Problemi ravvicinati del terzo tipo: problemi temporizzati

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Problemi che arriveranno se…

Oggi fai un acquisto, principalmente per le funzioni o per l’estetica che ha un certo prodotto (l’orientamento, anche se sbagliato, è questo), ma spesso non si è a conoscenza del fatto che la crisi dei mercati ha prodotto un effetto tecnico piuttosto interessante e, allo stesso tempo, rovinoso: l’obsolescenza programmata. Molte imprese produttrici di beni hanno ridotto drasticamente la qualità dei loro prodotti realizzandoli in maniera tale che si danneggino dopo un determinato numero di utilizzi o in un preciso arco temporale. Questo garantisce un ricambio più costante dei prodotti, maggiori sprechi, discariche più intasate del solito, un consumismo mirabolante e profitti salvapelle. Le imprese ci provano, poi se i consumatori ci cascano… Del resto in quanti sono veramente a conoscenza di cosa sia l’obsolescenza programmata e di come funzioni questo fenomeno a partire dalla progettazione di un prodotto, dalle scelte fatte intorno ad un tavolino, fino alla catena di vendita e assistenza? E chi ha realmente modo di sapere quale marchio ha optato per l’obsolescenza programmata e quale no?

Così quella manopolina si romperà dopo qualche centinaio di scatti, quella centralina si brucerà dopo un tot di cicli termici di riscaldamento e raffreddamento, quel display non si accenderà più dopo un numero precisato di ore, quel motore non percorrerà più di x chilometri, e così via. I consumatori non sono a conoscenza del tempo prefissato in progettazione per la durata di un componente, un insieme, un sistema, un oggetto, un prodotto, ma le aziende che optano per questa strategia lo sanno e fin troppo bene. Lo sanno al punto che hanno già previsto come organizzare i centri assistenza, lo sanno al punto che hanno già previsto che ti proporranno l’acquisto di un nuovo prodotto dando indietro il vecchio piuttosto che aggiustarlo, lo sanno al punto che hanno previsto di proporti costi di assistenza maggiori del costo di acquisto di un nuovo prodotto in modo da indurre la tua scelta verso il nuovo acquisto.

Ma come si riesce in tutto questo? Come al solito un problema di comunicazione indotto da disattenzione, disagi sociali, pensieri quotidiani e preoccupazioni in grado di occupare totalmente la nostra testa. Se nelle famiglie non ci si tramanda anche informazioni banali su quanto duravano i prodotti che acquistavano i nostri genitori un tempo, presto il concetto di qualità, nel suo senso più esteso e completo, verrà dimenticato. Per i nuovi giovani, che non sono a conoscenza del passato, sarà normale sostituire ossessivamente prodotti per i quali non conoscono il reale potenziale e la reale durata.

In realtà l’obsolescenza programmata non è una novità, esiste da decenni. La reale differenza con il passato è che negli ultimi anni molte aziende si sono convertite a questa strategia. Anche chi prima la disprezzava potrebbe esser caduto in tentazione al fine di salvare il proprio marchio, la propria azienda, i propri azionisti e gli investimenti fatti. Oggi insomma è molto più facile acquistare un prodotto che durerà poco.

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Problemi ravvicinati del terzo tipo: problemi temporizzati

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Image’s copyright: Paco Xiao

Problemi ravvicinati del terzo tipo: problemi opzionali

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Problemi che puoi scegliere di non avere

I problemi opzionali sono problemi che potresti tranquillamente non avere, se non fosse che, in linea di massima, siamo abituati a concepire l’esistenza a questo mondo nei soli modi che vediamo quotidianamente. Subito un esempio. Come potreste aver letto su altri miei articoli mi reco costantemente presso gli organi che si occupano di accompagnarti nell’apertura di un’impresa, nel reperimento di finanziamenti, prestiti agevolati, fondi perduti, agevolazioni, ecc.. Conoscendo le metodiche, i parametri di cui tener conto ed i calcoli della serva dell’imprenditoria giovanile ho fatto numerose previsioni su quello che può succedermi se, con l’attuale situazione, apro la partita iva per mettere a disposizione di tutti diverse mie idee. Nonostante ciò, fino ad ora, non c’è una sola strada valida per aprire l’attività senza rischiare pericolosi debiti. Questo perchè quello che desidero fare è “nuovo”, quindi un qualcosa che quando spieghi in linea di massima agli enti preposti, nessuno riesce ad inquadrare. Al contrario se dovessi aprire qualcosa che già esiste, ad esempio una caffetteria, i rischi, paradossalmente, sarebbero minori nonostante la crisi premi di più le idee nuove.

Quindi il succo di questo esempio è: apro la partita iva, vengo aggredito dalla pressione fiscale sia sull’attività che sulla ricerca e lo sviluppo, mi indebito, non riesco a fare ricerca, non riesco a sviluppare le mie idee, non riesco ad acquistare con un minimo di serenità i macchinari che mi occorrono (vedremo al termine dell’articolo uno dei principali motivi) e, probabilmente dopo un breve periodo, rischio di perdere anche quello che ho nel momento in cui inizio, prima di chiedere un finanziamento agevolato o un prestito d’onore. Così, al pensiero di ritrovarmi con meno di quello che ho in partenza e rischiando di compromettere non solo la mia vita ma la vita di chi mi sta intorno, mi chiedo: “Ma perchè aprire la porta a problemi che non ho o che comunque ho in misura minore?”, “Cerchiamo un’altra strada!”.

Ecco questo è un tipico esempio di problema opzionale, un problema che potresti tranquillamente non avere. Qualcuno potrà obiettare che l’imprenditoria è fatta di rischi. Sono ovviamente d’accordo, in passato ne ho corsi diversi molto volentieri. Alcuni hanno premiato altri meno, sicuramente da ogni rischio e da ogni errore si apprendono nozioni fondamentali che non trovi su alcun libro. Tuttavia la situazione, fino a qualche anno fa, era più leale. I rischi di oggi non sono normali rischi d’impresa, sono concrete tendenze suicida. Per mantenere il discorso quanto più concreto possibile di seguito vi riporto un altro esempio che avevo già anticipato in un precedente articolo.

Soluzioni quali il prestito d’onore per la giovane impresa possono risultare convenienti solo a patto che i tecnici incaricati di seguire un giovane imprenditore siano in grado di comprendere le nuove strade proposte da una mente brillante che riesce ad evolvere un meccanismo ed innovarlo. Personalmente ho dovuto rifiutare un prestito d’onore per via dell’ostinazione di una repsonsabile che non desiderava che io aprissi il laboratorio sotto casa. Costei riteneva infatti che non sarebbe stato giusto per eventuali futuri collaboratori raggiungere la mia abitazione anziché un capannone in zona industriale. Personalmente non comprendo il motivo di questo comportamento bizzarro e ostinato in quanto non vedo differenza alcuna tra alzarsi la mattina e recarsi in una via oppure alzarsi la mattina e recarsi in un’altra via. La mia soluzione mi permetteva di evitare i costi legati all’autoveicolo (acquisto, mantenimento, bollo, assicurazione, carburante, ricambi, ecc.), costi legati al pagamento di mutui/affitti, costi legati al pagamento di bollette doppie (casa/lavoro), costi legati al pagamento di tasse doppie… il tutto a favore delle attrezzature e degli strumenti che potevano permettermi di fare la differenza nella progettazione/realizzazione di un prodotto. Essendo inoltre il prestito d’onore un prestito di un ammontare piuttosto contenuto, non vedo come i tecnici abbiano ritenuto più logico propormi un prestito che sarebbe finito in pochi mesi nell’acquisto del nulla dato che 25.000 Euro massimi per socio unico o 50.000 Euro massimi per 3 soci, sarebbero terminati in meno di due anni per il solo pagamento di tasse, affitti e trasporti, ovvero rimanendo praticamente fermi a zero, senza nessuna attrezzatura ed in più con un debito sulle spalle. Se si è studiata a dovere l’imprenditoria e si conoscono realmente i meccanismi che la regolano e come può essere innovata, si comprende benissimo che il soggetto imprenditore ha più convenienza a non aprire dato che, a seguito di questa scelta, non subisce perdite e dato che, nei primi due anni di attività, tra l’altro in piena crisi, non può ipotizzare di realizzare dei veri profitti e può solo sperare di chiudere in pari, a zero. Zero per zero, tanto vale non prendere alcun prestito. Anzi, non aprendo non si perde ciò che si ha e quindi, al netto, si trae un maggiore vantaggio… teoria assurda che però trova campo d’esistenza in Italia.

Continua…

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Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Problemi che fruttano

Ci sono problemi che possono essere risolti (nonostante i tempi duri, nonostante possiamo averlo dimenticato, nonostante tutto, sì ci sono anche problemi che si possono risolvere) e per fortuna le soluzioni non sono impossibili da trovare e la loro conoscenza è alla portata dei più. Tuttavia non se ne parla, oppure se ne parla poco. E in fondo, perchè parlarne se ci sono sistemi che permettono di continuare a mantenere un atteggiamento, magari comodo ma sbagliato, senza andare in contro a grandi noie e pensieri?

Mi ha incuriosito di recente osservare uno slogan che suggeriva l’uso di un prodotto da introdurre nel cavo orale per ridurre i valori di acidità dopo un pasto. Effettivamente è vero, ridurre l’acidità in bocca è importante affinché si riduca il rischio di “innescare” la carie; infatti non sono, ad esempio, gli zuccheri a causare la carie in maniera diretta, bensì è l’acidità che essi inducono che crea le condizioni adatte per un bel buchetto nella prima falla disponibile sullo smalto (già immagino i bacilli dello streptococco mutans che, non appena raggiunta l’acidità sufficiente, esclamano nel dialetto che più preferite: “Bella raga, oggi c’è il clima favorevole, piantiamo giù un altro buco che forse è la volta buona che troviamo l’uscita!”. Perdonatemi…

Però mi chiedo se sia la soluzione migliore al problema ridurre l’acidità con archibugi oppure rendersi conto di quali cibi si sta ingerendo, di come sono fatti e di quali effetti possano avere sul nostro organismo. Del resto, scusate la digressione, praticamente nessuno ci pensa mai ma la carie è in realtà qualcosa di utile se considerata dal verso giusto. I denti sono organi chiave del primo tratto dell’apparato digerente, se questi si ammalano vi stanno comunicando che state ingerendo qualcosa per voi nocivo e che non riuscite a mantenere una corretta igiene orale. Inoltre se i denti non stanno bene, come staranno tutti gli altri organi dell’apparato digerente che non vediamo?

Le comodità portate all’eccesso sono la causa di molti disagi nevralgici di questi anni, la spinta al consumo ossessivo, l’obsolescenza programmata (il compra, butta e ricompra), l’obiettivo illusorio della crescita continua e costante, i consumi spasmodici di energia, il pensiero sempre più diffuso di avere tutto, subito, facilmente e a debito o con danni collaterali non immediatamente percepibili… A volte invece sarebbe meglio fermarsi un attimo, ragionare sul perchè delle cose e spendere un minimo di impegno per risolvere una questione con metodi un po’ più impegnativi ma completi e affidabili.

Continua…

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Streptococcus mutans
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Problemi ravvicinati del terzo tipo: problemi con ritorno atteso

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Problemi fittizi provocati per raggiungere uno scopo

Ci sono situazioni che nell’era moderna (chiamiamola così) le persone non sono disposte a tollerare. Situazioni che possono innescare reazioni concrete da parte di una popolazione che ha modo di rendersi conto più velocemente che in passato di qualcosa che non sta funzionando e, altrettando rapidamente, comunicare con altri individui generando aggregazioni sociali in grado di essere ascoltate seriamente. Per questo motivo chi coltiva particolari interessi, di dubbio valore etico, potrebbe esser costretto a generare un problema fittizio (un problema fasullo o che senza forzatura non ci sarebbe stato, o avrebbe avuto dimensioni di gran lunga inferiori) al fine di convincere chi osserva che la sua soluzione proposta, seppur scomoda e altrimenti inaccettabile, dovrebbe esser accettata per il bene di tutti.

Una logica inversa quindi, una logica che parte dallo studio di una soluzione utile ad una determinata realtà (che nutre particolari interessi), per poi arrivare allo studio del problema che può rendere accettabile, a chi osserva, la tale soluzione. Un po’ come se il soggetto tal dei tali desiderasse rendere più florido il mercato dei bulloni perchè ha problemi di profitto e, per raggiungere il suo scopo, inquinasse le fabbriche di collanti con sostanze cancerogene in modo da conferire una pessima immagine alla colla. A tal punto costui sarebbe libero di affermare: “Non comprate la colla, è tossica e in questo momento rappresenta un problema grave, non ci resta che utilizzare solo viti e dadi anche per attaccare le figurine sugli album dei calciatori!”.

Così le mamme dalle parrucchiere si ritroverebbero a dire: “Povero figliolo, questa mattina, dopo aver avvitato l’ultima figurina, l’album dei calciatori è arrivato a pesare 13 chilogrammi, un peso eccessivo per il suo zainetto e per la sua schiena!”, “Cosa vuole signora, del resto la colla in questo momento è troppo pericolosa, non ci resta che usare le viti!”. Ma nessuno, come accade solitamente, parlerebbe delle questioni centrali: Cosa ha reso la colla pericolosa? Come si fa per riportarla alla sua qualità ottimale? Chi ha tratto beneficio da questa situazione? Chi ci ha rimesso? Etcetera, etcetera…

Insomma è bene fare attenzione quando si valutano/accettano determinate soluzioni che ci vengono proposte come unica/ultima chance ad una situazione di disagio, perchè le responsabilità del disagio stesso potrebbero esser state impropriamente attribuite a coloro che non ne sono i reali autori.

Continua…

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Problemi ravvicinati del terzo tipo: problemi temporizzati

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Non si può credere solo alle prime apparenze altrimenti si rischia di rimanere ingannati,
esattamente come accade con la Fata Morgana. In ottica la Fata Morgana è un miraggio
dall’effetto tanto affascinante quanto inquietante per il tipo di illusione ottica che offre.
Esso si può osservare sia su terra che su mare in una ridotta porzione di cielo/terra
oppure di cielo/mare a cavallo dell’orizzonte. Si tratta di un miraggio frequente nelle
regioni polari e nei deserti (osservabile anche in Italia nello stretto di Messina) che
distorce in maniera considerevole l’oggetto su cui ha effetto restituendo alla vista una
immagine alienante che può deformarsi rapidamente senza soluzione di continuità.
Image’s copyright: Jack Stephens

Quelli che non partecipano: Spirito di comunità

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Quelli che non partecipano

Dite la verità, alle volte ve lo chiedete pure voi… chissà perchè nel condominio tutti sanno il lavoro che fate ma solo pochi vi chiedono un suggerimento o si rivolgono a voi per avvalersi della vostra esperienza, professionalità o semplicemente per il fatto che vi conoscono. Ho detto semplicemente “nel vostro condominio” ma potrebbe trattarsi di un amico, un parente, un conoscente, un collega, un vicino o persino una persona della quale voi stessi siete un cliente fidato da anni. Magari siete un artigiano, magari realizzate o vendete dei normalissimi prodotti ma di tutto il vicinato solo uno, o nemmeno quello, ha acquistato anche un solo pezzo da voi. Magari vendete frutta e verdura o siete degli abili elettrauti, eppure la casalinga della porta accanto attraversa la città per andare da un altro mercante di ortofrutta o il tipo simpatico che vive al piano di sotto non vi porta mai l’auto nemmeno per cambiare una lampadina.

Perchè succede? Come mai ci si ritrova insieme nei bar o sul marciapiedi fuori dal lavoro a parlare di cosa e di chi non ci soddisfa in questo paese ma poi, matematicamente, si comprano prodotti di aziende alle quali fa capo il personaggio che non si stima, ci si rivolge alle banche di cui si sono dimenticati troppo facilmente i danni compiuti in passato, si va nel centro commerciale che opera da anni con comportamenti opportunistici che hanno fatto chiudere la piccola e amabile bottega di vostra moglie o vostro marito, si acquista una maglietta o un pantalone dallo straniero che sfrutta senza regole la manodopera commettendo degli abusi sui suoi connazionali e sul nostro mercato, e così via? Si dà addosso quotidianamente a personaggi ai quali però ci rivolgiamo indirettamente con costanza ed ai quali, tra le altre cose, diamo più denaro di quanto non vorremmo. Spesso solo per ozio, per comodità, perchè tanto si pensa che non cambi nulla o perchè magari non siamo sufficientemente informati e non sappiamo che la persona che non stimiamo e che secondo noi ci danneggia è proprio quella che finanziamo da una vita.

E in tutto questo irrazionale trambusto non abbiamo fatto caso al fatto che il nostro vicino realizza o tratta da una vita quel prodotto che ci serve. Non abbiamo fatto caso che se gli dessimo il nostro contributo potrebbe acquistare quel macchinario in più, quell’accessorio in più, quei prodotti in più per offrire un servizio ancora migliore e apprezzato. Ma qual è il motivo in fin dei conti? In fin dei conti è semplice, peccati veniali commessi da ognuno di noi, vuoi per cocciutaggine, vuoi perchè si ripudiano con troppa facilità i cambiamenti e le aperture mentali. Nella maggior parte dei casi si tende a non andare da chi si conosce per timore di far vedere cosa compriamo, su cosa spendiamo, su cosa risparmiamo, cosa non capiamo. Altre volte perchè siamo imbarazzati, magari il vicino elettrauto vi sente sempre litigare con vostra figlia adolescente. Altre volte ancora per invidia… quante volte ho sentito dire, nel paesino dove vivo, frasi pessime del tipo: “Io a quello i soldi miei non glie li dò!”, oppure “Se quello si arricchirà non sarà per mano mia!”. Spesso un dannato e ignorante timore collettivo di generare un altrui vantaggio, arreca danni maggiori ad una nazione rispetto a quelli provocati da amministrazioni più o meno conscie della loro incapacità.

Divisi da ambizioni economiche, da pensieri su come si amministra la nazione, da squadre del cuore, da pensieri religiosi, da stili di vita, da condizioni sociali, da tutto… Questo è il problema, siamo stati divisi e resi soli in una fantomatica corsa verso un benessere fittizio. Non c’è aggregazione, non c’è spirito di comunità, ognuno fa la sua corsa. I cittadini italiani sono come animali solitari che è facile predare. Ma la savana insegna che specie simili, in branco, hanno più probabilità di resistere agli attacchi di chi, nella catena alimentare, si trova più in alto. Noi no, noi ci stiamo facendo mangiare uno ad uno attratti da un sottocosto, da una comodità, da un comportamento sociale diffuso, dall’invidia, dal menefreghismo e, cosa peggiore, dalla malattia di non pensare mai al futuro ma sempre, di volta in volta, a ciò che più ci fa comodo adesso, subito. E in questo dissesto mentale qualcuno ci sguazza e sfrutta al meglio, per i propri interessi, gli spazi enormi che si creano tra le persone al fine di edificare un’economia che non può funzionare.

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Quelli che voglion comandare

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In gruppo ci si sente più al sicuro, anche contro temibili avversari.
Image’s copyright: Dante Andrea (Oly)
Visita il Portfolio di Oly al seguente indirizzo: www.juzaphoto.com/p/Oly

La natura dell’uomo

Vi siete mai chiesti come mai quando cercate di fare del bene a qualcuno, nonostante i buoni intenti, il gesto di frequente non riesce? Vi siete mai posti la domanda su come possa una persona preferire una scelta che non porti alcun vantaggio ma anzi…
Sicuramente coloro che affrontano la vita con curiosità cercando di capire il funzionamento ed il perchè delle cose, qualche domanda del genere se la sono posta. Magari sapete che un determinato cibo o una determinata abitudine danneggiano l’organismo privandolo della salute o della piena funzionalità, oppure siete a conoscenza della dubbia qualità di un prodotto o di un servizio ma il vostro interlocutore non manifesta alcun interesse o sostiene fermamente il contrario nonostante voi abbiate prove concrete e fonti attendibili sul tema. In altri casi evita di ascoltarvi o, addirittura, arriva ad inalberarsi nei vostri confronti. Lo stesso può accadere quando si consiglia (previa preparazione attendibile sul tema) un prodotto o, perchè no, si offre il proprio punto di vista su una scelta contornata da grandi perplessità. Così di seguito vorrei riportare dei brevi spunti per riflettere, delle provocazioni per costruire una logica attorno alle origini di questi atteggiamenti assunti da una vasta gamma di soggetti.

Felicità

Diversi soggetti non riescono a reggere la paura di vivere la felicità in quanto l’unico modo che conoscono per viverla è accompagnato da un costante timore di perderla. Molto più facile una piatta sensazione di nulla ove il nulla è giustificato (a mio avviso impropriamente) come una situazione sicuramente non positiva ma allo stesso tempo sicuramente non negativa. Calma apparente, nessuna sorpresa, nessuna emozione, nessun rischio di vivere le emozioni, nessun successo, nessun fallimento, nessun rischio di illusioni. Sicuramente nessun istinto di vivere la vita a fondo provandola e gustandola per quello che realmente è, cogliendone numerose sfaccettature che oggi più che mai sfuggono troppo facilmente.

Problemi

L’affermazione che segue può essere considerata inizialmente astrusa ma ragionandoci su, se osservate bene il soggetto cui fa riferimento, potreste intravedere a cosa alludo. Esistono persone che inconsciamente non vogliono che qualcuno risolva i loro problemi; questo dà loro la possibilità di lamentarsi perennemente. Loro giurerebbero di no ma se osservate bene l’ardore ed il piacere che la “lamentela” offre a costoro, capite in un baleno come non se ne possano privare. Per loro lamentarsi è il sale della vita. Perchè sottrarre loro un tale privilegio? Poi vi sono coloro che, pur non lamentandosi, perseverano in situazioni claudicanti e non affrontano problemi per paura dell’esito e, ancor prima, dell’impegno che questi richiedono per la loro risoluzione. Paura delle difficoltà. Infine, indubbiamente, vi sono problemi che, volenti o nolenti, non è possibile risolvere per motivi di forza maggiore, questi non rientrano ovviamente nel tipo di situazione analizzata.

Verità

La gran parte delle persone non vuole realmente conoscere la realtà su un tema che può essere di loro interesse personale. Questo per il semplice fatto che la realtà è “dannatamente” impegnativa ed ostile. E’ certamente più facile vivere trastullandosi tra fantasie improbabili che prendono il posto della verità nelle menti più fragili. Conoscere la verità significa poter andare in contro a condizioni che spesso non si conoscono e si teme di non saper affrontare, significa che si possono anche vivere sensazioni spiacevoli e frustranti. L’allegria del soggetto che ignorava l’esistenza di problematiche ben più complesse di quelle immaginate diede adito all’espressione: “Beato te che non sai niente”, come a dire che chi “ignora” vivrà con qualche pensiero in meno (anche se con sorprese talvolta più pesanti della verità).

Conclusione

Se qualcosa può non rendere felice la massa e se voi avete compreso di cosa si tratta ma non trovate orecchie che ascoltano (tantomeno che capiscono) non preoccupatevene perchè rischierete solo di perdere energie utili a fornire il vostro prezioso contributo alle persone più vicine a voi. Quelle alle quali, con un po’ di sforzo, meglio può arrivare il vostro messaggio.
Puoi sforzarti quanto vuoi di cambiare il mondo ma non ci riuscirai. La massa non vuole cambiamenti, vuole abitudini che considera (erroneamente) stabilità*. Tra l’altro poi chi cerca troppo spesso di aiutare gli altri lo fa per non pensare ai propri problemi e, ironia della sorte, mentre si occupa degli altri non sta risolvendo i propri problemi lasciando la situazione personale inalterata (questo verifica logicamente il concetto espresso al paragrafo “Problemi”.
Avete mai visto qualcuno che smette di fumare perchè sul pacchetto di sigarette c’è scritto che il fumo nuoce gravemente alla salute? Ci sono già pronte nella mente mille giustificazioni che regolarizzano l’atto messo in cattiva luce da una sola affermazione.
La verità rende liberi… ma l’uomo, quando è veramente libero, non sa che pesci prendere e si perde in un bicchier d’acqua. Il mondo non cambierà per tutti, iniziate dal vostro quotidiano e dalle persone a voi più care. Abbiate il coraggio di circondarvi di persone che non siano lì per tenervi compagnia (almeno non solo per quello) ma per costruire qualcosa insieme. Solo così si cambia il mondo, ma il risultato è puramente una conseguenza di miliardi di casi più piccoli che si sommano l’uno con l’altro.

Note

*Si tratta dello stesso male che affligge tutte le aziende medio grandi che credono nell’obiettivo della crescita costante e continua. Queste operano ogni giorno rifiutando ogni sorta di cambiamento nel timore che qualcosa possa andar storto o comunque in maniera diversa dal consueto.

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Ti senti al sicuro in Italia?

Rubrica: Crisi, osservazioni e riflessioni

Titolo o argomento: Restare e fermarsi o partire in tutti i sensi?

Ti senti al sicuro in Italia? Io personalmente non sento al sicuro i miei progetti, le mie ricerche, il mio futuro e persino la possibilità di formare una famiglia che sia tale a 360 gradi. Credo che quando una persona riesce a sentirsi più a suo agio in uno stato estero dove, in fin dei conti, non conosce nulla a partire dai meccanismi sociali fino alle persone, le abitudini, le regole, il quotidiano… beh allora significa che la situazione nello stato d’origine può essere considerata davvero in via di regresso. Ogni passo compiuto in avanti sembra un passo verso l’involuzione, la degenerazione.

In Italia non c’è differenza di potenziale, il motore si è fermato, la situazione è al pari di una batteria che ha subìto una profonda scarica e forti maltrattamenti. Difficilmente ricaricandola riuscirà a raggiungere la tensione massima e l’autonomia che raggiungeva nelle migliori condizioni. Insomma non c’è più modo di accumulare le cariche necessarie per mettere in moto il meccanismo per un tempo debito. L’unico modo per andare avanti richiede di cambiare batteria.

Quando inizi a renderti conto che il ruolo che è stato scelto per l’Italia nel mondo non è quello dedito al progresso, alla ricerca, alla reale evoluzione tecnologica che, vi ricordo, non è uno smartphone o una consolle di gioco, quando per benessere non si intende lo stato di buona salute fisica e psichica (felicità), la prosperità economica in direzione di una meritata agiatezza dopolavoro, ma l’avere la tv satellitare, l’ultima utilitaria alla moda e la possibilità di giocare settimanalmente a “matematicamente invani” tentativi di fortuna, allora capisci che la tua nazione è stata deturpata, violentata, torturata e che, se anche poteva dare di più, è quasi impossibile che superi il trauma.

Certo a men che il suo tessuto non si ricambi con nuovi giovani pieni di principi e desiderio di “fare” non strettamente legato alla propria sete di ricchezza e benessere ma ad una sete collettiva di sforzi di squadra. Così si può sperare in noi giovani e nei giovani che verranno ma… quali giovani verranno se noi giovani non riusciamo a formare famiglie ed avere dei figli?

L’Italia è come una supercar nelle mani di chi non se la può permettere, il serbatoio è quasi vuoto e, anche se ci si ferma a fare rifornimento, con i pochi spiccioli a disposizione (raccolti a gran fatica da tutti gli italiani) si farà giusto in tempo a riaccendere il motore per fermarsi pochi metri più avanti, ancora una volta, ancora prima.

L’Italia è il luogo dove chi amministra la nazione fa battute comiche, i comici fanno informazione e le trasmissioni televisive, talvolta condotte da soubrette, si occupano di truffe, scandali, ingiustizie e quant’altro. Un po’ come se vi sposaste in accappatoio, andaste a nuoto in doppiopetto e cambiaste l’olio all’auto in tuta da sci.

L’Italia sembra un ufficio dove si portano avanti investimenti temerari e variegate speculazioni finanziarie alle quali il cittadino è chiamato a partecipare passivamente, in primo luogo come finanziatore obbligato e, successivamente, come impiccio da mantenere inerte.

E così si batte sempre e solo sul lavoro nero, che comunque è senza dubbio un male, ma si decentra il discorso da tanti altri veri mali, che non possono essere ignorati, quali la cattiva gestione del paese, i cattivi investimenti effettuati, gli sprechi, il denaro mal gestito, il denaro indebitamente sottratto, tutto ciò che è rimasto nell’incompiuto dalle opere pubbliche ai progetti che portano i vari settori di una nazione (istruzione, ricerca, sanità, comunicazioni, energia, ecc.) verso lo sviluppo. Sempre a battere solo sul lavoro nero quasi come se questo fosse venuto da sé ma, in fondo, quale italiano avrebbe mai avuto voglia di lavorare in nero se fosse stato ben servito dal suo stato? La costituzione italiana va rispettata, le tasse devono offrire un ritorno nei servizi e non costituire un assorbimento senza resa per tamponare, finché è possibile, gli altrui errori. Gli articoli della costituzione italiana andrebbero rispettati con devozione e non dimenticati, sviati quasi fingendo di non averli visti.

Il sentimento più naturale che dovrei provare dovrebbe essere quello di rimanere in Italia quasi come se non ne potessi fare a meno, quasi come se l’andar via dovesse essere un dolore… invece io non vedo l’ora di essere fuori da una realtà che non sento appartenermi e che dà importanza all’opportunismo e alla furbizia, al gioco, alle donne di dubbia fama, ai privilegi, ai beni che possono essere ottenuti con il potere, alle apparenze e all’apparire, alla sensazione di potere, ai lussi ed alle comodità più sfrenate, ai sotterfugi, alle distrazioni, ai distoglimenti dell’attenzione per occuparsi di altro e all’uso inadeguato delle parole della lingua più bella del mondo affinché si creda che il benessere, il lavoro, l’istruzione, l’Università, la ricerca, la salute, l’autonomia, lo sviluppo, la produzione, la filiera corta, i prodotti della terra, la casa, i trasporti, l’energia, i servizi pubblici, l’arte e tutto quello che impropriamente ho omesso, siano altro.

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L'Italia in riserva

Autonomia limitata e consumi ai vertici della categoria…

Quelli che non collaborano…

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Quelli che non collaborano… ma ti stanno intorno.

Negli ultimi anni, in cui le mie collaborazioni si sono piacevolmente intensificate, ho avuto modo di notare l’esistenza di un particolare soggetto che prima, vuoi per l’età o vuoi per l’inesperienza, non avevo mai notato. Si tratta di quella particolare figura che non collabora nel modo più assoluto in un team di persone che hanno lo scopo comune di estrarre il meglio da un progetto, dalla voglia di fare e di cooperare con la massima volontà. Sto parlando di quel tipo di persona* che, pur di non farti riuscire in un tuo progetto, evita di collaborare attivamente arrivando a danneggiare persino sé stessa. Si tratta di soggetti che non si rendono conto di arrecar danno in primis a sé stessi e tutto questo pur di non farti riuscire nell’impresa, quasi a dire:”Se avrai successo, non sarà anche per mano mia…”. Voi non andate avanti e nemmeno loro… Sono gli abissi della psiche umana come direbbe Giacomino Poretti. A mio avviso si tratta di un grave conflitto interiore di persone che vedono con occhio estremamente invidioso le opportunità che si possono presentare a vantaggio di un intero team di intraprendenti. Costoro generalmente vogliono riuscire esclusivamente da soli, non sono adatti a lavorare in un’équipe ma potrebbero ritrovarvisi all’interno per la loro simpatia ed estroversione. Una doppia faccia decisamente pericolosa.

Allora come riconoscere queste persone se riescono a mascherarsi così bene ed a mascherare i loro sentimenti conflittuali? A dire il vero non ho un metodo né tantomeno la bacchetta magica ma ho potuto notare alcuni degli aspetti più caratteristici di questi soggetti. Generalmente potete chiedere loro una cosa all’infinito, riceverete sicuramente un sorriso con una risposta positiva che vi garantisce ogni volta che quanto richiesto verrà fatto, ma ogni singola volta, o la maggior parte delle volte, sarà un’attesa vana; oppure riceverete uno sguardo serio e premuroso di chi sembra già impegnato in quanto avete chiesto e, probabilmente, impegnato anche da mille altre cose che non avete chiesto ma che, si sostiene, essere proprio destinate a voi. Passa il tempo e le cose sembrano restare sempre ferme, anzi non sembrano, lo sono realmente. Questo tipo di persona si comporta come un vero e proprio freno. State sempre in attesa che esegua una mossa che aiuti il resto del team ma, anzi, il team è perennemente frenato e spesso manca i risultati perchè la persona in questione non ha fatto nemmeno il minimo possibile, a dire il vero… non ha fatto nulla. Un gran fumo di parole dissoltosi nell’aria. La situazione si protrae a lungo eppure le grandi doti di simpatia o di comunicazione del “collega freno” non vi fanno minimamente dubitare che inconsciamente esso desideri il contrario di quanto state desiderando voi. Perchè questa persona in fondo non desidera che il suo contributo possa portare successo anche ad altri, questo lo ingelosice perchè vorrebbe che tal successo fosse solo suo. Il suo primo problema è il non concepire un’azione di gruppo, con tutti i suoi vantaggi, come può esserlo lo sport di squadra (il calcio, il basket o la pallavolo ad esempio). Il secondo problema di questa persona è, purtroppo, l’invidia (il vero freno della situazione che non evolve), teme che il suo contributo possa conferire onori a chi prima o poi farà a meno di lui perchè, in fondo, è lui il primo che vorrebbe volentieri fare a meno di voi**.
Quando formate un team quindi, state attenti a chi mettete in squadra, a volte scegliere una persona un po’ meno brava (ad approfondire la formazione si fa sempre in tempo) ma estremamente collaborativa, attiva e che conclude, può portare risultati insperati e più rapidamente del previsto. Così quel fastidioso senso di pesantezza e rallentamento svanisce senza l’uso di protettori gastrici 🙂

*Se le incontrate, evitatele. Sono piene di invidia.
**Quello che teme negli altri è quello che costui/costei solitamente, consciamente o inconsciamente, fa e conosce bene.

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Quelli che non collaborano
Quelli che non partecipano: Spirito di comunità
Quelli che ci fanno retrocedere: I retrocessori
Quelli che imparano la vita a memoria
Quelli che non vogliono dire grazie
Quelli che ti devono far cadere per forza
Quelli che voglion comandare

Don Chisciotte

Aspettarsi collaborazione e lavoro di squadra da chi non ne ha
alcuna intenzione è un po’ come lottare contro i mulini a vento.
Image’s copyright: marcosoma.blogspot.it

Commercio aggressivo

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Sistemi aggressivi, segnali chiari dell’ultimo tentativo prima del KO

Per distogliermi dai soliti impegni ho deciso di andare a fare un giro con la mia ragazza in un luogo che generalmente non frequento, una grande superficie (come dicono nell’ambiente commerciale) o, per intenderci meglio, un centro commerciale (come lo chiamano i consumatori). All’interno di questo centro mi ritrovo a visitare un noto negozio di scarpe sportive per il puro gusto di osservare e curiosare sui materiali utilizzati, sulle diciture riportate sulle targhette, su cosa sia cambiato nell’estetica delle proposte per questo inverno, su quali ritorni al passato siano stati riproposti e tutto ciò che poteva passarmi per la mente. Fatto sta che una cosa non c’era sicuramente nei miei pensieri, compiere un acquisto.

Ebbene, come in una di quelle storie che partono dal finale, vi anticipo che siamo stati costretti ad uscire nel minor tempo possibile perchè avvolti da un insistente vortice di venditori ostinati a starci addosso come stickers. Nel negozio eravamo pochissimi e circondati da ben quattro venditori i quali, come su un campo di battaglia, erano in contatto tattico tra loro. Ci osservavano da punti strategici e si guardavano tra loro mandandosi dei rapidi messaggi gestuali ogni qualvolta la mia ragazza ed io cambiavamo reparto. Non si staccavano mai, se guardavo un prodotto (solo perchè qualcosa dovevo pur guardare mentre mi giravo intorno) i commessi più vicini, abili e scattanti, si proiettavano verso ciò che osservavo, prendevano in mano il prodotto e iniziavano la loro esposizione perseverando nel ripetere quanto fosse bello, particolare e a buon prezzo. Se io e la mia lei osservavamo prodotti differenti, loro si suddividevano su diverse fasce del negozio e ci raggiungevano entrambi talvolta persino superandoci (probabilmente si trattava di un fuorigioco). Ogni prodotto recensito (senza richiesta) era una rara occasione che, allo stesso tempo, avevano venduto moltissimo (a detta dei venditori). A parte il fatto che non deve essere facile vendere qualcosa di raro che al contempo hanno tutti, non riuscivo a smettere di pensare a che triste sorte fosse capitata a questi ragazzi. Come mai così ossessionati? Come mai sembravano in preda ad un simile panico? Non riuscivano proprio a nascondere un volto quasi disperato.

Poi, in un breve frangente, tutto è diventato chiaro. Esattamente quando la mia ragazza, che non riusciva a guardare un paio di scarpe* liberamente o a prendere una felpa in mano, si è scaldata ed ha mandato in un posto ricco di natura uno dei commessi insistenti, invadenti e anche, diciamocelo, sorprendentemente maleducati, è successo qualcosa di inaspettato. I quattro ragazzi del negozio (due ragazzi e due ragazze) si sono ritirati lasciandoci guardare in pace i prodotti esposti e, nel giro di un paio di minuti, è uscito dal retro bottega il capo dei commessi visibilmente inquieto riprendendo tutti e chiedendo loro perchè avessero smesso di starci addosso (osservava tutto dalle telecamere, altra questione discutibile).

A quel punto è stato tutto evidente, non erano quei ragazzi ad essere maleducati, era il responsabile che stava nel retro che li obbligava a mantenere un atteggiamento di vendita aggressivo. Dopo le minacce nei confronti dei poveri quattro commessi, la mia ragazza ed io ci siamo guardati e con un’aria esterrefatta ce ne siamo andati tra la mortificazione più totale di quei ragazzi che in fondo erano lì solo per lavorare e invece si ritrovavano costretti ad insistere sui clienti, spronati da un pessimo leader, al fine di tentare un’opera di convincimento che io chiamerei in un altro modo ma… va bhé.

La crisi c’è più che mai, si sente forte e sembra non volerne sapere di volgere al termine. Non si contano più le volte in cui si è sentito dire: “Questo ormai è l’ultimo anno, adesso vedrai che riprende questo settore, poi quell’altro più lentamente lo seguirà e via via tutti gli altri…”, ed anche in un semplice negozio di scarpe di un centro commerciale è possibile osservare “in miniatura” ciò che sta accadendo all’Italia in grande.

*Non togliete le scarpe dalla vita di una donna se volete vivere sereni.

il_calzolaio_un_artista.jpg

Ma dove sono finite le botteghe di una volta? C’era il negozietto tipico, caratteristico e specializzato
(dove ad ogni domanda corrispondeva una curiosa risposta, talvolta una lezione di vita o di storia)
che vendeva olio e vino, quello che vendeva solo i salumi, quello dei latticini, la bottega del falegname
(che faceva vere opere d’arte a prezzi umili perchè oggi sono per noi opere d’arte ma all’epoca erano
per lui la normalità), la bottega del calzolaio, il sarto, il fabbro, il ristoratore, il fornaio… A qualcuno
venne in mente di concentrare tutto in un posto solo e, da un’idea che poteva avere un qualche criterio
di utilità (il parcheggio) è emerso il caos, l’inesperienza, prodotti di scarsa qualità, la nascita dei mercati
paralleli, condotte di mercato che danneggiano i piccoli commercianti, fino ad arrivare al commercio
aggressivo come ultima (credo) soluzione per sostentare un sistema pieno di falle che, fragile e
indebolito, non si regge più in piedi. Speriamo torni presto la stagione dei piccoli, abili, esperti e
appassionati di un mestiere vero.
Image’s copyright: Britta Picznitzky