L’ennesima scelta errata del mercato dell’automobile – Parte 1

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili

Titolo o argomento: Auto spinte per famiglie trattenute dalla crisi

La tecnica motoristica ed il mercato parlano due lingue diverse

Una volta assodato che, secondo la tecnica motoristica, uno dei modi migliori per far durare a lungo un veicolo consiste nel dotarlo di un motore di media cilindrata e ridotta potenza specifica (vedi il paragrafo successivo per la definizione di potenza specifica), mi chiedo come mai la maggior parte delle case automobilistiche di questi tempi abbiano optato per una direzione totalmente opposta. Personalmente non credo si tratti della soluzione migliore per tentare di allontanarsi dalla grande crisi che ha visto il settore Automotive come una delle principali vittime.

Tradotto in altri termini significa che si punta su veicoli fragili, delicati che, secondo chi decide le strategie, dovrebbero garantire un maggior ricambio di autovetture e quindi maggiori vendite (quasi a credere che se il motore di un’automobile si rompe, una famiglia sostituirà subito il veicolo con uno nuovo con la stessa facilità con cui cambia una lampadina… filosofia assurda). Inoltre potenze molto elevate su normali utilitarie costringono al pagamento di bolli salati in una fascia di mercato che ne farebbe volentieri a meno.

A questo punto si potrebbe obiettare che è sufficiente scegliere la propria auto per la famiglia con una potenza inferiore. Ma è proprio questo il punto. Non ci sono più in catalogo. Per avere un mezzo con una potenza inferiore si è costretti a scendere di cilindrata ma le potenze specifiche in gioco sono sempre alte ed a sfavore della longevità del mezzo. In sostanza in catalogo non si trovano più le famose medie cilindrate in più varianti tra cui anche quella a potenza ridotta (es. 2 litri turbodiesel in versione da 90, 105, 120, 150 o, eventualmente, 180 cavalli). Sta praticamente scomparendo il classico 2 litri turbodiesel da circa 100 cavalli che per anni ha tenuto la testa all’interno della gamma di alcune delle vetture dotate di maggior affidabilità, longevità, costi di bollo e assicurazione ragionevoli, nonché un ottimo rapporto efficienza/costi. Quest’ultimo fattore in particolar modo risulta fondamentale per le tasche delle famiglie “normali” che necessitano di un mezzo intermedio utilizzabile in città così come nei lunghi spostamenti extraurbani.

Il gioco della potenza specifica

La potenza specifica è uno dei dati principali (probabilmente il più intuitivo e comprensibile al largo pubblico) che vi offre una previsione sulla vita utile di un motore in rapporto al tipo di utilizzo per il quale è stato progettato. Si esprime solitamente in CV/litro o kW/litro, essa misura la quantità di potenza erogata per unità di cilindrata (detto volgarmente indica quanti cavalli sviluppa un dato motore ogni 1.000 centimetri cubici). Un veicolo dotato di una potenza ridotta non è detto che sia un veicolo economico (dove per economico non si intende solo il basso costo di acquisto ma anche la durata, l’affidabilità ed il costo di esercizio/mantenimento che il prodotto comporta) in quanto se la sua cilindrata è notevolmente sottodimensionata questo potrebbe comunque avere una elevata potenza specifica.

Ad esempio se vi fosse in commercio una utilitaria di 1.000 centimetri cubici (ovvero 1 litro di cilindrata) con 115 cavalli, la signora Maria che solitamente guarda le ricette in tv penserebbe di stare acquistando una delle solite vetture “mille” che erano diffuse quando lei era giovane negli anni ’60. Non si rende conto che invece sta acquistando un veicolo che ha una potenza specifica analoga a quella delle Ferrari più prestigiose. Ovvio che l’esempio è esagerato ma spero chiarisca la logica del discorso anche ai meno pratici. In fondo si chiede di ragionare su una semplice divisione, potenza (espressa in cavalli o chilowatt) fratto cilindrata (espressa in litri), dove più ti avvicini a 100 e più il motore è spinto e potenzialmente fragile, più ti avvicini a 50 e più il motore è “tranquillo” e potenzialmente longevo. Ovviamente esistono motori in grado di superare abbondantemente i 100 cavalli/litro ma parliamo di mezzi destinati a tutt’altre strade. Inoltre, per correttezza, va sottolineato che la longevità del motore dipende anche dalla bontà del progetto, la qualità dei materiali impiegati, la correttezza delle lavorazioni eseguite e, naturalmente, da come viene utilizzato.

Continua…

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Motori usa e getta

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Una nota vettura station wagon di alcuni anni fa curiosamente impegnata nel campionato turismo britannico.
Una scena che attualmente non si distanzia poi tanto dall’ideale di produzione di molte case automobilistiche.
Immagine tratta da una ricerca sul web. Se siete i proprietari del diritto d’autore dell’immagine,
potete chiederne la rimozione o indicarci il copyright da specificare. Image taken from research
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Ti senti al sicuro in Italia?

Rubrica: Crisi, osservazioni e riflessioni

Titolo o argomento: Restare e fermarsi o partire in tutti i sensi?

Ti senti al sicuro in Italia? Io personalmente non sento al sicuro i miei progetti, le mie ricerche, il mio futuro e persino la possibilità di formare una famiglia che sia tale a 360 gradi. Credo che quando una persona riesce a sentirsi più a suo agio in uno stato estero dove, in fin dei conti, non conosce nulla a partire dai meccanismi sociali fino alle persone, le abitudini, le regole, il quotidiano… beh allora significa che la situazione nello stato d’origine può essere considerata davvero in via di regresso. Ogni passo compiuto in avanti sembra un passo verso l’involuzione, la degenerazione.

In Italia non c’è differenza di potenziale, il motore si è fermato, la situazione è al pari di una batteria che ha subìto una profonda scarica e forti maltrattamenti. Difficilmente ricaricandola riuscirà a raggiungere la tensione massima e l’autonomia che raggiungeva nelle migliori condizioni. Insomma non c’è più modo di accumulare le cariche necessarie per mettere in moto il meccanismo per un tempo debito. L’unico modo per andare avanti richiede di cambiare batteria.

Quando inizi a renderti conto che il ruolo che è stato scelto per l’Italia nel mondo non è quello dedito al progresso, alla ricerca, alla reale evoluzione tecnologica che, vi ricordo, non è uno smartphone o una consolle di gioco, quando per benessere non si intende lo stato di buona salute fisica e psichica (felicità), la prosperità economica in direzione di una meritata agiatezza dopolavoro, ma l’avere la tv satellitare, l’ultima utilitaria alla moda e la possibilità di giocare settimanalmente a “matematicamente invani” tentativi di fortuna, allora capisci che la tua nazione è stata deturpata, violentata, torturata e che, se anche poteva dare di più, è quasi impossibile che superi il trauma.

Certo a men che il suo tessuto non si ricambi con nuovi giovani pieni di principi e desiderio di “fare” non strettamente legato alla propria sete di ricchezza e benessere ma ad una sete collettiva di sforzi di squadra. Così si può sperare in noi giovani e nei giovani che verranno ma… quali giovani verranno se noi giovani non riusciamo a formare famiglie ed avere dei figli?

L’Italia è come una supercar nelle mani di chi non se la può permettere, il serbatoio è quasi vuoto e, anche se ci si ferma a fare rifornimento, con i pochi spiccioli a disposizione (raccolti a gran fatica da tutti gli italiani) si farà giusto in tempo a riaccendere il motore per fermarsi pochi metri più avanti, ancora una volta, ancora prima.

L’Italia è il luogo dove chi amministra la nazione fa battute comiche, i comici fanno informazione e le trasmissioni televisive, talvolta condotte da soubrette, si occupano di truffe, scandali, ingiustizie e quant’altro. Un po’ come se vi sposaste in accappatoio, andaste a nuoto in doppiopetto e cambiaste l’olio all’auto in tuta da sci.

L’Italia sembra un ufficio dove si portano avanti investimenti temerari e variegate speculazioni finanziarie alle quali il cittadino è chiamato a partecipare passivamente, in primo luogo come finanziatore obbligato e, successivamente, come impiccio da mantenere inerte.

E così si batte sempre e solo sul lavoro nero, che comunque è senza dubbio un male, ma si decentra il discorso da tanti altri veri mali, che non possono essere ignorati, quali la cattiva gestione del paese, i cattivi investimenti effettuati, gli sprechi, il denaro mal gestito, il denaro indebitamente sottratto, tutto ciò che è rimasto nell’incompiuto dalle opere pubbliche ai progetti che portano i vari settori di una nazione (istruzione, ricerca, sanità, comunicazioni, energia, ecc.) verso lo sviluppo. Sempre a battere solo sul lavoro nero quasi come se questo fosse venuto da sé ma, in fondo, quale italiano avrebbe mai avuto voglia di lavorare in nero se fosse stato ben servito dal suo stato? La costituzione italiana va rispettata, le tasse devono offrire un ritorno nei servizi e non costituire un assorbimento senza resa per tamponare, finché è possibile, gli altrui errori. Gli articoli della costituzione italiana andrebbero rispettati con devozione e non dimenticati, sviati quasi fingendo di non averli visti.

Il sentimento più naturale che dovrei provare dovrebbe essere quello di rimanere in Italia quasi come se non ne potessi fare a meno, quasi come se l’andar via dovesse essere un dolore… invece io non vedo l’ora di essere fuori da una realtà che non sento appartenermi e che dà importanza all’opportunismo e alla furbizia, al gioco, alle donne di dubbia fama, ai privilegi, ai beni che possono essere ottenuti con il potere, alle apparenze e all’apparire, alla sensazione di potere, ai lussi ed alle comodità più sfrenate, ai sotterfugi, alle distrazioni, ai distoglimenti dell’attenzione per occuparsi di altro e all’uso inadeguato delle parole della lingua più bella del mondo affinché si creda che il benessere, il lavoro, l’istruzione, l’Università, la ricerca, la salute, l’autonomia, lo sviluppo, la produzione, la filiera corta, i prodotti della terra, la casa, i trasporti, l’energia, i servizi pubblici, l’arte e tutto quello che impropriamente ho omesso, siano altro.

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I tre assiomi dell’economia di mercato

Rubrica: I comportamenti dei mercati

Titolo o argomento: I principi di base per capire tutto il resto

Premessa

Che cos’è il mercato?

Un mercato è un processo attraverso il quale le decisioni delle famiglie circa il consumo di beni e servizi diversi, delle imprese circa che cosa e come produrre e vendere e dei lavoratori circa quanto e per chi lavorare, sono rese compatibili attraverso aggiustamenti di prezzi.

Fonte: David BEGG, Stanley FISCHER e Rudiger DORNBUSCH,
Microeconomia, McGraw-Hill, 2005
.

Che cos’è l’economia pianificata?

Organizzazione economica di un Paese, secondo la quale le principali decisioni economiche (che cosa e quanto produrre, con quali tecniche, a quale prezzo vendere beni e servizi) vengono prese in base a un piano, elaborato da organismi governativi (ministeri, commissioni statali). Questo sistema presuppone una grande limitazione della proprietà privata, della libertà di impresa e del funzionamento delle leggi della domanda e dell’offerta (il prezzo e la quantità non sono, infatti, determinati dal mercato).

Fonte: Dizionario del cittadino, pbmstoria.it.

Che cos’è l’economia di mercato?

Organizzazione economica di un Paese che si fonda sulla proprietà privata, sulla libertà di impresa e sullo scambio di beni e servizi in mercati liberi.

Fonte: Dizionario del cittadino, pbmstoria.it.

L’economia di mercato costituisce un sistema economico in cui i processi di scambio vengono regolati dai Mercati tramite il meccanismo dei prezzi. Lo Stato ha il compito di stabilire condizioni-quadro tali da garantire la Concorrenza tra gli operatori di mercato, limitando però il meno possibile la loro libertà di azione; inoltre deve mettere a disposizione beni di pubblica utilità la cui fornitura da parte dei privati risulterebbe antieconomica.

Fonte: Dizionario storico della Svizzera, hls-dhs-dss.ch.

Che cos’è l’economia mista?

La ricerca di un appropriato bilanciamento, tra settore pubblico e privato dell’economia, rappresenta un problema centrale dell’analisi economica. Nelle economie miste il funzionamento del sistema economico è frutto di processi decisionali sia pubblici (dello stato) che privati.

I tre assiomi

Il buon senso di ogni persona dovrebbe di per sé essere sufficiente per capire come gli estremi non siano mai la soluzione adatta per affrontare un problema; d’altra parte, considerata la premessa, è facile comprendere come in un’economia di tipo misto, tipica dei paesi industrializzati, semplici spostamenti di equilibrio verso l’una o l’altra direzione di mercato possano generare conseguenze caratterizzate dai rispettivi difetti endemici. Così di seguito, senza pretesa alcuna, si vuole semplificare all’ennesima potenza il concetto di economia di mercato, osservando i principi fondamentali su cui si è basata negli ultimi decenni, al fine di rendere facilmente comprensibile a chiunque cosa sia accaduto.

1. Dimenticare la storia

Nodi cruciali della storia recente quali ad esempio la caduta del muro di Berlino (compresi tutti i fattori al contorno di tale evento), la Declaration of Charter 77, l’abolizione della legge Glass-Steagal, la deregolamentazione dei mercati, ecc., sono punti nevralgici che hanno segnato un cambiamento epocale. Cambiamenti talvolta sperati, talvolta temuti, che hanno inciso in modo significativo sul cammino del mondo tra il passato risalente a pochi decenni fa e l’attuale ed impressionante crisi finanziaria che tutti abbiamo avuto modo di toccare con mano (anche molto da vicino). Ebbene si tratta di temi che praticamente non vengono mai affrontati a dovere sia nei programmi d’istruzione delle scuole, che negli ambienti dove si tengono dibattiti che dovrebbero informare le masse sulla reale natura dei problemi di un paese. Dimenticare ciò che è stato e, soprattutto, perchè è stato, non fa altro che rendere spaesate le persone che si ritrovano travolte da una crisi di cui non conoscono le reali cause, le caratteristiche e, tantomeno, i possibili metodi risolutivi. L’informazione di massa non è completa e, anche se ci si può informare da soli, la maggior parte delle persone non hanno strumenti che permettono loro di capire come si studia da soli, come ci si procura fonti attendibili, su cosa si dovrebbe dedicare maggiori attenzioni di studio e perchè. Manca insomma il metodo. Puoi quindi far da solo, ma come se non ti è stato insegnato? Il risultato è che la storia viene dimenticata e tutto diventa possibile per chi intende assumere comportamenti che, in economia, sono definiti opportunistici.

2. Fare i propri interessi

Compro a 7 e rivendo a 10, talvolta anche a 14 e, nei casi più folli, persino a 100. Ebbene questo ha senso se tra la fase di acquisto e quella di rivendita, si susseguono una moltitudine di fasi intermedie in cui un prodotto o servizio viene elaborato, lavorato, migliorato o completamente realizzato partendo dalla materia prima. Qualora non vi sia alcuna lavorazione né passaggio di sorta intermedio, ci troviamo davanti ad una speculazione il cui limite è spesso dettato da un mercato che ti chiede semplicemente quanto sei disposto a pagare per avere. La giustificazione del venditore in tal caso è che il prezzo che lui ha pagato non è corretto, per tale ragione lo ha aumentato. Questi fenomeni non avvengono dentro una fabbrica, un’officina, uno studio di un professionista, questi fenomeni hanno luogo nei mercati finanziari di tutto il mondo dove si compra ad un prezzo considerato “sbagliato” e si rivende ad un prezzo ritenuto “corretto”.

3. Facendo i propri interessi si fanno gli interessi di tutti

Il terzo ed ultimo assioma è strettamente legato al secondo. Abbiamo detto che se compro a 100 e rivendo a 102 qualcosa su cui non ho effettuato alcun tipo di lavorazione, ho speculato. Ora se questa operazione viene effettuata con grandi capitali si riesce a cambiare persino l’andamento di un mercato. Quando si è così influenti da riuscire a cambiare l’andamento di un mercato, si riescono a cambiare anche le regole che normalizzano tale mercato. Questa operazione, che all’apparenza nessuno vorrebbe, in realtà è molto più facile da attuare di quanto si pensi. E’ facile perchè nessuno vuole regole. Ognuno, dal piccolo risparmiatore al grande investitore, cerca di evitare che delle regole possano impedire il soddisfacimento dei propri interessi. Così, ognuno, facendo i propri interessi, fa gli interessi degli altri… il mercato si modifica e si generano situazioni dalle quali si può trarre vantaggio (ma la logica domanda è: “Che tipo di vantaggio e con quali conseguenze?”).

Conclusione

Nota che il lasciapassare che ha reso possibile la diffusione di comportamenti sregolati e oltremodo opportunistici, è stato l’uso improprio della parola democrazia e l’ignorare il termine disciplina. Specie negli ultimi decenni, davanti ad ogni impedimento, anche veniale, ognuno è ricorso alla parola democrazia sostenendo che questa sarebbe venuta meno nel momento in cui fosse stato impedito all’individuo tal dei tali di fare i propri interessi. Una democrazia non viene meno quando si affrontano determinati comportamenti richiamando all’ordine ed alla disciplina. Lo vedete con i bambini cosa accade quando si permette che possano fare tutto ciò che passa loro in mente, crescono viziati, prepotenti e senza il desiderio, quel desiderio che rende grandi gli esseri umani che lo coltivano e lo trasformano in qualcosa di buono (una passione, un lavoro, un’idea, un contributo alla società…).

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Cosa sta accadendo all’Italia dei giovani?

Rubrica: Crisi, osservazioni e riflessioni

Titolo o argomento: Sembra che si preferisca non far nascere nuove famiglie…

Da un punto di vista matematico quanto riportato dai media negli ultimi anni porta ad una palese contraddizione. Da un lato si afferma infatti che chi si occupa della gestione dello stato sia perfettamente in grado di assolvere il compito e dispone della dovuta competenza. Dall’altro lato il popolo sostiene di essere stato messo nei guai da scelte improprie. Si giunge quindi ad un’evidente contraddizione in quanto, chi è capace di affrontare nel modo corretto una situazione non può produrre un danno. Ci sono a mio avviso solo due modi affinché ciò sia possibile: o chi sostiene di essere competente non lo è, oppure le operazioni effettuate altro non erano che previste da un’equipe di esperti che non potendo più rimediare ad una situazione estremamente grave, hanno posto rimedio solo a parte di essa lasciando nei guai tutti quelli considerati, per così dire, out of order.

Sulla base di questa premessa vorrei porre all’attenzione una semplice serie di riflessioni, l’una connessa all’altra, scaturite semplicemente osservando il mondo che ci circonda attualmente.

In Italia è ormai chiaro che vi sia una carenza di strutture e servizi adeguati atti ad accompagnare nella “crescita” nuove famiglie (chiariamo subito che con il termine “crescita” si fa riferimento alla nascita di un nucleo familiare, alla sua formazione ed affermazione ed al suo mantenimento). Nuove famiglie significano di conseguenza ulteriori impegni e problemi per chi in realtà dovrebbe star loro accanto in seguito al pagamento delle tasse.

La crescita demografica subisce un notevole rallentamento nel momento in cui i giovani non godono delle condizioni necessarie e sufficienti per formare un nucleo familiare.

Tra le cause prime del forte calo di nascite di nuovi nuclei familiari non vi è solo l’impossibilità di riuscire ad avere una casa, ma ancor prima la quasi totale impossibilità di trovare lavoro a condizioni umane, civili.

L’assenza di denaro per garantire retribuzioni corrette alimenta il fenomeno dei lavoratori extracomunitari che meglio degli italiani si adattano a situazioni ostili (venendo loro, non di rado, da situazioni peggiori).

Si ripropone così la situazione dell’Italia del dopoguerra che visse uno straordinario momento di ripresa economica grazie ai bassissimi salari che rendevano la nostra nazione oltremodo competitiva sul mercato. Ciò fu possibile poichè, in un modo o nell’altro, la gente fu disposta a tutto pur di venir fuori da un periodo di atroci sofferenze.

Calano le famiglie italiane benestanti, si riduce il processo di formazione di nuovi nuclei familiari, calano le nascite, lo stato spreme all’ultima goccia i suoi “agrumi” e riesce a far fronte (momentaneamente…) alla situazione con una minore offerta di servizi e diritti.

Il risultato è che, chi può, si fa aiutare dall’altro coniuge ancora occupato, altri tornano a casa dalle famiglie cercando di ottimizzare al limite le pensioni (o comunque i redditi) dei genitori per garantirsi almeno di poter mangiare e dormire sotto un tetto, altri ancora se ne vanno all’estero, i più sbandati fanno scelte opportunistiche, diversi si buttano nell’illegalità, altri ancora tirano la cinghia ma ce la fanno ancora, altri vivono il benessere in modo più pacato. Infine continuo a sapere che qualcuno tramite raccomandazioni, nonostante la riduzione dei servizi da parte dello stato, ha preso il posto presso enti comunali, provinciali o regionali per muovere fogli di carta da una stanza all’altra (potendo così tirare un sospiro di sollievo), fare spallucce dei problemi e, come è accaduto per degli amici/conoscenti (non lo nego) permettersi persino di criticare le scelte e la condotta di vita altrui (rubando così alla Duna la posizione al vertice della bruttezza). Un po’ come se quello con l’orto esposto sempre al sole andasse a dire incompetente all’altro che ha subìto i danni della grandine.

Quindi la situazione si traduce in tasse al massimo, servizi ridotti al minimo e poveri innocenti che pagano altrui errori. Questo non fa altro che confermare la teoria inizialmente esposta. Se si tratta quindi di un intervento competente, significa che questo era organizzato fin dal principio in tal modo. Se invece non vi era alcuna organizzazione dietro le scelte che abbiamo visto piegare l’Italia, significa che non c’è stata competenza. Certo è che la seconda opzione sembra piuttosto surreale ma lascio a voi, ovviamente, il libero pensiero.

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Parola d'ordine: Spremere.

Image’s copyright: Megan Fizell – www.feastingonart.com

Commercio aggressivo

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Sistemi aggressivi, segnali chiari dell’ultimo tentativo prima del KO

Per distogliermi dai soliti impegni ho deciso di andare a fare un giro con la mia ragazza in un luogo che generalmente non frequento, una grande superficie (come dicono nell’ambiente commerciale) o, per intenderci meglio, un centro commerciale (come lo chiamano i consumatori). All’interno di questo centro mi ritrovo a visitare un noto negozio di scarpe sportive per il puro gusto di osservare e curiosare sui materiali utilizzati, sulle diciture riportate sulle targhette, su cosa sia cambiato nell’estetica delle proposte per questo inverno, su quali ritorni al passato siano stati riproposti e tutto ciò che poteva passarmi per la mente. Fatto sta che una cosa non c’era sicuramente nei miei pensieri, compiere un acquisto.

Ebbene, come in una di quelle storie che partono dal finale, vi anticipo che siamo stati costretti ad uscire nel minor tempo possibile perchè avvolti da un insistente vortice di venditori ostinati a starci addosso come stickers. Nel negozio eravamo pochissimi e circondati da ben quattro venditori i quali, come su un campo di battaglia, erano in contatto tattico tra loro. Ci osservavano da punti strategici e si guardavano tra loro mandandosi dei rapidi messaggi gestuali ogni qualvolta la mia ragazza ed io cambiavamo reparto. Non si staccavano mai, se guardavo un prodotto (solo perchè qualcosa dovevo pur guardare mentre mi giravo intorno) i commessi più vicini, abili e scattanti, si proiettavano verso ciò che osservavo, prendevano in mano il prodotto e iniziavano la loro esposizione perseverando nel ripetere quanto fosse bello, particolare e a buon prezzo. Se io e la mia lei osservavamo prodotti differenti, loro si suddividevano su diverse fasce del negozio e ci raggiungevano entrambi talvolta persino superandoci (probabilmente si trattava di un fuorigioco). Ogni prodotto recensito (senza richiesta) era una rara occasione che, allo stesso tempo, avevano venduto moltissimo (a detta dei venditori). A parte il fatto che non deve essere facile vendere qualcosa di raro che al contempo hanno tutti, non riuscivo a smettere di pensare a che triste sorte fosse capitata a questi ragazzi. Come mai così ossessionati? Come mai sembravano in preda ad un simile panico? Non riuscivano proprio a nascondere un volto quasi disperato.

Poi, in un breve frangente, tutto è diventato chiaro. Esattamente quando la mia ragazza, che non riusciva a guardare un paio di scarpe* liberamente o a prendere una felpa in mano, si è scaldata ed ha mandato in un posto ricco di natura uno dei commessi insistenti, invadenti e anche, diciamocelo, sorprendentemente maleducati, è successo qualcosa di inaspettato. I quattro ragazzi del negozio (due ragazzi e due ragazze) si sono ritirati lasciandoci guardare in pace i prodotti esposti e, nel giro di un paio di minuti, è uscito dal retro bottega il capo dei commessi visibilmente inquieto riprendendo tutti e chiedendo loro perchè avessero smesso di starci addosso (osservava tutto dalle telecamere, altra questione discutibile).

A quel punto è stato tutto evidente, non erano quei ragazzi ad essere maleducati, era il responsabile che stava nel retro che li obbligava a mantenere un atteggiamento di vendita aggressivo. Dopo le minacce nei confronti dei poveri quattro commessi, la mia ragazza ed io ci siamo guardati e con un’aria esterrefatta ce ne siamo andati tra la mortificazione più totale di quei ragazzi che in fondo erano lì solo per lavorare e invece si ritrovavano costretti ad insistere sui clienti, spronati da un pessimo leader, al fine di tentare un’opera di convincimento che io chiamerei in un altro modo ma… va bhé.

La crisi c’è più che mai, si sente forte e sembra non volerne sapere di volgere al termine. Non si contano più le volte in cui si è sentito dire: “Questo ormai è l’ultimo anno, adesso vedrai che riprende questo settore, poi quell’altro più lentamente lo seguirà e via via tutti gli altri…”, ed anche in un semplice negozio di scarpe di un centro commerciale è possibile osservare “in miniatura” ciò che sta accadendo all’Italia in grande.

*Non togliete le scarpe dalla vita di una donna se volete vivere sereni.

il_calzolaio_un_artista.jpg

Ma dove sono finite le botteghe di una volta? C’era il negozietto tipico, caratteristico e specializzato
(dove ad ogni domanda corrispondeva una curiosa risposta, talvolta una lezione di vita o di storia)
che vendeva olio e vino, quello che vendeva solo i salumi, quello dei latticini, la bottega del falegname
(che faceva vere opere d’arte a prezzi umili perchè oggi sono per noi opere d’arte ma all’epoca erano
per lui la normalità), la bottega del calzolaio, il sarto, il fabbro, il ristoratore, il fornaio… A qualcuno
venne in mente di concentrare tutto in un posto solo e, da un’idea che poteva avere un qualche criterio
di utilità (il parcheggio) è emerso il caos, l’inesperienza, prodotti di scarsa qualità, la nascita dei mercati
paralleli, condotte di mercato che danneggiano i piccoli commercianti, fino ad arrivare al commercio
aggressivo come ultima (credo) soluzione per sostentare un sistema pieno di falle che, fragile e
indebolito, non si regge più in piedi. Speriamo torni presto la stagione dei piccoli, abili, esperti e
appassionati di un mestiere vero.
Image’s copyright: Britta Picznitzky

Do It Yourself – Autofinanziamento

Rubrica: Metodi. Alternative al mondo abituale.

Titolo o argomento: La serietà porta profitto

C’è una tale diffidenza e una tale ignoranza a questo mondo tanto render diffuso il pensiero che, non chiedendo mai ad altri, si faccia più bella figura e si risulti, agli occhi di chi osserva, più forti e indipendenti. Altre volte invece non si chiede mai semplicemente per il timore di sentirsi in debito e di dover dire “grazie”. Insomma il timore di dover render conto ad altri o di fare la “tale figura” predomina sulla ragione. Alcune persone che conosco direbbero “Pare brutto”, oppure “Sta brutto”. Questo somaro comportamento ha fatto la fortuna di sistemi bancari ed economici, non sempre affidabili, oramai presenti/radicati sull’intero globo. Un sistema che più è stimolato e più sollecita chiunque ne risulta coinvolto, affligendolo. Poi ci sono quelli svegli (svegli nel senso di intelligenti, intraprendenti, brillanti, non nel senso di furbi, abili nel trarre beneficio da comportamenti opportunistici) che se ne fregano delle apparenze e, senza vergogna alcuna, pensano solo ai risultati di un comportamento costruttivo e ti propongono di vender loro del denaro. Lo acquistano da te pagandoti interessi superiori a quelli che ti offrirebbe una qualunque banca e a loro volta pagano interessi molto minori di quelli che avrebbero dovuto pagare in banca qualora avessero chiesto a questa il loro prestito. Certo ci vogliono garanzie, ci vogliono testimoni, ci vuole un contratto, un’assistenza legale o notarile, ma soprattutto ci vuole serietà e fiducia. Per tale motivo è utopico credere che si possa diffondere l’autofinanziamento. Nonostante ciò diverse persone ci sono riuscite con una semplicità disarmante, rivolgendosi ad amici o conoscenti affidabili e dimostrando che ciò non è impossibile ma solamente molto difficile. Così si può chiedere un prestito ad esempio di 10 ed avere una cifra da restituire pari a 10,3 – 10,4 contro gli oltre 11,5 – 12,7 che richiederebbero banche e finanziarie per un prestito di eguale ammontare e di medesima durata temporale. Cosa ci guadagna il tuo amico/parente/collega di fiducia? Ebbene se chi presta la somma del suddetto esempio si fa due conti, potrà accorgersi che tenendo il suo denaro fermo in banca riceverà interessi decisamente più bassi e, nel medesimo arco temporale, riceverà molto meno di 10,3. Come dire che a far del bene… ci si guadagna pure di più (sempre e rigorosamente evitando persone poco affidabili e sempre e solo operando con cifre tanto più contenute quanto meno si è esperti o comunque meno preparati sul mondo tra i più ostili che conosciamo). Ma se proprio la fiducia non fa parte (ahimé) della vostra vita o della persona con la quale immaginate di poter intraprendere un rapporto di questo tipo, sappiate che il denaro non è l’unico modo di finanziare progetti* e, come vedremo in uno dei prossimi articoli, diversi gruppi di imprenditori abili e competenti hanno proposto e messo in atto situazioni davvero interessanti…

Un esempio pratico

E’ dura, davvero dura, riuscire ad autofinanziarsi l’avvio (o parte dell’avvio) di un importante progetto il quale magari prevede l’acquisto di macchinari, strumenti e attrezzature particolari. E’ dura ma non impossibile, come ogni cosa particolare richiede necessariamente molto studio, una grande preparazione ed ottime capacità organizzative ed esecutive. E’ quindi opportuno evitare di strafare, evitare di fare importanti acquisti tutti in una sola volta ma, al contrario, può essere preferibile compiere piccoli passi da verificare di volta in volta prima di procedere al successivo. Ammettiamo ad esempio che riusciate ad usufruire del Prestito d’Onore dedicato a giovani imprenditori e imprenditrici, a neo laureati, ecc., ed ammettiamo che riusciate ad ottenere la cifra massima la quale, se non erro, attualmente è di Euro 50.000,00. Il Prestito d’Onore è ovviamente una grande opportunità per tutti i giovani ma, proprio perchè si basa sulla fiducia (non sono necessarie infatti particolari garanzie né ipoteche), offre una somma relativamente contenuta, con interessi altrettanto contenuti, che va restituita nel giro di pochi anni. Pertanto se la cifra che avete calcolato essere necessaria, quantomeno per avviare il vostro progetto, ammonta ad Euro 60.000, può risultare sgradevole andare a pagare per i restanti Euro 10.000, ottenuti mediante un prestito normale, interessi superiori a quelli che vi impegnerete a pagare per i primi 50.000. A questo punto allora avrete un’interessante alternativa che si chiama autofinanziamento e, se sarete fortunati, potrete effettuare la vostra richiesta ad un caro amico, parente, conoscente o collega di lavoro, consci che sui restanti Euro 10.000 potrete pagare, in 5 o 6 anni, interessi totali superiori a quelli che il vostro amico riceverà per il suo ordinario deposito ma inferiori a quelli che vi sarebbero richiesti da una banca o da una finanziaria. Quanto guadagnerà il vostro finanziatore e quanto risparmierete voi in qualità di giovani imprenditori/imprenditrici, sarà unicamente frutto di un accordo tra persone in gamba. Sebbene sia molto difficile che ciò avvenga, non è impossibile né utopico. E’ invece utopico che si diffonda l’autofinanziamento come metodo preferenziale in quanto ciò equivarrebbe ad affermare che tutti sono seri, precisi, capaci, puntuali, mentalmente aperti, e così via. Se così fosse, in una nazione non ci sarebbe nulla di storto e ciò è ovviamente impossibile.

Note

In un mondo di furbi anche solo la semplice operazione appena descritta va effettuata con una enorme cautela e solo avendo come condizioni necessarie: la serietà delle parti, l’onestà, l’affidabilità, le capacità, la preparazione ed i buoni intenti. Premesso ciò diventa realmente possibile concludere ottimi affari per le poche persone che dispongono realmente dei requisiti appena citati.

Disclaimer

L’autore non si ritiene responsabile della riuscita o meno di un qualunque progetto scaturito dalla lettura di questo articolo. Ognuno è responsabile delle proprie scelte/azioni nel pieno rispetto delle vigenti leggi in materia di scambio di denaro tra privati. La legge ammette lo scambio di denaro tra privati ad interessi uguali o inferiori a quelli bancari, inoltre, come è ben noto, non ammette ignoranza. Per maggiori informazioni rivolgiti ad un legale di fiducia.

*Non avrete per caso pensato all’autofinanziamento per poter acquistare cose futili? La logica parte da un piccolo progetto, per aiutare giovani imprenditori/imprenditrici, fino a quanto di più innovativo e indispensabile possa concepire mente umana. Non sprecate simili e rare occasioni per l’acquisto di oggetti sfiziosi ed allo stesso tempo banali o, peggio, per l’acquisto di oggetti che non producono ma consumano (cogliere la finezza).

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In preparazione

Autofinanziare l'acquisto di macchinari, strumenti, attrezzi per realizzare un progetto

E’ dura, davvero dura, riuscire ad autofinanziarsi l’avvio (o parte dell’avvio) di un importante progetto
il quale magari prevede l’acquisto di macchinari, strumenti e attrezzature particolari. E’ dura ma non
impossibile, come ogni cosa particolare richiede necessariamente molto studio, una grande preparazione
ed ottime capacità organizzative ed esecutive. E’ quindi opportuno evitare di strafare, evitare di fare
importanti acquisti tutti in una sola volta ma, al contrario, può essere preferibile compiere piccoli passi
da verificare di volta in volta prima di procedere al successivo.

Come risolvi un problema?

Rubrica: Metodi. Alternative al mondo abituale.

Titolo o argomento: Strade per risolvere un problema: Problem Solving, istruzione e Fai da Te

Si presenta un problema* (ad esempio c’è qualcosa che si rompe o necessita di ordinaria manutenzione), puoi scegliere se risolverlo da te (autorisoluzione) o se demandare la risoluzione a terzi (trasferimento della risoluzione). Ovviamente la prima opzione comporta costi moderati (talvolta persino nulli), mentre la seconda implica costi che possono essere considerati da ordinari fino a straordinari. In ogni caso non è solo questo il punto (sarebbe scontato).

Autorisoluzione

Se opti per l’autorisoluzione una serie di fattori non trascurabili divideranno te dalla risoluzione del problema. Innanzitutto vi è la fondamentale necessità (preventiva) di un trasferimento di conoscenze dalle sedi dell’istruzione e formazione (scuole, università, corsi di formazione, esperti del settore, esperienze lavorative, prove e test, materiale informativo, ecc.) a te. Questo significa che se la tua nazione offre una formazione adeguata, metodica, debitamente approfondita e variegata (come accade in varie regioni del centro-nord Europa), hai più chance di superare agevolmente un ostacolo senza sentirti in panne e accerchiato da inutili timori. Al contrario se l’istruzione fornita dalla tua nazione non è al passo con i tempi e risulta incompleta e obsoleta, si verificherà una sorta di errore ciclico. Significa che se deciderai di scegliere il percorso dell’autorisoluzione di un problema, non appena ti accorgerai di non avere le conoscenze e gli strumenti giusti per risolverlo e non appena verificherai l’assenza di adeguate fonti di informazione e formazione, ti ritroverai ciclicamente al punto di partenza del percorso di autorisoluzione senza venire a capo di nulla. I ripetuti tentativi a poco serviranno. In alternativa abbandonerai la strada dell’autorisoluzione per quella del demando del compito a terzi, ovviamente denaro permettendo, altrimenti il problema rimarrà lì davanti a te irrisolto con tutti i disagi che esso comporta. Ipotizzando, come accennato poco prima, che invece la tua nazione offra strumenti formativi al top, puoi compiere un importante passo avanti verso la risoluzione del tuo problema a patto che tu abbia il desiderio e la voglia di studiare e imparare, nonché la capacità di saper fare trasformando concetti teorici in atti pratici. Con queste premesse puoi costruire, ottenere e raggiungere l’obiettivo prefissato. Se ora hai risolto il problema, per questa volta, il percorso è concluso. Viceversa se non lo hai risolto vi sono tre possibilità, una logica che prevede il riavvio della fase di studio con ulteriori approfondimenti e tappe di formazione, una meno vantaggiosa che prevede di intraprendere il percorso del demando della risoluzione a terzi ed una poco logica che prevede l’abbandono del problema irrisolto con tutte le spiacevoli conseguenze che questo comporta.

Demando della risoluzione a terzi

Se si dispone dei mezzi finanziari per raggiungere il proprio scopo, ovvero la risoluzione del problema tramite terzi, il discorso finisce qui e ciò che ne consegue va analizzato in separata sede, sono infatti ben altri gli aspetti che si intende osservare in questo articolo. Il primo aspetto negativo che caratterizza l’affidamento della risoluzione di un problema a terzi, è la spesa di denaro. La diretta implicazione è che parte delle ore di lavoro dell’individuo avente il problema vanno destinate al pagamento del servizio eseguito dal tecnico o professionista incaricato. Si tratta ora di valutare se vi sia o meno reale convenienza in questa scelta. Ovviamente se non si possiedono conoscenze di sorta sul tema, la scelta è quasi obbligata. Se si ha la possibilità di pagare un tecnico o professionista, quest’ultimo provvederà alla risoluzione del problema e l’esito dipenderà dalla sua preparazione, professionalità e onestà. Se non si dispone della liquidità per il pagamento del compenso il problema, ovviamente, permane. Anche nel caso in cui il tecnico o professionista non sia debitamente preparato il problema può permanere comportando un’inutile spesa legata alla scelta errata (spesso inconsapevole) dello specialista stesso (spreco di denaro). La procedura di demando della risoluzione del problema a terzi viene quindi riavviata a patto che si disponga della sufficiente liquidità, in caso contrario il problema permane (questa volta però assieme all’amarezza di uno spreco di denaro che poteva esser utile per altro).

Fattori incidenti

Quanto descritto potrebbe risultare banale (ma non è così…) se non fosse che, tra l’autorisoluzione ed il demando della risoluzione a terzi, esiste una lista di fattori che incidono abbondantemente sulla riuscita o meno dell’una o l’altra scelta e che alcuni di tali fattori spingono decisamente in una direzione marcando un netto cambiamento nella vita di ogni persona. Pertanto se stai pensando di risolvere quel fastidioso problema che rimandi da tempo per via di tutte le altre spese che stai sostenendo e che sembrano avere sempre la priorità, sappi che i fattori che incideranno sulla buona riuscita di un’autorisoluzione sono la misura dello spessore formativo, l’apertura mentale, la capacità di ragionare, la capacità di effettuare valutazioni obiettive, logiche e sensate, la capacità di usare strumenti di apprendimento (scuole, università, corsi, esperienze sul campo, ecc.), la disponibilità e la qualità di questi strumenti (quanto moderna, aggiornata e completa è l’offerta formativa), la capacità di utilizzare strumenti di autoapprendimento (corsi, corsi a distanza, corsi sulla rete, manuali, incontri con esperti del settore, ecc.) e naturalmente la disponibilità, il grado di approfondimento e l’attendibilità di quest’ultimi (dire che oggi si trova di tutto significa affermare che oggi si trovano sia fonti attendibili, corrette e verificabili, sia fonti incomplete, sviluppate male, errate e persino insensate). D’altra parte anche se hai scelto di demandare a terzi la risoluzione di un problema ci sono stati senz’altro dei fattori scatenanti che hanno inciso in precedenza e incidono tuttora su tale scelta. Ad esempio la presenza di altri problemi, la sicurezza di sé, la qualità della vita (stile e ritmo di vita), il rapporto con la società e l’influenza che questa esercita su di te (ad esempio tramite il rapporto con i coetanei o con i colleghi di lavoro), l’umore, il grado di soddisfazione personale, la qualità dell’istruzione ricevuta, l’educazione alle difficoltà, la qualità dell’ambiente, difficoltà varie ed eventuali.

In conclusione

Il problema vero reale è che se abiti sopra un monte, e per muoverti scegli sempre sentieri che vanno in discesa, evitando quindi ogni bivio che ti riporta davanti ad ogni singolo tratto di salita, prima o poi, se vorrai tornare a casa, dovrai risalire l’intero monte e potresti non avere l’allenamento necessario. C’è poi da considerare che se abiti sopra un monte puoi già ritenerti fortunato perchè altri, ai piedi del monte, non avranno altra scelta che iniziare la salita.

Il tempo

Nei percorsi appena esposti non si tiene conto della spesa di tempo che essi comportano in relazione alle diverse scelte e variabili. Ebbene, trattandosi di un tema cruciale, verrà analizzato con le dovute accortezze in uno dei prossimi articoli.

*In questo articolo con il termine problema si intende naturalmente un imprevisto il cui rimedio rientra nelle possibilità di risoluzione di un individuo, sono escluse quindi problematiche di tipo astratto, morale, sociale, religioso, filosofico, medico, ecc..

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L’algoritmo del cuculo
La vera rivoluzione della comunicazione
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volonta.jpg

La forza di volontà è l’unico mezzo che spinge un uomo verso le
mete desiderate, frequentemente ritenute impensabili dalla massa.
Image’s copyright: naturaemozioni.com

Do It Yourself

Rubrica: Metodi. Alternative al mondo abituale.

Titolo o argomento: Do It Yourself – Fai da te cose alle quali forse non pensi ancora

Ricordate bene queste parole: autoproduzione, autoconsumo, autofinanziamento, baratto, filiera corta, rete umana, in sostanza… Do It Yourself. Ricordatele perchè sono il futuro, il vostro futuro, o meglio, il futuro di chi si ingegna e ha la capacità di apprendere. La logica di comprare tutto da terzi, demandare ad altri, ignorare conseguenze, non funziona più. E’ vecchia, obsoleta e non adatta a tempi di estrema crisi. Comprare, consumare, buttare, sprecare, utilizzare male e poco, cambiare frequentemente, non procura più benefici e, molto probabilmente, non li ha mai procurati, al di là del fatto che “niente è più necessario del superfluo”. Si è prodotto di tutto e troppo. Si è speculato su tutto troppo. Si sono ignorati meccanismi e conseguenze di azioni quotidiane, tanto… troppo. Do It Yourself definisce la costruzione, la modifica, la riparazione di qualcosa senza far riferimento necessariamente a professionisti di un determinato settore. Questo però non deve trarre in inganno, far da soli non significa riuscire ad ottenere lo stesso risultato di un professionista senza essere preparati e adeguatamente formati. Ad esempio effettuare un intervento sull’impianto elettrico di casa presuppone che voi abbiate non solo la manualità e la praticità di trovare soluzioni, ma anche delle basi teorico-pratiche adeguate. In caso contrario difficilmente trarrete beneficio dal far da soli e, anzi, potreste andare in contro a spese decisamente maggiori per i danni causati. Fare da soli il tagliando alla propria auto comporta che voi abbiate una qualche esperienza maturata sul campo da mettere al servizio del vostro portafogli. Magari nella vita di tutti i giorni vendete abbigliamento sportivo o state allo sportello di un qualche ufficio, l’importante è che abbiate delle competenze tangibili (magari una precedente esperienza lavorativa).

Fare da soli una qualunque cosa, che siamo certi di riuscire a comprendere ed elaborare mentalmente in piena autonomia, significa ottenere una possibile riduzione di una spesa a scapito però di un dispendio di tempo maggiore rispetto a quello di cui necessita un professionista. Quest’ultimo, infatti, è solitamente più allenato alla risoluzione quotidiana del medesimo problema. Sul primo piatto della bilancia dovete considerare la spesa cui andate in contro nel far da soli e quella alla quale andreste in contro facendo riferimento a terzi mentre, sull’altro piatto della bilancia, dovete mettere il “costo delle opportunità“, vale a dire: “Dedicandomi alla risoluzione autonoma di un problema ho speso indubbiamente del tempo, vi sono modi in cui utilizzando lo stesso tempo avrei potuto produrre di più o produrre qualcosa di migliore? In questo determinato caso ha più senso che io produca di più o che io produca qualcosa di migliore? Qual è il reale bilancio tra quanto tempo ho a disposizione, quanto produco economicamente al lordo con il mio normale lavoro e quanto ho poi speso dovendo demandare ad altri cose che non ho avuto tempo di far da solo? Ci sono casi in cui posso avere più convenienza nel ridurre le mie ore di lavoro a beneficio della risoluzione Fai da Te di un mio problema?”.

Avere tempo oggi è considerato una grande ricchezza se sapete come utilizzarlo al meglio, rendendolo fertile, e se riuscite a ricevere un’ottima istruzione e successiva formazione. Ne va da sé che se viene a mancare uno di questi due fattori non avrete scelta e, per ogni cosa, dovrete sempre demandare la risoluzione di un vostro problema a terzi. Va poi considerato come parametro di ricchezza anche quanto sarete in grado di imparare dalla vostra esperienza e non solo i profitti ricavati (attenzione, non guadagnati ma ricavati… la cifra totale che si ottiene dal lavoro quotidiano può essere anche superiore alla media ma il guadagno che realmente rimane a disposizione di una famiglia può essere facilmente abbattuto quando ogni singola necessità viene soddisfatta da beni e servizi esterni alle vostre sfere di competenza). Questa precisazione per mettere in chiaro che si può anche “far da soli”, ma dipende sempre da cosa e come nonché dalla volontà di acquisire competenze studiando, approfondendo, provando, sempre consci dei rischi verso i quali si può andare e, cosa non da poco, di quanti strumenti trovate disponibili intorno a voi per imparare, a partire dalle scuole, le università, i corsi di formazione, le opportunità e le possibilità di testare la pratica sul campo.

Un innegabile ed ulteriore vantaggio nel fare da soli lo si ha poi, se si è particolarmente specializzati in un campo, con una interessante forma di baratto che consiste nello scambio di beni o servizi professionali autoprodotti con altri beni o servizi di pari livello. Questo può avvenire sia tra privati che tra professionisti con vantaggi di tutto rispetto che tratteremo negli articoli sul DIY che seguiranno. Pertanto dimenticate il Fai da Te come una pratica per fare in autonomia solamente qualche foro di trapano, il taglio di una mensola o la verniciatura/protezione di un portellone di legno. L’insieme entro il quale esiste questo concetto è ben più vasto.

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In preparazione

Do It Yourself

Il modello della crescita costante e continua non esiste

Rubrica: Crisi, osservazioni e riflessioni

Titolo o argomento: Un sinusoide rappresenta meglio i cicli del mercato

Crescita, crescita, crescita… quante volte senti ripetere fino alla noia questo termine? A forza di sentirlo così spesso si ha come l’impressione che ci si sforzi affinché la crescita sia perenne, eppure qualcosa non torna. Crescere in modo costante e continuo non è logicamente possibile perchè ciò equivarrebbe ad affermare che puoi riempire una scatola all’infinito o che il pianeta terra disponga di risorse infinite e che quindi ci sarà sempre più petrolio, sempre più materie prime, sempre più risorse idriche e così via. “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma – Antoine Laurent de Lavoisier, chimico, biologo, filosofo, economista francese, 1743-1794”. Il totale di quello che “è” è sempre il medesimo all’interno del sistema in cui viviamo (e quindi almeno all’interno del nostro pianeta), ciò che cambia è la forma sotto cui si presenta. Preziose materie prime, ad esempio, giacciono in milioni di discariche presenti nel mondo ed in una forma che non è utile all’uomo e, anzi, danneggia l’ambiente. Purtroppo chi vive da padrone questa scena è interessato solo al presente, al proprio presente, e ignora le conseguenze di scelte opportunistiche.

Allo stesso modo l’economia funziona come una scatola o tutt’al più come un insieme di scatole che scambiano i loro contenuti a vicenda (vedi l’articolo: La nazione come il Monopoly). Matematicamente, per offrire la “sensazione” che la crescita sia, o debba essere, costante e continua, vi è un unico modo: ignorare il fatto che mentre un sotto-sistema si arricchisce, un altro sotto-sistema si impoverisce. Il denaro si trasferisce, non si moltiplica. Il denaro si muove su intuizioni, su speculazioni, sulla conoscenza anticipata di preziose informazioni, ma non può essere moltiplicato. Moltiplicarlo equivarrebbe a svalutarlo, immettere moneta aggiuntiva porta inflazione certa. Così per rendere questo fenomeno meno surreale, si “generano crisi” che hanno lo scopo di alimentare le speculazioni e di indurre il pensiero che se non ci fosse stato un momento negativo per i mercati, la crescita sarebbe continuata normalmente come in precedenza. In realtà la crisi è diretta conseguenza della crescita, mentre la sensazione di “ri”crescita è proprio la diretta conseguenza dei danni causati da una crisi molto più calcolata di quanto si possa immaginare. La crescita è fittizia, si tratta di una grande partita di Monopoly in cui ogni giocatore che esce rimette in circolo nel sistema quello che aveva (liquidità, proprietà, operazioni, imprese, capitali di varia natura). Ciò che perde il giocatore uscente diventa di proprietà di chi ha innescato il fenomeno o di coloro i quali, ignari, fanno parte di un sistema, che anche se per ora li ha risparmiati, prima o poi potrebbe colpirli senza pietà alcuna.

Non si parla del fatto che in Italia vi è un suicidio al giorno tra i disoccupati e, un suicidio ogni quattro giorni tra gli imprenditori in grossa difficoltà. Ognuna di queste scomparse causate dalla crisi è un tornaconto per chi doveva mantenere e offrire servizi al singolo individuo (disoccupati, cassintegrati, dipendenti in mobilità, imprenditori in difficoltà, ecc.) e per chi trova ora sulla scena un concorrente in meno (ad es. l’imprenditore che non ha retto). Meno aziende producono il bene x, più opportunità di crescita ci sono per le aziende che resistono più a lungo. Attenzione però, questo non significa che il sistema è innescato dalle aziende che attualmente si trovano nella posizione migliore. Questo sistema è automatico, ce lo auto-induciamo quando crediamo al modello della crescita continua anziché a modelli basati sulla produzione e lo scambio a breve distanza, sulla filiera corta e sullo scambio a livello mondiale dei soli beni particolari, tipici e caratteristici per ragioni naturali, culturali e di specializzazione. Il gioco economico termina quando l’unico concorrente rimasto non può più crescere da solo… crescere rispetto a chi, crescere alimentato da cosa?. La crisi economica rimescola le carte e ridistribuisce prima di tutto l’operato dei più piccoli verso l’alto, dopodiché non fa eccezioni e guarda le grandi realtà con un occhio a dir poco goloso.

Il fenomeno delle crisi economiche è ciclico, tuttavia non può essere assimilato ad una normale onda sinusoidale in quanto ciò equivarrebbe ad affermare che, una volta terminata una crisi economica, le condizioni possano tornare al pari della migliore situazione precedente. Ovviamente così non è, si verificano infatti delle perdite le quali, in fase di ri-crescita, portano a massimi relativi (o picchi) via via più bassi. Il fenomeno della crisi economica ciclica può pertanto essere assimilato ad un’onda sinusoidale smorzata. Via via che l’onda si affievolisce l’unico modo per riportarla ad uno stato accettabile aumentandone l’ampiezza (riferimento alla zona rossa del grafico riportato in basso) consiste nell’immettere nel sistema capitali, risorse, innovazione… Ora la logica domanda è: “Dove prenderli?”. Solamente in seguito a fenomeni storici disastrosi quali ad esempio la seconda guerra mondiale, si è assistito ad un reale boom economico di crescita il quale tuttavia si è fondato soprattutto sulla larga disponibilità di manodopera a basso costo e sulla conseguente competitività dei prezzi sul mercato.

Einstein diceva che tutto dovrebbe essere fatto nel modo più semplice, ma non è semplice. Infatti per fare le cose nel modo più semplice, dobbiamo molto spesso farle prima in modo più complicato e, in seguito a numerosi fallimenti o risultati insufficienti, o parzialmente soddisfacenti, renderci conto di cosa complicava il meccanismo di funzionamento e di cosa togliere, cosa lasciare, cosa modificare, cosa aggiungere. E’ sbagliando che un bambino impara, è cadendo che capisce come muovere una gamba davanti all’altra, come mantenere l’equilibrio; una volta imparato poi si ritiene semplice, intuitivo e scontato il fatto di saper camminare anche se in realtà è stato difficilissimo capire come fare, come rendere semplice e naturale un’azione. Non esiste la crescita costante e continua, può esistere una sensazione di questo concetto instabile e fortificata dall’informazione errata che circola. Esiste invece un modello che attualmente è ben rappresentabile con un’onda, e come un’onda di mare può portare via tutto.

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Crisi economica ciclica - Fenomeno assimilabile ad un'onda sinusoidale smorzata

Il fenomeno delle crisi economiche è ciclico, tuttavia non può essere assimilato ad una normale onda
sinusoidale in quanto ciò equivarrebbe ad affermare che, una volta terminata una crisi economica le
condizioni possano tornare al pari della migliore situazione precedente. Ovviamente così non è, si
verificano infatti delle perdite le quali, in fase di ri-crescita, portano a picchi via via più bassi. Il
fenomeno della crisi economica ciclica può pertanto essere assimilato ad un’onda sinusoidale smorzata.