Che cos’è la termoelettricità?

Rubrica: Energia

Titolo o argomento: Dal calore alla corrente e viceversa

La termoelettricità (branca della fisica) studia le interazioni fra gradienti di temperatura e differenze di potenziale elettrico in materiali liquidi e solidi. Vi sono tre effetti termoelettrici i quali, in assenza di un campo magnetico, interessano la diffusione del calore e dei portatori di carica: l’effetto Seebeck (1822), l’effetto Peltier (1834) e l’effetto Thomson (1854). Con la voce “portatori di carica” si intendono gli elettroni, i quali hanno carica elettrica negativa, e le lacune le quali, in valore assoluto, hanno la stessa carica elettrica degli elettroni ma sono di segno positivo. L’effetto termoelettrico è un fenomeno alquanto interessante che si manifesta nei conduttori (o nei semiconduttori) elettrici quando vengono a trovarsi in un gradiente di temperatura. Questo significa che un capo del conduttore si trova ad una determinata temperatura “T1” e l’altro capo si trova ad una temperatura “T2” superiore o inferiore a “T1”. La direzione e l’intensità delle variazioni di temperatura, e quindi il gradiente della stessa, tende a diffondere i portatori di carica mobili dei conduttori (o dei semiconduttori) lungo il materiale. Dai portatori di carica mobili dipende la conducibilità elettrica (o conduttività), essi tendono a propagarsi dalla zona a temperatura più alta verso la zona a temperatura più bassa. Quando la corrente è nulla (ci troviamo quindi all’equilibrio elettrico) si genera una differenza di potenziale, tra la zona calda e la zona fredda, che contrasta la diffusione di elettroni, o di lacune, legata al gradiente termico. Negli articoli che seguiranno riporteremo descrizioni semplificate degli effetti: Seebeck, Peltier e Thomson.

Continua…

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Grandezze scalari e grandezze vettoriali
Gradiente di uno scalare

Cella di Peltier

Cella di Peltier. La cella in questione proviene da un frigorifero termoelettrico ed è oggetto di alcuni
curiosi esperimenti di laboratorio. Per cortesia di Berardi-Store.eu.

Che cos’è la Qualità?

Rubrica: Qualità (il concetto di)
Titolo o argomento: Qualità, dal linguaggio comune all’ambito industriale

Nel linguaggio comune la “qualità” è intesa come una caratteristica e percepita come un valore. In realtà il concetto di qualità va ben oltre e definisce in modo nettamente concreto e tangibile le proprietà di un prodotto o servizio. In ambito industriale si tratta di essere conformi a precise specifiche che siano misurabili e di offrire l’opportuna adeguatezza all’uso previsto per il (e dal) cliente. La prima definizione chiara e completa di qualità in campo industriale (qualità dei prodotti) è stata quella fornita dalla norma UNI ISO 8402 del 1988 (Qualità – Terminologia) la quale si esprimeva come segue: la qualità è l’insieme delle proprietà e delle caratteristiche che conferiscono al prodotto la capacità di soddisfare esigenze espresse e/o implicite. Tale norma è stata ritirata e sostituita più volte con nuove norme aggiornate e ottimizzate al fine di offrire una definizione attuale ed esauriente*.

Le esigenze, cui fa riferimento la norma in questione, possono essere espresse in modo specifico ad esempio tramite un contratto. Le esigenze implicite, invece, devono essere identificate e definite. Ciò che viene definito con il termine “esigenza” altro non è che un insieme di proprietà e di caratteristiche quali ad esempio: la facilità di utilizzo, la semplicità di manutenzione, la sicurezza, la disponibilità, l’affidabilità e gli aspetti di tipo economico ed ecologico. Anche se nel linguaggio comune si tende a fare un uso improprio del termine “qualità”, in realtà esso non viene utilizzato per esprimere un livello di merito in senso comparativo, né è utilizzato in senso quantitativo per valutazioni tecniche. Per tali valutazioni si possono utilizzare altre espressioni, si parla quindi di “qualità relativa” quando i prodotti o servizi sono classificati secondo una graduatoria di merito o in senso comparativo. Si parla invece di “livello di qualità” o “misura della qualità” quando vengono effettuate precise valutazioni tecniche in senso quantitativo. E’ opportuno osservare che la qualità di un prodotto o di un servizio è influenzata da molteplici attività tra loro interagenti quali ad esempio: progettazione, produzione, assistenza, manutenzione.

*Alla UNI ISO 8402 del 1988 hanno fatto seguito diverse norme (riportate più avanti) per le quali ognuna sostituisce la precedente: UNI EN 28402 del 1992 (Qualità – Terminologia), UNI EN ISO 8402 del 1995 (Gestione per la qualità ed assicurazione della qualità – Termini e definizioni), UNI EN ISO 9000 del 2000 (Sistemi di gestione per la qualità – Fondamenti e terminologia), UNI EN ISO 9000 del 2005 (Sistemi di gestione per la qualità – Fondamenti e vocabolario).

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Voci del controllo di qualità in ambito meccanico

Concetto di qualità, unificazione, standard

Alcuni esempi di importanti enti e organizzazioni per l’unificazione: UNI, ISO, CEN.

Centrali elettriche OTEC: ciclo chiuso, ciclo aperto, ciclo ibrido

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: Tipologie di ciclo OTEC
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Ci sono tre tipologie di centrali elettriche basate sull’Ocean Thermal Energy Conversion, quelle a ciclo aperto, quelle a ciclo chiuso e quelle a ciclo ibrido. Nel ciclo aperto il fluido operante nell’impianto è l’acqua di mare aspirata dall’ambiente circostante la centrale. L’acqua di mare calda viene pompata dentro l’evaporatore dove la pressione, grazie ad un’apposita pompa del vuoto, è minore di 0,03 bar. Questa condizione permette all’acqua di raggiungere l’ebollizione alla ridotta temperatura di 22°C. Il vapore acqueo che si ottiene è desalinizzato, esso espande attraverso una turbina a bassa pressione che alimenta un generatore di energia elettrica. Successivamente il vapore attraversa il condensatore refrigerato dall’acqua fredda prelevata dal fondale marino. Il ciclo ricomincia. E’ opportuno sottolineare che l’acqua in uscita dal ciclo aperto è acqua desalinizzata che, specie in zone tropicali dove vi può essere carenza di acqua potabile, può essere fornita alla popolazione risolvendo enormi problemi idrici in concomitanza con la produzione di energia elettrica in modo totalmente pulito e rinnovabile. Nel ciclo chiuso non viene aspirata acqua di mare dall’esterno ma si adopera un fluido che circola ciclicamente nell’impianto e non entra mai in contatto diretto con l’acqua di mare. Tale fluido è caratterizzato da un basso punto di ebollizione, vedi ad esempio l’ammoniaca, o il propano, o un qualunque altro fluido utilizzato nel ciclo Rankine. L’acqua di mare calda cede calore all’evaporatore nel quale il fluido operante cambia il suo stato. Ovviamente l’acqua di mare, calda o fredda, non entra mai a contatto con il fluido operante, ma con esso scambia calore attreverso le pareti dell’impianto. Il ciclo prosegue come nel precedente caso. Il ciclo ibrido, come dice la parola stessa, combina insieme alcune caratteristiche del ciclo aperto e del ciclo chiuso; in esso si evolve un ciclo chiuso nel quale viene adoperata l’acqua di mare come fluido operante.

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Centrali elettriche OTEC: L’energia talassotermica
Centrali elettriche OTEC Land based e Floating plant
Centrali elettriche OTEC: Ciclo chiuso, ciclo aperto, ciclo ibrido
Centrali elettriche OTEC: Efficienza, costi, vantaggi e svantaggi

Centrale OTEC a ciclo aperto

Schema semplificato di funzionamento del sistema OTEC (ciclo aperto),
per il ciclo chiuso vedi gli articoli linkati in alto.

Centrali elettriche OTEC Land based e Floating plant

Rubrica: Energia

Titolo o argomento: Tipologie di centrali elettriche basate su tecnologia OTEC

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Centrale elettrica di tipo Land based

L’impianto di base si trova a terra all’interno di un edificio che conterrà: il serbatorio del propano, l’evaporatore, la turbina ed il generatore, il condensatore ed i controlli. Delle tubazioni, che possono avere lunghezze comprese tra i 2320 metri ed i 3870 metri (vedremo più in basso il perchè), aspirano acqua fredda dal fondale mentre l’acqua calda viene raccolta attraverso un involucro schermato vicino alla riva. L’alimentazione, di cui ha bisogno l’impianto, viene generata dall’impianto stesso, così come l’acqua fredda prelevata dal fondale viene adoperata come fluido negli impianti di condizionamento. L’acqua utilizzata viene poi scaricata in mare ad una profondità maggiore rispetto alla zona di aspirazione dell’acqua calda. Ciò evita il reflusso del liquido, che ha perso calore nell’evaporatore, verso la zona di aspirazione dell’acqua calda. Se si verificasse questa situazione, infatti, si ridurrebbe la differenza di temperatura tra l’acqua aspirata in superficie e quella prelevata dal fondale con l’ovvio malfunzionamento dell’impianto.

Centrale elettrica di tipo Floating plant

La centrale elettrica galleggiante (floating plant) funziona nel medesimo modo di quella fissa a terra (land based), la differenza principale consiste nell’avere tubazioni per l’acqua fredda molto più corte in quanto raggiungono il fondale verticalmente anziché con un dato angolo.

Quale soluzione scegliere?

Nella progettazione di un impianto a terra (land based) la voce di maggior rilievo si riferisce alle tubazioni dell’acqua fredda. Esse raramente hanno una pendenza maggiore di 15°, ciò comporta una lunghezza molto più elevata (e quindi maggiori costi) rispetto alle tubazioni verticali degli impianti galleggianti. Se ad esempio dobbiamo prelevare acqua fredda a 600 metri di profondità, con una centrale galleggiante, le tubazioni saranno ovviamente lunghe circa 600 metri, ma se dobbiamo prelevare alla stessa profondità aspirando dalla stazione a terra, le tubazioni avranno una lunghezza di circa 2320 metri per via della pendenza di 15°. Il conto è ottenuto mediante semplicissimi calcoli di trigonometria:

Lunghezza tubazione = Profondità da raggiungere / seno della pendenza tubazioni

L tub = 600 m / sen 15° = 2318,22 m
L tub = 1000 m / sen 15° = 3863,70 m

Nel caso di una profondità di 600 metri avremo tubazioni più lunghe, rispetto alla centrale galleggiante, di circa 1718 metri mentre, nel caso di una profondità di 1000 metri, avremo tubazioni più lunghe di 2864 metri circa. Se consideriamo che il diametro dei tubi è compreso tra i 9 ed i 15 metri, iniziamo ad avere un’idea di come possano lievitare i costi. Le centrali a terra possono arrivare a costare tre volte tanto rispetto alle centrali galleggianti e questo, praticamente, solo per via delle tubazioni dell’acqua fredda. D’altra parte però, l’impianto a terra, ha costi di gestione più contenuti.

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OTEC differenza tra impianto land based e floating plant

Schema semplificato che rappresenta la differenza tra impianto “floating plant” e “land based”

Centraili elettriche OTEC: L'energia talassotermica

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: Sfruttare l’energia talassotermica

OTEC sta per “Ocean Thermal Energy Conversion”, si tratta di una tecnologia che sfrutta l’energia talassotermica. I sistemi OTEC utilizzano il gradiente di temperatura che si genera nell’oceano tra la superficie dell’acqua ed il fondale. Il processo consiste nel pompare acqua fredda, presente in profondità, verso la superficie dove si trova acqua a temperatura superiore. Utilizzando la differenza di temperatura si può azionare una turbina collegata ad un generatore elettrico. In sostanza l’OTEC converte la radiazione solare in energia elettrica utilizzando il naturale gradiente di temperatura dell’oceano. La differenza di temperatura, tra l’acqua calda presente in superficie e l’acqua fredda, proveniente da un fondale di circa 600 metri, è pari a circa 20°C e può produrre una importante quantità di energia. L’acqua calda viene raccolta sulla superficie di un mare tropicale e inviata all’evaporatore dove opera un’azione di riscaldamento del fluido presente nell’impianto, generalmente propano. I vapori di propano espandono attraverso una turbina la quale è accoppiata ad un generatore di energia elettrica. L’acqua fredda, prelevata dal fondale, viene pompata nel condensatore dove il vapore di propano ritorna allo stato liquido ed il fluido è pronto per iniziare un nuovo ciclo. Ovviamente parte della corrente elettrica generata viene adoperata per azionare le pompe (in particolar modo quelle incaricate di aspirare l’acqua fredda dal fondale per inviarla al condensatore), nonché le utenze necessarie. Il principio di funzionamento dell’impianto è concettualmente simile a quello di una centrale termoelettrica a vapore. Si utilizza un ciclo chiuso entro il quale circola un fluido in grado di evaporare alla temperatura alla quale si trova l’acqua di superficie (circa 26°C); il vapore in pressione mette in moto una turbina ed il relativo generatore di elettricità, quindi passa in un condensatore, raffreddato dall’acqua aspirata dal fondale (temperatura di circa 8°C), e torna allo stato liquido.

L’idea

L’idea alla base dell’OTEC è quella di generare energia elettrica sfruttando un collettore naturale, l’oceano, anziché utilizzando collettori artificiali atti a trasformare direttamente la radiazione solare in energia elettrica. D’altra parte però, sebbene i collettori artificiali abbiano un costo maggiore, sono più versatili e sono posizionabili anche in zone che non si trovano in prossimità di mari tropicali.

I numeri

L’oceano copre circa il 70% della superficie del pianeta, questa caratteristica lo rende il più grande collettore solare di energia ed il più grande sistema di accumulo di cui può usufruire l’uomo. Mediamente in un giorno, 60 milioni di chilometri quadrati di mari tropicali assorbono radiazioni solari le quali, in termini di calore, sono pari a 250 miliardi di barili di petrolio. Se solo lo 0,1% di questa energia venisse convertita in energia elettrica, se ne otterrebbe una quantità 20 volte superiore a quella consumata in un giorno negli Stati Uniti (310 milioni di abitanti).

Aree idonee

Aree tropicali presso le quali si genera un ottimo deltaT (almeno 18-20°C) tra superficie e fondale (profondità nell’ordine alcune centinaia di metri).

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Schema impianto OTEC - Ocean Thermal Energy Conversion

Schema semplificato di funzionamento del sistema OTEC (ciclo chiuso)

Che cos’è il trasferimento tecnologico?

Rubrica: Sogni il tuo brevetto?
Titolo o argomento: Il collegamento che intercorre tra la ricerca ed il mondo dell’imrpesa

Vi è una sorta di sinapsi tra le attività di ricerca svolte dalle Università (equiparabili a neuroni) ed il mondo dell’impresa (equiparabile ad un insieme di cellule stimolabili). Si tratta di un collegamento che permette di trasferire conoscenze, tecnologie, competenze, metodi di fabbricazione, campioni di produzione e servizi dall’ambito dello studio e della ricerca a quello del mercato, al fine di trasformare in realtà idee utili scaturite da giovani studenti, ricercatori e professori. Tale processo di trasferimento prende il nome di “trasferimento tecnologico”, esso garantisce che gli sviluppi scientifici e tecnologici siano accessibili ad una vasta gamma di utenti i quali, successivamente, possono ulteriormente sviluppare e sfruttare la tecnologia in nuovi prodotti, processi, applicazioni, materiali o servizi. L’Università dispone di potenti strumenti, ovvero un insieme di conoscenze, che permettono lo sviluppo di competenze ad hoc capaci di fornire risposte precise a domande complesse. Essa può, in sostanza, qualificare la domanda di innovazione. Di fondamentale importanza è la capacità dell’Ateneo di fornire gli strumenti per gestire e proteggere in modo sicuro la tecnologia da trasferire e la proprietà intellettuale (diritto d’autore, diritto di proprietà industriale, diritti provenienti da attività intellettuali) lungo tutto il percorso dall’idea al brevetto. Sarà poi il ricercatore che deciderà se cedere o meno i suoi diritti, con vantaggi e svantaggi che ne derivano, all’ente per cui lavora.

La ricerca può essere sfruttata commercialmente tramite license agreement (accordo di licenza), o dando vita a joint venture (accordo di collaborazione tra due o più imprese) e partnership atte a condividere sia i rischi che i benefici di portare nuove tecnologie sul mercato. Attraverso lo spin-out (conosciuto anche come spin-off), invece, è possibile rendere indipendente un’unità organizzativa (per esempio un ufficio o una divisione) che in principio faceva parte di una determinata società. Ad esempio lo spin-off universitario è un’iniziativa imprenditoriale che viene avviata come società di capitali di diritto privato al fine di conferire un valore economico al frutto della ricerca accademica.

Spesso questi approcci sono associati con l’innalzamento del capitale di rischio, Venture Capital (ovvero l’apporto di capitale di rischio da parte di un investitore, detto Venture Capitalist, per finanziare lo startup o la crescita di un’attività che si è compreso avere un potenziale), come mezzo di finanziamento del processo di sviluppo. Si tratta di un metodo adottato largamente negli Stati Uniti ma scarsamente considerato nell’Unione Europea che mantiene un comportamento conservativo al riguardo.

Gli intermediari tecnologici sono coloro che hanno le capacità e le conoscenze necessarie per connettere mondi apparentemente distanti come l’Università (ma non solo…) e l’impresa applicando concetti scientifici o processi a nuove situazioni o circostanze. Molte aziende e Università hanno dotato le loro strutture di un Ufficio di Trasferimento Tecnologico (“TechXfer”) dedicato a identificare la ricerca che ha un potenziale interesse commerciale e le strategie su come sfruttarlo. Inutile dire che le idee a maggior valore commerciale hanno la priorità sulle altre, ad esempio possono esistere diversi modi ingegnosi per raggiungere uno scopo, tuttavia gli sforzi vengono focalizzati sul metodo che garantisce le migliori prestazioni in relazione ai costi cui si va incontro.

In Italia il trasferimento tecnologico è ancora uno strumento debole la cui straordinaria importanza deve esser ben compresa e assimilata. Questa carenza però ha avuto un lato positivo generando una sorta di risposta immunitaria in chi proprio non vuol demordere. Oggi, infatti, non è più solo l’Università a fornire una connessione con il mondo dell’impresa, esempi come le esperienze vissute da chi scrive sono la dimostrazione che vi può essere un’ottima comunicazione tra impresa e menti creative, anche al di fuori dell’Università, a patto che vi sia una buona preparazione di base e che non si propongano idee e soluzioni strampalate prive di fondamenti fisici e matematici. Sembra assurdo il fatto che diverse imprese abbiano trovato in chi scrive un canale di interesse per possibili investimenti futuri, e sembra altrettanto assurdo il fatto di essermi trovato nelle condizioni di dover rifiutare una proposta di finanziamento (quando l’Università fatica a trovarne) per il semplice motivo di voler prima organizzare e studiare meglio determinati passi… eppure potrebbe accadervi persino questo.

Trasferimento tecnologico

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Gente disarmata

Se non sai fare è difficile costruire, ottenere, raggiungere. Per saper fare devi aver la possibilità di studiare e di imparare. Se non vieni formato non hai niente di utile da conoscere, approfondire. Se non conosci non hai i mezzi per risolvere i problemi giornalieri. Risultato: hai sempre bisogno di qualcuno che risolva i problemi per te. Ma ognuno li risolve come meglio crede. La risoluzione che ti potrebbe essere fornita, quindi, potrebbe essere in conflitto con quello che tu avresti fatto se solo avessi avuto modo di conoscere, studiare… Si ma studiare cosa?

Tutto parte da quello che sai fare, o puoi/vuoi imparare a fare, e da quello che la tua testa riesce a concepire. Per questo per le menti più teoriche è molto utile fare indigestione di ricerca e sviluppo, mentre per le menti pratiche è altrettanto importante fare un pieno di formazione e competenze. Per altri ancora sono importanti entrambe le cose; senza questi strumenti si è disarmati e si è costretti a vivere passivamente una o più situazioni.

Molto frequentemente si imputa l’insufficiente preparazione di un individuo al fatto che non abbia avuto voglia di studiare/fare. Purtroppo però ci sono fenomeni che contraddicono le normali credenze. Poco tempo fa, ad esempio, ho chiesto, presso la mia Università, di poter utilizzare un laboratorio al fine di saldare delle parti. Ovviamente conosco diverse persone che sono particolarmente abili in questo, ma avevo piacere di imparare cose nuove cercando nell’Università un riferimento che consideravo più che solido. Ebbene la risposta è stata negativa in quanto il professore al quale ho chiesto informazioni mi ha risposto che per fare “simili cose” occorre che l’Università faccia un’apposita assicurazione e questo non è possibile. «Simili cose?» Avevo solo bisogno di fare qualche saldatura assistito da personale esperto. La risposta finale è stata semplicemente il suggerirmi di fare un corso a pagamento…

Un’Università così mi sembra un po’ limitata e la definizione che vede gli studenti come dei clienti inizia a sembrarmi razionale. Ricordo con piacere quando all’Istituto Tecnico i laboratori ce li facevano utilizzare in lungo e largo, sempre assistiti da personale esperto ovviamente. In quel caso succedeva persino il contrario, uno studente che mostrasse il desiderio di tornare a scuola il pomeriggio per utilizzare delle macchine utensili, degli strumenti o comunque dei laboratori, era tanto ben visto quanto raro. In tali casi preside e vice preside elargivano serenamente permessi su permessi in concomitanza con le possibilità di professori e assistenti di laboratorio. Oggi invece, tutto si basa sulle proprie capacità e la propria “autonomia nel fare”. Senza… siamo semplicemente disarmati.

Che senso ha non sfruttare al massimo i laboratori delle scuole e delle università?

Il termine “disarmato” non viene utilizzato facendo riferimento al
campo semantico delle armi offensive bensì a quello del “fare”,
es.: armarsi di buone intenzioni, di voglia di fare…

Che cos’è un corpo nero?

Trattasi di un corpo in grado di assorbire totalmente l’energia raggiante che lo investe. Stiamo parlando quindi di un oggetto ideale in quanto non esiste alcuna sostanza, nemmeno il nerofumo, che soddisfi completamente questa condizione, senza riflettere o trasmettere neppure una minima parte delle radiazioni incidenti. Il corpo nero si chiama così perché assorbe molto bene tutta la radiazione che lo investe. Un’ottima approssimazione di corpo nero è un contenitore in cui sia stato fatto un piccolo foro. A temperatura ambiente il foro appare assolutamente nero, ed il motivo è che la radiazione luminosa che entra nel contenitore viene diffusa molte volte al suo interno, ed è molto più probabile che alla fine venga assorbita piuttosto che riesca ad uscire dallo stesso foro da cui è entrata.

La radiazione che entra nella cavità scalda le pareti. Queste riemettono l’energia sotto forma di radiazione infrarossa. Al raggiungimento dell’equilibrio termodinamico l’energia elettromagnetica entrante nella cavità è uguale a quella irraggiata dal foro tuttavia, il tipo di radiazione emessa dipende dalla temperatura della cavità. Ciò dimostra come un corpo nero non sia effettivamente nero. Esso appare così solo nei pressi della temperatura ambiente ovvero in quel range di temperatura in cui la radiazione visibile assorbita viene restituita nel campo delle microonde o dell’infrarosso lontano che, ovviamente, non siamo in grado di vedere. Se le pareti del corpo nero fossero a temperatura elevata, ad esempio a circa 1000 °C, allora il foro riemetterebbe radiazione visibile e il corpo non sarebbe assolutamente nero.

Corpo nero

 La radiazione luminosa che entra nel corpo nero viene diffusa molte volte al suo interno,
ed è molto più probabile che alla fine venga assobita piuttosto che riesca ad uscire
dallo stesso foro da cui è entrata.

La percezione della tecnologia

Un ragazzo tempo fa mi raccontava il suo ultimo acquisto: un cellulare iperfunzionale. Nel vedermi poco interessato alle mirabolanti funzioni mi ha detto sorridente: “Ho capito, sei uno a cui non piace la tecnologia eh?”; massimo sconcerto per me. Gli ho dato l’indirizzo del mio blog e degli altri miei siti invitandolo ad esplorarli anche solo rapidamente.

Un mio amico di recente mi ha raccontato che ha comprato il suo nuovo telefono cellulare, uno smartphone di ultima generazione della marca x. Dice che così si sente aggiornato in campo tecnologico. Questa volta non è solo lo sconcerto ad invadermi, anche una timida sensazione simile alla paura.

Oggi sono in molti a sostenere di parlare di “Tecnologia” nel momento in cui argomentano le funzioni di una consolle di gioco, di uno smartphone o del vivavoce bluetooth di cui la nuova auto è dotata di serie. Rendersi conto di quanto tutto questo sia enormemente limitativo nei confronti del termine “Tecnologia” non è effettivamente di facile comprensione. Così ora, solo perchè sono un provocatore 🙂 ti chiedo retoricamente: “Conosci il significato del termine tecnologia?”.

Il Dizionario Italiano Ragionato ne dà la seguente definizione: Sostantivo femminile. Propriam. Lo studio della tecnica. Tuttavia la voce ha avuto una notevole fortuna e sostituisce frequentemente la voce tecnica, che pare più povera. Anziché Storia della tecnica si legge spesso sui frontespizi Storia della tecnologia. Con il termine tecnologia ci si riferisce ad un apparato moderno, ad un apparato di una qualche complessità.

Wikipedia offre una definizione altrettanto interessante: Il termine tecnologia è una parola composta che deriva dalla parola greca τεχνολογία (tékhne-loghìa), letteralmente “discorso (o ragionamento) sull’arte”, dove con arte si intendeva sino al secolo XVIII il saper fare, quello che oggi indichiamo con la tecnica. Se la tecnica riguarda la manualità, il ragionamento diventa la razionalizzazione o comprensione dei risultati raggiunti attraverso l’azione concreta: in sintesi la tecnologia diventa il progetto della tecnica.

L’enciclopedia della UTET invece definisce la tecnologia come lo studio dei procedimenti tecnici legati alle singole lavorazioni industriali. La tecnologia perciò esamina le attrezzature, le macchine, gli impianti, e in generale i processi che concorrono alla trasformazione di una determinata materia prima, attraverso le varie fasi di lavorazione che conducono tale materia prima alle fasi che ne permettono gli impieghi richiesti. Per alcuni, peraltro, il termine tecnologia si riferisce alla fase più moderna della tecnica legata ormai allo sviluppo della scienza.

I giovani oggi utilizzano il termine tecnologia per definire quello che in realtà rappresenta la periferia della tecnologia. Associano spesso tale termine ad oggetti che offrono illusive sensazioni di evoluzione. Nascono così siti internet e blog che utilizzano impropriamente il termine nel titolo al fine di comunicare che si sta parlando dell’ultimo modello del prodotto x.

Allora, tornando alla mia precedente domanda retorica: “Se l’aggiornamento tecnologico è rappresentato dall’ultimo smartphone, che cosa saranno mai: le nanotecnologie, lo studio dei fenomeni termoelettrici, gli accumulatori di energia cinetica a volano, le strutture realizzate basandosi sullo studio della biomimetica, gli smart materials, i materiali piezoelettrici di cui sono dotati i marciapiedi di un corso di Tolosa che autoalimentano i lampioni, le stampanti 3D, il taglio al plasma, i generatori termoelettrici, i sistemi E.R.S., il fotovoltaico retrofit, ecc.?”.

Prima o dopo il termine tecnologia è sempre bene porre un secondo termine che definisce la branca alla quale ci si riferisce (vedi ad es. nanotecnologie, tecnologia meccanica, tecnologia dei materiali, tecnologia alimentare, tecnologia microelettronica, tecnologia delle costruzioni, tecnologia delle comunicazioni, ecc.) per evitare di finire nel vago o, peggio, svalutare un concetto che ha un peso decisamente maggiore di un affascinante gadget.

Carrozzeria in composito

E’ più “tecnologico” chi possiede l’ultimo modello di consolle di gioco o chi, sapendo lavorare
i materiali compositi, ha ridotto il peso del suo veicolo andando quindi a ridurre i consumi
di carburante ed ottenendo quindi un beneficio economico?
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