Lifelong Learning. L’apprendimento che non finisce mai: Un vasto territorio chiamato Cervello

Rubrica: Apprendimento | Learning

Titolo o argomento: Efficientamento del tuo potenziale

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Nei precedenti articoli di questa rubrica abbiamo visto cosa si intende per Lifelong Learning, come nel mio piccolo l’ho improntato fin da bambino, che effetti ha avuto (quantomeno nel mio caso, senza quindi alimentare la pretesa di generalizzare una regola comune dato che non si tratta di un processo produttivo industriale ripetibile) e quale genere di risultati mi ha restituito la perseveranza “misurata”, “controllata”, effettuata con cognizione di causa (rivolgetevi sempre a medici specialistici per ogni esigenza al di fuori dall’ordinario impegno di studio). Ora si tratta di capire più nel dettaglio, ma sempre con un linguaggio facilmente accessibile, cosa avviene nel cervello, quando lo si stimola con un costante impegno di studio lungo tutta la vita, dal punto di vista dello sviluppo cognitivo e delle Neuroscienze.
Prima però è necessario introdurre il lettore a quei termini senza la comprensione dei quali il proseguimento nella lettura della rubrica sarebbe inutile. Tenterò di farlo nel modo più semplice possibile.

Il cervello è un vasto territorio che contiene e connette più luoghi specializzati

Immagina di guardare la Terra dal satellite e di divertirti ad utilizzare lo scroll per ingrandire la visuale dallo spazio all’atmosfera, passando poi alle terre emerse, i rilievi montuosi, le valli, i corsi d’acqua arrivando fino ai centri delle città, le varie tipologie di strade, i vari centri specializzati, dal centro urbano con tutte le sue fitte diramazioni fino alle zone commerciali, quelle industriali, le campagne, i poli di studio e di ricerca, le imponenti strutture della sanità e così via. Ebbene il cervello è così. Luoghi specializzati messi in comunicazione tra loro attraverso strade che portano una merce assai preziosa: le informazioni (grazie a stimoli chimici ed elettrici).

Più le strade sono vaste, collegate, ben manutentate, attrezzate e meglio viaggiano le informazioni con ampie possibilità di interscambio, di relazioni, di copertura del territorio (con esplorazione di ogni luogo potenzialmente accessibile). Alta efficienza, alta resa, alto ritorno sull’investimento cognitivo (alla stregua del ROE e del ROI), servizi migliori, più assortiti, notevole disponibilità, versatilità…

I neuroni sono come dei laboratori, delle scuole, delle officine. L’ufficio del direttore, del preside, del titolare è detto soma mentre dendriti, assoni e terminali presinaptici sono una sorta di vie del centro, autostrade e strade extraurbane di scorrimento. Le sinapsi rappresentano una giunzione articolata tra neuroni presinaptici (il potenziale di un’azione) e postsinaptici (l’esecuzione effettiva dell’azione), si tratta di un ambiente costituito da acqua nella quale sono immersi banchi di particolari molecole.
Queste (a dir poco) particolari  molecole dedicate dette neurotrasmettitori sono i corrieri, i vettori delle informazioni. Le informazioni nel nostro cervello, pertanto, viaggiano tramite messaggio chimico. I neurotrasmettitori* (quali ad esempio adrenalina, noradrenalina, ossitocina, dopamina, serotonina, norepinefrina, glutammato, vasopressina, testosterone, progesterone, cortisolo, endorfine, ecc.) sono contenuti in ampolle, dette vescicole, poste all’interno dei terminali presinaptici del neurone. La zona attraverso la quale ha luogo lo scambio di tali molecole è una zona di adesione posta tra i neuroni detta spazio sinaptico o fessura sinaptica. La richiesta di rilascio di neurotrasmettitori avviene mediante un segnale elettrico che corre lungo l’assone.

*Non tutti i neurotrasmettitori indicati tra parentesi sono propriamente dei neurotrasmettitori in senso stretto ma fungono da tali. Per semplicità di esposizione quindi li considereremo tali.

I neuroni (o cellule neuronali) sono cellule elettricamente eccitabili e messe in comunicazione da trilioni di connessioni che trasmettono impulsi di tipo elettrico mediamente alla ragguardevole velocità di 430 km/h, con picchi fino a 720 km/h, permettendo così la trasmissione dei segnali in una manciata di millisecondi (rendendoci in tal modo immediatamente reattivi ai pericoli con lo scopo di garantire la sopravvivenzza) al fine di rilasciare o inibire opportuni neurotrasmettitori.

La cellula neuronale è corredata di un sofisticato sistema di pompe di ioni di sodio e di potassio (che vedremo al completamento della rubrica “Macchine Molecolari Naturali”, vedi in basso i Link correlati). L’accesso o il deflusso di tali ioni permette alla membrana cellulare di mantenere un potenziale elettrico di riposo di circa -70mV (milli Volt). I neurotrasmettitori eccitatori aumentano il potenziale elettrico, gli inibitori lo riducono. Quando si superano circa i -30mV la cellula emette l’impulso elettrico che corre lungo l’assone al fine di ordinare il rilascio di altri neurotrasmettitori. Questo segnale può a sua volta essere convalidato o ignorato dagli altri neuroni a seconda di molteplici fattori (che leggerete, se vi va, sui testi specialistici 🙂 ).

Predisposizioni genetiche, stress, cattiva alimentazione, mancanza di attività fisica, influiscono enormemente sulle riserve di neurotrasmettitori compromettendo seriamente il funzionamento del cervello e l’equilibrio della persona.

Continua…

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Neuron detailed anatomy illustrations. Neuron types, myelin sheath formation, organelles of the neuron body and synapse. Image’s Copyright: library.neura.edu.au

Lifelong Learning. L’apprendimento che non finisce mai: Imparare ad imparare (tra metodo e volontà)

Rubrica: Apprendimento | Learning

Titolo o argomento: Efficientamento del tuo potenziale

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Prendi il tuo tempo, costruisci il tuo metodo, trova le fonti giuste.
Non c’è fretta : )

Studiare non significa necessariamente soddisfare scadenze, esami, punteggi. Significa soprattutto sfamare la propria curiosità, la propria voglia di capire, di osservare come funzionano le “cose” in un modo più profondo. Significa conoscere le ramificazioni dei temi che ci appassionano e le loro relazioni con noi, con il nostro modo di vivere, con le nostre abilità, con il mondo circostante e l’Universo conosciuto. Tutto questo può esser fatto in modo piacevole anche senza scadenze rigorose, senza quei tempi ristretti che non permettono realmente di far proprio un contenuto o un assieme di contenuti da mettere in relazione tra loro.

Quello che è fondamentale è disporre degli ingredienti giusti: la vostra dedizione, la vostra caparbietà, l’acquisizione di un metodo di studio valido (leggere un libro sembra semplice, in realtà richiede un metodo di discernimento delle informazioni senza il quale si spreca solo un mucchio di tempo e si assimila ben poco), l’adozione di fonti più che valide (testi specialistici, testi impiegati in percorsi universitari dedicati, estratti di ricerche operate da professionisti accreditati, estratti di conferenze tenute da tali professionisti, tesi di laurea…).

A tal proposito il web dovrebbe essere bandito come fonte, almeno nei primi tempi quando si è alle prime armi con uno studio serio, per l’enorme mole di contenuti fuorvianti: è davvero difficile, a meno che non si abbia un’esperienza consolidata, distinguere contenuti di qualità da semplici insinuazioni, sensazionalismi, rapide conclusioni, contenuti privi di consistenza, contenuti con fini diversi quali il lucro o la spinta del lettore verso determinate direzioni dei mercati per convenienze sleali.

Imparare ad imparare

L’anticamera del Lifelong Learnign è racchiusa protetta da un intrecciato percorso ad ostacoli che ne libera l’accesso solo ai più caparbi. Il primo ostacolo, forse il più ostile: imparare ad imparare. A mio avviso solo una volta che si è trovato un valido metodo, e lo si è collaudato, adattato, affinato, è possibile passare ai quattro fondamenti dell’apprendimento che non finisce mai citati dal Rapporto Delors del 1996 (che prendeva il nome dal Presidente della Commissione Europea), ovvero imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a essere, imparare a vivere insieme.

Il problema di fondo è tuttavia rappresentato dalla necessità di una caratteristica dell’individuo che probabilmente deve essere innata, una naturale propensione che in realtà non è disponibile in tutte le persone o forse giace disattivata al permanente stato embrionale: la volontà di perseverare. Quanti traggono un gusto dall’impegno, dalla fatica, dalla caparbietà quando si trovano davanti a qualcosa che non conoscono o davanti ad un problema? Il Lifelong Learning, lo studio che si estende e sviluppa lungo l’intera vita, deve essere un piacere, non una costrizione né tantomeno un suggerimento martellante che risulti mortificante per chi non è affine ad un continuo impegno mentale. Non dovrebbe pertanto diventare una malattia sociale né un’implementazione stimolata da farmaci a mo’ di “Limitless” (Neil Burger, USA, 2011).

Ho personalmente osservato negli ultimi dieci anni che avviare al Lifelong Learning persone che non nutrono un particolare interesse verso il continuo apprendimento non produce gli stessi risultati di chi lo applica per propria natura, per propria scelta, spesso persino inconsapevolmente. Nei soggetti invitati al Lifelong Learning, infatti, pur manifestandosi effettivamente dei piccoli ma interessanti miglioramenti rispetto al proprio passato, non si genera la stessa plasticità cerebrale di chi invece lo desidera a fondo, liberamente e vi incanala con gusto, passione, divertimento, emozione, persino sofferenza, la propria fertile, innata volontà. L’attività neuronale, sinaptica e assonica dei due modelli di individui è molto differente e, a pari percorso di apprendimento, chi impiega la volontà innata trae benefici molto maggiori misurati nei termini di ciò che si va a realizzare quotidianamente ad esempio in campo professionale, sportivo o artistico.

Nuove sfide, inoltre, mettono in guardia e stimolano la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, che risulta persino produttiva se la sollecitazione stressante, lo stressor, ha un’intensità limitata all’interno di un periodo di tempo definito. In caso contrario i danni cerebrali potrebbero essere irreversibili tanto più intensa e continuativa è stata l’attività stressante.

Ponendo due bambini davanti ad uno strumento musicale, quello che nutre una spontanea passione, imparerà in poche ore abilità che il suo compagno non riuscirà comunque a far totalmente proprie in settimane. A tal proposito, a difesa dei bambini, le Neuroscienze hanno dimostrato che si apprendono di più, e si fissano meglio nella mente, nozioni ed esercizi ad esempio musicali, dieci minuti al giorno in modo leggero e costante anziché ore e ore delle stesse lezioni una volta a settimana. Trattasi di carico distribuito. Immagina una mensola, immagina di porre lungo tutta la sua superficie i volumi di una consistente enciclopedia (come siamo soliti osservare); immagina ora di utilizzare la stessa mensola ponendo tutti i volumi impilati in un unico punto. Nel primo caso avrai un carico distribuito che solleciterà la tavola lungo una linea di flessione dolce non distruttiva, nel secondo caso avrai un carico concentrato che, seppur con lo stesso carico, solleciterà intensamente un solo punto arrivando a tagliare la tavola in due con il collasso della struttura.

Tra volontà e metodo

Vi sono soggetti che non hanno volontà (o la cui volontà è smontata e devono trovare prima un metodo per ricostruirla) e vi sono soggetti che hanno volontà. Anche disponendo di volontà, magari spinta dalla curiosità, dal desiderio di mettersi alla prova, da un sogno, è facile che non si arrivi ad un risultato concreto di tipo accettabile perché la volontà in sé è condizione necessaria ma non sufficiente per realizzare qualcosa di straordinario nella propria vita. Ci vuole metodo. Il metodo è l’utensile fondamentale da installare nella propria volontà per completare una delle parti fondamentali di un macchinario complesso mosso da un’intelligenza completa, audace, equilibrata, allenata (e non solo…).

Per straordinario non intendo diventare astronauta, mi riferisco più alla risoluzione intelligente di un problema quotidiano che affligge. E’ straordinario chi trova un modo di comunicare con una persona con cui prima alimentava un conflitto (deleterio a lavoro come nella vita privata). E’ straordinario rifar decollare un’attività con ottime idee che siano oneste. E’ straordiario trovare un modo legale per stravolgere un sistema economico obsoleto. E’ straordinario inventare nuove cose utili e non banali superfluità smuovimercato che traballano fino a che i consumatori non se ne accorgono. E’ straordinario risolvere un problema da soli quando gli organi competenti brancolano nel buio o sono giustificabilmente intasati, bloccati in un pensiero sorpassato. Straordinarie sono le cose che un essere umano sconosciuto, che si applica fuori dalle convenzioni, fa ogni giorno senza che la massa ne prenda mai atto. Ci sono tante persone incredibili, la cui vita è così fertile che se passassero il loro tempo sui social, o attraverso i mezzi che i non addetti al settore chiamano “tecnologia”, non potrebbero più occuparsi del “raccolto”. E di cosa nutrirai la tua mente? Di un Like? Di un display touch? Di una app? O di quello che sai fare, risolvere, offrire?

Un esempio per sondare il territorio

Una professoressa di lettere che tanto criticavamo tra compagni di classe ai tempi delle scuole medie si è rivelata preziosa, almeno per me, quando poi son cresciuto. Perché? Perché ci dava spesso esercizi di lettura di noiosissimi testi e voleva che dessimo un titolo ad ogni pagina e scandissimo il testo in micro informazioni e macro informazioni. Voleva inoltre che evitassimo di pasticciare le pagine con colorati evidenziatori con i quali, puntualmente, finivamo con il mettere in risalto praticamente tutto.

Il titolo ad ogni pagina occorreva ad inquadrare se avevamo compreso il nucleo del discorso o se ci eravamo persi tra dettagli meno significativi. Cosa ti vuol comunicare l’autore? Qual è il punto che vuole raggiungere? Qual è il succo del discorso? Come si mette in relazione con i contenuti di cui ti ha parlato prima? Come puoi metterlo in relazione con le cose che conosci già? Ci sono connessioni interessanti con i riferimenti bibliografici?

Le micro e le macro informazioni erano dei brevi testi descrittivi “telegrafati” senza articoli né preposizioni. Le prime erano fondamentali per mettere in evidenza ai bordi della pagina, a matita*, una cascata di informazioni principali dettagliate (ma senza esagerare altrimenti la pagina diventava illegibile e confusionaria). Le seconde erano più rade e determinavano un cambio di tema lungo un capitolo (oggi forse meno necessarie in quanto vanno scomparendo i libri con lunghi capitoli di 60 pagine ai quali si preferiscono capitoli frammentati e già titolati al fine di spezzare la lettura in modo ordinato e sicuramente più agevole).

*Magari con una HB-2 temperata dolcemente… i libri han bisogno di cura : )

Questo lavoro nel trovare titoli, micro e macro informazioni da riportare in maniera misurata e ordinata lungo le pagine permetteva di ottenere due grandi vantaggi. Il primo: l’apprendimento; senza accorgercene assimilavamo il contenuto in modo più profondo in quanto dovevamo elaborarlo per sintetizzarlo. Inoltre dovevamo cogliere necessariamente i reali aspetti salienti, i reali oggetti della comunicazione proposti dell’autore. Il secondo: il recupero delle informazioni a posteriori; con un libro ordinato e scandito a matita si ritrovavamo agevolmente contenuti salienti che dovevamo poi inserire in un tema o un saggio o utilizzare dopo molto tempo per un’interrogazione o un esame.

Ma allora perché il metodo non funzionava a scuola? Perché non gliene fregava nulla a nessuno degli autori minimalisti polacchi e dei loro tetri pomeriggi piovosi che facevano da cornice a drammi uggiosi. Così come, parlando seriamente, bambini di 11 anni non potevano comprendere la gravità e le implicazioni di temi profondi quali l’olocausto che, invece, andavano trattati con il giusto approfondimento ad un’età in cui realmente si possono comprendere i motivi per i quali un popolo non può e non deve più accettare simili scempi disumani in nessuna forma.

Bisogna cogliere nel segno. E’ necessario approdare a temi cari ai bambini per fornirgli in modo efficace i primi metodi di apprendimento consolidati. Altrimenti non è poi possibile passare a quelli successivi più sviluppati, articolati e prolifici che, generalmente, ogni persona che ha piacere di studiare, trasforma nella versione più aderente a sé.

Continua…

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Cit. alta, Nelson Mandela

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Rubrica: Apprendimento | Learning

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L’apprendimento che non finisce mai

Alcuni anni fa mi davano quasi del matto. Diverse persone a me vicine, tra cui anche professori che hanno attraversato la mia vita di passaggio o altri con i quali ho mantenuto uno splendido rapporto costruttivo per anni, stentavano a concepire il mio metodo di studio. Stentavano a concepire il mio perseverare nel voler studiare e proseguire l’Università (con il progetto, un sogno possibile, di una Laurea e poi una seconda e una terza…) nonostante la crisi economica globale avesse messo in ginocchio l’economia e con essa anche l’attività dei miei genitori. Sostenevano che un ragazzo normale, se non può studiare perché trattenuto da altro, ad esempio da motivi di forza maggiore quali il lavoro, abbandona gli studi, ci mette una croce. Io no.

Si fosse trattato solo del lavoro… in realtà l’impegno a cui andavo in contro era molto maggiore del lavoro in sé. L’ambizione nell’innovazione dei metodi lavorativi e l’impegno nel recupero delle configurazioni aziendali precedentemente ignorate dai predecessori per l’impiego di modelli organizzativi obsoleti, hanno rappresentato uno sforzo costante, intenso, mastodontico, reso dolce dal piacere di studiare e di mettere in pratica, quindi di provare e verificare meticolosamente gli esiti.

Personalmente non credo al modello di un segmento temporale predefinito per gli studi, uno per il matrimonio, uno per il mutuo, uno per la monovolume (ora suv) con i seggiolini dei bimbi (perfettamente installabili anche sull’auto che avevi prima), uno per dedicarsi all’omologazione (cercando di essere e fare quel che sono e fanno gli altri) e, nel frattempo, il lavoro a debito perpetuo rincorrendo una vita confezionata, precotta, preimpostata, che non è sostenibile dal cervello e, in cascata, da tutto il resto.

Esistono delle priorità, è vero. Ma le priorità non si contendono tra studio e lavoro, bensì tra quel che siamo, desideriamo essere, desideriamo diventare capaci di fare e quel che sono e fanno le masse. Le priorità si contendono tra il timore di perdere la possibilità di realizzare sogni perfettamente raggiungibili (con le capacità che dobbiamo oggettivamente riconoscere di avere o meno) ed il timore di essere giudicati diversi, inadeguati, non conformati, fuori omologazione rispetto ai più. Le priorità all’ennesima potenza o, più correttamente, le priorità esponenziali (nella forma priorità elevato alla priorità) sono l’espressione di quel che in una vita conta realmente: l’impegno nel fare quel che si sente di poter realmente fare. Perché lo studio è vita e il lavoro è vita, entrambi nobilitano l’Uomo e tra i due non può esserci prevalenza.

Dalla mattina al pomeriggio

Così mi accorgevo che la mattina studiavo splendidi Teoremi di Matematica, intriganti leggi della Fisica descritte a loro volta da una Matematica che, spesso, in forma semplice ed elegante, si ripeteva inaspettatamente allo stesso modo capitolo dopo capitolo su diversi argomenti (la radice era sempre la medesima anche se non lo si notava subito) e ci vedevo il pomeriggio soluzioni per i miei progetti, per i miei problemi, per il mio quotidiano, per i miei desideri, per la mia soddisfazione. Una lingua come la Matematica, che appariva a me inizialmente incomprensibile, rivelava tutta la sua logicità al mio perseverare nel suo studio, al mio ostinato perseverare nel suo studio. Perché difficile è bello, difficile è affascinante, difficile è scoperta, difficile è spettacolare, difficile è stimolante, difficile è soddisfazione. Un mondo dentro ad un mondo che contiene infiniti altri mondi. Tutto chiaro in bella vista e allo stesso tempo invisibile ai più che ci passavano davanti in ogni momento senza rendersi nemmeno lontanamente conto, incredibile. Perché mi affascinavano eleganze come l’Identità di Eulero, la Morfogenesi di Turing, i Frattali di Mandelbrot, il Paesaggio di Riemann, la Relatività di Einstein? Perché una volta sostenuto un notevole sforzo per avere una visione più chiara di un concetto matematico, fisico, chimico, storico, poi risolvevo più agevolmente i problemi della mia vita come se fossi d’un tratto più allenato? Perché quel desiderio non si saziava mai e concetto dopo concetto desideravo riandare a lezione, capire, non imparare a memoria ma capire, rielaborare, applicare? E come mai i miei progetti, sempre più complicati diventavano realtà?

Studiare è la mia passione, fare ricerca è la mia vita. In certi periodi non riesco a stare per più di qualche ora lontano da libri, calcoli, teorie scientifiche, prove di laboratorio, analisi, ragionamenti, logiche, esperimenti, costruzioni pratiche, prove dal vivo, verifiche nella vita reale, progetti, rinnovamenti, cambiamenti, innovazioni, risoluzione di problemi. In certi altri periodi, invece, lunghe pause tentano di mettere ordine in un fiume turbinante di concetti mentre mi occupo di tutt’altro durante un deaffaticamento della mente che impegna la struttura del mio corpo (nel mio caso una versione a me aderente del Triathlon).

Così ho dedicato gli anni che ho dedicato a risolvere per la mia famiglia e me i problemi gravissimi legati alla crisi economica globale, ai cambiamenti sociali, a quel che c’è dietro, a quel che ci sarà dopo, e poi ho ripreso a ritmi sostenibili i miei appassionanti studi. Nel frattempo il lavoro, che si stava assopendo del tutto a cavallo del 2010, è aumentato esponenzialmente in seguito alle nostre (per me) naturali innovazioni. Un mio professore, seppur bonariamente, sorrise di tenerezza come un padre quando, in principio, gli raccontai parte dei miei piani. Riteneva il mio progetto impossibile. Non mi buttai giù e, solo pochi anni dopo, dimostrai che le mie teorie erano e sono tutt’ora corrette.

Qualcosa è cambiato

Non solo l’attività di famiglia si salvò, ma cambiò radicalmente, crebbe esponenzialmente passando dall’offerta di una ventina di prodotti basilari ad oltre duemila decisamente più tecnici, incrementando profondamente la necessità di specializzazione, il numero di servizi altrettanto specializzati, studiando nuove teorie di organizzazione aziendale, nuovi modi di fare impresa, allenando la capacità di risolvere problemi via via più complessi e apparentemente insormontabili, aumentando il livello di istruzione, facendo sacrifici immani da sentir male alle ossa come in una metaforica battaglia a mani nude, abbandonando vecchie teorie di indebitamento e finanziamento, abbandonando vecchi metodi d’ufficio, d’amministrazione, di burocrazia, di rapporto claudicante con determinati fornitori, risolvendo una quantità considerevole di problemi da sé senza attendere l’intervento di altri (che ci avrebbero portati in rovina per latenza o pur immaginabile indifferenza), utilizzando nuove logiche ricavate prettamente dalla Matematica e dalla Fisica per ciò di cui avevamo bisogno (quest’ultimo punto quasi impossibile da capire se non traducendo da soli la teoria matematica e fisica in pura pratica facendo leva sulle ramificazioni della filosofia).

Nel mezzo ho frequentato i corsi, mi sono tenuto allenato, ho studiato, ristudiato e ristudiato ancora una volta tutto il possibile e di più. Ho allargato il bacino di materie di mio interesse, le ho interconnesse, le ho applicate, le ho messe in pausa e poi ristudiate da capo. Ho solleticato il cervello e poi… e poi l’ho sollecitato di nuovo, ho studiato le sue risposte alle diverse tipologie di stressor e a diverse intensità di stress risultante, alle diverse difficoltà dei problemi, degli imprevisti e, persino, alle ore di sonno perse volontariamente per periodi di tempo definiti e controllati al fine di riuscire in attività complesse. Follia completa. Il cervello, elastico e frizzante per propria natura, iniziava ad andare come un treno a vapore dotato di consistente Quantità di moto* ed i problemi che prima apparivano come tenaci superleghe indeformabili venivano risolti e abbattuti uno a uno come fossero di fragile gesso.

*Immaginate un grosso escavatore da cava, ad esempio il CAT 797F, la sua massa a vuoto si attesta attorno alle 220 tonnellate, ovvero 220.000 kg. Può raggiungere quasi 70 km/h ovvero circa 19,5 m/s. Il prodotto tra la sua massa e la sua velocità ci restituiscono una grandezza vettoriale, chiamata Quantità di moto, la cui unità di misura è espressa in “kg per m/s”, in questo caso: 4.290.000 kg · m/s.
Immaginate ora un ciclista in volata che si muove sempre a 70 km/h (19,5 m/s) ma con una massa di circa 70kg compresi i 7kg della bici. La sua Quantità di moto, a pari velocità con il CAT 797F, è di 70 kg · 19,5 m/s, ovvero 1.365 kg · m/s (3143 volte minore del CAT).
Percepiamo inconsciamente la Quantità di moto quando, ad esempio, nell’osservare un grosso escavatore (anche di tipo commerciale presso un cantiere edile/civile lungo una strada) e un ciclista che si muovono lungo la medesima strada alla medesima velocità, il primo desta la nostra attenzione impressionandoci ed il secondo ci risulta trascurabile, ordinario, abituale.
Un cervello allenato, strutturato, denso di metodi, contenuti ed esperienze maturate, può mantenere la medesima velocità che aveva in precedenza ma aumentare notevolmente l’impatto che esercita sull’ambiente circostante quando esprime il suo potenziale.
Tratteremo successivamente in appositi articoli cosa accade e perché quando invece il cervello aumenta la propria velocità, caratteristica legata ad altro tipo di allenamento, ad altro tipo di prestazione desiderata, ad altro modello di intelligenza. La riflessività, infatti, se razionale, non è assolutamente una caratteristica negativa, tutt’altro.

Oggi lo chiamano Lifelong Learning

Una volta mi prendevano per matto, oggi lo chiamano Lifelong Learning e gli scienziati hanno dimostrato che la continua sollecitazione del cervello lo rende più “elastico” (adattabile, flessibile), “plastico” (malleabile e ristrutturabile), “potente” (prestante, con crescente capacità di acquisizione, calcolo e problem solving, variabile da persona a persona e delimitata sempre entro un proprio massimo fisico) per tutta la vita (quindi non solo in giovane età). Un cervello positivamente stimolato lungo la vita è un cervello frizzante.

C’è sempre qualcosa che, quando lo adotto in anticipo, porta chi osserva a darmi del matto. Come ad esempio il “Lifelong Learning” al quale non ho mai dato un nome ma che io attuavo come “metodo di autorisoluzione di variegate tipologie di problemi”; come le attuali “competenze trasversali” che io chiamavo personalmente “l’incrocio di temi apparentemente distanti tra loro”, come gli “edifici nZeb e Zero Energia” che io chiamavo volgarmente “case autonome”, e una moltitudine di cambiamenti interessanti che ho sovente anticipato dopo aver superato il gommoso muro beffardo delle solite critiche.

Sono solito sostenere: “Se non fai qualcosa che per te è importante solo perché gli altri non lo capiscono e non ti appoggiano, amaro risulterà quel che resta della vita”.

Strade interessanti da esplorare

Come di consueto, ogni volta, son passati gli anni e si sono accorti anche loro** che non avevo tutti i torti o, quantomeno, le strade da me proposte potevano essere interessanti da esplorare. Anche solo una rapida ricognizione sui miei passaggi sarebbe stata utile a intravedere eventuali attrazioni di un ambiente nuovo. Tuttavia pare sia necessaria una certa predisposizione della mente per attivare la virtù del dubbio, vale a dire ciò che predispone a coltivare gli approfondimenti nella vita, l’esperienza, la saggezza, la cultura non stereotipata. In più occasioni hanno attribuito un nome, generalmente inglese***, a qualcosa che facevo già da tempo, e prima respingevano, oppure a qualcosa a cui ero arrivato anche io, inconsapevole che già esistesse, e loro ignoravano totalmente.

**Chi sono “loro”? Loro sono i portavoce di parole mai comprese
***Segno di debolezza

I portavoce di parole mai comprese

Intravisto il potenziale di un’idea (generalmente più la sua risonanza in un mare di parole) si son fatti portavoce in apposite conferenze di cose che non conoscevano realmente (o sulle quali non avevano maturato l’esperienza sufficiente per parlarne come degli innovatori) e hanno affermato che la tal teoria fosse una teoria interessante da tenere “oggi” in considerazione per non restare indietro. Ma se ne sono accorti tardi, non ne conoscono le funzioni, i comportamenti, le reazioni… un po’ come un giornalista sportivo che parla abitualmente di F1 ma non ne ha mai guidata una e non si rende conto realmente di cosa significhi accelerare (anche intensamente) per sfruttare un’aerodinamica raffinata, sconosciuta, anti-intuitiva di una Fisica non quotidiana (il carico aerodinamico) quando al contrario la naturale concezione di un ordinario guidatore suggerirebbe di frenare…

Così se nel 2010 ero “matto”, oggi sono semplicemente un soggetto che adotta il “Lifelong Learning” da sempre (ma non solo). Ma che importanza ha in fondo? Quando si è presi tutto il tempo da quel che si ama fare non si ha tempo per elucubrare, ruminare, su simili discorsi.
Tuttavia, se tra quel che si ama fare c’è lo “scrivere”, sembra si generi una reiterazione assoggettabile alla matematica frattale che, a sorpresa, complica le cose tanto quanto le rende affascinanti : )
Così, tutt’al più, se ne può parlare in un leggero articolo per un poliedrico Blog stimolante come questo o per qualche pagina di un futuro Libro digestivo che possano esser utili al lettore in qualità di generatori di stuzzicanti spunti di riflessione.

Mi piace pensare: “Non si ha tempo per parlare di certe cose quando si è presi da ciò che si ama fare. Tuttavia se tra ciò che si ama fare c’è il parlare di certe cose…”.

Continua…

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Pensiero, ragione, presa di coscienza, paura…

Rubrica: Aspetti psicologici della società, Così è la vita

Titolo o argomento: Ontologia

La gente evita di stare sola a ritagliarsi tempo per pensare…
…perché dal pensiero viene la ragione,
dalla ragione viene la presa di coscienza
e dalla presa di coscienza vengono le paure.

Le paure costano impegno, quindi fatica.
Si perde l’illusione della facilità, della comodità, del paradiso in terra
e i lati filosofico, antropologico e matematico della vita si intrecciano,
si combinano e si escludono, come materia e antimateria.

Raffaele Berardi

La paura

La paura, d’altra parte, è un ottimo punto di partenza per coltivare esperienza e verificare se la tesi iniziale che ci spaventa è vera o meno. Affrontare la paura forgia il carattere di una persona. Si può aver paura di fare impresa, aver paura di non reggere uno stress, aver paura di perdere, aver paura dell’ansia da prestazione in una qualunque abilità. E si può scoprire, quando magari si è costretti ad affrontare quella specifica paura che ci affligge, che quel che ci spaventava non aveva alcun senso di essere così invalidante e che, tutt’altro, rappresentava per noi una passione che mai avremmo pensato prima. Combattere la paura fa sempre bene. Personalmente da bambino non avevo una paura comune e tutto sommato razionale come quella del buio (se non vediamo quel che c’è intorno a noi possiamo temere che accada qualcosa di inaspettato e meno controllabile), anzi mi divertivo a fare piccole esplorazioni con la torcia proprio la sera nella campagna dove sono cresciuto.

Però avevo paure che non si spiegavano razionalmente come ad esempio la paura delle moto (ovviamente mai guidate da bambino e quindi non avevo idea di perché le temessi così tanto), avevo paura dei cani che mi facevano le feste (quando sollevavano le zampe per appoggiarsi a me scappavo come un matto), soffrivo di vertigini anche da altezze minime (non riuscivo nemmeno a salire su una scala), avevo paura dell’acqua alta al mare e in piscina (mi dovettero prendere in braccio e buttarmi a mollo per farmi capire che non c’era nulla di cui preoccuparsi davvero).

La moto, i cani, il volo, l’acqua… Guarda caso le cose che con il tempo, crescendo, sono diventate le mie prime passioni, i miei maggiori piaceri, le più grandi soddisfazioni. Ma cosa sarebbe successo se non avessi affrontato quelle paure? Beh è semplice, mi sarei perso il meglio.

Le guerre multiformi

Oggi viviamo attraversando quotidiane guerre multiformi (da quelle di tipo pandemico a quelle “tradizionali” con le armi passando per quelle economiche, finanziarie e sociali) e, forse, è sempre stato così. Ma di una cosa sono certo: vale la pena affrontare la paura che ogni avversità incute. Si può anche uscirne perdenti ma per farcela, un giorno, a uscirne vincenti è bene affrontare con tutte le proprie forze la propria singola emergenza senza attendere che altri perfezionino le cose per noi. Quel che oggi, in questo momento, ci fa paura, un domani si trasfomerà in esperienza utile per qualcosa che nemmeno ci aspettiamo e senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Quel che oggi è difficile, una volta superato, potrebbe apparirci facile al punto da farci chiedere: “Perché ne avevo così tanta paura?”. Andrebbe evitato in ogni modo di evitare il problema, di non affrontare i propri mostri, perché se non si affronta un problema, ogni difficoltà successiva farà sempre più paura e magari, un giorno, si scoprirà che si trattava di una paura irrazionale verso qualcosa che poteva persino appassionarci.

Giovani fragili

Intrattengo lunghi dialoghi con Maestre di Scuola Materna, Scuola Elementare, Professoresse di Psicologia, di Scienze Umane, di Educazione Civica. Mi raccontano di come la pandemia di questi ultimi due anni abbia colpito profondamente i bambini e gli adolescenti, dei disagi all’interno delle loro famiglie, di quanto le giovani coppie attuali mollino troppo facilmente, alle avvisaglie dei primi problemi, separandosi, facendo collassare i propri figli nel vizio, nell’irrazionalità, nell’insensatezza, nello sconforto. Si tratta di dialoghi pieni, costruttivi, profondi, densi di contenuti, che rispecchiano volontà, sensibilità, voglia di fare da parte di preziosi insegnanti che però terminano ben presto i loro percorsi nel vuoto se le famiglie si disgregano come castelli di sabbia alla prima sollecitazione. Sono fragili, hanno bisogno di un legante, di essere strutturati e invece, quasi come se si coltivasse debolezza umana per un profitto subdolo, ovvero la facilità di gestione delle grandi masse impoverite e inermi, si elargiscono pressanti spinte al consumo, al possesso superfluo, inutile, alla gara, al confronto con gli altri nell’avere oggetti sciocchi, sciapi, privi di qualsiasi reale consistenza. E collassiamo come invertebrati privi di neuroni davanti ad uno smartphone.

L’attesa della perfezione

Che sia una pandemia, che sia poi una guerra, l’ennesima, che sia una crisi economico-finanziaria, che sia un dramma sociale, che siano errori nostri… ci sarà sempre una difficoltà ad aumentare gli attriti tra noi ed il percorso lungo il quale vorremmo scorrere più liberamente. Se attendete che tutto diventi perfetto prima di partire, non realizzerete mai nulla, starete rigidamente fermi avviluppati da uno scomodo involucro irregolare. Siate come l’acqua, prendete la forma, adattatevi piuttosto alle diverse situazioni e livelli di difficoltà apportando le vostre ingegnose soluzioni purché queste rispettino le due condizioni che amo ricordarvi: agite nel rispetto della legge, agite in modo che le vostre idee non danneggino gli altri. Se ci riuscite allora siete davvero in gamba.

Pertanto

Non penso occorrano discorsi prolissi e noiose paternali, sarebbe sufficiente una sana autocritica anche da parte di chi si sente nel giusto: siamo sicuri che il nostro attuale modo di vivere sia quello corretto? Il benessere raggiunto dai nostri genitori è stato l’innesco della nostra debolezza? Abbiamo ereditato troppa comodità? Personalmente qualche salutare dubbio lo riserverei. Mettiamocela tutta! In gamba ragazze e ragazzi ; )

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Il tuo futuro è già noto?

Rubrica: La tetralogia della povertà. Svalutazione – Parte 7

Titolo o argomento: Come si diventa poveri oggi e soprattutto… perché

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Il tuo futuro è un futuro già noto?

E’ questo il tuo futuro? Centralità, unidirezionalità, prevedibilità, tracciabilità? Uniformità dei comportamenti, catalogazione delle scelte? Prevedere le esigenze del consumatore, studiarle fino al punto da capire come provocarle, come gestire le necessità, come generare il bisogno, come produrre in anticipo solo quel che sarà inserito in una tendenza, sapendo quanto durerà, sapendo che effetti avrà, sapendo perché il consumatore lo desidera, cosa sta compensando attraverso il suo acquisto, cosa non va, cosa lo rende impotente e inoffensivo, cosa lo rende assuefatto e inerte? E la libertà di essere, di pensare, di fare, di esistere… sarà solo un lontano indefinito ricordo, una parola svuotata di senso in una canzone del cantautore ridondante generazionale che ripete ai nuovi giovani argomenti ritriti al punto che hanno perso un senso?

Una giornata imprevedibile

Oppure la libertà è vivere la propria giornata in modo imprevedibile, andando, quando opportuno, anche con denaro contante, senza dispositivi né connessioni, liberamente, “fisicamente”, nel luogo che avete scelto voi senza influenze a fare un acquisto di un prodotto o un servizio che nessun altro sa quale sia, per motivi che nessun altro conosce e che vi rendono originali, imprevedibili, liberi, spontanei, vivi?

Sì ho avuto una gratifica a lavoro, vado a mangiare quella fetta di torta alle mele in quella bottega singolare che non fa parte di nessuna catena di massa e dove conosco le persone che dentro ci lavorano con passione da anni e che ogni tanto premiano la mia ammirazione con una spontanea degustazione di assaggi che non sono registrati in nessuna tabella elettronica che si riversa nell’assurdo mondo del controllo alimentato dagli ormai noti “big-data” (capaci di capire se il desiderio di torta alle mele viene da una momentanea frustrazione o da un festeggiamento e, esattamente, da quale evento del nostro quotidiano).

E magari accanto a noi che abbiamo ricevuto oggi la gratifica, accanto a noi al banco c’è una ragazza che desidera la stessa fetta di torta per motivi diversi, magari per una delusione sentimentale che non rimarrà in memoria tra i dati rilevati da un telefono o da uno smartwatch che non potranno fare la spia per noi cosi che la prossima pubblicità che vedremo tra qualche istante, non farà perno ingannevolmente su un nostro stato di fragilità, debolezza, frustrazione utile per spillarci denaro o per incatenarci in fidelizzazioni malate, frutto di mercati malati, alimentati da menti malate.

Penso spesso ai piccoli calzolai e tappezzieri di una volta. Cosa c’è di meglio di quelle antiche e pittoresche piccole botteghe libere, vere, comunicative, con i loro sinceri odori caratteristici, con la pazienza di un artigiano che ascolta la vostra storia, vi racconta la sua e mette a disposizione la propria Arte per aggiustare e recuperare una vecchia calzatura di buona pelle? Spontaneità, rapporto umano, rispetto, apprezzamento. Pagare con la moneta di chi sa di aver fatto parte per qualche istante di un mondo dentro ad un mondo, la vita di quell’artigiano dentro la vostra, orbite che si incontrano per qualche frangente e poi si riallontanano fino al prossimo incontro che non è descritto rigorosamente da equazioni studiate dall’Uomo e nessuno sa quando sarà.
Un sistema non lineare, caotico, estremamente difficile da prevedere che può dipendere dalla vostra voglia di passeggiare, da quanto il cane vi trascinerà fuori dal selciato, dal battito d’ali di una farfalla.

Una strategia di controllo

Ma come fare per riuscire ad esercitare il controllo? Come spingere i flussi di cassa verso un sistema centralizzato? Una delle strategie di controllo che si è rivelata ottima consiste proprio nello svalutare il mestiere, ridurlo ad un’azione robotica dove l’acquisto da parte del cliente è composto dal minor numero di click possibili. Può sembrare un dettaglio futile ma trattasi in realtà di un dettaglio sottile, esasperato al punto che oggi ci sono realtà massive che hanno brevettato il sistema d’acquisto online con un unico click e lo cedono in concessione mediante royalty a poche altre realtà massive. Tutti avete dentro casa almeno un prodotto proveniente da queste realtà.

Far perdere il valore al mestiere (passione, parola, stretta di mano, promessa, esperienza, riferimento, affidabilità, professionalità, onestà… umanità) ed al prodotto (prezzo, qualità, provenienza sconosciuta, circuito di mercato sconosciuto, fornitore del servizio sconosciuto, dinamiche della filiera sconosciute, metodi avanzati di concorrenza sleale di cui parleremo più avanti…) spinge le persone che prima erano solite impegnarsi nel rapporto umano a cadere in balia di perenni suggestioni complici di acquisti in solitudine davanti uno schermo.

Una realtà che fa leva su crescenti depressioni e insuccessi quotidiani per generare una dipendenza da ricerca di continue (apparenti) felicità momentanee. Un mercato globale che non può sempre crescere, se non dopo collassi, indotti o meno, che costano cari ad altri che non vediamo nel nostro vincolante esser “social” con i paraocchi. Un benessere che non può matematicamente esser raggiunto da tutti ma che ci si tappa le orecchie per non sentirselo dire.

Come la svalutazione sottrae potere: un semplice esempio

Una delle migliori strategie di controllo è quindi la svalutazione. Chi riesce ad operare affinché un “qualcosa” acquisisca o perda valore sta di fatto esercitando il controllo, perché la gente è attratta dalle luci artificiali come le falene (fototassìa).  E siccome questo mondo luminescente è retto da parole, prospetti e immagini bellissime, e ben studiate, spesso è proprio dove tutto sembra bello e radiante che si nasconde chi opera sulle nostre debolezze.

Una conferma della razionalità di questo assunto la si può scorgere attraverso un semplice esempio su un tema molto caro agli italiani: la casa. Quando il cittadino italiano è divenuto gradualmente proprietario di una seconda e, persino, di una terza casa o del negozio, del capannone, del terreno, dell’attività e via dicendo, come si è proceduto per privarlo del potere e delle libertà che stava guadagnando?

Presumo sappiate che il potere di una persona all’interno di un territorio è direttamente proporzionale a quanto questa persona sia indipendente, autonoma, quanto sia capace di realizzare i propri progetti e da quanta proprietà privata possieda (luogo abitativo, luogo di lavoro, mezzi di lavoro, risorse…).

Ebbene, tra i tanti meccanismi attuati al fine di riportare le nostre vite indietro di 50 anni e riavviare una nuova crescita (fittizia perché figlia di un sistema economico malsano basato sul consumo e la fidelizzazione anziché sulla qualità, l’innovazione e l’indipendenza che ne dovrebbe seguire*), si è operato anche affinché il mattone diventasse un fuori-mercato. Si è fatto crollare il valore degli immobili affinché la proprietà privata perdesse di interesse e, siccome per gli italiani è sempre stato un grande interesse, la crisi si è protratta negli anni come nessun’altra prima perché dissuaderli non è stato facile (ci voleva un intero cambio generazionale). La tassazione ha fatto la sua parte per demotivare i possibili investitori residui.

*Temi che trovate approfonditi in
La continua lotta contro il sistema italia. Metodi e autosoluzioni del quotidiano.
(raccolta di 27 articoli, la versione di “carta” avrà numerosi contenuti inediti)
e in
Le regole che non esistono (che attualmente è in revisione)

In 12 anni di crisi forzata dell’edilizia (imputata, secondo diversi economisti a fenomeni scatenanti quali i subprime americani ma, mia modesta e argomentabile opinione, più verosimilmente al freno tecnologico sulle innovazioni che non fidelizzano; si veda l’autonomia energetica tanto per fare un rapido esempio massiccio) il mattone ha conosciuto una svalutazione sbalorditiva a cui è corrisposta una perdita di controllo degli investitori di settore (nel caso italiano, quindi, non solo immobiliaristi ma i veri e propri cittadini) e quindi dei risparmiatori tutti.

Io opero una svalutazione di ciò che per te è prezioso tu perdi potere. Io ho il potere di svalutare rivalutare, io esercito il controllo. Crisi del mattone (sommata in realtà a problemi ben più vasti quali i contratti di lavoro, l’innovazione tecnologica non fidelizzante frenata**, i consumi spinti verso la concorrenza sleale, la chiusura di migliaia e migliaia di attività di piccola e media impresa…) e torniamo indietro di 50 anni. Più o meno come se ci fosse stata una guerra mondiale, ma senza la parte scomoda della distruzione e della ricostruzione.

**Si veda per gli approfondimenti sempre
La continua lotta contro il sistema italia. Metodi e autosoluzioni del quotidiano.
(raccolta di 27 articoli, la versione di “carta” avrà numerosi contenuti inediti)
e
Le regole che non esistono (che attualmente è in revisione)

Tu ti dissoci dai meccanismi di massa? Tu sei indipendente. E se a questa indipendenza sei in grado di associare capacità, ecco che puoi ristabilire i valori corretti di un prodotto o servizio. Ma non devi diventare virale e devi essere circoscritto ad una piccola realtà ben demarcata (si veda il curioso caso del nord-est italiano in cui, per opera di alcuni “Masanielli” si sono avuti veicoli ad idrogeno e distributori di idrogeno non presenti sul resto del territorio italiano e, ancor più fondamentale, la cui presenza è sconosciuta al resto del territorio italiano), altrimenti può accaderti quel che andiamo a vedere nel prossimo esempio che abbraccia un’ulteriore estensione concettuale.

Un esempio per estendere il concetto

Restiamo in tema casa per mantenere semplice il concetto e capire le dinamiche senza divagare troppo: costruire una casa con un contenuto tecnologico adeguato ai tempi che si discosti dalle convenzioni delle ormai obsolete case di 30 anni fa fatte esclusivamente di mattoni, tegole e finiture interne. Il pubblico osserva, il pubblico apprezza, il pubblico desidera, legge della domanda/offerta, il prodotto riprende il valore.
Risposta dei burattinai del mercato che non vogliono assistere ad una ripresa del mercato del mattone perché interferisce con i cicli di crisi pilotati e con le relative varianti impreviste: diffondere una campagna che metta in minoranza l’idea di reale innovazione e la affondi tra le forme invitanti di un’altra idea che risulta invece fidelizzante e che faccia perno sulle debolezze comuni (ad esempio la telefonia mobile). Virata dell’attenzione del pubblico. Mercato ripreso in mano. Controllo esercitato. Svalutare i mestieri ed i prodotti, rivalutarne altri, distrarre, permette il controllo… a meno che tu non abbia rinunciato alla viralità ed eserciti nel “piccolo” con la tua ristretta schiera di clienti strafelici i quali, nonostante il passaparola, non arrivano a generare un’influenza (ritenuta fastidiosa) a livello nazionale (logica delle piccole imprese e del potere infinitesimo che diventa corposo, sfaccettato e complicato da afferrare solo quando milioni di altri piccoli imprenditori propongono in maniera indipendente la loro distintiva originalità).

Un milione di piccole imprese italiane vantava, fino a soli 20 anni fa, una forza di diversi ordini di grandezza maggiore di un singolo colosso. Ma il singolo colosso è stato più furbo, bisogna riconoscerlo. Ha studiato le debolezze, ha usufruito con largo anticipo dei big-data di cui ignoravamo l’esistenza solo 10 anni fa, ha introdotto la guerra dei prezzi che cela al pubblico tutte le cose scorrette fatte per proporli, ha operato la concorrenza sleale, ha incentivato la viralità e inculcato la smania di grandezza imprenditoriale che ha avuto come principale effetto l’abbandono del mondo della piccola impresa da parte dei giovani delle nuove generazioni che si ripetevano “Come potrò mai competere con simili realtà? Come potrei mai diventare grande come loro?” sbagliando completamente approccio perché ignari del fatto che le imprese migliori sono le più piccole e, per fare un gran bel lavoro ed essere apprezzati, non c’è scritto da nessuna parte che bisogna soffrire di gigantismo. I giovani delle nuove generazioni abbandonavano i loro sogni reali, concreti, disponibili ad un faticosissimo passo da loro, per cedere alla semplicità del gaming che rende possibile l’impossibile senza sforzi, comodamente da casa, su una poltrona che confina con il mondo virtuale.
E se non sei là fuori a lottare, perdi allenamento, perdi tessuto, perdi massa, perdi elasticità e ti atrofizzi, ti autodistruggi e ti affoghi in un’apatica pigrizia da eccessi di cibo e vizi delle più svariate nature. Diventi ininfluente, irrilevante, facile da soffiar via come un moscerino del vino.

Certo si potrebbe a ragion del vero obiettare anche che le banche hanno chiuso i rubinetti, oltre che per mancanza propria di liquidità, frutto di investimenti totalmente errati (del resto diceva il grande Matematico contemporaneo Benoit Mandelbrot: “Le teorie finanziarie, quelle insegnate nelle business school, sono fondamentalmente sbagliate (…) Ma voglio dire che sono scioccato dalla quantità di individui che si dichiarano specialisti di cose economiche, anche se sono privi di qualunque comprensione dei fatti.” ), anche perché in effetti si concedeva troppo, e troppo facilmente, a chi poi non è stato in grado di rientrare del debito effettuato.

E’ vero, ma la bicicletta procede avanti finché sta in equilibrio, se ci si sbilancia troppo da un lato si va a terra da quel lato, così come se ci si sbilancia dall’altro si va a terra dall’altro. L’eccesso non produce mai beneficio né in una direzione, né nell’altra. Il troppo stroppia tanto quanto il troppo poco.

Un esempio difficile che possa mettere in moto il tuo pensiero: dal tuo account al qubit

Grazie ai tuoi accounts, ai tuoi dispositivi connessi, ai tuoi pagamenti tracciati all’eccesso***, alle tue carte fedeltà, è possibile conoscere l’inventario di tutto quello che possiedi a casa, in garage, in macchina, a lavoro, ovunque. Posso crearti una difficoltà in qualsiasi momento sapendo che non possiedi ad esempio quel che ti occorre per superare quella precisa difficoltà. Posso spingerti alla borsa nera senza che tu te ne accorga. Posso sfruttarti come il personaggio di un videogioco. Esempio sottile, difficile, dedicato a chi ama ragionare. Lo riprenderemo quando opportuno.

*** Va bene per le aziende, per la contabilità, per la fiscalità, ma per una fetta di torta di mele…

Il Quantum bit non è utile solo al mondo della ricerca (lato sano) ma può essere impiegato per operare calcoli previsionali sulla vostra cartella di big-data. Che qualcuno possa conoscere le vostre scelte prima di voi (o ci si possa avvicinare con un margine di errore molto ridotto) non è più fantascienza ma realtà. Calcoli che avrebbero richiesto anni ora richiedono pochi minuti grazie al qubit. Mi è impossibile ipotizzarne l’uso malsano e non è mia intenzione scrivere castronerie o diffondere tarli sciocchi, così mi limito ad osservare la storia ed in particolare uno tra i tanti personaggi che amo studiare di più, Albert Einstein e l’energia nucleare: tutti ne conoscete gli aspetti sani e gli aspetti malsani, ora.
Lungi dalla Mente di Einstein l’idea di fare scoperte per fini malsani, eppure il rischio che qualcuno trovi tali impieghi, che fanno fare vergognosi passi indietro ad un eccezionale passo avanti, c’è stato e suppongo ci sia sempre.

Un compensativo per ogni stato d’animo

In un mondo di economia globale, cartelli economici, catene e sistemi centrali la ricchezza più grande viene dall’informazione. Chi ha accesso alle informazioni può barare e arrivare prima su tutto azzerando mestieri, competenze e capacità dei singoli. Il tutto facendo perno sulle debolezze, come la pigrizia ad esempio. Se spii le persone una ad una, e conosci i loro punti deboli, potrai costruire delle trappole di massa che catturino dapprima le debolezze comuni e che poi si affinino sempre più man mano che gli algoritmi delle intelligenze artificiali acquisiscono dati sempre più raffinati sui singoli. Una volta conosciuti i punti esatti sarà semplice applicare le giuste leve e ribaltare le vostre certezze.

Coloro che, se frustrati tendono alla pigrizia e all’apatia, li catturiamo negli eCommerce massivi; coloro che, se depressi o rallentati, avvertono il bisogno di forti emozioni, li catturiamo nel magico mondo degli eccessi; coloro che, se sminuiti o ignorati, sentono il bisogno di contare, apparire, li catturiamo nel narcisistico lato dei social fotografici. E così via. C’è un modo per inserire ognuno di noi in una casella, c’è un modo per azzerare il nostro valore, la nostra singolarità, la nostra esistenza… omologandoci, digitalizzandoci, numerandoci, tracciandoci, giocando a fornirci in tempi ridotti alla quasi istantaneità (grazie ai nostri dispositivi “tecnologici”) un compensativo per ogni vostro stato d’animo che così non si ha più modo di elaborare (e quindi di maturare).

In finanza l’uso di informazioni privilegiate permette agli opportunisti di barare conoscendo in anticipo quali titoli acquistare e quali evitare, si chiama insider trading ed è un reato. Nel commercio globale, invece, siamo noi che abbiamo dato il consenso all’uso dei nostri dati ed al rilevamento di molti altri che nemmeno noi sappiamo di produrre. La pigrizia nel leggere, studiare, conoscere, capire cosa stessero comportando certe melliflue comodità ha restituito i suoi frutti.

Noi ti abbiamo tentato ma sei tu che hai scelto

E tutto questo mentre, distaccati, non ci si rende conto che si lascia morire tutto quel che c’è attorno a noi perché non gli si dà più valore, perché non sapete quando è accaduto, non vi risulta, non ricordate di avergli mai dato un valore, perché se siete troppo giovani in effetti non glie ne avete mai dato e se siete più grandi vi hanno soffiato via la terra da sotto i piedi con una tale lentezza che ora pensate di esser sempre stati in perenne caduta libera nel vuoto. Perché vi dicevano che le vostre sicurezze sulle quali poggiavate non avevano alcun valore, vi influenzavano a pensarlo, e mentre ve ne convincevate ve le toglievano gradualmente avviandovi ad una lenta caduta controllata la cui colpa, un giorno, è stata attribuita proprio a voi quando, invece di dirvi “Attento, non darai valore a ciò che non pagherai!” vi hanno detto, “Hai preferito non pagare e ora affondi nel vuoto! Noi ti abbiamo tentato, ma sei tu che hai scelto!”.

Quando riconosci il valore delle cose, dei mestieri, della fatica che c’è dietro, cammini su un terreno solido, sicuro, affidabile. Quando non dai valore a ciò che lo merita affondi nelle sabbie mobili del consumismo tanto più quanto più sei caricato dagli inutili pesi delle futilità che ti ha ingannevolmente addossato. E nessuno ti porgerà una corda di salvataggio, né il consumismo che oramai ti ha preso tutto e non ha più nulla da attingere da te, né l’artigiano, il commerciante, il libero professionista, l’imprenditore, l’agricoltore che ora faticano persino a salvare loro stessi.

Sei tu

Sei tu che devi costruire il tuo futuro, non sono gli altri che te lo devono porgere pronto e preconfezionato sulla base di un algoritmo che ha studiato le tue scelte. Sei tu che gli devi dare il tuo tocco personale, distintivo e originale. Sei tu che ci devi lavorare e tribolare. Sei tu che devi scoprire se davvero quello che generi assistito da algoritmi è identico alle tue scelte autonome o se si tratta di una impersonale omologazione spacciata per tali. In fondo chi ti dice che la tua gamma di scelte è realmente quella compresa nel flusso di un algoritmo?

Continua…

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Cap 10 – In revisione
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Cit. Benoît Mandelbrot

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Rubrica: La tetralogia della povertà. Svalutazione – Parte 6

Titolo o argomento: Come si diventa poveri oggi e soprattutto… perché

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Il professionista che non conosci o hai dimenticato, quello della prima maniera

Questa parte è dedicata prevalentemente a coloro i quali, o perché molto giovani o perché maturi ma un po’ troppo malleabili, rispettivamente non hanno mai vissuto, o hanno rimosso ben presto, i punti di forza di un passato che risale a soli 20 anni fa: l’esperienza di procurarsi prodotti e servizi facendo riferimento alla figura di un professionista della prima maniera.

Prima che il commercio e i servizi venissero accentrati, presso i nomi ridondanti del web, esisteva una folta scelta di privati che operavano di persona in un reale libero mercato, privo di monopoli e privo di centralizzazioni a siti web massivi di distribuzione e di influenza dei clienti. Un’influenza basata su una smisurata, quanto non regolamentata, raccolta di dati.
Simili situazioni sono inverosimilmente state promosse dalla nostra crescente assuefazione alle rudi semplificazioni, dalla nostra ricerca di un improbabile successo che, paradossalmente, consacrasse come vincente la nostra latente pigrizia e dalla mancanza di volontà da impiegare nello studio di nuove e seducenti trappole che però richiedono molto impegno per esser comprese e conosciute a fondo,

No, non è un romanzo, né una favola, erano gli anni fiorenti che culminavano nelle decadi ’70, ’80, ’90. Gli anni dell’esercito di piccole e medie imprese italiane, possedute da privati self made men-women, che garantivano l’assenza di monopolio, la circolazione del denaro, posti di lavoro umani e longevi, la concorrenza leale e, in poche parole, il benessere e la sana competizione dell’Italia in sé stessa e nel mondo.

Una persona che proviene dalla lontana dimensione della realtà

Il professionista della prima maniera è quella persona, quel riferimento affidabile dotato di appendici che si connettono tra la moltitudine di esperienze che ha maturato e le richieste dei più svariati clienti desiderosi di soddisfare le proprie idee, i propri grandi progetti. Si distingue dal professionista dell’ultima ora perché comunica contenuti densi provenienti dalla propria esperienza, perché non utilizza inglesismi a sproposito per gonfiare le sue esposizioni e perché non proviene da “algoritmici” corsi intensivi in cui ha condensato un concentrato di dati e informazioni che non ha mai assorbito né tantomeno vissuto, corsi a cui ha partecipato sotto invito della nuova società per cui lavora e per la quale giura fedeltà pur non conoscendone nemmeno il nome completo registrato.

Il professionista della prima maniera è una figura affidabile, precisa, rigorosa e oramai rara (ma recuperabile se si tramanda la Sua conoscenza), alla quale ti affidi, nella quale riponi la tua fiducia, alla quale demandi il compito di suggerirti, attraverso l’esperienza approfondita di almeno un decennio se non un ventennio, un trentennio e, nei casi gold, un cinquantennio (ad esempio i nostri genitori o i nostri nonni provenienti da decenni di attività a conduzione familiare esplorata in ogni singolo meandro), il prodotto più adatto alle tue esigenze. Il prodotto che fa per te, quello per cui sai già cosa aspettarti, quello per il quale puoi ancora realizzare un piano di ammortamento domestico, quello che sai che durerà o quello che ti verrà spiegato come adoperarlo al meglio affinché il tuo lavoro non si tramuti in un trasferimento costante di denaro dal tuo stipendio a spese errate che ti impediscono ogni volta di realizzare i tuoi sogni; quello che ti viene illustrato nel suo quadro più generale e poi nel singolo dettaglio, quello che ti fa apprezzare la passione di chi lo ha studiato e ti trasferisce concetti che non pensavi, che sottovalutavi, che ti sorprendono, quello che ti fa scoprire le reali potenzialità di ciò che usi, di ciò che puoi avere e che sovente non vengono nemmeno sfruttate.

Il professionista della prima maniera è una miniera di preziose informazioni e di esperienze, si tratta di una persona appassionata, una persona che si è sacrificata una vita per fare della propria passione un lavoro, una persona che non è perfetta, anzi, porta i segni delle fatiche fatte, degli sbagli commessi, dei problemi risolti, degli ostacoli sormontati e sconfitti, una persona che conosce chiaramente vantaggi e svantaggi (e non solo i vantaggi), una persona che sa indirizzarti verso la buona riuscita del tuo acquisto, del tuo progetto, una persona che tiene conto non solo del proprio sacrosanto profitto ma, prima ancora, di un cliente che, se soddisfatto, tornerà da solo, di sua sponte, senza snervanti incitazioni né tentativi di fidelizzazione, e lo gratificherà mostrandosi contento di essersi affidato, felice che l’esperienza del professionista sia stata utile per evitargli una spesa errata e, anzi, lo abbia privato di pensieri, grattacapi e spiacevoli conseguenze in un campo in cui non è ferrato.

Il professionista della prima maniera ha esplorato ogni sentiero possibile del proprio mestiere, ti accompagna diretto verso l’uscita dal tuo problema e fa della propria esperienza la leva che ti solleva dalle situazioni più scomode lasciandoti libero di dedicare la tua mente a quelli che invece rappresentano i tuoi compiti giornalieri, i tuoi pensieri prioritari, la tua vita.

Il professionista della prima maniera è una persona vera, come te, non un algoritmo né personale addestrato, subliminato, plagiato o comunque monopensante. Una persona con cui confrontarsi con cui spiegarsi e capirsi meglio di qualunque esperienza virtuale o della rete che ti cattura per poi far di te quel che vuole. Il professionista della prima maniera chiude la porta del suo studio, abbassa la serranda della sua sede e prima di avviarsi verso casa ricapitola e segna già dalla sera prima, il meglio che potrà darti dal giorno dopo.

I punti chiave

Il professionista della prima maniera ha il dono di svolgere il lavoro che lo appaga, che lo affascina, che gli piace (passione). Ti dice le cose come sono realmente, non deve venderti nulla per forza (parola). La sua stretta di mano è reale garanzia di qualità non una tecnica di comunicazione, è il reale confronto con la presenza fisica di una persona che vive i tuoi stessi problemi nei tuoi stessi ambiti o in altri che lo coinvolgono proprio per il suo specifico mestiere (stretta di mano). Quel che promette mantiene (promessa). Si destreggia tra le insidie di prodotti e servizi conoscendo per te il percorso migliore (esperienza). Lo puoi cercare quando sei in difficoltà e lui/lei ci sono, fisicamente, davanti a te ed hai modo di osservare chi è, come si comporta, quanto è vero (riferimento). Non si dimentica di te dopo il pagamento, il rapporto prosegue nel tempo e si consolida sulla base di graditi incontri in cui vengono messi a disposizione nuovi riferimenti, nuova esperienza (affidabilità). Studia approfonditamente il suo settore di competenza e conosce chicche spesso sconosciute persino ai produttori (professionalità). Non vive a tuo danno, non vive pensando di rifilarti quel che vuole attribuendo a te la responsabilità di aver creduto o meno a delle recensioni (onestà). In poche parole la sua caratura si avvale di: passione, parola, stretta di mano, promessa, esperienza, riferimento, affidabilità, professionalità, onestà e, aggiungerei anche, umanità. Buttare al vento tutto questo per un pacchetto consegnato fin sullo zerbino mi sembra uno scempio.

Vi era un tempo in cui, in ogni luogo abitato del pianeta, le persone morivano coinvolte in ingiusti sanguinosi stermini. Oggi, che ci siamo civilizzati, vengono sterminate in maniera meno appariscente ma ugualmente cruenta. Lentamente, snobbati dall’indifferenza, dall’avidità, dalla pigrizia, dall’ignoranza, dalla superficialità delle masse, dallo sciocco sfizio di far parte di una modernità priva di innovazione e ricca di tarli che stanno rosicchiando dall’interno le nostre strutture personali che sostengono il nostro essere umani e della cui mancanza ci accorgeremo solo dopo che saranno collassate in un mucchietto di polvere, polvere che verrà prontamente nascosta sotto il tappeto delle prossime generazioni.

Continua…

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Il piccolo imprenditore indipendente è espressione di libertà anche per il consumatore

Rubrica: La tetralogia della povertà. Svalutazione – Parte 5

Titolo o argomento: Come si diventa poveri oggi e soprattutto… perché

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Il piccolo imprenditore indipendente è espressione di libertà anche per il consumatore

Con le illusioni potremmo andare oltre su strade che finiscono nel nulla. In realtà nessuna affermazione riportata nei Morgana (capitolo precedente) è vera né può diventarlo, che lo si creda o no. E’ pura e semplice matematica, pura e semplice microeconomia. Le grandi realtà sono massive, ingombranti, goffe, impiegano molto tempo per cambiare rotta e devono assicurarsi che i loro mantra diventino dei tarli di cui i consumatori non possano fare a meno. Non a caso mettono in voga tendenze e non producono ciò di cui il consumatore ha bisogno ma producono il bisogno stesso per cose che il consumatore non ha mai chiesto ma alle quali si è abituato e attraverso le quali si sente in difetto con gli altri se non ne è provvisto come “tutti”.

Le piccole e medie imprese, invece, sono agili, leggere, prestanti, vanno a vele spiegate, avvertono ogni minima onda, cambiano rotta rapidamente, sono come delle zanzare che danno fastidio ai grandi vascolarizzati che puntano al monopolio. Eh sì perché ora, che parliamo di libero mercato mentre lasciamo che piccole e medie imprese chiudano come api morte sotto a pesticidi economici, notiamo differenze di prezzo che consideriamo a favore delle grandi realtà ma… una volta che le grandi realtà avranno fatto chiudere tutti i piccoli ed i medi imprenditori, allora avranno strada libera ed incontrastata per dettare loro i prezzi e giocheranno al rialzo con un consumatore privo di alternative e oramai costretto ad esser vittima della propria avidità. Giustamente.

Il negoziante piccolo e professionale aderisce ai gusti dei più variegati consumatori, non raccoglie dati, non studia i clienti diabolicamente, riesce semplicemente ad aderire ai gusti di una parte di essi perché per le altre tipologie di consumatori, semplicemente, ci sono altri piccoli negozianti professionali. Stesso dicasi, naturalmente, per artigiani, tecnici, professionisti di ogni genere. Così la moltitudine fa la forza, la libertà, il gusto, l’indipendenza, la leggerezza, il rispetto dell’Uomo, delle leggi, dei mercati…

Il negoziante, l’artigiano, il tecnico in realtà operano correttamente nella maggior parte dei casi, soprattutto quando vendono prodotti professionali (dispositivi sofisticati, attrezzature, strumenti, macchine da lavoro, impianti tecnologici, moderni prodotti di elettronica, beni di primaria necessità, beni durevoli…). Potete verificarlo andando a vedere i listini ufficiali delle case madri, il costo delle materie prime proposte da storici produttori certificati, il costo della manodopera altamente specializzata suggerito.

Stesso dicasi per altre tipologie di professionisti, un dentista così come un Architetto o un impiantista che vi consigliano i propri collaboratori anziché suggerirvi portali web che promettono facilità ed economicità nel realizzare o fornire ciò di cui avete bisogno.

Conoscere qualche trabocchetto del mercato attuale

Chi opera mediante concorrenza sleale può percorrere due differenti strade.
La prima: perdere, in principio, ingenti quantità di denaro con l’obiettivo di distruggere piccole e medie imprese così da non avere più, in futuro, una vera concorrenza temibile in visione di un’oligarchia ben più redditizia di cui oggi non siamo in grado di vedere l’ombra.

La seconda: in altri casi, confusi e depistanti, si accodano come processionarie gruppi i quali, con il solo ed unico scopo del profitto a tutti i costi, scelgono di vendere importanti percentuali di prodotti di bassa qualità; beni di seconda linea di produzione più scadenti appositamente realizzati dai medesimi marchi conosciuti per le offerte insostenibili; prodotti difettosi destinati (forse) ad una futura garanzia (logica del rimandare il problema); prodotti che hanno superato per un soffio i controlli funzionali a fine catena; prodotti che hanno sostato troppo a lungo nei magazzini (dove con “a lungo” si intende “anni”); prodotti che hanno subito danni nei magazzini; prodotti che sono stati venduti senza un servizio di installazione professionale; prodotti che, il cliente non lo sa, non rispondono alle proprie reali esigenze e rappresenteranno ben presto una delusione senza memoria a causa di una recensione positiva scritta troppo presto e incentrata sull’osservazione di aspetti secondari (come ad esempio i tempi di spedizione) dato che gli aspetti primari non si conoscono e assai pochi hanno sia l’interesse che il piacere di spiegarvi; prodotti ad obsolescenza accelerata destinati alle fasce di prezzo insostenibili; prodotti che sono caduti dai muletti o dagli scaffali dei depositi; prodotti che hanno subito danni non visibili esteticamente durante il trasporto; prodotti che hanno preso l’acqua da infiltrazioni di capannoni fatiscenti; prodotti destinati al solo riciclo dei materiali come ad esempio i metalli, le plastiche (perché il ripristino da parte della casa madre rappresenta un costo troppo elevato) e venduti comunque ad insaputa delle case costruttrici*; prodotti costruiti appositamente con standard qualitativi minori (ma con la medesima sigla) per un mercato estero meno esigente, la cui garanzia si scopre poi non essere valida nel nostro territorio; prodotti estremamente scadenti venduti da società le quali, promettendo lunghe garanzie e prezzi oltremodo competitivi, avevano in realtà previsto sin dal principio di chiudere non appena effettuato un preciso numero di vendite (in tempo prima del riscatto delle prime garanzie promesse ai clienti) per poi riproporsi sul mercato con altri nomi; prodotti deludenti le cui recensioni positive (fasulle) sono state acquistate da apposite agenzie per invogliarne la scelta.

La conoscenza di questi casi, l’accertamento e la verifica di ognuno di essi si accresce solo con l’esperienza, un’esperienza che un normale consumatore non può sistematicamente avere dato il tempo e gli strumenti che l’analisi di questi casi richiedono e dato che sono necessari migliaia e migliaia di casi prima di poter sostenere, in sicurezza, che non si tratta di un singolo fenomeno isolato.

*Di particolare rilievo sono i casi di gruppi di acquisto che hanno acquistato a prezzi notevolmente ribassati, e poi rivenduto illegalmente, prodotti destinati al solo recupero delle materie prime e non destinati alla vendita. Questi casi, anche se il consumatore non lo sa, si sono conclusi in tribunale con esiti drammatici per chi ha messo in opera questo tipo di truffa (cercate riscontri nelle sentenze dei tribunali o ascoltando chi ha preso parte alle specifiche class action).

La perdita dell’indipendenza dell’imprenditore e della libertà del consumatore

Il fine ultimo della concorrenza sleale è per noi comuni mortali indimostrabile. Però è possibile effettuare un’analisi razionale osservando, al di là della nebbia scatenata dai vapori dei profitti, chi ne trae vantaggi e quali. Quello che tangibilmente si è osservato negli ultimi vent’anni è la crescente distruzione delle piccole e medie imprese, la soppressione dei negozi del centro delle città, la perdita dell’indipendenza dell’imprenditore (ma, di conseguenza, anche della libertà del consumatore) il quale, se vuole esistere, è costretto a passare per il pizzo 2.0, il pizzo digitale, che deve pagare a portali di categoria (che sfociano nell’inganno quando confrontano prezzi senza confrontare cosa c’è dietro a quei prezzi) ed ai più volte citati e-commerce massivi mieti economia, nonché la perdita della proprietà privata a favore della “centralizzazione dei consumi”.

I grossi e-commerce, oltre ad esser traccianti catturano una innumerabile mole di big data delle nostre attività, preferenze, sensazioni, stati d’animo, debolezze. In questo modo ci “conoscono” meglio di noi e possono derivare i dati necessari a creare il nostro prossimo bisogno. Ci manovrano come un pascolo, scelgono per noi cosa dobbiamo acquistare proponendoci alternative da mentalista che in realtà non desume ma induce la scelta.

Si tratta di realtà molto complesse, difficili persino da osservare (figuriamoci da intuire) per le masse le quali non vanno mai a verificare a chi appartengono a monte, chi le ha finanziate e quali vantaggi hanno portato e a chi, distruggendo chi altri.

Continua…

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Seconda estensione – Prossimamente (su versione cartacea)

Il Deserto del Mojave. Subito prima del rilievo montuoso un’immagine indefinita che, con molta probabilità, induce al travisamento.
Magari ci vediamo un villaggio o magari chissà cos’altro spinti dalle nostre suggestioni e dalle nostre personali necessità…
in realtà, non c’è nulla.

Si tratta infatti di una Fata Morgana, un complesso tipo di miraggio, un fenomeno della Fisica Ottica.
Image’s Copyright: it.wikipedia.org

I pensieri autopulenti di chi distrugge il valore – Il pensiero due (sul professionista)

Rubrica: La tetralogia della povertà. Svalutazione – Parte 4c

Titolo o argomento: Come si diventa poveri oggi e soprattutto… perché

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Il pensiero due (sul professionista)

Il successivo pensiero, immediato, promette di trovare una giustificazione morale per pulire la coscienza dalla responsabilità di stare distruggendo un mercato e numerose famiglie coinvolte nella filiera di un dato prodotto o servizio. Esso solitamente prende una forma imponente e allo stesso tempo priva di consistenza come un Morgana di illusioni derivato dall’incurvatura (o dal totale ribaltamento) della saggezza sotto l’azione più o meno intensa di un gradiente di convinzioni, suggestioni e pesanti semplificazioni della realtà che nella mente danno luogo alla rifrazione di deformate elucubrazioni, pensieri distorti e conclusioni totalmente errate.
Di seguito, a modo mio, ne racconto alcune distinguendo l’illusione (Morgana) dalla Realtà. Le ho raccolte differenziate per tipo di professionista* (a carattere commerciale, artigianale e progettuale) riportando quelle più frequenti ed allo stesso tempo più rumorose. Queste, nonostante l’assurdità e la fallacia, hanno generato negli ultimi trent’anni un impatto notevole sul mercato, con conseguente profondo cambio di traiettoria che l’ha portato verso rotte poco chiare al consumatore.

*Sebbene, ai fini fiscali, commercianti e artigiani non siano classificati come professionisti, in questo libro sono definiti tali laddove vantino un’esperienza considerevole ed un’ampia preparazione nel proprio settore tale da fornire al consumatore un vantaggio rilevante ed un reale risparmio di denaro nel lungo periodo.

Per i professionisti a carattere artigianale e progettuale

Morgana

“…ma cosa ci vuole? Basta seguire quel tutorial o quel forum che promuovono questo prodotto o servizio che “sembra” perfetto per il caso nostro, oppure seguire le istruzioni di quella ‘grande superficie di vendita’ che mi fornisce tutto preconfezionato; quanta esperienza ci vorrà mai? Perché mai affidarmi ad un esterno (professionista, progettista, esperto in materia), tanto sicuro mi farà spendere di più senza alcun motivo…”

Realtà

Il forum, il (video)tutorial online o l’influencer che “guarda caso” promuovono il tale prodotto, lo promuovono appositamente affinché tutto sembri facile. Vengono pagati per questo. Spesso vengono forniti anche specifici link per imboccare passo passo il consumatore verso l’acquisto dei prodotti sponsorizzati sulle piattaforme dei massivi e-commerce accentratori anziché, come sarebbe più corretto, sui siti web ufficiali di piccole e medie imprese di liberi imprenditori (consigliati o partner ma comunque indipendenti).

La grande superficie di vendita (mi riferisco a quella appartenente a più o meno noti grandi gruppi e non quella del singolo self made man indipendente), invece, dice al potenziale cliente quel che egli desidera sentirsi dire (che tutto è semplice, che i prodotti sono tutti uguali ed è sufficiente scegliere il più economico per farsi furbi ed avere lo stesso a meno…) attraverso venditori che sembrano conoscere i prodotti solo se osservati in un confronto con un consumatore totalmente a digiuno; in realtà, molto spesso, risultano totalmente ignoranti e impreparati nonché autori di grandi sfondoni se il confronto avviene con un professionista con decenni di esperienze dalle più semplici alle più variegate e complesse.

Il venditore dell’ultima ora con, ahimé, un contratto raccapricciante, presso la grande superficie di vendita del grande gruppo, ha ascoltato i consigli del capo-reparto a sua volta appresi al corso di comunicazione per venditori che spiega come prendere per la gola i clienti, come sembrare chi non si è e cosa dire a seconda delle situazioni per finalizzare una vendita (scorretto) della quale poi non si assume alcuna responsabilità (molto scorretto) non essendo egli, per ruolo, investito di alcuna responsabilità.

Il professionista esterno, invece, avendo maturato sufficiente esperienza, evita al cliente tutta la sequela di problemi che rappresenterebbero un costo rilevante per l’inesperto il quale, se operasse da solo allo sbaraglio, prima “si improvviserebbe con poco” e poi agli errori “dovrebbe rimediare con tanto”.

L’inesperto, fermamente discorde con il pensiero “in realtà pago quello che compro”, a fronte di un fittizio risparmio iniziale spende solitamente di più in un secondo momento per compensare gli errori (se ha compreso quel che è successo), in altri casi addirittura abbandona il suo progetto per contenere le perdite (se ha intravisto qualcosa che ancora non è del tutto chiaro ma non sa o non può procedere), in altri casi ancora, come un giocatore incallito, ritorna imperterrito al punto d’inizio perseverando nella sua filosofia e ritentando più volte la sorte, senza successo, con improbabili scorciatoie fallimentari che non arrivano mai ad appagarlo (se è privo di qualsivoglia supporto utile alla comprensione di questi fenomeni).

L’inesperto non ha così usufruito di alcun risparmio reale, anzi ha affrontato disagi e frustrazioni, ha sostenuto spese impreviste di correzione che hanno allungato il suo percorso e, diciamocelo, se non ha compreso, si è via via sempre più inacidito con la paradossale conseguenza che questo inacidimento lo ha portato a non credere più in nulla e nessuno continuando ad intraprendere sempre ulteriori scorciatoie, ripetitive, nel tentativo di recuperare a tutto il passato in un sol colpo, come in un loop d’errore ciclico a inacidimento crescente in cui continua a vincere sempre e solo chi si prende “gioco” di lui.

Il reale potenziale di quella che era l’idea iniziale ed i benefici che ne poteva trarre sono stati mancati per aver sbagliato acquisto e/o modo di operare ed aver portato avanti il suo progetto senza i criteri di cui invece è padrone un esperto in materia**.

E questo è il mercato ordinario massivo di tutti i giorni, una macchina pesante e complessa che muove ogni giorno montagne di denaro tali che non potremmo quantificare nemmeno in 7 vite ed il cui prezioso carburante è: l’ignoranza.

**Un esperto vero non di certo quello del portale scorciatoia dalle icone colorate che altro non è che un’altra veste per gli spiacevoli casi di cui sopra.

Morgana

“…ma facciamo da soli! Trovo due manovali, a cosa servirà mai un ingegnere o un geometra o un tecnico specializzato se non a buttare via altri soldi per star lì a guardare quelli che faticano?…”,

Realtà

L’Ingegnere, il Geometra o il Tecnico qualificato non stanno a guardare dei manovali nell’accezione più scarna del verbo “osservare”. Essi supervisionano ogni operazione controllando che l’operato corrisponda al progetto stabilito e nulla sia quindi improvvisato alla buona, inoltre verificano in tempo reale che l’esecuzione dei lavori sia ottima e non approssimativa evitando al cliente una sequenza di problemi postumi ben più dispendiosa come ad esempio rompere e rifare, rompere e lasciar così stremati dai problemi, subire rotture impreviste, materiali errati, inflitrazioni, geometrie sbagliate, impianti inaffidabili, capitolati non rispettati, ore di lavoro fasulle segnate, materiali addebitati mai utilizzati, costi che lievitano senza che sia mai visibile un punto di arrivo… Nel mio Blog sono riportati centinaia di casi del genere (nei più svariati settori trattati) in migliaia di articoli disponibili al lettore.

Morgana

“…ma su, il piccolo artigiano costa di più di questo prodotto preconfezionato solo perché non è industrializzato e fa tutto da zero su misura, inoltre per fare lo stesso oggetto prende il triplo solo perché è un piccolo imprenditore quindi ha costi più alti, maddai!”

Realtà

Contrariamente a quanto si possa pensare sono proprio le piccole attività a fornire i prezzi migliori finali (a parità di qualità del prodotto e del servizio offerto) e questo per il semplicissimo motivo che le piccole attività hanno costi aziendali esigui rispetto alle grandi superfici di vendita, sono meno vincolate, sono agili e quindi capaci di operare ad una velocità improponibile per una grande realtà (avete mai visto un elefante battere in agilità un vispo gattino?). Potete verificarlo su qualunque testo di Microeconomia.

La storia dei costi più alti per le piccole attività è a cavallo tra il mito e la leggenda metropolitana. L’artigiano non ha mai preso il triplo rispetto alle grandi superfici di vendita perché i suoi prodotti non sono mai stati neanche lontanamente paragonabili a quelli delle grandi superfici. L’artigiano è uno dei maggiori esempi di maestria nel mestiere. Figure per eccellenza come il piccolo falegname sotto casa (che non fa uso di truciolati grossolani né di cartoni pressati), il calzolaio (che adegua, rigenera, corregge), il tappezziere (che ridà vita alla tua vecchia amata poltrona), il tecnico meccanico (che sa dove mettere le mani e non sostituisce ma ripara), il fabbro (che modella e forgia), il piastrellista (che trasforma in arte una posa), il pastaio (appassionato che segue le farine migliori), il manovale in gamba (che è un piacere guardarlo costruire nel suo spazio di lavoro con nobile perizia), l’agricoltore (che conserva la tradizione del passato e non si nega allo studio del futuro con il figlio agrario),  il maniscalco (che raro, quasi fatto più di mito che di realtà, accompagna le persone a vivere realmente in un breve frangente), il viticoltore non massivo (che permette serate di degustazione irripetibili, a lume di candela e con un sapore unico sempre diverso), l’apicoltore (che conosce i fenomeni meteorologici, di inquinamento e di intossicazione prima di noi), il ceramista (che complementa la casa in modo esclusivo), l’orologiaio (quello dei movimenti automatici e delle cosidette complicazioni meccaniche che i comuni mortali nemmeno immaginano cosa siano), la sarta (che disomologa e rende distintivo) e così via… sono solo alcuni degli esempi di donne e uomini portatori di una immensa esperienza che rischiamo di far estinguere rivolgendoci agli accentratori e-commerce massivi anzichè ai siti web ed alle sedi fisiche di professionisti diretti, liberi, indipendenti.

L’artigiano non fa lo stesso prodotto fornito da una grande superficie, ad esempio un mobile. Quel che vi assomiglia, all’apparenza, possono essere le geometrie e lo stile; i materiali che impiega, invece, sono decisamente più nobili e veri così come i metodi costruttivi. Legno vero, ad esempio, quindi non cartone pressato, addizionato di spessori di scarti e laminato per “sembrare” una tavola spessa 4 centimetri di Ciliegio, Faggio, Frassino…

L’artigiano onesto impiega materiali di prima scelta, ne acquista un po’ più del necessario per completare il lavoro al cliente e quel che gli rimane rischia di non venderlo per anni. Il falegname onesto fa su misura veri mobili di legno che durano secoli e non omologate, ripetitive, noiose e banali plastichine scabrose né truciolati di polveri non meglio definite che marciscono con l’umidità e sono legati da collanti privi di agenti idrofobizzanti, fungicidi, ignifughi e tutto quel che, comportando un valore di cui non si può fare a meno, determina la produzione ottima.

Per i professionisti a carattere commerciale

Morgana

“…ma vedrai che se il negoziante lo propone ad un prezzo maggiore è perché è un ladro…”

Realtà

Il commerciante non è un ladro. Esistono prodotti appositamente realizzati da moltissimi marchi per le grandi superfici di vendita. Questi  peccano per una qualità minore che permette, a fronte di uno stesso logo sulla confezione, di ottenere dei margini utili nonostante la finta enorme scontistica. I prodotti per le grandi superfici vengono realizzati su apposite linee di produzione con qualità più bassa, materiali più economici, assiemi più fragili, durata minore. Inoltre i ladri esistono a prescindere in tutti i settori lavorativi e non, una persona in gamba sa riconoscere se si sta affidando ad un professionisa onesto.

Morgana

”… ma sicuramente dal negoziante costa di più perché ne vende pochi pezzi…”,

“…ma è ovvio che dal negoziante costa di più perché é rimasto indietro ed ha maggiori costi…”,

“…dai naturale, è perché non gli fanno le stesse condizioni di questo sito portentoso!”

Realtà

Nel 1991 i fondatori di diversi gruppi di acquisto tramutatisi nel tempo in grandi superfici di vendita, sovente di proprietà delle stesse persone che non gradite alla guida di un paese (spero di esser stato sufficientemente chiaro, educato ed imparziale in questa mia espressione), iniziarono a mettere in giro voci come quelle riportate nei tre Morgana poco sopra che si sono poi consacrate a tarlo di comodo nella mente di tutti coloro che amano perenni strade in discesa, onnipresenti comfort, facili risposte a tutto ed un assortito catalogo di vantaggi quotidiani meglio inquadrabili nella realtà come illusioni. Sia chiaro, non sto cercando di convincere nessuno del contrario in cui crede, anzi, questo libro è per coloro che già intuiscono questi meccanismi e amano approfondire, mettere in discussione, ragionarci su, trarne spunti. Infatti, coloro che credono a certe mere semplificazioni della vita continueranno così imperterriti fino all’ultimo sospiro ed avranno rivestito l’importante ruolo di motori della circolazione di denaro, fatta eccezione per il caso in cui questo denaro, invece di circolare nella nostra Patria, viene estradato all’estero impoverendoci gradualmente perché ci piace tanto la brillante idea di un pacchetto consegnato fin sullo zerbino sfruttando i dipendenti sotto osservazione cronometrica.

Quel che accade, ogni volta, è che un autore in gamba crea una nuova favola a cui la moltitudine ama credere, la fa diventare un virale chiodo fisso, con il tempo la fa incamerare nella mente come un dato di fatto sul quale non spingersi mai a fare domande, ci guadagna capitali sufficienti a gestire una o più nazioni e poi, sistematicamente, quando il tale metodo barra personaggio non sono più utili, si può finalmente uscire, dopo una ventina d’anni, con uno speciale televisivo che racconti le schifezze di cui i consumatori che non si sono posti domande, poveretti, non potevano immaginare nulla.
No?!? Davvero!?! Non pensavano che la loro “comodità” avesse poi un costo, delle ripercussioni che dovevano per forza di cose e onor di logica ricadere su qualcuno? Non se lo immaginavano di stare distruggendo milioni di famiglie e di lavoratori per un vizio malato? Peccato, mi dispiace che ignorassero la realtà a tal punto! Poverini, chi mai ha insegnato loro che nella vita è tutto facile, tutto gratis e soprattutto privo di ripercussioni? Peccato, peccato… evvabbé, sarà per un’altra volta…

…per la volta in cui comprenderanno quantomeno le basi della Fisica Classica fatta di forze, lavoro, energia, attriti, perdite, rendimenti… quella fisica che spiega in modo semplice come nulla sia gratis nel nostro Universo.

Continua…

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I pensieri autopulenti di chi distrugge il valore – Il pensiero uno (sul prodotto)

Rubrica: La tetralogia della povertà. Svalutazione – Parte 4b

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Il pensiero uno (sul prodotto)

Il primo pensiero di una persona che osserva in modo semplice un’offerta su un prodotto (quindi senza conoscere come tale prodotto dovrebbe esser fatto per assolvere nel modo migliore le funzioni richieste, quali siano i relativi corretti metodi produttivi, quali materiali e quali tecnologie siano necessarie affinché esso sia durevole ed egregiamente ammortizzabile in un arco temporale, se non debitamente lungo, quantomeno accettabile* , che costi comporti il tutto, come si costruisca un’offerta onesta…) è quello della comoda diretta via della generalizzazione: “Se costa così poco, si vede che è possibile, che è sostenibile e, soprattutto, vantaggioso!”. E prosegue: “Se costa così poco perché mai l’altro modello o l’altro marchio costano così tanto di più? Dovrebbe costar poco anche l’altro!”. E conclude, in un fascio che contiene tutta l’erba mal riposta, stretta, aggrovigliata: “Tanto sono tutti uguali i prodotti, quello nella fascia di prezzo più alta non ha nulla di più se non il nome…”.

*L’obsolescienza programmata, a lungo negata ma ormai evidente a tutti i consumatori più avveduti, ha imposto una netta virata di questi valori seppur non totale né tantomeno definitiva.

Una sequenza di imprudenti (s)ragionamenti affilati che ha portato i consumatori a dividersi in due parti quasi uguali. Quelli che prediligono prodotti affidabili e durevoli spendendo un po’ di più all’inizio (ma spendendo una volta sola) avvalendosi tra l’altro di prodotti più pregiati, e quelli che prediligono superficiali semplificazioni ed una profonda miscredenza verso i produttori che coltivano l’ambizione di distinguersi offrendo un prodotto che lasci un buon ricordo, una buona esperienza nella mente del consumatore che l’ha scelto.

Il problema è che entrambi i consumatori, non essendo formati, in effetti tentano la sorte ad ogni acquisto. La realtà è che non si va a colpo sicuro nemmeno quando si sceglie sempre lo stesso marchio ritenuto affidabile o quello economico erroneamente ritenuto durevole come l’altro della concorrenza d’élite. Questo perché ogni marchio può involontariamente sbagliare alcuni prodotti, ogni marchio può rischiare di non far centro, ogni marchio può volontariamente sbagliare altri prodotti se cade troppo nella morsa degli studi di mercato finendo con il perdere di vista i propri obiettivi iniziali nel tentativo di cercare di accontentare le richieste della maggior parte dei consumatori ed esser così più gettonato. Il paradosso è che, per raggiungere un bacino di clienti più vasto, si può tentare di accontentare anche le loro richieste prive di senso frutto dell’inesperienza tecnica pur di fare cassa. “Ma da quando le persone sanno cosa vogliono?” (cit. Morgan Freeman, Una settimana da Dio, Tom Shadyac, U.S., 2003).

La realtà è che abbiamo troppo, consumiamo troppo, disponiamo di troppo e non abbiamo tempo di studiare, imparare, capire, iniziare almeno a conoscere realmente quel che abbiamo davanti. E questo proprio per via del troppo, perché ci vorrebbe una vita solo per imparare come si acquistano così tanti prodotti che siano validi. Ma in fin dei conti non abbiamo reale necessità di nulla e, in fondo, non ci interessa nulla. Così ci affidiamo solitamente a suggestioni, convinzioni, debolezze tutte egualmente frutto di una inevitabile ignoranza alimentata dalla scarsità di tempo e, soprattutto, dal disinteresse. Quelle poche cose che ci servono realmente vantano ampi spazi nella nostra mente per essere osservate, apprese, capite, elaborate, meditate (mai abbastanza). Il troppo no, il troppo non lo riusciamo a gestire, il troppo è insostenibile e finiamo col parlare come se fossimo esperti di cose che in effetti non conosciamo né noi, né chi ce le recensisce, né chi ce le suggerisce, né chi le promuove e, spesso, nemmeno chi ce le vende (se posteste immaginare quanto ho dovuto studiare per far mio un granello in più di conoscenza nelle mie materie…).

E la contorta sequenza di archibugi mentali del consumatore prosegue (arricchita qui dai più opportuni commenti del caso): “Assodato che i prodotti di tale categoria li ritengo tutti uguali e che il prodotto a minor prezzo (facendo perno sulla mia ignoranza) mi porta a ritenere che siano tutti di basso valore, pretendo a questo punto che ciò che per me non ha più valore mi venga regalato (abbiam fatto trenta, facciamo trentuno) e, inoltre, rigorosi sullo stesso filo logico, pretendo che anche il valore dell’esperienza del professionista della vendita specializzata e dell’assistenza tecnica qualificata venga azzerato di pari passo. D’altronde a cosa servirà mai? Acquisterò by-passandolo su un e-commerce (che appartiene alla stessa gente che detesto vedere al potere ma me lo dimentico quando mi fa comodo, non sono coerente quando mi fa comodo… contraddizioni che danno frutti velenosi nei giardini delle mancanze di tempo) e decreterò per lui il solo compito di risolvere eventuali incombenti rogne ma, sia chiaro, a basso costo, perché il prodotto l’ho pagato poco e la risoluzione della rogna di un prodotto che non so che è scadente (perché ho compiuto un incauto acquisto nel posto sbagliato) deve andare di pari passo e concludersi con un danno a carico di tutta un’intera filiera fuorché mio” (voce del verbo responsabilità e razionalità, ironicamente parlando).

Rigorosi, quindi, sul filo logico degli archibugi mentali ma totalmente superficiali se vi è da studiare l’immenso mondo industriale, commerciale e promozionale che il consumatore, ahimé, minimizza ad un numero che gli conviene o meno.

D’altronde, tenuto conto che diversi non conoscono, anzi ignorano del tutto, il prezioso valore dell’esperienza di un professionista, questi finiscono col pensare, da consumatori impreparati, che “se qualcosa non la sanno, significa che non c’è” (ricorrente pensiero moderno inconscio).
E invece, se sapeste quanto è prezioso il contributo di un serio ed onesto professionista, da quante insidie potrebbe proteggervi e quanto denaro risparmiereste grazie a lui… ma ogni argomento troverà lauto approfondimento a tempo debito. Alimentate viva la pazienza in perfetto equilibrio sul piatto accanto a quello della curiosità.

I consumatori del troppo sono miopi, osservano con diverse diottrie in meno una figura da 20 metri di distanza giudicandola troppo presto come una bella ragazza; poi si avvicinano e restano gelati dall’agghiacciante scoperta sub-zero che li paralizza e li manda in frantumi: la ragazza è in realtà una anziana signora che si concia in modo inopportuno o magari un ragazzone che ha appena parcheggiato la sua moto custom e si accinge ad entrare nel negozio di tatoo. Il prodotto aveva una confezione accattivante, un volantino invitante, prometteva molto e, in realtà, il solo normale utilizzo si è rivelato frustrante e dispendioso oltre che eccessivamente breve.

La stessa cosa riaccade ogni volta, eppure non capiscono, sono smarriti, non sanno osservare, non sanno muoversi, non sanno cambiare, non sanno da che parte iniziare, non sanno come si fa, come si valuta, come si sceglie… Però sono bravissimi a deprezzare, a svalutare, a mortificare il valore dei mestieri, a lasciarli morire accasciati su sé stessi sotto il peso di pensieri ignoranti che danno origine a gesti ignoranti, sotto il peso di un consumo eccessivo il cui unico mantra è: “Devo avere tutto, non devo rinunciare a niente, quindi mi adopererò per riuscire ad acquistare tutto con il mio budget limitato trovando poi delle giustificazioni, delle autoconvinzioni, che mi dicano che ho fatto bene e sto facendo bene così come faccio; non ipotizzo conseguenze negative dei miei gesti e nemmeno mi interessa impegnarmi a farlo perché non mi riguardano direttamente”. Ma non è così perché si tratta di situazioni in cui anche loro, come in una matrioska, sono o saranno ben presto vittime, inglobati da chi a loro volta li deprezzerà, svaluterà, mortificherà.

Continua…

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