Capitale umano: Investire su noi stessi

Rubrica: Spunti
Titolo o argomento: Investire su noi stessi

Un mio amico mi ha raccontato che per la Laurea regalerà alla sua ragazza un viaggio del costo di circa 2500-3000 Euro. Mi ha detto anche che questo comporta un bel sacrificio. Questa ragazza sta per diventare ingegnere e desidera, anche se manifesta ancora qualche dubbio, portare avanti lo studio tecnico del padre. I dubbi che interessano questa ragazza sono di carattere economico, così mi viene spontaneo chiedermi e chiedervi retoricamente: “Perchè nonostante il brutto periodo economico che ha colpito l’Italia recentemente (ma anche il resto del mondo) siamo propensi a svenarci per fare un viaggio di qualche giorno e non ci balza minimamente in testa l’idea di usare anche quel budget per avvicinarci ulteriormente ai nostri obiettivi? Come mai crediamo così poco in noi, nelle nostre capacità di realizzarci professionalmente? Come mai non ci rendiamo conto che si tratta di una strada a senso unico?”. Investire sul nostro obiettivo lavorativo ci permetterà poi di fare acquisti di vario genere e varia misura; investire su un viaggio non ci permetterà di fare null’altro che il viaggio. Un comportamento che mi incuriosisce realmente perchè non riesco a comprenderlo. Certo è che investire sul lavoro è sempre un rischio, quindi la risposta potrebbe essere che temiamo di metterci in gioco?

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Le nuove generazioni sono davvero più intelligenti?

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Su cosa si basa questo luogo comune?

Spesso si sente dire a nonni e genitori che i loro nipoti sono sempre più svegli e intelligenti rispetto alle precedenti generazioni. Così, per curiosità, sono voluto andare a fondo sulla cosa ed ecco ciò che è emerso. Genitori e nonni rimangono facilmente impressionati dal fatto che i “nuovi giovani” sono in grado di utilizzare le nuove tecnologie (soprattutto elettroniche) con grande scioltezza. Il fatto che un ragazzino di 10 anni sia in grado di utilizzare in modo disinvolto un iPod, viene accomunato a maggiore intelligenza. Niente di più errato.

Se così fosse, le nuove generazioni sarebbero formate sempre più spesso da ragazzi superbravi a scuola, giovani in grado di eseguire in modo fin troppo semplice calcoli complessi e che sarebbero in grado di effettuare ragionamenti altrettanto elaborati. Invece sono abili al computer, ad utilizzare la console preferita, il cellulare preferito, il software preferito… semplicemente perchè i “nuovi giovani” in mezzo a questa tecnologia ci sono nati. Inoltre tale tecnologia è stata concepita proprio per loro altrimenti sarebbe rimasta invenduta.

La prova del nove sta nel semplice fatto che spesso genitori e nonni delle attuali generazioni conoscono bene ad esempio come manovrare una saldatrice o una macchina per lavorare il legno mentre i giovani di oggi non sanno tenere in mano nemmeno un martello. Con questo voglio dire che alcuni decenni fa le massime tecnologie alle quali poteva ambire un ragazzo erano utensili e strumenti da lavoro privi di qualunque sofisticazione elettronica, multimediale o interattiva. Ne segue che, come i nostri nonni hanno imparato ad usare un tornio (e con esso realizzavano splendidi lavori), oggi i “nuovi giovani” sono in grado di sfruttare al meglio internet o l’interattività proposta dalle grandi aziende di elettronica.

Semplicemente, ogni generazione si adatta e si confronta con ciò che la tecnologia gli mette a disposizione e con la realtà che la circonda in quel momento. E’ invece privo di ogni ombra di dubbio il fatto che gli stimoli e gli input provenienti dal mondo sono aumentati esponenzialmente e, i giovani di oggi, si sono abituati senz’altro a gestire nella mente una sempre crescente quantità di informazioni. Un pò come se avessero aumentato la capacità del proprio hard disk, lasciando il processore inalterato.

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Non è detto che le tecnologie di una volta non riacquisteranno importanza per i giovani… Inoltre le tecnologie di un tempo oggi sono perfettamente integrate con quelle più attuali e sofisticate (vedi le Macchine a Controllo Numerico).

Appassionati del primo e del secondo tipo

Sport Motori Passione, sì ma in che modo?

Pro e Contro di due modi di vivere le auto da corsa

Appassionato del primo tipo

C’è il patito di auto sportive, quello che sogna di acquistare una Lamborghini, una Porsche o una Ferrari e che a volte ne possiede una, altre volte non potendo arrivare a tanto punta verso una via di mezzo più alla portata di mano ma comunque prestigiosa: una coupè della terra di mezzo,  un’Audi TT, una BMW Z4… Si tratta ovviamente di auto tanto eleganti quanto sportive, auto che si ha il piacere di mostrare in giro. E proprio qui sta il punto: questo tipo di appassionato, laddove è possibile, fa il suo acquisto anche in funzione di come si presenterà sulla strada e come apparirà agli occhi di chi lo osserva.

PRO: guida auto strepitose, sicure; il bolide che sceglie può tranquillamente circolare sulle strade di tutti i giorni, inquina poco, agli appassionati fa piacere incontrare la sua auto per strada…

Contro: spesso effettua scelte mirate al prodotto che lo renderà più in vista; sebbene il suo mezzo sia di razza non trasmette agonismo e istinto da puro sangue agguerrito per la pista. Non sa che spesso si trova alla guida di auto”strozzate” per rispettare i limiti di inquinamento previsti dalla comunità europea e che sul prezzo d’acquisto hanno inciso i costi di una miriade di dispositivi ai quali nemmeno è interessato ma che sono fondamentali per poter circolare rispettando la legge…

Appassionato del secondo tipo

C’è poi l’appassionato virale, quello che non ama i compromessi, quello che girerebbe volentieri su strada con una McLaren F1 anche solo per andare a fare la spesa, quello che se ne infischia se la gente apprezza o meno i suoi gusti… quello che, se potesse, andrebbe tutti i giorni in pista, quello a cui non interessa mostrare il suo veicolo a chi cammina per strada, anzi ne è particolarmente geloso e non lo lascerebbe mai incustodito fuori da una discoteca o un ristorante la sera, quello che poi, per andare in giro, prende l’auto vecchia del nonno e la trova comunque gustosa e divertente…

PRO: Si rende conto che la strada non è una pista e si attiene il più possibile al codice stradale, frequenta gli autodromi, la prima cosa che la sua ragazza dice di lui alle persone è: “Il mio ragazzo è un “patito sfrenato di motori che vuole più bene al suo bolide che a me!”. Possiede (o vorrebbe possedere) in camera una o più foto che lo ritraggono mentre prende una curva in pista…

Contro: Non può girare con la sua auto per strada perchè è completamente off limits.

Ovviamente ci sono pur sempre le eccezioni. Quale sarà l’appassionato del terzo tipo? Probabilmente quello che ha avuto un contatto diretto con una Maserati MC 12 o una MC Laren F1, una F40 o, perchè no, con un prototipo da lui costruito…

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L’evoluzione dell’ignoranza

Per molto tempo l’ignoranza è stata attribuita soprattutto a coloro che hanno terminato gli studi troppo presto o a coloro che non hanno mai avuto modo di affrontare un percorso di studi. In questa fascia si inserivano spesso nonni o bisnonni che ai tempi della guerra avevano ben altri pensieri. Successivamente il termine ignoranza è stato abbinato troppo facilmente (talvolta erroneamente) a persone di generazioni precedenti a quelle attuali solo per questioni di incompatibilità nelle esigenze e nei modi di vedere modificatisi nel tempo.

Oggi invece l’ignoranza ha subìto una forte evoluzione. Sebbene possa sembrare un paradosso, è così. L’ignoranza oggi non è propria solo di coloro che non hanno “studiato” bensì anche di una fetta di laureati…

Mi capita sempre più spesso di parlare con laureati che, una volta acquisito il “pezzo di carta”, credono di sapere tutto… Nessuno deve più insegnar loro nulla. Hanno preso una laurea su una specializzazione ma sono saccenti in tutte le scienze possibili immaginabili. Si caricano da soli e tutto questo per una laurea che oggi prendono tanti, ma proprio tanti giovani.

L’ignoranza non scompare con una laurea; l’ignoranza scompare nelle menti aperte, le menti che sanno immedesimarsi nei panni altrui, le menti imparziali, le menti che valutano ogni cosa obiettivamente, le menti che non smettono mai di studiare, le menti che sanno applicare un metodo di studio, che sanno ricercare nuove fonti alle quali attingere, le menti che evolvono i loro pensieri, che vogliono imparare cose nuove e sanno come farlo, le menti che non sono mai come il giorno prima, le menti che crescono, cercano e offrono nuovi stimoli, le menti che osservano, ascoltano.

Dice Piero Pelù in una canzone fatta con i Litfiba:

“Non è la fame ma è l’ignoranza che uccide…”

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Quoziente di intelligenza, si può migliorare?

Si può migliorare il Q.I.?

La faccenda del QI è più complicata di quanto sembri. L’intelligenza non è qualcosa di astratto che si sviluppa (e si misura) nel vuoto e in assoluto. La misuri applicandola: per esempio, alla soluzione di un problema. O al compito di rispondere alle domande di un test.

Ma per capire le domande devi avere delle competenze: per esempio, la conoscenza della lingua in cui le domande sono fatte, e la capacità di leggere. La cosa sembra ovvia ma non lo è. Quando sono stati fatti i primi test di intelligenza, negli USA, agli inizi del secolo scorso,le persone di colore risultavano sistematicamente meno intelligenti degli occidentali. Qualche bello spirito ha pensato bene di usare questa evidenza per sostenere che le persone di colore fossero “biologicamente” da meno. Mica vero! Semplicemente, le persone di colore mediamente erano meno scolarizzate: quindi avevano in misura minore le competenze (in primo luogo linguistiche) necessarie a riuscire bene nei test e, purtroppo, anche in molte altre cose.

Giusto per capirci: prendi Einstein bambino, sbattilo in un orfanotrofio in un paese sottosviluppato e non mandarlo nemmeno in prima elementare. Vedrai che da grande non arriva a scoprire la teoria della relatività, e che nei test sul QI ha risultati peggiori dei tuoi. Insomma: nasci con un QI potenzialmente alto o basso, ma quel che fai dipende dall’ambiente in cui cresci, dalle opporunità che hai e da quanto ti dai da fare per metterle a frutto.

Si è scoperto da poco che il cervello è plastico fino a tarda età: cioè che può continuare a imparare per tutto il corso della vita. A meno che non arrivi la fregatura dell’Alzheimer (demenza precoce).

Certo, col tempo tutti noi perdiamo un sacco di neuroni, ma aumentano le sinapsi, cioè le connessioni tra neuroni, che sono la cosa davvero importante per pensare. Fra l’altro: in un recente, bell’articolo sul Corsera Edoardo Boncinelli, un neuroscienziato italiano, ha scritto che intelligenza è soprattutto capacità di fare connessioni riprendendo, con questo, le tesi del matematico Poincaré che 100 anni prima (1906, Scienza e metodo) scriveva che creatività è la capacità di creare connessioni nuove e utili tra elementi esistenti.

Insomma: sono la tua competenza linguistica e la tua apertura culturale a renderti intelligente in quanto capace di fare molte connessioni tra le molte cose che sai (hai notato che di qualcuno mica tanto sveglio si dice che “non connette”?) e a darti anche gli strumenti, se lo vorrai e se avrai la fortuna di incontrare qualche buon maestro, per migliorare in matematica o negli scacchi.

Fonti:
E. Boncinelli, Il cervello, la mente e l’anima – Mondadori

A. Oliverio, L’arte di pensare – Rizzoli
Don Milano – Scuola di Barbiana – Lettera a una professoressa

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Troppi argomenti insieme? Chi l’ha detto?

Un blog che propone molti temi non è necessariamente confusionario

E’ capitato che qualcuno ponesse alla mia attenzione il fatto che su questo blog vi sono “molti temi” e che non ci siano legami tra tali temi. Per fortuna su quasi 40.000 lettori (nel momento in cui viene scritto questo articolo, ovvero Gennaio 2010, per i valori aggiornati guarda la sezione Statistiche Blog) solo in 2 hanno avanzato una simile ipotesi. Forse abbiamo anticipato un metodo e quando il sistema sarà diffuso saremo stati tra i primi a sperimentarlo ma… guardate di seguito questo curioso esempio reale e affermato più che mai.

Ecco un esempio che vi sorprenderà

Si tratta di un corso di formazione per istruttori di guida sicura eppure pochi penserebbero che tra le materie da studiare per superare il corso vi siano:

  • Elementi basici di matematica
  • Elementi basici di fisica
  • Elementi basici di chimica e sicurezza nei trasporti
  • Elementi di teoria del traffico e segnaletica
  • Psicologia nel traffico e percezione
  • Eziologia degli incidenti stradali

Guarda un pò, anche in un corso per diventare istruttori di guida sicura troviamo la “matematica“, la “fisica“, addirittura la “chimica” e persino la “psicologia“. Alcuni penseranno: “Solo per un corso di guida?” Sì, solo per un corso di guida.

Questo cosa vuol dire?

Coniugare più temi fa parte di un metodo che, contrariamente a quanto ho affermato all’inizio, non è poi così innovativo. E’ un metodo che viene utilizzato da scuole, università, corsi professionali con lo scopo di “integrare” tra loro temi per una preparazione complessiva soddisfacente. Quello che di innovativo c’è in questo Blog è il tipo di temi messi in relazione tra loro, il modo in cui vengono messi in relazione tra loro e la logica del progetto. Avremo modo di parlarne meglio attraverso il tempo, mentre il lettore, viaggiando con noi, potrà leggere i molteplici spunti che verranno pubblicati.

Aggiornamento a Marzo 2015

I lettori di questo Blog sono passati dai 40.000 del Gennaio 2010 a quasi 700.000 del Gennaio 2015. Inoltre abbiamo verificato con piacere che attualmente (e sono passati solo 4 anni) proporre più temi su un Blog è considerato, dai webmaster più esperti, un ottimo metodo per non annoiare, rendere piacevole la navigazione del sito ed ospitare un vasto pubblico. Se contare le innumerevoli occasioni di crescita che, chi segue da anni questo blog, avrà potuto osservare. Occasioni che sono venute da numerose interazioni (vedi la pagina Studio di questo Blog).

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Hai mai pensato che ci sono altri punti di vista?

Ultimamente ho ricercato tramite servizi come Google Maps, Google Heart, Live search, ecc., dei quartieri che ho frequentato quando ero piccolo; i miei amici incuriositi hanno fatto lo stesso.

Ebbene la curiosità sta nel fatto che a tutti e tre è successa la stessa cosa. Osservando le strade dall’alto, tramite le foto fatte dai satelliti, tutto ci è sembrato differente. Ci immaginavamo che le strade sulle quali siamo cresciuti fossero di forma e grandezza differente, credevamo che si raccordassero alle strade intorno in un’altra maniera. Ci è sembrato di guardare per la prima volta le strade sulle quali in realtà siamo cresciuti e sulle quali avremmo giurato di sapere tutto.

Invece, guardando da un’altra prospettiva, “tutto” ci è apparso diverso da come lo avremmo immaginato. Se qualcuno ce lo avesse detto a stento gli avremmo creduto. Nel migliore dei casi avremmo lasciato un margine di scetticismo sicuri del nostro punto di vista.

Ti è mai capitato di pensare che forse anche solo una cosa della quale sei sicuro non è come tu pensi?

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Regola numero uno: rendere conto agli altri.

Per lavorare in gruppo è la prima regola fondamentale

Eh già perchè se si desidera lavorare in squadra con lo scopo di rendere di più, si deve tener conto del fatto che ognuno si prende una responsabilità con sé stesso e con gli altri. Ognuno ha il suo compito e ad esso dovrebbe adempiere. Ma questo potrebbe essere paradossalmente secondario.

La regola principale sta nel fatto di non lasciare mai la squadra a metà lavoro. Fare questo significa lasciare il resto della squadra nei guai. Un collaboratore lascia il gruppo ed i problemi si riversano su coloro che rimangono: devono trovare un nuovo elemento sostitutivo, un collaboratore con le stesse competenze possibilmente, con lo stesso affiatamento. Il più delle volte è una situazione alla quale è davvero difficile  rimediare.

Non bisogna pensare che se vi ritirate in fondo in fondo ci rimettete solo voi. Dovete pensare in primis al danno che fate al gruppo e che, in seguito allo squilibrio che create, potete portare il gruppo stesso all’insuccesso. Il più delle volte accade che, non trovando immediatamente un sostituto già avviato come il precedente, altri membri del team siano costretti a lavorare il doppio o ritrovarsi a svolgere mansioni per le quali non sono preparati al meglio.

Un lavoro fatto in gruppo va portato a termine nonostante la fatica, i pasti da saltare, le ore in più necessarie… Indipentemente dal risultato riceverete molta più stima, rispetto e gradimento (nonché una buona dose di crescita personale) piuttosto che mollando e lasciando tutti nei guai. Il vero fallimento sta nel lasciare le cose a metà giustificandosi con problemi che in realtà non si è gli unici ad avere. Il risultato del lavoro è spesso secondario se la squadra  è stata affiatata ed ognuno ha fatto la sua parte. Quando sai che sugli altri puoi contare, un lavoro da migliorare o da rifare non è un ostacolo insormontabile.

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Se un solo anello della catena cede, il lavoro di tutti gli altri è inutile.

Pubblicità e cellulari: Quando il troppo è davvero troppo.

Rubrica: Il fantastico mondo della comunicazione

Titolo o argomento: Via da una malsana omogeneizzazione

In seguito alle ossessionanti insistenze da parte delle compagnie telefoniche (delle quali possedevo due schede) che volevano a tutti costi vendermi pacchetti, promozioni, tariffe e quant’altro da me assolutamente non richiesto, mi sono promesso di non ricaricare più il telefono cellulare per un anno.

Come è andata a finire?

Ci sono riuscito. Per tutto il 2009 non ho mai ricaricato il telefono,  ad esclusione di una mini ricarica per tenere attivo il numero principale. Inoltre ho lasciato “scadere” il secondo dei due numeri.

Quali vantaggi ho avuto?

Ho avuto molto più denaro disponibile da spendere in “libri e software, cinema e hobby”.
Sono stato lontano dalle radiazioni del cellulare che una volta avevo sempre con me.
Non mi sono subìto non so quanti messaggi pubblicitari che non ho richiesto.
Mi sono sentito libero. Molto più libero.
Se pensate che non abbia avuto contatti con il mondo sappiate che il telefono fisso lo uso regolarmente, inoltre esiste Skype, Messenger, la posta elettronica…
Chiunque avesse bisogno di contattarmi in orari strani lo poteva fare ugualmente dato che potevo ricevere.
Ho dovuto chiamare i pompieri una volta ed è stato ovviamente possibile anche  con telefono senza credito.
Negli orari in cui non sono a casa, sto facendo altro e, senza cellulare, non vengo disturbato. Quando ci sono, mi trovi a casa. Quando non ci sono mi sento libero.

Quali svantaggi?

Ancora non ne ho trovati. Con gli amici ed i conoscenti mi sento regolarmente quando sono a casa dal fisso o, ovunque nel mondo, tramite Skype.

In conclusione

Il cellulare è un’utilità, non un obbligo. Deve stare al mio servizio, non io al suo. Tu sai prendere in mano il tuo portafogli e spendere quello che puoi per le cose che realmente vuoi?

Aggiornamento all’anno 2015

All’inizio di questo articolo ho scritto che per tutto l’anno 2009 non ho praticamente mai ricaricato il telefono. Ebbene, poi ho proseguito anche per il 2010, il 2011, il 2012, il 2013, il 2014, ed oltre… Il risparmio totale è ammontato a circa 1800 Euro, denaro che è stato investito in strumenti da laboratorio e componentistica il cui acquisto solitamente è sottoposto/vincolato alla famosa frase “Al momento non ho i soldi per questa spesa ma appena riesco…”.
E invece sottraendosi ad abitudini di malsana omogeneizzazione sociale ecco che, con questo ed altri accorgimenti, si arriva persino a disporre di cifre importanti che nell’abitudine e nella dilazione non ci rendiamo conto di spendere.
Altro impiego trovato senza troppi sforzi (ovviamente) è stato quello di compensatore di rincari (carburanti e servizi ad esempio) e, in particolar modo negli anni che abbiamo attraversato, non è poco.

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