Il patrocinio sportivo

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Rubrica: The expert on the salmon
Titolo o argomento: Il patrocinio sportivo – parte 2

Il patrocinio sportivo

Quanto illustrato nel precedente articolo della rubrica “The Expert on the Salmoon – Il patrocinio sportivo (parte prima)“, funziona perfettamente ad alto livello. Pero perché non è facile trovare un buono sponsor in grado di investire anche una piccola somma in una squadra di livello semi-professionale? La risposta probabilmente si trova nella mentalità degli imprenditori di piccole grandi attività o di attività non collegate al mondo dello sport.

E’ facile per una azienda che vende pneumatici o olio minerale scegliere il mondo delle corse come strategia di marketing, ma funzionerebbe per una impresa di abbigliamento? E per un produttore di latte? La risposta è sì, se si sceglie bene il contesto. Prendiamo ad esempio una impresa di abbigliamento di alta gamma.  Magari potrebbe non essere interessata a sponsorizzare un torneo di calcio. Ma perché non uno di vela? O magari di golf dilettante?

Ogni sport richiama un pubblico differenziato, la maggior parte dei fanatici del motociclismo condivide le stesse passioni, così come i tifosi del tennis o del beachvolley. Questa è una grande opportunità per una impresa, che altrimenti difficilmente riuscirebbe ad avere un pubblico così omogeneo a cui poter mostrare il proprio prodotto.

Secondo gli analisti, un investimento in una sponsorizzazione sportiva di qualsiasi livello porta un ritorno in pubblicità quintuplicato. Insomma, per ogni euro ne ritornano cinque.

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Oltre al puro valore monetario dell’investimento, c’è anche quello della passione. Vedere crescere una squadra non ha prezzo, vedere come rimonta le classifiche e passa a campionati superiori, si trasforma in orgoglio per l’impresa promotrice. E chissà che anche l’impresa, trascinata dal successo della propria squadra, non riesca a scalare classifiche di vendita ed entrare a giocare in campo con i grandi. 🙂

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti. Inviato dalle isole Canarie.

Il patrocinio sportivo: crescere con la pubblicità

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Rubrica: The expert on the salmon
Titolo o argomento: Il patrocinio sportivo – parte 1

Il patrocinio sportivo

In questo momento, molte imprese stanno realizzando costosissimi studi di mercato per cercare il miglior modo di pubblicizzare il proprio prodotto/servizio. Nello stesso momento molte scuderie stanno cercando disperatamente qualcuno che li sponsorizzi per poter continuare il loro sogno sportivo.

Uno studio molto interessante ha messo in luce un punto importantissimo nel mondo delle sponsorizzazioni:

investire in pubblicità sportiva è l’investimento dal maggiore ritorno possibile.

Fermiamoci a pensare un secondo. Un annuncio televisivo dura pochi secondi e spesso gli spettatori cambiano canale per non osservarlo. Inoltre sono carissimi. Allo stesso modo una pagina di giornale ha un effetto molto limitato per il prezzo a cui viene venduta.

D’altro canto, la sponsorizzazione di una squadra sportiva porta con se innumerevoli benefici. Prendiamo ad esempio una scuderia di Formula1. Lo sponsor può stampare il suo logo o messaggio sull’auto, sul casco del pilota, sulle attrezzature, sui mezzi di trasporto, sui motorhome, sulle hospitality, sulle paddock girl e perfino dentro e fuori dal box della scuderia. In questo modo avrà “visibilità piena” per la sua marca durante tutto il gran premio, durante le interviste pre e post gara, durante le prove, durante le varie interviste settimanali, nelle prime pagine dei giornali sportivi e nella sezione sportiva di quasi tutti i quotidiani. Inoltre se la scuderia si rivela una scuderia vincente, il ritorno sarà stratosferico.

Un esempio banale ma efficace è il logo di una nota  marca di scarpe sportive che compare sulle magliette della nazionale Italiana. Le foto della vittoria del mondiale hanno portato la foto di Cannavaro con la coppa alzata in tutto il mondo, portando con se anche il logo della marca di abbigliamento sportivo.

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Oltre alla visibilità gratis su giornali e televisione, la sponsorizzazione crea una fedeltà alla marca, una specie di connubio “Squadra vincente=impresa vincente”. Ovviamente saper scegliere la squadra da sponsorizzare è importante, ma lo è altrettanto scegliere una squadra dall’alto potenziale non pienamente sviluppato, che grazie all’investimento possa arrivare a competere con i grandi. Infatti nella nostra realtà ci sono migliaia di club sportivi che hanno le potenzialità di diventare i migliori, e ciò che li separa dal successo in molti casi è solo uno sponsor in grado di credere in loro. E’ un accordo in cui si vince entrambi: la squadra riceve un investimento con cui crescere ed arrivare a vincere, mentre che lo sponsor cavalca le vittorie della squadra come ritorno pubblicitario gratuito.

Continua…

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti. Inviato dalle isole Canarie.

Tramonto dell’illuminazione tradizione: lampadine alternative

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Rubrica: The expert on the salmon
Titolo o argomento: Tramonto dell’illuminazione tradizionale

Tramonto dell’illuminazione tradizionale

Tipologie di lampadine e alternative già presenti in commercio

Dal passato due di settembre, le classiche lampadine a incandescenza sono state messe al bando del Parlamento Europeo.
Per essere più precisi, tutte quelle lampadine di taglio uguale e superiore ai 100W non si potranno più produrre ne commerciare. E progressivamente anche quelle di taglio più piccolo scompariranno fino ad essere completamente bandite nel settembre 2012.
Questa forzatura dell’Unione Europea fa parte di un più ampio progetto di rinnovamento dell’illuminazione, che è uno dei più importanti sprechi pubblici, se si valuta il fatto che un’alternativa esiste e funziona anche bene.

Ma è davvero conveniente passare ad una lampadina a risparmio energetico?

Certamente, vediamo il perché.

Innanzitutto distinguiamo tra i tre tipi maggiormente diffusi di lampadine attualmente in commercio:

  • Incandescenza
  • A scarica
  • LED

– Incandescenza –

In questa categoria rientrano tutte quelle lampade basate sull’irraggiamento di fotoni generato dal surriscaldamento di un elemento metallico (principalmente tungsteno). Risalgono ormai al lontano 1860 e nel corso del tempo sono state migliorate solo in minima parte. Il peggior difetto è che la maggior parte dell’energia viene sprecata sotto forma di calore, ottenendo un’efficienza luminosa di soli 13,8 lumen/watt.
La luce emessa dalle lampade ad incandescenza crea una distorsione cromatica, dovuta a una bassa temperatura di colore, che però risulta piacevole alla vista. Ciò però la rende incompatibile con qualsiasi lavoro che preveda una perfetta resa cromatica. Oltre a questi inconvenienti, c’è la scarsa durata della lampadina stessa causata dall’usura del filamento di tungsteno che tende a rompersi dopo circa 1000 ore di attività.
Una evoluzione è la lampada alogena, al cui interno viene aggiunto un gas (iodio o kripton) per aumentare la temperatura di funzionamento e migliorare la resa visiva. Anche il rendimento migliora di circa un 50%. (16,7lm/W)

Queste lampadine sono sì economiche da produrre, pero a cambio generano ogni anno migliaia di tonnellate di rifiuti difficilmente smaltibili. Questo sommato alla pessima resa in termini di lumen generati per watt di energia utilizzato, sono le principali ragioni che hanno spinto l’UE a escluderle dal commercio.

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– A Scarica –

Le cosidette lampadine a risparmio energetico.

Sono le principali alternative alle lampadine tradizionali disponibili del mercato dell’illuminazione. Spesso vengono chiamata erroneamente lampade al neon (contengono in prevalenza mercurio o sodio) e sono utilizzate già da tempo per l’illuminazione di edifici pubblici e commerciali. La luce emessa varia secondo la tecnologia utilizzata, passando dal rossastro nel caso del mercurio fino al bianco brillante degli ioduri metallici. Una caratteristica comune a tutte le lampade a Scarica è però la generazione di luce ultravioletta che viene schermata per non nuocere alle persone con le quali viene in contatto.
Il tipo più comune di lampada a Scarica è la lampada a Fluorescenza, realizzata ricoprendo il bordo interno della struttura della lampadina con una sostanza a base di fluoro che ha la funzione di catturare la luce ultravioletta e convertirla in luce visibile, aumentando l’efficienza luminosa. Tale resa è compresa tra 80 e 100 lumen/W, circa sei volte superiore a quella di una lampadina tradizionale.
Di conseguenza, sarà sufficiente una lampadina a fluorescenza di 24W per illuminare come una classica di 125W, con un evidente risparmio finale sulla bolletta.
Anche la durata è superiore, tra le 6000 e le 12000 ore di vita utile in base al modello.

Tuttavia anche le lampade a Scarica hanno i loro svantaggi tra i quali il prezzo più elevato, ed il tempo di accensione. Occorrono di alcuni secondi per arrivare alla massima luminosità. Un ulteriore punto a sfavore è la presenza di metalli altamente inquinanti come il mercurio che ne rendono difficoltoso il recupero.

– LED –

E’ il futuro dell’illuminazione. Al livello attuale dello sviluppo non sono ancora in grado di sostituire pienamente le lampade a fluorescenza, però si stima che entro pochi anni saranno la soluzione economica ed efficiente al problema dell’illuminazione ad ogni livello. Probabilmente rivoluzioneranno il modo di concepire la luce in ambiente domestico e professionale e chissà che non segnerà la fine di lampade e lampadari. Il modulo a LED infatti è composto da un diodo che emette luce al passaggio di energia elettrica, quindi senza bisogno di utilizzare gas. Questo permette una buona miniaturizzazione della lampadina, oltre a poter contare su un modulo di supporto grazie al quale la luce emessa è regolabile nello spettro di colore RGB. In questo modo da un singolo punto di luce si possono realizzare diverse configurazioni di illuminazione (bianca per lavorare o tonalità più “calde” per una serata rilassante in casa).

A questi vantaggi si aggiunge l’elevato rapporto “flusso luminoso/energia” previsto di circa 150lm/W. Più di dieci volte quello delle lampadine al tungsteno.
Bisognerà però aspettare che la tecnologia si consolidi per vederli comparire a prezzi competitivi sui banconi dei supermercati.

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Per concludere

Dopo questa sintetica panoramica sui vari tipi di sistemi di illuminazione in commercio, è facile capire il perché dell’obbligo di liberarsi delle vecchie lampadine. Come abbiamo visto il problema principale è lo spreco di energia causato da una tecnologia antiquata -solo l’1% dell’energia assorbita si converte in luce- oltre alla scarsa durata che si traduce in problemi ambientali. Da segnalare inoltre che proprio in questi giorni, molti comuni stanno regalando lampadine fluorescenti proprio per accelerare il passaggio ad un nuovo stile di illuminazione.

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti.

La battaglia dell’automotive ecologico: Auto a Idrogeno

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Rubrica: The expert on the salmon

Titolo o argomento: Auto a idrogeno

La battaglia  dell’automotive ecologico

Quello che molti non sanno

L’idrogeno, il più semplice dei carburanti esistenti al mondo (H2), sembra ormai pronto a sbarcare nel mondo dei mezzi di trasporto commerciali. Esistono due tipi di motore, attualmente in fase di sviluppo, utilizzanti l’idrogeno come combustibile:

  • Motori a scoppio che utilizzano una miscela di benzina + idrogeno.

  • Le celle a combustibile.

 La miscela benzina (o metano) + idrogeno semplicemente arricchisce il normale carburante per auto con una percentuale variabile di idrogeno, permettendo di diminuire le emissioni del veicolo (l’idrogeno non emette direttamente CO2) e allo stesso tempo tenere sotto controllo la combustione in camera di scoppio. La percentuale di idrogeno della miscela è limitata per via del basso rendimento dell’idrogeno puro in camera di combustione.

Per migliorare tale valore di rendimento, con il tempo si è passato dal motore tradizionale ad un motore elettrico. La famosa cella a combustibile, altro non è che un generatore elettrico alimentato direttamente a idrogeno ed aria, senza bisogno di combustione termica.

A livello pratico, l’efficienza termodinamica di una pila a combustibile si aggira attorno al 70%, questo significa che è possibile liberare solo il 70% dell’energia contenuta chimicamente nell’idrogeno, mentre il restante 30% viene irrimediabilmente persa.

Questa piccola introduzione ci porta al principale problema dell’idrogeno (ed in generale dell’elettricità) nel trasporto: l’idrogeno non è una fonte di energia. L’idrogeno a differenza della benzina è solo un vettore, ovvero un mezzo per trasportare energia da un posto a un altro. Infatti se finora il costo della benzina era determinato dall’estrazione del petrolio e dalla sua raffinazione, ora si calcolerà il costo dell’idrogeno esattamente come il costo dell’energia elettrica, ovvero in base al costo della fonte utilizzata per produrlo.

Lasciando da una parte la teoria sull’idrogeno e sui suoi vantaggi/svantaggi, vediamo come si stanno muovendo le principali case produttuttrici di automobili in questo contesto.

GM

A Torino è stato presentato HydroGen4, il primo veicolo elettrico a celle combustibili a idrogeno. La Regione Piemonte investirà circa 10 milioni di euro per la costruzione di distributori di idrogeno sull’autostrada Torino-Milano e per la produzione di vetture prova. E’ una buona notizia, e dimostra come solo il connubio pubblico-privato potrà contrastare la dipendenza del petrolio.

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Mazda

La casa giapponese lotta controcorrente e concentra il lavoro dei propri ingegneri sulla Mazda RX-8 Hydrogen RE, rimodellando il tanto amato motore Wankel per funzionare a inizione diretta di idrogeno. La seconda generazione di questa vettura, già in vendita in Europa, è dotata di 109 CV (80 kW), ha 100 km di autonomia con l’idrogeno e 45 km con la benzina. L’idea è che il serbatoio di benzina sia di emergenza, come in tutti i motori bi-fuel.

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Hyundai

Il gruppo Hyundai ha annunciato un investimento di più di 2,25 miliardi di euro destinato allo sviluppo delle auto ecologiche, confermando l’obiettivo di diventare entro il 2012 uno dei primi quattro costruttori di veicoli a basse emissioni al mondo. E’ una somma esorbitante, che al momento attuale ha già fruttato una concept, la i-Blue.

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Toyota

Ha sviluppato un SUV a idrogeno (Highlander FCHV), che è stato testato su un percorso di oltre 400 miglia in condizioni reali. Come conclusione di questi test, la Toyota ha presentato un documento sulla reale possibilità di introduzione di un veicolo completamente alimentato ad idrogeno. Non dimentichiamo che la Toyota ha puntato moltissimo sull’ibrido, e sembra voler continuare su questo percorso, almeno fino a che le infrastrutture per l’elettrico/idrogeno non saranno completate.

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BMW

Equipaggiata con il motore è il V12 di 6.0 litri della “760i”, depotenziato e portato a 260 CV e 390 Nm di coppia a 4300 giri, la “Hydrogen 7” dovrebbe raggiungere i 100 km/h con partenza da fermo in meno di 10 secondi e toccare i 230 km/h di velocità (limitata elettronicamente). La vettura ha due serbatoi: 74 litri di benzina e 8 chilogrammi di idrogeno (mantenuto liquido a una temperatura di -250°) che, secondo la Casa, garantiscono rispettivamente 500 e 200 chilometri di autonomia; quando uno rimane vuoto, il sistema passa automaticamente all’altro. Visto che viaggiando a idrogeno l’auto ha minime emissioni inquinanti, speriamo che presto il più grande diventi inutile.

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Di seguito i principali punti aperti riguardo le due tecnologie, tanto per Toyota come per il resto dei costruttori:

Celle a combustibile

  • Costi: alti, ma in linea con gli obiettivi per l’introduzione commerciale.
  • Durabilità: in miglioramento, ancora insufficiente per l’uso abituale.
  • Autonomia e partenza a freddo: Risolto.
  • Infrastruttura: punto dolente, la redditività non è chiara, sussidi pubblici inizialmente necessari.

PHEV/BEV

Plug-in ibrido elettrico/Elettrico a batteria

  • Costo Batterie: alto sulla base dei kW-hr. Riduzioni significative difficili con tecnologia a ioni di litio.
  • Durabilità: non provata per il raggiungimento degli obiettivi di costo e dimensioni.
  • Densità di potenza/energia: bassa. Miglioramenti limitati.
  • Performance a basse temperature: bassa. Miglioramenti limitati.
  • Ricarica: Residenziale (~50%) e poche stazioni pubbliche.

Prendendo in considerazione questo studio della Toyota (si può scaricare qui la presentazione) possiamo concludere che c’è ancora molta strada da percorrere prima che il petrolio venga definitivamente sostituito. Il principale problema restano le infrastrutture, c’è bisogno di molta sperimentazione, investimenti e di standard internazionali. Questo collo di bottiglia ritarderà senza dubbio l’introduzione dei veicoli elettrici/idrogeno nel trasporto di massa. Anche in questo caso sono gli interessi di potere/economici del pianeta a frenare il progresso tecnologico.

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti. Inviato dalle isole Canarie.

La battaglia dell’automotive ecologico: Auto elettriche

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Rubrica: The expert on the salmon

Titolo o argomento: La battaglia dell’automotive ecologico

La battaglia  dell’automotive ecologico

Soluzioni dai principali costruttori

Probabilmente tutti avranno seguito con un pizzico di interesse il duello recentemente tenutosi tra i due standard in lotta per il posto di nuovo supporto digitale. Il BlueRay ha vinto la competizione, lasciando l’HD-DVD nel posto riservato ai cimeli da museo. Nel mercato c’era posto per un solo formato.

In questi mesi stiamo partecipando ad un nuovo duello e in palio c’è il posto d’onore sul podio per il futuro dell’automobilismo e, chissà, del trasporto in generale. Ma le carte in gioco sono un po’ diverse rispetto a quelle del sopracitato successore del DVD.
In primo luogo abbiamo due tecnologie le quali probabilmente prenderanno piede più o meno simultaneamente:

l’idrogeno e l’elettrico.

Mi permetto di fare un po’ di previsione del futuro dicendo che da qui a qualche anno l’intera gamma di modelli automobilistici si dividerà in elettrico e idrogeno proprio come oggi già vediamo con il benzina e il gasolio.

Vediamo alcuni partecipanti al duello delle “Elettriche”:
Fiat. La squadra di casa gioca d’anticipo, lanciando sul mercato Brasiliano la Fiat Palio Weekend. Magari non sarà il top del design, ma sarà la prima auto elettrica venduta e prodotta in Sud America. Questo modello prevede un’autonomia di 120km (pochini per il Brasile dico io..), batterie di nichel-sodio ricaricabili in 8 ore e completamente riciclabili. Il costo sarà di circa 70.000€.

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Tesla. Per il momento la favorita, producendo un auto dal design accattivante, prezzo onesto e ottima autonomia. Purtroppo ci vorranno altri due anni per vedere sulle strade americane una Model S, e chissà quanto per l’Europa. Ad ogni modo, se i patti commerciali che sta stringendo a destra e a manca andranno in porto, sarà il partner tecnologico delle future versioni elettriche di grandi marche come Chrysler, Mercedes e Smart. In ogni caso, il modello S avrà un’autonomia di 360km e un prezzo di 35.000€ al cambio attuale.
Vedi anche gli articoli:

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Mitsubishi. La Giapponese punta sul motore direttamente alla ruota, o meglio detto in-wheel motor. Significa cambiare il concetto di motore (non di auto!) e dotare il mezzo di 4 motori elettrici direttamente collocati al mozzo delle ruote. In questo modo si evitano le perdite meccaniche e si riduce al minimo il numero di parti in movimento. In teoria tutta la spinta va sulla ruota. Il modello appena uscito si chiama Miev e prevede un’autonomia di 160km e una velocità massima di 130km/h. Sulla sua piattaforma sono prevista la Peugeot 1001 e la Citroën Re-Volt.

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Ford. Sempre dall’America arriva la notizia che l’alta dirigenza dell’unico gruppo motoristico sopravvissuto senza aiuti statali vuole giocarsi la carta del verde, producendo un veicolo elettrico su base Focus. Ancora non si sa molto, anche se ci si aspetta una grande inversione di rotta in un mercato che fin’ora è stato capeggiato da Suv e Pickup.

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Questi sono solo alcuni dei molti pretendenti al titolo. Fra poco ci abitueremo a valutare un auto in base alla durata delle batterie, al tempo di ricarica e al peso/ingombro delle batterie. Mentre per quello che riguarda il tipo di prese elettriche e la tecnologia di stoccaggio più efficiente, sono sicuro che chi riuscirà ad imporre il proprio standard si convertirà nel leader futuro dell’automobile.

Continua…

Nella prossima entrata parleremo di auto ad idrogeno.

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti.

Gli impianti che corrono lungo le strade

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Rubrica: The expert on the salmon

Titolo o argomento: Gli impianti che corrono lungo le strade

Gli impianti che corrono lungo le strade

Rispondendo indirettamente a un post scritto qualche giorno fa in cui si parlava dei rischi che si corrono al circolare sulle nostre strade urbane, vorrei ampliare il tema e parlare di alcune proposte interessanti in materia di utilizzo efficiente del sottosuolo.
Perché del sottosuolo? Perché la principale causa del deterioramento del manto stradale è dovuto ad opere di ampliamento o manutenzione di condutture sotterranee. In questa definizione si includono le condutture di acqua e gas, fogne, linee elettriche e telefoniche (oltre che di fibra ottica).

Al giorno d’oggi, non esistono piani unificati per la distribuzione delle opere sotterranee e sono pochi i comuni che dispongono di un piano dettagliato ed aggiornato delle proprie linee sotterranee.
Questa mancanza di coordinamento e informazione sfocia in molteplici problematiche:

  • La mancanza di coordinamento impedisce che i lavori di mantenimento vengano organizzati secondo un criterio logico, ad esempio aprendo una sola volta il suolo per verificare la linea di acqua e gas invece di aprire in due momenti distinti un unico tratto stradale,

  • Si rischia di incontrare una linea non documentata e quindi cresce la probabilità di tagliare il servizio in questione. Se si tratta di una linea elettrica o del gas ci possono anche essere conseguenze sulla sicurezza degli operai.

  • Si creano instabilità del terreno che si ripercuotono sulla tenuta del manto stradale, facilitando la comparsa di buche e dislivelli.

Il terzo punto è uno dei più delicati, e visto che non è facile determinare una relazione di causa-effetto tra i lavori stradali e le asperità del manto stradale, non si sono mai prese in seria considerazione le possibili alternative all’attuale modo di fare.
Per fortuna altri paesi hanno già da tempo studiato il problema, considerando che oltre ad essere un problema estetico è anche un rischio per la circolazione stradale oltre che un costo per l’amministrazione pubblica (costo dell’opera di apertura della strada, costo dell’asfaltatura e dell’eventuale messa in condizione del terreno).
Le prime ad adottare una soluzione alternativa sono state le grandi metropoli, come Tokyo, Toronto, sino in Europa  con Madrid e Ginevra, visto che l’impatto della chiusura di una arteria principale in una grande città comporta spesso la paralisi del traffico, oltre che gli ulteriori problemi già descritti.

Bene, la soluzione adottata da queste città è stata quella di creare un “canale sotterraneo”, ubicato a circa due metri sotto il fondo stradale, provvisto di apposite cabine di accesso (che nella maggior parte dei casi sono molto simili ai classici tombini) e che hanno le dimensioni sufficienti per permettere l’ingresso dei tecnici di piccoli macchinari per le riparazioni (circa 2,5 metri di diametro). Questi tunnel sono costituiti da un rivestimento in cemento e acciaio che li isola da infiltrazioni e in molti casi sono omologati come resistenti ai terremoti. All’interno del tunnel i diversi condotti sono separati rispettando le più rigide norme internazionali, utilizzando rivestimenti resistenti al fuoco e al calore. Per il trasporto del gas e dell’acqua, le condotte sono in acciaio resistente alle alte pressioni e con isolamento termico. Inoltre lo stesso tunnel è ventilato proprio come le gallerie per autoveicoli, creando un ambiente di lavoro e di ispezione adatto al personale umano.
Nella prima foto un tunnel in costruzione nella città di Tokyo. Nella seconda foto lo stesso tunnel una volta completato il cablaggio.

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Il punto debole di questo sistema è il costo. Per fare un esempio la città di Madrid ha sostenuto una spesa di 3.000 Euro al metro lineare per la realizzazione del tunnel recentemente costruito. Troppo elevato per la maggior parte delle piccole-medie città Italiane.

E resta aperta anche la questione relativa alle arterie secondarie che non consentirebbero l’installazione di grandi tunnel visto che lo spazio a disposizione sarebbe insufficiente.
Non penso che questo sistema si adatti efficacemente alla realtà Italiana, anche se spero che serva come spunto per comprendere che esistono soluzione alternative e non bisogna smettere di sviluppare nuove idee. Nel nostro caso è necessario studiare una soluzione più semplice, economica ed efficiente.

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti.
Più informazioni: Tokyo Electric Power Company
http://www.tepco.co.jp/en/index-e.html

Automobile a idrogeno open source

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Rubrica: The expert on the salmon

Titolo o argomento: Auto a idrogeno

Automobile ad idrogeno open source?

 In questi giorni mi sono interessato particolarmente a quei progetti che si potrebbero convertire in un nuovo modo di concepire l’ingegneria e l’economia. E chissà se ci spingeranno ad uscire dalla crisi. Uno dei progetti  più interessanti che ho trovato è un’auto a idrogeno che si chiama The Hyrban.

Questo nuovo concetto di automobile per l’uso cittadino sarà presentato la settimana prossima in Inghilterra, con l’originale caratteristica che

chiunque può partecipare al suo design finale.

L’auto è stata ideata da professori ed alunni delle università di Oxford e Cranfield e ora l’azienda Riversimple (riversimple.com) sta pianificando la sua fabbricazione. Ma la cosa più interessante è che hanno lasciato il progetto aperto

(open source)

alla partecipazione di tutti. Chiunque può apportare le sue opinioni in pieno stile 2.0 attraverso questa wiki (http://www.40fires.org/Wiki.jsp?page=The%20Hyrban). The Hyrban avrà le stesse dimensioni di una Smart For-two, un peso di 350 kg, raggiungerà una velocità massima di 80 km/h e un’autonomia di 321 km. Le pile a combustibile ad idrogeno saranno di 6 kW e disporrà di motori elettrici in ogni ruota. Al posto delle pile, un insieme di superconduttori.

Ora, come se non bastassero queste novità per intrigare il potenziale pubblico di acquirenti, c’è un’ulteriore caratteristica in questo modello di auto.

Riversimple pretende

affittare il veicolo per un periodo di 20 anni,

ricariche di idrogeno incluse.

Anche se per alcuni potrebbe essere una buona abitudine quella di mantenere lo stesso veicolo per tanti anni, è difficile immaginare che la maggior parte dei clienti la accogla con entusiasmo. Ad ogni modo, quello di includere il combustibile nel prezzo d’acquisto non è del tutto male (si attenuano le oscillazioni di prezzo), e l’idea che il design dell’automobile sia aperto alle proposte della comunità sicuramente è unica nel suo genere.

Gli sviluppatori di questo modello pretendono cambiare le abitudini di consumo e di progettazione in un settore in forte crisi (General Motors su tutte) riscrivendo le regole del mercato dell’automobile. Se come Marchionne (CEO della FIAT) ha dichiarato tempo fa, rimarrano solo 6 grandi produttori di automobili, bisognerà davvero inziare a cambiare strategia ed imporre un modello più aperto e più efficiente.

E chissà che in un futuro non così lontano, l’idea di open source largamente utilizzato nel mondo dell’informatica non possa essere accolto con successo anche in altri campi dell’ingegneria e del design. Io un euro ce lo scommetterei..

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Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti.
Fonte:
ISon21.es

Il Budjet e la F1

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Rubrica: The expert on the salmon

Titolo o argomento: Il budjet e la Formula1

Il Budget e la Formula 1

La Formula 1 pensa di adattarsi alla situazione di crisi economica globale e ha proposto per la stagione 2010 un taglio del budget volontario per le scuderie di ben 45 milioni di euro. Incluse nel taglio tutte le spese per innovazione e sviluppo tecnologico.

La FIA, Federazione Internazione dell’Automobilismo, pretende con questa misura di convincere le scuderie, affette da problemi economici, a rimanere nella competizione. Considerando però che la media dei costi che attualmente sostengono le squadre più modeste si aggira intorno ai 150 – 200 milioni di euro, sarà molto complicato che tutti riescano ad adattarsi alla norma in così poco tempo.
Le prime reazione contrarie rispetto all’iniziativa, sono arrivate da Ferrari e Renault che hanno annunciato che se la norma fosse accettata, potrebbero abbandonare la competizione sin dal prossimo anno.

Come mai un taglio del genere potrebbe affettare queste squadre, tanto da annunciare

un eventuale ritiro dal campionato?

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È interessante valutare analiticamente quali sono i fattori economici che spingono le grandi scuderie ad investire cifre esorbitanti nel mondo della Formula 1. La principale ragione è lo sviluppo di nuove tecnologie nella produzione dei veicoli stradali.

Prendiamo come esempio la scuderia Ferrari, che sempre è stato il marchio che più investimenti ha effettuato nella Formula 1.
La partecipazione in questa competizione ha portato grandi risultati circa la vendita delle sue automobili per tre motivi fondamentali:

  • Per le migliorie apportate sulle vetture stradali, puntando sull’innovazione come strategia competitiva.

  • Migliora la valutazione del brand Ferrari come impresa di qualità.

  • Si esporta la visibilità del marchio in tutto il mondo, avendo un ampissimo pubblico di telespettatori della competizione.

E’ importante ricordare che dal punto di vista aziendale, soprattutto in momenti di crisi, è molto importante l’innovazione e il miglioramento del prodotto, e ovviamente le aziende automobilistiche non fanno eccezione.

Stesso discorso valido al 99% per ia MotoGP, che pensa abbandonare il 2 tempi a favore del

più commerciale 4 tempi.

Per via delle normative europee le moto due tempi non sono più commerciabili (o quantomeno lo sarebbero investendoci su…), rompendo questo anello che porta le innovazioni della pista sulla strada e buoni ingressi alle case costruttrici.
Ovviamente a scapito del divertimento.

Povero Michael Schumacher che pochi giorni fa aveva dichiarato che le gare di moto erano più eccitanti di quelle di macchine.

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti. Inviato dalle isole Canarie

Fonte:
El Blog Salmón

Le 3R della sostenibilità – Riciclare

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Rubrica: The expert on the salmon
Titolo o argomento: Le 3R della sostenibilità – parte 4

Riciclaggio

La terza R della nostra trilogia ambientale parla di quello che oggigiorno rappresenta la destinazione dell’11% di tutti i rifiuti Italiani: il riciclaggio.

Già, solo l’11%.

Sebbene infatti con il progredire delle tecniche di riciclaggio si è riusciti ad aumentare il rendimento del recupero (vetro e metalli sono vicini al 100%), rimane ancora una questione aperta:

convincere le persone a fare la loro parte.

In qualsiasi paese, la maggior parte delle persone dice di essere favorevole al riciclaggio. Ma concretamente solo una piccola percentuale è attivamente impegnata nel dividere la propria immondizia per tipo di materiale e utilizzare sacchetti diversi per ognuno di essi. E pensare che questa semplice operazione potrebbe portare all’innesco di una catena di risparmi: meno materie prime sprecate, meno energia consumata, meno inquinanti immessi nell’atmosfera.. migliore qualità di vita per l’ambiente e per le nostre tasche.
In questo fronte, si stanno muovendo molte entità distinte. Da un lato ci sono i comuni (come quello di Ancona 😀 ) che stanno obbligando le famiglie a distribuire i propri rifiuti in appositi cassonetti distinti. In questo modo si disincentiva il più possibile l’utilizzo del cassonetto unico per i rifiuti domestici.

Però che fare con i rifiuti che si producono fuori dall’ambito domestico?

Molte imprese si sono interessate al tema, con il chiaro obiettivo di generare un business. Un esempio lo da una società australiana di distributori automatici, la Envirobank Recycling che ha creato delle macchine da collocare al lato dei normali distributori per raccogliere le lattine utilizzate.

Invece di gettare la lattina nel cassonetto, la si introduce nella macchina riciclatrice e in cambio si ottiene uno sconto su un’altra bibita o un coupon con il quale ricaricare il cellulare.

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E l’impresa ha già in cantiere altre macchine con lo stesso funzionamento per diversi tipi di residui (plastica, olio esausto, batterie, ecc.) da applicare nei luoghi adeguati: dai centri commerciali alle stazioni di rifornimento.

Altre idee interessanti vengono ad esempio da Apple che negli USA ha aperto un servizio di raccolta a domicilio nelle scuole e negli uffici pubblici per la raccolta e lo smaltimento dei vecchi computer o dispositivi elettronici (di qualsiasi marca).
Ma senza dubbio l’idea più originale l’ha avuta CocaCola.. Da quest’anno nella maggior parte degli stadi di baseball sono presenti al lato dei distributori automatici di lattine, dei cestini a forma di “ricevitore”: una volta terminata la bevanda basterà prendere la mira e utilizzare la lattina come una palla da baseball e fare centro. Ma senza preoccuparsi perché sia quelle che entrano, sia le altre, vengono raccolte e portate al centro di riciclaggio più vicino.

Probabilmente vedremo nei prossimi tempi queste e molte altre idee arrivare anche in Italia, con l’aumentare del prezzo delle materia prime (il costo della lattina incide per il 35% circa sul prezzo di vendita di una bevanda) le imprese si ingegneranno sempre più su come recuperare questi scarti.

A beneficio anche dell’ambiente.

Se dopo anni di leggi ambientali siamo solo all’11% di riciclaggio, forse sarà proprio la creatività a fare centro nell’animo dei consumatori.

Articolo scritto da:
Ing. Gestionale Davide Mazzanti.
Fonte: Ison21.com