un altro fa pressappoco lo stesso mestiere in MotoGP e partecipa volentieri alle conferenze alle quali lo invito e mi indica quando ci saranno dei test al di fuori delle gare (stare una giornata in pista soli con i campioni della MotoGP in pace senza la ressa… non ha prezzo), un altro ancora è un Ingegnere con enormi competenze sulla progettazione strutturale dei telai in F1, un altro è un collaboratore che conosco e che desidera farmi provare una purosangue 2 tempi da GP affinché io ne possa ricavarne impressioni tecniche per un articolo e per pubblicizzare la sua azienda, un altro ancora è un amico che sta effettuando importanti esperienze all’estero come Project Manager (ciao Davide :-), poi ci sono amici ed ex compagni di studi, ricercatori, persone con le quali condivido diverse esperienze nelle mie ricerche tecniche e così via. E’ ovvio a questo punto che non potrei stare a stretto contatto con centinaia di persone, interagire con tutte, combinare qualcosa di buono con tutte. Insomma, il signor Tal dei tali che nemmeno mi scrive due righe di pugno suo e che non sentirò mai più dopo avergli concesso il mio collegamento, che dovrebbe fare nella mia rete?

In conclusione

Probabilmente raggiungerò appena una cinquantina di contatti e li riterrò persino troppi. O magari saranno molti di più per il semplice motivo di voler aggiungere conferme alle competenze (per chi non conosce bene LinkedIn e questa funzionalità invito a visitare il Centro assistenza il quale è accessibile anche senza registrazione) e in tal caso la lista dei collegamenti potrebbe estendersi a chi si è incontrato anche solo una volta. Ma almeno una dai… Quel che è certo è che aumenteranno con calma, conoscendosi professionalmente e portando un valore aggiunto. Del resto anche Linkedin suggerisce con i suoi tutorial di non fornire il collegamento a chi non si conosce già per vari motivi. Evidentemente anche loro non ne comprendono l’utilità e intravedono un qualche rischio per la sicurezza, aspetto sovente trascurato.

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Il primo grande pensiero dell’uomo

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: All’origine dei principali problemi globali
Qual è il primo grande pensiero dell’uomo?

C’è chi pensa sia il denaro, la ricchezza, la capacità di poter mandare l’acqua all’insù; c’è chi pensa sia il potere contornato dall’affermazione di imposizioni e idee proprie; altri invece pensano che sia la gloria, l’egocentrismo, le attenzioni, l’affermazione di sé… altri ancora credono addirittura che sia un messaggio di pace, amore e serena convivenza nascosto in tutti gli animi. Sicuramente tutti obiettivi, riferimenti, desideri che si trovano ai vertici della scala dei “pensieri costanti” che accompagnano, talvolta tormentano, tutti gli esseri umani. Ma il primo grande pensiero dell’uomo, nelle sue forme più varie, bizzarre, astruse è… il piacere. Lo si cerca in tanti modi, in tanti momenti, con accenti diversi da persona a persona ma prima di ogni altra cosa. Dall’inseguimento del piacere e dalla possibilità di soddisfarlo, o di credere che ciò sia possibile o quasi possibile, dipendono le interazioni umane, lo sviluppo delle società, addirittura i cambiamenti di interi paesi e delle loro economie.

La ricchezza e il piacere

Si desidera il denaro e la ricchezza? Sì, ma nel tentativo sfrenato di provare il piacere, più o meno lungo, più o meno intenso, di spenderlo nei modi più strampalati o più ragionevoli, non è importante. L’importante è che dia compiacimento e che ce ne sia abbastanza per provarne sempre di più o per tentare questa ascesa al soddisfacimento personale che in tanti, anche fin troppo ricchi, hanno mancato. Del resto non è l’eccesso di denaro che ha mai portato la felicità a qualcuno ma la consapevolezza di averne quanto ne basta per i bisogni più importanti che permettono di vivere sereni e senza sforzi eccessivi. E’ il denaro che manca, per necessità importanti, che rende infelici, non è quello in eccesso che apporta dosi di felicità.

Il potere ed il piacere

Si desidera il potere, la forza, la leadership carismatica? Sì ma con l’obiettivo di assaggiare l’ebrezza di essere seguiti, ambiti, presi come riferimento, ascoltati, temuti… talvolta, come ci racconta la storia, divinizzati. E tutto per il piacere di “poter” fare come diciamo noi e far sì che lo facciano anche gli altri (non di rado con la forza). E non c’è bisogno di spingersi ad esempi di grandi tiranni o sistemi di dispotismo per averne un esempio, è sufficiente pensare al/alla prof. che non sentendosi stimato/a in classe utilizza gli strumenti a propria disposizione per rivendicare che, rispetto o meno, avrà il potere dell’ultima parola. Ma può trattarsi di una madre inquietata con il proprio bimbo dalle espressioni incontenibili e dall’energia pressoché infinita che utilizza per sfinire chi lo circonda e combinare guai. In tal caso una punizione, anche se solo per pochi istanti, può conferire il piacere di aver posto rimedio ad una situazione snervante comunicando chi è che comanda (anche se in questo caso, non vi è dubbio, sarà il rammarico ad avere la meglio di lì a poco).

Il vizio ed il piacere

C’è poi chi condiziona la propria esistenza, sovente anche in modo marcato, nell’inseguimento di un piacere che esclude tutto il resto, venendo così prima di ogni altra cosa. Quel vizio assolutamente da soddisfare che si ripercuote sulla vita quotidiana deviandola da ciò che sarebbe realmente potuta essere. Potrebbe trattarsi persino di ossimori comportamentali dove un danno arriva addirittura a provocare un piacere a doppio effetto, un piacere che fa male.

Il gioco…

Si veda ad esempio il vizio del gioco; impossibile resistervi per chi ne è affetto e per chi, addirittura, potrebbe provare un sottile piacere nel perdere e ritentare fino a consumarsi totalmente, sino ad annullare sé stesso ed i propri cari.

Apparire

Oppure potrebbe trattarsi della malattia dell’apparire, di essere ammirati, seguiti, adorati, il piacere di vivere costantemente al centro dell’attenzione per sentire il “calore” dei riflettori puntati su di sé. Un desiderio di piacere che porta a ridicolizzarsi, ad autoconvincersi di avere qualcosa di speciale che altri non hanno, magari un talento che possa far sentire migliori di, più meritevoli di attenzioni rispetto a, più importanti e quindi più in alto, più divini di.

Cibo, pigrizia e piaceri da compensare

E ancora il piacere dell’ingurgitare cibo, al fine di compensare altre forme di piacere carenti, fino a danneggiare gravemente la salute facendo insorgere gravi patologie. O il piacere della pigrizia, dell’ozio, fino a rovinare i rapporti umani nonché il proprio corpo, la propria muscolatura, il sistema scheletrico. Ulteriori conferme che il piacere è lì e, nei modi più strani (raramente compresi da una massa poco empatica), viene inseguito a tutti i costi anche, è assurdo, volendosi male.

Disagi sessuali

Per non parlare poi degli innumerevoli disagi sessuali che si possono provare nel tentativo di appagare delle mancanze, magari delle insicurezze o dei vuoti alimentati nell’infanzia o in seguito a particolari traumi. Si può tentare di pareggiare il conto cercando eccessi di piacere sul fronte sessuale che, forse, è quello più ricercato ed allo stesso tempo più facile da inseguire quando si è persa parte di sé. Quella parte che permette di provare altre forme di piacere persino più importanti come le passioni per lo sport, per un particolare lavoro, studio, arte o per un importante obiettivo (dalla famiglia alla lotta per una causa). Esistono un’infinità di testi sul tema, così tanti che mi risulta oltremodo difficile suggerirne uno per una prima lettura sul tema. Si rischia sempre di suggerire letture pesanti che in realtà andavano precedute da altre letture introduttive. Lascio quindi al lettore il compito di trovar da sé i testi che ritiene più consoni per esplorare questa od altre varietà di piacere.

Il piacere di lottare

Più raramente vi sono testimonianze di piacere posto avanti a tutto nell’inseguimento di un obiettivo positivo, può essere il caso di uno sportivo che, in seguito ad un grave incidente, continua con forza e determinazione lungo la sua strada mostrando come vi è riuscito, come non si è fatto abbattare, come non è affondato nello sconforto. Ed a quel punto il piacere di lottare e di farcela diventa il primo pensiero la mattina e l’ultimo la sera e, come è raro che accada, in questo caso fa bene a sé stessi e fa bene agli altri.

Il piacere prima di tutto

Fatto sta che… se si parla di denaro, prima vi è il piacere, se si parla di potere, prima vi è il piacere, se si parla di vizio, prima vi è il piacere, se si parla di un trauma il piacere, nel bene o nel male, è strettamente connesso. Se pensate che per l’umanità ci siano altre cose al vertice più importanti del piacere, scoprirete presto da una breve analisi che vi è un filo conduttore diretto che pone il piacere a monte di quella cosa. Si potrebbe addirittura cinicamente affermare che la forma di amore più classica, quella che porta al matrimonio, esiste finché vi è piacere e appagamento. Quando questo manca le coppie si sciolgono, quando arriva qualcuno che può offrirne di più le coppie barcollano, quando non è più prioritario le coppie si allontanano… Del resto la realtà, che lo si voglia ammettere o no, è che le storie d’amore come nei film, restano nei film, le storie d’amore reali hanno collegamenti con temi quali il soddisfacimento economico ed il corretto mantenimento della prole, la forza e la protezione offerta da lui, la disponibilità e le cure offerte da lei, la sicurezza, il compimento di un processo omologato per non essere “diversi” e provare il piacere di esser come gli altri o, perché no, aver fatto addirittura meglio.

Piacere, brevi suggerimenti per l’uso
Il piacere preso a dosi continue non appaga e, anzi, riduce i suoi effetti aggravando i comportamenti adottati per cercarlo.
Il piacere va cercato su più fronti della sfera personale, concentrarlo su un solo aspetto genera notevoli virate esistenziali.
Il più delle volte è il piacere che domina sulla vostra mente, non voi. Per inseguirlo si tradiscono affetti, amori, amicizie, brave persone e nobili cause. E’ sufficiente esserne coscienti e rifletterci su.
Il piacere coltivato in modo sano è positivo e stimolante, orientate il vostro desiderio di soddisfacimento verso passioni umane, lavorative, artistiche, sportive, nobili cause… evitando quanto più possibile i piaceri patologici o, quantomeno, chiedendovi il motivo che spinge a cercarli.
Cercate di intervallare momenti di piacere a momenti impegnativi che si pensa non diano nulla in cambio, i piaceri successivi saranno più apprezzati, intensi ed allo stesso tempo privi di follie nonché raggiunti con una naturalezza sconcertante.
E’ inutile cercare piaceri uguali agli altri, è inutile omologarsi, provate piaceri veri, vostri che vi completino e vi facciano stare bene con voi stessi prima di tutti. In fondo… che importa cosa pensano gli altri.
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“IMMAGINE IN REVISIONE”

Alla fine sono momenti come questi a regalarci puro piacere, si dimentica
ogni problema, si dimentica il denaro, si dimentica il mondo che va a rotoli
e finalmente, per qualche istante, siamo veramente felici…
Poi tutti i casini ricominciano da capo : – )

L’interpretazione di Albert Einstein della crisi

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: Interpretare il lato nascosto della crisi

Di seguito parole d’oro che molto probabilmente avete già letto altrove ma che sono così preziose da non poter non essere presenti anche in questo Blog.

Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi perchè è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategia. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono i meriti. E’ nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perchè senza crisi qualsiasi vento è una carezza. Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. Invece di questo, lavoriamo duro! L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein

Con mia piacevole sorpresa ho trovato queste righe su una stampa appesa nell’ufficio di un mio fornitore. Iniziando a leggere è stato per me stupefacente scoprire, via via che percorrevo ogni singola parola, la sorprendete aderenza con pensieri e logiche che ho maturato tramite le esperienze vissute prima della crisi, durante ed ora. Ora che attraversiamo un periodo che “definisco indefinito” perchè, più che una ripresa, sembra uno stordimento dal quale tentiamo di risvegliarci in seguito ad un brutto colpo. Solitamente quando racconto quanto io abbia imparato da questa crisi (l’unica che ho vissuto, eccezion fatta per quella dei primi anni ’90 che mi mostrò un carattere molto diverso e che, essendo allora bambino, capivo molto marginalmente) suscito reazioni molto variegate delle quali amo apprezzare le sfaccettature per conoscere prospettive differenti dalle mie e creare un canale di comunicazione con i miei interlocutori. Immagino pertanto che sia quanto appena espresso, sia le parole di Einstein, possano generare reazioni altrettanto varie. Ben venga, purché siano utili per “ragionare”. Il ragionamento rende inutile l’uso della forza oppure, se vogliamo, funge da moltiplicatore di coppia, una sorta di grande leva che, sicuramente, ci agevola.

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Quando si ostenta la leadership – Parte seconda: consigli per essere un buon leader

Rubrica: Così è la vita
Titolo o argomento: Ostentare la leadership o guadagnarsela?
Questo articolo segue da:
Quando si ostenta la leadership – Parte I: vi racconto una storia

Quindi se volete essere dei buoni leader, e con buoni non si intende permissivi e assecondanti ma di valore, potreste tenere presente gli spunti che seguono.

Coinvolgete

Se volete tenere un gruppo unito solidamente, lasciate che le vostre idee siano spunto di discussione, argomentazione, dubbi, chiarimenti, approfondimenti e quant’altro. Non osservate simili comportamenti come un pericolo ma come un’occasione per sapere a cosa punta il gruppo, quali aspettative ha, dove vorrebbe arrivare ed in che modo. Certo la coperta è corta, copri qualcosa e si scopre qualcos’altro, è comprensibile, ma il coinvolgimento tiene un gruppo più compatto, attivo e interessato. Rende tutti più partecipi e aumenta la voglia di fare e la produttività perchè tutti si sentono utili e sentono di contare qualcosa e di esser parte integrale di un meccanismo che porterà un vantaggio, un’utilità, un risultato sperato.

Ascoltate

Chi è intorno a voi sta comunicando con voi anche se non parla. Quando siete davanti ad una lavagna luminosa, un proiettore, una cattedra, chi si trova davanti a voi vi parla anche in silenzio, basterebbe ascoltare. Potreste avere qualcuno che si distrae, qualcuno che sbadiglia, qualcuno che è intento a fare altro, qualcuno perso con lo sguardo nel vuoto. Tutti segni che voi, leader o presunti tali, state parlando, parlando, parlando… ma non state ascoltando chi avete davanti. Queste persone nel vostro gruppo diventano poi inutili o scarsamente produttive e voi stessi diventate inutili per loro. Andrebbe invece compreso che in lavoro/gioco di squadra ogni singolo elemento è essenziale e andrebbe sfruttato al massimo per trarne il meglio.

Fate partecipare

Durante l’esposizione delle direttive che mandano avanti un progetto o delle vostre idee, mettetevi in discussione da soli. Chiamate alla cattedra anche i vostri interlocutori, fategli esprimere le loro idee ed i loro punti di vista, le loro ansie, le loro perplessità, i loro dubbi. Insomma date modo agli altri di sentirsi partecipi e di sentire che ciò che vogliono comunicare conta. Se hanno timore, siate dei “buoni leader” e portateli senza che nemmeno se ne rendano conto ad esprimersi rafforzando in loro la coscenza che sono utili tanto chi li guida, conferendo così sicurezza e tranquillità generale.

Confrontatevi

Proponete pure la vostra idea come idea prevalente (ovviamente se siete gli autori di un’idea e se siete voi a pagare un progetto, se siete voi i proprietari dell’impresa e se siete voi a rischiare… non vi è nulla di male) ma entrate nell’ottica che non ha molto senso portare fino in fondo, e ad ogni costo, un’idea solo perchè si è i leader. Se qualcosa può essere migliorato ben venga. Se poi si è consci che un’idea proposta dal gruppo può esser valida ma la si ignora per rivendicare la propria autostima ed il proprio predominio, beh allora la strada per diventare dei leader validi è ancora lunga.

Non scaricate le vostre responsabilità sugli altri (specie sugli assenti)

Non fatevi forza chiamando in causa terzi che sono ignari delle vostre intenzioni ma fondatevi su vostre ragioni personali, solide, provate quasi al punto da essere incontrovertibili (ovvero ne dovete essere proprio certi) e poi apritevi all’idea che ciò non combaci con le altrui idee, impressioni, punti di vista. Apritevi quindi al dialogo ed al pensiero che, forse, anche se vi sentite dalla parte del giusto, potreste non stare agendo esattamente nel modo più giusto.

Riconoscete i ruoli

Ci sono persone che sono naturalmente portate per la leadership, altre che sono dotate di un innato talento nei rapporti umani e riescono a rappresentare egregiamente le sensazioni di un gruppo, di una collettività, di una massa o semplicemente di un’azienda. Altre ancora sono abili nelle questioni tecniche e non sono interessate alla gestione. Ci sono poi le persone con notevoli doti organizzative, altre che sono abili nel portare a compimento un incarico e finalizzano, altre ancora che hanno metodo nel risolvere i problemi o nell’affrontare difficoltà. Ognuno a modo suo è portato per qualcosa e sa fare o imparare a fare qualcosa meglio di atre cose e meglio di altre persone. E’ inutile che tenete in disparte una persona di cui avete riconosciuto le competenze, servirà solo a creare un nuovo concorrente, una nuova difficoltà per voi. Tenetele strette a voi le persone che dispongono di una qualche capacità. Fatelo però in modo sincero apprezzando chi avete davanti e non cercando solamente la sua utilità altrimenti costui/costei se ne accorgerà e migrerà prima o poi dove può sentirsi apprezzato/a.

Date un valore ai ruoli

Per fare un esempio, molti non si rendono conto di quanto sia importante la comptenza di una persona anche in ruoli considerati minori: saper fare una telefonata, sapere intrattenere un cliente, saper dare un appuntamento, saper fare l’imballo di un prodotto che verrà spedito all’estero e che potrebbe alterare i rapporti con un’azienda se il suo contenuto arrivasse danneggiato, sapere il materiale che occorre per fare un determinato lavoro, saper tenere un magazzino efficiente, saper effettuare una lavorazione su una materia prima, ecc. ha senza dubbio un’importanza analoga alla realtà che rappresentate (nella serie di articoli “Ordinari esempi di straordinaria incompetenza” credo di aver ben illustrato che aziende considerate “leader di un settore” possono tranquillamente essere mal gestite/organizzate senza nemmeno accorgersene. Questo per dire che ci sono ruoli spesso sottovalutati che, se fatti a dovere, hanno la stessa importanza del marchio che rappresentano. Certo non è quello che prepara un imballo che rischia i propri capitali nell’impresa e non può trarne gli stessi vantaggi di colui che ha dato vita ad una realtà mettendoci tutto sé stesso. Naturale. Però riconoscere l’importanza dei ruoli minori e avvalorarli debitamente rende migliore l’intera impresa e l’aria che tirerà sarà sicuramente più salubre (con tutte le conseguenze positive che questo comporta).

Ostentare la leadership o guadagnarsela?

Diciamoci la verità, non di rado si fantastica sul fascino di poter essere leader. Il problema è però che non ci possiamo autoproclamare leader. E’ chi ci sta intorno a sceglierci come tale perchè riconosce le nostre capacità, le nostre competenze e, fattore primario nella stragrande maggioranza dei casi, il nostro carisma. Essere leader non è così bello come si pensa, o meglio, essere un vero leader non è così bello come si pensa. Perchè? Perchè richiede un impegno superiore ai propri collaboratori ed al gruppo in generale, richiede responsabilità superiori, richiede la necessità di operare scelte e farsi carico delle conseguenze, comporta una dose di stress extra che alla lunga può ledere la qualità della propria vita, richiede severità e disciplina, la consapevolezza che si sta dando l’esempio (buono o meno che sia) e la consapevolezza che se anche una sola volta vi mostrerete dei giullari nessuno più vi seguirà o, nel peggiore dei casi, vi rispetterà. Come in ogni cosa, ci sono i vantaggi e ci sono gli svantaggi che alla lunga possono pesare. E’ per questo che un vero leader sa anche quando è il momento di “abdicare” e lasciare il posto a qualcuno più fresco, più evoluto, in grado di aggiornare o, se necessario, rivoluzionare i precedenti metodi. Essere troppo attaccati alla posizione di leader potrebbe nascondere degli interessi particolari, sostituire un leader con una figura diversa che fa riferimento sempre allo stesso, anche.

Conclusioni

In seguito alla vicenda menzionata nel primo articolo ho poi scoperto essere stato un bene il mio allontanamento dal progetto. La vicenda ha innescato una serie di conseguenze positive per me che, inizialmente, preso dal dissenso, non avevo colto. Ci sarà occasione di raccontarle in seguito con un articolo che spero si riveli per il lettore stimolante e con quel pizzico di provocazione qua è là che rende più arzilli e reattivi alle sollecitazioni.

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Quando si ostenta la leadership – Parte I: vi racconto una storia
Quando si ostenta la leadership – Parte II: consigli per essere un buon leader

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Si diventa un vero leader quando chi interagisce con te ti riconosce come tale.
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Quando si ostenta la leadership – Parte prima: vi racconto una storia

Rubrica: Così è la vita
Titolo o argomento: Ostentare la leadership o guadagnarsela?
Una ghiotta occasione

A cavallo tra il 2013 ed il 2014 ho vissuto all’Università un’esperienza poco appagante ma molto formativa. Si è costituito un gruppo di studenti per la realizzazione di un prototipo da iscrivere alla Formula Student, ovvero la competizione riservata agli universitari che desiderano cimentarsi nella costruzione di una piccola auto da corsa snella, essenziale ed allo stesso tempo interessante. Circa 48 ragazzi hanno fornito la loro adesione nella speranza di vivere, più o meno approfonditamente, un’esperienza di tipo corsaiolo. Io sono stato uno degli ultimi ad entrare e, davanti a tutti, mi sono presentato al capogruppo portando all’attenzione le mie esperienze attive nel mondo delle corse, i progetti che sto realizzando autonomamente, il mio laboratorio attrezzato, la possibilità per me di interagire con centinaia di aziende in Italia e all’estero, i numerosi tecnici impegnati in vari livelli del motorsport con i quali ho uno scambio di qualità ormai da anni (dalle scuderie minori ai top team di F1, MotoGP, Superbike, LeMans Series, Prototipi, ecc.).

Questioni di integrazione

Personalmente pensavo che con un nutrito curriculum vitae nel motorsport mi sarei integrato bene nel gruppo e avremmo fatto un bel lavoro di squadra. Ma probabilmente è stata una delle poche volte in cui, ormai da adulto, mi sono illuso. Ovviamente con “nutrito curriculum vitae” non intendo un curriculum completo, perfetto, senza macchia che mi dia una qualche autorità e/o superiorità nei confronti dei miei colleghi di studi, anzi… mi mancano ancora molte esperienze, le più importanti, e se non avessi “sempre” da imparare non mi sarei proposto per entrare a far parte di un gruppo che intende realizzare un piccolo formulino ricco di contenuti e concetti tecnici che vanno studiati e ristudiati, ripassati e rivisti fino a cercare l’equilibrio migliore alla portata di uno studente universitario. Insomma la mia idea non è mai stata quella di entrare e mettermi sul pulpito o imporre le mie idee, ma quella di entrare ed ascoltare, imparare, contribuire ove possibile e rendermi utile, questo sì.

Un sistema isolato

Un buon proposito se non fosse che il leader ha mostrato subito dei limiti non trascurabili nell’esercizio delle sue funzioni. Egli infatti non coinvolgeva il gruppo, non lo acoltava, non lo faceva partecipare. Rendeva conto, in parte, solo ai leader delle varie divisioni tecniche (motore, telaio, elettronica, trasmissione, aerodinamica, ecc.) una delle quali, il motore, sempre sotto la sua gestione. Certo è che in un progetto nell’ambito universitario e finanziato dall’Università stessa (con le difficoltà che attraversa per trovare fondi, specie nell’Italia degli ultimi anni, per sostenere le idee, i progetti e le ricerche di studenti e professori) il concetto di leader non dovrebbe esistere, si dovrebbe altresì parlare di “responsabile” ovvero di colui che fa un’analisi della situazione e ne riporta gli esiti ai professori incaricati di seguire il progetto. Detto ciò posso certamente comprendere che 48 persone non la penseranno allo stesso modo e non si potrà metter facilmente d’accordo tutti, è naturale, ma la tendenza a non ascoltare nessuno appare alla mia ragione un po’ eccessiva.

Ascoltando il gruppo

Dopo un paio di settimane all’interno del gruppo inizio ad essere più integrato con diversi ragazzi e ragazze, hanno luogo discorsi più approfonditi, vengono fuori dei malumori, delle discordanze. In effetti inizio a rendermi conto che nonostante il mio curriculum vitae e nonostante io sia interessato sia al gruppo del motore che del telaio, entrambi i leader dei suddetti gruppi non cercano mai un dialogo con me per un confronto, uno scambio di idee, un semplice “Che ne pensi?”, “Tu come faresti?”, “Sai abbiamo il tal problema!”. Nulla di tutto questo, ma non solo. Non cercano il dialogo con nessun altro. Ogni tanto arriva un ragazzo del gruppo dei motori, mi fa delle domande, ascolta le risposte e la cosa finisce lì. Mi vogliono nel gruppo dei motori ma non mi invitano mai agli appuntamenti in officina, quasi come se temessero che la mia presenza possa portar via loro qualcosa. La leadership? L’illusione che una scelta tecnica errata possa comunque funzionare? Il gusto di smanettare finalmente con qualche motore da soli e in pace senza nessuno intorno? Non lo so ma sarebbe interessante capire.

La burrasca

Passano le settimane ed un crescente malcontento generale sfocia in una discussione durante una riunione alla quale non ero presente. La leader del gruppo di economi, per tentare di vincere un suo conflitto personale da tempo acceso con gli altri leader,  si sente in dovere di fare il mio nome per sostenere con forza la sua tesi su come le scelte condotte dai vari leader stiano procedendo senza render conto al gruppo il quale ovviamente non ne va fiero. Il mio nome salta fuori per il semplice motivo che io avevo ascoltato ciò che i membri dei vari gruppi esternavano con i loro sfoghi, così quando ho sentito che anche la leader del gruppo di economi sosteneva le medesime teorie l’ho semplicemente informata che, anche se nessuno si faceva avanti, erano diversi a pensarla allo stesso modo. Nonostante le tesi condivisibili, ho ritenuto insana la scelta di fare il mio nome. Si tratta infatti di persone che se hanno qualche problema sono grandi abbastanza per poter sostenere autonomamente il loro dissenso. Questa ragazza ha fatto perno sul mio nome come se ciò rappresentasse il nome di tutti gli altri mentre io non mi sono mai permesso di fare il nome di altri conscio del rischio di metterli in imbarazzo e del fatto che in fondo hanno scelto di non esprimere alcunché.

Un persistente sistema isolato

I ragazzi scontenti che hanno invece preferito farsi avanti senza timori, sono stati solo una minima parte. Il risultato finale è che io non sono stato più invitato a partecipare, ma non solo, nessuno dei leader ha fatto una sola mossa per informarmi dell’accaduto, ho dovuto saperlo tramite amici e, il leader della divisione motori, che è anche il leader dell’intero progetto, non ha nemmeno fatto una telefonata per sentire la mia versione, una mia opinione o qualunque altra cosa io avessi da dire. Insomma ha continuato a mantenere lo stesso atteggiamento: non coinvolge, non ascolta, non fa partecipare.

Cambiamenti statici

Per tentare di porre rimedio alla situazione, mi raccontano, ha avuto luogo una votazione dove si è scelto un nuovo capogruppo del progetto. Si tratta di una ragazza già leader della divisione telaio che, mi dicono i ragazzi del gruppo, è la ragazza del precedente capo. Quindi in sostanza non è cambiato nulla. Inoltre, sempre a detta dei ragazzi del gruppo, i due capi hanno orientato sempre più il progetto verso le proprie tesi di laurea. Cosa assolutamente normale e per la quale non ci sarebbe nulla di male se tale opportunità fosse a disposizione di tutti i membri del gruppo che nutrono questa ambizione. In tutte le Università che hanno preso parte alla Formula SAE ci sono stati studenti che hanno avuto il piacere di realizzare una splendida Tesi di Laurea sui temi affrontati nella progettazione del veicolo, molti di questi li ho anche conosciuti personalmente in giro per l’Italia e non mi risulta che abbiano mai deciso chi potesse e chi non potesse far parte di un progetto finanziato con il denaro dell’Università (non con il loro). Inoltre quando hanno realizzato le loro tesi su una parte del progetto hanno permesso tranquillamente che altri colleghi studenti potessero fare altrettanto su altre parti del progetto stesso.

Domande senza risposta

Così mi chiedo come mai sono stato allontanato. Proprio io che non davo fastidio, non contestavo le scelte anche se dicevo chiaramente quali non condividevo, non pretendevo che venissero operati dei cambiamenti, semplicemente cercavo di ascoltare, partecipare ed imparare e potevo essere utile facendo forza sulle esperienze che ho maturato per anni nel settore. «Quante altre volte capita di trovare qualcuno che può mettere a disposizione tutto quello che potevo offrire a partire dai contenuti, fino alle attrezzature, passando per le aziende, i professionisti e quant’altro del settore?»

L’esempio viene dalla società?

Ora ciò che desidero portare all’attenzione è in realtà ben altro, molti lettori avranno già notato l’assonanza che questa vicenda ha con i problemi sociali e di gestione del paese che sussistono da una vita. Leader che non coinvolgono, non ascoltano, non fanno partecipare, cambi di leadership dove tutto rimane come prima, l’uso di risorse che dovevano essere indirizzate ad una collettività orientate invece verso interessi personali, esclusione di chi ha buoni propositi, persone che vedono cose che non vanno e tacciono la verità, e via dicendo. Quindi la reale domanda è: “E’ la società che ci sta dando questo esempio e ci fa sentire in diritto di poterla imitare, oppure la società è ricca di questi accadimenti perchè vengono coltivati fin dalle esperienze scolastiche e universitarie?”

Continua…

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In gruppo è più bello

In gruppo si vivono esperienze più belle, si coltivano nuove amicizie, si sommano le potenzialità di più
menti, si diventa più produttivi, si imparano nuove cose, si socializza, si osservano le cose attraverso
diversi punti di vista… In gruppo si sta meglio sotto ogni aspetto. Chi lo comprende e lo sa mettere
in pratica ha una marcia in più… ed ottiene risultati prestigiosi.
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