Tecnologia computer aided: La produzione

Rubrica: Tecnologia computer aided

Titolo o argomento: Introduzione ai software/sistemi per la produzione moderna

Questo articolo segue dai precedenti indicati di seguito:
Tecnologia computer aided: La progettazione
Tecnologia computer aided: L’analisi
Tecnologia computer aided: La prototipazione

Produzione

CAM

L’acronimo CAM “Computer-Aided Manufacturing” sta a significare “fabbricazione assistita dal computer”. Trattasi di una categoria di prodotti software che analizzano un modello geometrico bi o tri-dimensionale e generano le istruzioni per una macchina utensile a controllo numerico computerizzato (CNC) atta a produrre un manufatto avente la forma specificata nel modello.

PDM

PDM sta per “Product Data Management” ovvero “gestione dei dati di prodotto”, si tratta di una tipologia di software in grado di raccogliere informazioni su un dato prodotto. Questo strumento risulta fondamentale al fine di archiviare numerosi progetti classificati non solo sulla base di un nome, bensì anche sulla base di un codice univoco, di metadati, della storia del prodotto e delle sue specifiche caratteristiche tecniche. In tal modo è possibile ad esempio risalire ad un documento dai dati di un cartiglio o tramite le caratteristiche di un dato prodotto (es. la ricerca di tutti i progetti delle bielle in lega di titanio prodotte con interasse uguale o inferiore ai 130mm).
Risulta di conseguenza molto facile verificare anche l’evoluzione di un dato prodotto (es. geometria, materiali, metodi produttivi, test, controlli effettuati, costi di produzione, tempi di produzione, processi impiegati, ecc.) ed il suo ciclo economico all’interno dell’azienda.

PLM

Il PLM, vale a dire “Product Lifecycle Management” ovvero “gestione del ciclo di vita del prodotto”, è uno strumento informatico (strategico) che consente di amministrare le informazioni, i processi e le risorse connesse con il ciclo di vita dei prodotti e dei servizi, realizzati da una determinata azienda, al fine di ridurre tempi, costi e rischi, nonché aumentare la qualità. Grazie ad un accesso condiviso a tutti i dati relativi allo sviluppo, il lancio, la modifica ed il ritiro di prodotti o servizi dal mercato, è possibile innovare un prodotto o servizio lungo tutto il suo ciclo di vita in tempi rapidissimi come se il prodotto venisse curato da un unica mente che gestisce un unico fondamentale archivio di dati.
Se ad esempio si sta producendo un freno di emergenza per ascensori, tutti coloro che partecipano alla progettazione (ideazione e sviluppo), realizzazione, distribuzione (lancio sul mercato e ritiro) del prodotto hanno modo di accedere ad un unico archivio centrale (sempre aggiornato in tempo reale) che fornisce informazioni su tutto quello accade al prodotto a partire dall’idea fino alla vendita dello stesso. Ogni addetto può verificare in ogni momento quali materie prime occorrono e se queste sono disponibili in magazzino, quali macchinari, strumenti, utensili (e quant’altro) sono necessari per la produzione e quale sia la loro disponibilità o, magari, i tempi di realizzazione di ogni pezzo o, ancora, quali problematiche si riscontrano frequentemente nell’impianto di produzione e così via. Ogni operatore inoltre può lasciare un feed-back, visibile da tutti i suoi colleghi, per informare che vi è un errore da correggere o un difetto riscontrato o una modifica che il ciclo di vita del prodotto dovrebbe subìre per ridurre i tempi ed i costi di produzione. Nonostante l’archivio centrale sia sempre visibile da tutti gli adetti, solo parte di essi detiene i permessi per accedere al sistema e modificare l’archivio. Ciò evita la confusione, gli errori e garantisce il rispetto delle mansioni assegnate. Si tratta quindi di un approccio alla produzione basato su un insieme di tecnologie, su metodologie di organizzazione del lavoro collaborativo e sulla definizione dei processi. L’interazione di un simile strumento con i sistemi CAD, CAM, CAE, nonchè fogli elettronici e file di testo, è d’obbligo.

CAPP

Con la sigla CAPP si intende il “Computer Aided Process Planning” ovvero la tipologia di software che si adotta nelle fasi di produzione industriale per leggere le informazioni di prodotto, le informazioni di processo e le informazioni di sistema, dialogando costantemente con i software CAD e CAM prima mensionati, al fine di calcolare i migliori metodi da adoperare per realizzare un prodotto.

CAQC

L’acronimo CAQC indica “Computer Aided Quality Control”, si tratta di una tecnologia software in grado di eseguire il controllo qualità tramite ispezione (CAI) e test dei prodotti realizzati (CAT). Il Computer Aided Quality Control, come per i sistemi Computer Aided Process Planning, è integrato con i sistemi CAD e CAM con i quali dialoga costantemente per un controllo totale sulla produzione.

CAI

Il controllo qualità assistito dal computer (elaboratore o calcolatore che dir si voglia) prevede una fase di ispezione che viene denominata CAI ovvero “Computer Aided Inspection”.

CAT

Il controllo qualità assistito dal computer prevede inoltre una fase di test che viene denominata CAT ovvero “Computer Aided Testing”.

Fonti:
Aziende del settore
Dispense e appunti universitari – Università Politecnica delle Marche
Wikipedia

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Tecnologia computer aided: Soluzioni Open Source (articolo in preparazione)

Esempio di fresatura a 5 assi guidata da computer mediante software CAM

Esempio di fresatura a 5 assi guidata da computer mediante software CAM,
la lavorazione è atta a portare a misura la pala di un’elica.
Image’s copyright: ESPRIT by DP Technology

Tecnologia computer aided: La prototipazione

Rubrica: Tecnologia computer aided

Titolo o argomento: Introduzione ai software/sistemi per la prototipazione

Questo articolo segue dai precedenti indicati di seguito:
Tecnologia computer aided: La progettazione
Tecnologia computer aided: L’analisi

Prototipazione

RP – Rapid Prototyping

La prototipazione rapida (Rapid Prototyping – RP) consiste in un insieme di processi volti a realizzare modelli e componenti per addizione di materiale layer by layer a partire da un modello matematico tridimensionale ottenuto in ambiente CAD. Diversamente dalle tradizionali macchine, che operano una sottrazione successiva di materiale da un blocco nel quale è contenuta la forma che si vuole ricavare, i sistemi di prototipazione rapida fabbricano strati successivi di materiali  che possono essere costituiti di volta in volta da liquidi, polveri, fili o laminati. Strato dopo strato, queste macchine ricostruiscono l’oggetto che rappresenta il modello matematico di partenza. Per questa ragione tale tecnologia produttiva è anche nota come Layer Manufacturing. Il prototipo viene disegnato tramite sistemi CAD 3D e poi convertito in un formato compatibile con il tipo di macchinario che si va ad utilizzare. Lo standard grafico attuale è il “Solid to layer” o STL. Questo formato prevede la tassellizzazione (o mesh) delle superfici interna ed esterna del pezzo attraverso poligoni triangolari. L’approssimazione di superfici curve attraverso facce triangolari introduce inevitabilmente un errore il quale viene valutato misurando la distanza tra il baricentro del triangolo e la superficie originaria. E’ possibile aumentare la densità dei triangoli in presenza di una superficie curva del modello per raggiungere l’approssimazione richiesta.

RC – Rapid Casting

Il Rapid Casting è una tecnica che sfrutta opportuni metodi di prototipazione rapida (ad es. SLS – Selective Laser Sintering) per ricavare un modello a perdere da utilizzare poi nella fusione a cera persa. Questo significa che il tradizionale modello di cera, realizzato per farne lo stampo in argilla, è ora sostituito da uno realizzato con materiale polistirenico mediante stampa 3D di un file STL proveniente direttamente da disegno CAD 3D. Dopo aver realizzato il modello a perdere, la procedura prosegue sottoponendo il modello stesso ad infiltrazioni con cera per renderlo meno fragile e aumentarne l’evacuabilità. Segue il rivestimento in bagni di ceramica prima di evacuare il modello a perdere con flash firing o in autoclave. Infine viene cotto il guscio ceramico e tutto è pronto per la fusione della lega, la colata nello stampo ottenuto, il raffreddamento, la riduzione del guscio, la pallinatura, il taglio primario dell’alimentazione ed i trattamenti termici necessari.

VP – Virtual Prototyping

Il Virtual Prototyping rappresenta una fase fondamentale del processo di sviluppo di un prodotto, esso consiste nell’utilizzo di software CAD – CAE al fine di confermare la validità di un progetto prima di avviare la produzione fisica del prototipo (ossia il primo modello di una serie). Ciò avviene creando al computer dei modelli virtuali tridimensionali (fasi di concept, redesign, restyling) di ogni singolo elemento di un prodotto; ogni parte viene poi unita alle altre in un assieme come se il modello fosse reale. I software CAD – CAE permettono così di valutare il comportamento, la bontà e la funzionalità di ogni componente, sia esso considerato singolarmente oppure considerato in relazione alle altre componenti con cui vi è interazione, come se il prodotto si trovasse nel mondo reale. Una volta effettuata una prima analisi atta a confermare la direzione di sviluppo da intraprendere possono comunque essere realizzati dei modelli di forma (maquette) sia con tecniche di tipo tradizionale, sia mediante il Rapid Prototyping. L’utilità del Virtual Prototyping emerge, oltre che per la definizione del progetto, anche per la fase di presentazione del prodotto.

VR – Virtual Reality

La Realtà Virtuale offre un’esperienza di visualizzazione più coinvolgente rispetto all’ordinaria visualizzazione sul monitor di un computer. L’utilizzo di sistemi stereoscopici (adottati per la realizzazione di filmati e presentazioni in tre dimensioni) permette di percepire l’oggetto rappresentato in video con un realismo sorprendente. Questo consente di verificare quanto un dato progetto risponda all’idea d’origine; è inoltre possibile valutare in tempi molto brevi eventuali variazioni di forma e colore effettuando veloci rendering.

RM – Reverse Modeling

Per Reverse Modeling si intende modellazione inversa: invece di disegnare/modellare un oggetto mediante il computer, ovvero partendo da dati precisi di forma e dimensione, si effettua l’operazione inversa andando ad acquisire i modelli di oggetti già esistenti (ad esempio mediante “Laser scanning”) ricavando così le matematiche dell’oggetto (misure lineari, spessori, diametri, sezioni o superfici di best-fitting). L’acquisizione tridimensionale, ovvero il passaggio dall’oggetto fisico alla sua rappresentazione digitale, può essere effettuata attraverso la fotogrammetria digitale (Digital photogrammetry) o tramite la scansione laser (Laser scanning) o, ancora, tramite l’integrazione dei due sistemi.

Fonti:
Articoli precedentemente redatti
CRP Technology
Nadia Ambrosetti – Università degli Studi di Milano

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Rapid Casting

Portamozzo ottenuto mediante Rapid Casting
Image’s copyright: CRP Technology

Tecnologia computer aided: L’analisi

Rubrica: Tecnologia computer aided

Titolo o argomento: Introduzione ai software per l’analisi assistita dal calcolatore
Segue dall’articolo introduttivo:
Tecnologia computer aided: La progettazione
Premessa

La trattazione che segue non è intuitiva e di facile comprensione, essa si rivolge a chi si accinge a studiare in ambito universitario i metodi di analisi numerica e a chi desidera conoscere quali altri metodi esistano oltre al noto FEM. Sarà il lettore che dovrà poi svolgere un ampio lavoro di approfondimento sui temi che qui sono appena accennati. Sono ben accetti suggerimenti da parte dei lettori per migliorare, completare, semplificare questa breve presentazione.

Intro

I metodi di modellazione numerica sono strumenti in grado di rappresentare, con un’adeguata precisione, la geometria di un sistema tenendo conto del suo comporamento tenso-deformativo ed effettuando i debiti calcoli in tempi ragionevoli. La simulazione numerica riduce il numero di costosi progetti, di prototipi e di stampi, migliora la progettazione dell’attrezzatura e ne allunga la durata, riduce gli scarti di materiale, riduce il tempo di sviluppo del prodotto e migliora la qualità del prodotto stesso. E’ possibile classificare i metodi numerici in due grandi gruppi: i metodi al continuo ed i metodi discontinui.

Metodi al continuo (FDM, FEM, FVM, BEM)

Schematizzano il sistema come un dominio discretizzato (vedi la relativa definizione poco più in basso) in “unità elementari” di forma geometricamente semplice (triangoli, quadrilateri, tetraedri, ecc.) le quali, pur deformandosi, rimangano costantemente in contatto reciproco attraverso le relative superfici di separazione. Il mezzo così composto conserva in tutti i suoi elementi le proprietà osservate nell’insieme, per cui lo studio può essere condotto a livello fenomenologico anziché a livello “atomico”. <Jing 2003>

Metodi discontinui (DEM)

Rappresentano il sistema come un insieme di corpi discreti e distinti che interagiscono tra loro solo in caso di reciproco contatto. Il comportamento meccanico del mezzo è descritto tracciando l’andamento delle forze che si sviluppano nei punti di contatto ed i movimenti dei singoli elementi che lo compongono. Infatti, mentre nei metodi al continuo i contatti fra “unità elementari” rimangono invariati indipendentemente dalla risposta del modello, in quelli discontinui vengono aggiornati ad ogni iterazione in base alla posizione ed al movimento relativo dei singoli elementi. Grazie a questa peculiarità è possibile indagare l’evoluzione della risposta del sistema in condizioni di equilibrio stabile, limite ed a rottura, oltre la quale, a differenza dei metodi al continuo, è ammessa la separazione del dominio in blocchi che continuano a risentire delle sollecitazioni agenti. <Jing 2003>

Che cosa significa discretizzare un dominio?

Per semplificare il concetto diamo prima la definizione di “discreto” in campo matematico: trattasi di una composizione di elementi distinti, separati tra loro; un insieme discreto di punti è quello costituito da un numero finito o da un’infinità numerabile di punti. La discretizzazione rappresenta il processo di trasformazione di modelli matematici ed equazioni continue nelle controparti discrete. La discretizzazione delle geometrie di un oggetto 3D da analizzare consiste nella creazione delle cosidette “mesh”, si tratta di dividere una geometria in elementi contigui più semplici (ad esempio triangoli o quadrilateri) che approssimano la geometria stessa.

Il modello matematico di un qualsiasi problema ingegneristico comporta il calcolo, all’interno di un determinato dominio, dell’andamento di una funzione di interesse (generalmente a più variabili) che soddisfi un’equazione differenziale alle derivate parziali (PDE). I metodi di analisi, come ad esempio il FEM, permettono di determinare soluzioni approssimate alle equazioni differenziali in un dominio qualsiasi calcolando una funzione discreta (cioè per la quale vengono forniti i valori solamente in determinati punti) piuttosto che continua. Tali punti sono chiamati “nodi della griglia di calcolo”. La soluzione discreta dell’equazione differenziale è calcolata in “volumi elementari” definiti da gruppi di nodi adiacenti che costituiscono gli “elementi finiti”. La contemporanea soluzione in tutti i volumi elementari in cui si suddivide il dominio (imponendo opportune condizioni di congruenza sugli elementi adiacenti) costituisce il risultato del modello numerico.

Risulta pertanto importante discretizzare adeguatamente il dominio di integrazione al fine di ottenere una soluzione il più possibile vicina alle esigenze del progettista. Ad esempio, in un problema strutturale sarà necessario addensare i nodi della griglia, e quindi raffinare gli elementi finiti della mesh di calcolo, soprattutto in prossimità delle zone in cui si prevede una maggiore sollecitazione, così come in un problema di flusso risulterà importante aumentare la quantità di nodi soprattutto laddove si prevede una rapida variazione del gradiente idraulico, cioè in prossimità di pozzi o di sorgenti. Esempi di metodi di discretizzazione sono ad esempio il metodo ai volumi finiti (FVM), il metodo agli elementi finiti (FEM), metodo alle differenze finite (FDM), ecc..

Analisi

FEM – FEA

L’acronimo FEM sta ad indicare “Finite Element Method” ovvero “Metodo degli Elementi Finiti”. Si tratta di una tecnica numerica che ha lo scopo di cercare soluzioni approssimate di problemi meccanici complessi (ad esempio problemi inerenti la deformazione del telaio di un’automobile) attraverso la risoluzione di equazioni differenziali alle derivate parziali le quali vengono ridotte ad un sistema di semplici equazioni algebriche. Le equazioni differenziali in questione sono generalmente caratterizzate da un dominio di forma complessa, o variabile; le soluzioni di tali equazioni differenziali non sono omogenee sul dominio o addirittura mancano di regolarità, esse si conseguono imponendo le condizioni iniziali e quelle al contorno. Il metodo FEM detiene una importante rilevanza nell’ambiente delle tecniche numeriche tra le quali troviamo anche il metodo delle differenze finite, il metodo dei volumi finiti, il metodo degli elementi al contorno, il metodo delle celle, il metodo spettrale, ecc.. L’acronimo FEA (Finite Element Analysis) si riferisce invece all’Analisi agli Elementi Finiti.

FDM

FDM sta per “Finite Difference Method” e cioè “Metodo delle differenze finite”, tale metodo si basa sull’approssimazione diretta delle equazioni differenziali parziali (Partial Differential Equations – PDEs) ottenuta sostituendo alle derivate parziali delle differenze definite sul dominio del problema (Jing, 2003). Si tratta quindi di approssimare un continuo in una serie di punti discreti. La soluzione del sistema derivante si consegue imponendo le condizioni iniziali e quelle al contorno.

FVM

FVM sta per “Finite Volume Method” ovvero “Metodo dei volumi finiti”, tale metodo si basa sull’approssimazione delle equazioni differenziali parziali in forma integrale. Si tratta di un metodo a cavallo tra il Finite Difference Method (FDM), rispetto al quale sopperisce alla mancanza di flessibilità in particolar modo circa la modellazione di griglie irregolari, condizioni al contorno complesse e l’analisi di materiali eterogenei (disomogenei), ed il Finite Element Method (FEM) con il quale presenta numerosi punti in comune. D’altra parte però il metodo dei volumi finiti pecca per una marcata difficoltà nel simulare sistemi discontinui che non consentono la continuità tra punti vicini della mesh.

BEM

BEM sta per “Boundary Element Method” ovvero “Metodo degli Elementi di Contorno”. Tale nome deriva dal fatto che questo metodo di analisi richiede la discretizzazione del dominio della soluzione solo ai bordi, ciò riduce le dimensioni del problema e semplifica i dati richiesti in ingresso. Esso si basa sulla risoluzione di un’equazione integrale definita sul contorno invece che sulla risoluzione diretta delle equazioni differenziali parziali come invece avviene nel metodo FDM e nel metodo FEM. A parità di livello di discretizzazione tale metodo comporta una maggiore precisione rispetto a questi ultimi (Jing, 2003).

DEM

DEM sta per “Discrete Element Method” vale a dire “Metodo degli elementi discreti”, si tratta di un metodo discontinuo che schematizza il sistema come un assemblaggio di blocchi connessi tra loro attraverso i relativi punti di contatto. Grandi spostamenti o rotazioni, fratture o completo distacco tra i singoli elementi sono ammessi nel DEM ed impossibili nei metodi FEM, FDM, FVM e BEM. Le condizioni di compatibilità sugli spostamenti rappresentano un’importante differenza tra i metodi al continuo e quelli discreti: nei primi la compatibilità deve essere imposta tra elementi interni ed è automatica nel FDM e nel BEM ma non nel FEM; nei secondi non è richiesta poiché è sostituita dai modelli costitutivi di contatto tra unità adiacenti.

Altri metodi di analisi

Metodo delle celle (CM)

I metodi numerici partono dalle equazioni di campo scritte in forma differenziale e ottenute dall’analisi di porzioni infinitesime dei sistemi fisici. La necessità di focalizzare porzioni di spazio molto piccole (tendenti a zero) risiede nel tentativo di ottenere una soluzione esatta con un ottimo grado di approssimazione. Tali metodi costituiscono un valido mezzo di studio per casi ideali dato che si manifestano importanti limiti qualora le geometrie da analizzare non siano regolari (ad es. può succedere che le funzioni delle grandezze fisiche non sono derivabili rispetto alle coordinate di riferimento) e presentino quindi discontinuità geometriche oppure discontinuità nelle proprietà dei materiali o, ancora, particolari condizioni al contorno. Inoltre è opportuno notare che le equazioni ottenute, con i metodi numerici che volgarmente vogliamo chiamare tradizionali, descrivono in realtà il comportamento dei sistemi analizzati in relazione alle ipotesi poste sin dall’inizio e non alla reale situazione, ciò risulta tollerabile solo per geometrie regolari e con debite condizioni al contorno.
Quando invece si vanno ad analizzare sistemi reali le equazioni differenziali devono essere discretizzate e fatte quindi risalire a dimensioni le quali, nonostante siano molto piccole, sono comunque finite e risolvibili con l’utilizzo del calcolatore elettronico (computer aided). A tal fine sono state elaborate le metodologie introdotte nella sezione “Analisi” (FEM, FDM, FVM, BEM, DEM). L’implementazione di queste procedure, però, è in genere complessa ed ha il difetto di perdere il legame con il problema fisico in esame.
Il metodo delle celle si basa su una diversa astuzia, anziché affrontare le equazioni differenziali (fondate sull’astrazione teorica del punto per descrivere una realtà fisica discreta) esso effettua una formulazione discreta diretta delle leggi fisiche. Fissando l’attenzione direttamente su porzioni di spazio finite, le leggi fisiche del fenomeno in esame sono scritte cioè direttamente in termini discreti, partendo dalle leggi sperimentali. Ciò permette di costruire direttamente in forma algebrica le equazioni del campo fisico studiato conservando l’aderenza alla realtà fisica del problema preso in esame.

Meshless Method (MM)

I metodi accennati nella sezione “Analisi” di questo articolo sono piuttosto diffusi (in particolar modo il FEM), tuttavia essi presentano dei limiti che hanno spinto la tecnologia computer aided verso nuove soluzioni che fossero più flessibili, comportassero un minore sforzo di calcolo per i computer (la discretizzazione delle geometrie in elementi, triangoli o quadrilateri, con la creazione della mesh è un processo molto impegnativo per il calcolatore che richiede, tra l’altro, tempi non sempre accettabili) e raggiungessero un livello di precisione di calcolo analogo se non superiore. Al fine di superare tali limiti si è sviluppato un metodo basato su nodi anziché su approssimazioni della geometria, evitando quindi la fase di generazione della mesh (da cui il nome “Meshless” o “Meshfree”). Metodi quali il “Finite Point Method” (FPM) o il “Meshless Finite Element Method” (MFEM) o, ancora, “L’Extended Finite Element Method” (XFEM), condividono la capacità di discretizzare il dominio in esame solamente a livello di punti, o nodi, i quali sono posizionati all’interno della geometria e sul suo contorno. Nonostante l’apparente rivoluzione, i metodi meshless non hanno ottenuto un vasto consenso per problematiche di carattere matematico che non verranno trattate in questa sede vista la complessità dei temi da affrontare.

Fonti:
Aziende del settore
Dispense e appunti universitari – Università Politecnica delle Marche

Prof. Giuseppe Gambolati – Università degli Studi di Padova
Tesi di Matteo Lanciotti – Università degli Studi di Bologna
Ing. Martino Pani – Università degli Studi di Trieste
Wikipedia

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Esempio di oggetto da analizzare riprodotto mediante CAD 3D - Testata motore Approssimazione dell'oggetto mediante mesh - Testata motore Analisi FEM dell'oggetto riprodotto mediante CAD 3D ed approssimato mediante mesh

Riproduzione tridimensionale di una testata di un motore 4 tempi; accanto la geometria della testata
approssimata mediante mesh; infine vista dell’analisi FEM effettuata sull’oggetto.
Image’s copyright: ralph-dte.eu

Tecnologia computer aided: La progettazione

Rubrica: Tecnologia computer aided

Titolo o argomento: Introduzione ai software per la progettazione assistita dal calcolatore

Un tempo progettare un nuovo prodotto era un’operazione che richiedeva tempi e costi a dir poco elevatissimi. Occorrevano anni per lanciare sul mercato un nuovo prodotto, per verificare la sua reale funzionalità ed il soddisfacimento del cliente. Quando qualcosa andava storto il processo ricominciava nuovamente e si impiegavano ulteriori anni per raggiungere un nuovo modello del prodotto che potesse soddisfare il cliente. Si trattava di una dura lotta contro il tempo nella quale, tra l’altro, il raggiungimento delle caratteristiche richieste per il prodotto poteva avvenire quando ormai questo era ritenuto obsoleto, sorpassato. Nel mercato di oggi la parola d’ordine è “rapidità”. Dalla nascita dell’idea al prodotto finito pronto, testato ed immesso sul mercato, passa un tempo infinitesimale se confrontato anche solo con pochi decenni or sono. Questa forte riduzione dei tempi è stata possibile grazie alla progettazione, l’analisi, la prototipazione e la produzione assistita dal computer, la tecnologia “Computer Aided”. Oggi è possibile sviluppare virtualmente l’intera catena produttiva partendo dall’idea iniziale, passando per tutte le fasi di progettazione, verifica e correzione, fino ai controlli dei processi produttivi e della qualità, andando a correggere ogni imperfezione prima di produrre realmente il bene e quindi limitando drasticamente le perdite di tempo e di denaro.

Progettazione

CAE

L’acronimo CAE “Computer Aided Engineering” sta a significare “ingegneria assistita dal computer”. Con tale dicitura si vuole intendere l’insieme delle applicazioni software che agevolano la risoluzione di problemi tecnologici tramite il calcolo numerico.

CAD – CADD

Il medesimo acronimo CAD viene attribuito a due differenti interpretazioni: “Computer Aided Drafting”, ovvero “disegno tecnico assistito dal computer”, e “Computer Aided Design”, ovvero “progettazione assistita dal computer”. Da questa duplice attribuzione nasce anche il termine CADD che ingloba il tutto in “Computer Aided Design and Drafting”. Il “Computer Aided Drafting” si riferisce al settore informatico dedicato all’utilizzo di tecnologie software (più precisamente computer grafica) volte all’attività di disegno tecnico (drafting). Lo scopo di questa tipologia di software non è tanto quello di rappresentare un manufatto quanto più quello di descriverlo mediante specifiche viste, sezioni, esplosi.
Il “Computer Aided Design” è caratterizzato da una netta differenza con la precedente descrizione, questa accezione fa infatti riferimento all’attività di progettazione (design) di manufatti. I sistemi “Computer Aided Design” hanno lo scopo di creare modelli 3D del manufatto. Tali modelli possono essere utilizzati per eseguire calcoli come le analisi statistiche, le analisi dinamiche e le analisi strutturali. Tuttavia, valicato questo limite della progettazione 3D, si inizia a parlare di “Computer Aided Engineering” (CAE).

CFD

L’acronimo CFD “Computational Fluid Dynamics” sta a significare “fluidodinamica computazionale” ovvero la tecnica che permette lo studio dei problemi di fluidodinamica mediante l’utilizzo del computer. Risulta indispensabile per agevolare ed accelerare lo studio delle problematiche che riguardano l’azione dei fluidi: forze aerodinamiche, motori, pompe, ecc.. Il software CFD si occupa in sostanza di risolvere rapidamente le equazioni della fluidodinamica: equazionidi Navier-Stokes, equazioni di Navier-Stokes in forma di Reynolds, equazioni del modello di turbolenza.

Fonti:
Aziende del settore

Dispense e appunti universitari – Università Politecnica delle Marche
Wikipedia

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CAD 2D - Example CAD 3D - Example CAD 2D Assembly - Example CAD 3d Assembly - Example CFD valve example - Flusso attraverso una valvola

Image’s copyright
CAD 2D, CAD 3D, CAD 2D assembly, CAD 3D assembly: Solidworks.it
CFD: Ansys.com

Auto usata con motore nuovo a prezzo d’occasione? Uhm, mumble mumble…

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili

Titolo o argomento: Motore nuovo appena rifatto, cosa si intende per nuovo?

Spesso si legge “vendo auto con motore nuovo” oppure “vendo auto con motore appena rifatto”, altrettanto spesso su tali annunci si indica che ora la vettura ha zero chilometri… Ma cosa si intende per motore nuovo negli annunci di vendita delle vetture usate?

Prima precisazione

Smontare un motore danneggiato in modo grave per montare un motore prelevato dal demolitore, e nemmeno controllato, non significa montare un motore “nuovo”, bensì montare un motore in condizioni “diverse” (non è da escludere che siano persino peggiori) rispetto a quelle del precedente motore. Quando poi si sente dire che l’automobile che montava quel motore è arrivata dal demolitore camminando sulle proprie ruote… è opportuno considerare che un motore, il cui manovellismo e la cui distribuzione non rispettano più le tolleranze prescritte dalla casa, può accendersi e girare tranquillamente. Certo è che riserverà dolorose sorprese per il portafogli nel breve periodo. Un motore che ha perso compressione può andare in moto ma soffrirà di una lunga serie di problematiche inquinanti nonché costose da risolvere. Un motore che ha subìto danni importanti come ad esempio una frattura nella testata o nel monoblocco per shock termico, difetti di fonderia o danni causati dall’utilizzatore, può girare “apparentemente” tranquillamente, ma quando la frattura, nel suo percorso, interesserà i condotti di acqua o olio, quello che avrete certamente di “nuovo” saranno i grattacapi. Eppure il veicolo dal quale è stato prelevato il motore era arrivato sulle sue ruote dal demolitore. Il motore, in simili casi, non è di certo nuovo.

Seconda precisazione

Un motore appena rifatto non è detto che abbia avuto tutte le cure di cui necessita o che queste siano state eseguite a regola d’arte da personale esperto. Il discorso si riallaccia al punto precedente nel quale si mensiona come spesso si acquistino motori che non sono stati controllati. In realtà il controllo del motore è un’operazione che richiede esperienza, tempo e pazienza. Di conseguenza si tratta di un’operazione che ha un suo costo. Solitamente il cliente cerca di avere solo il prezzo più basso possibile e raramente si preoccupa della qualità dell’intervento, ragione per cui i controlli sono frequentemente saltati. Il motore, in simili casi, non è di certo nuovo.

Terza precisazione

La vettura non ha realmente zero chilometri solo perchè qualcuno ha messo mani al motore sostituendo qualche parte che lo faccia andare in moto funzionando regolarmente. Infatti, se anche il motore fosse stato curato alla perfezione, bisognerebbe fare i conti con tutti i suoi accessori (alternatore, pompa dell’acqua, frizione, supporti motore, parti elettriche, radiatore, condotti, manicotti, eventuale turbocompressore, iniettori, ecc.), la carrozzeria, l’abitacolo, le sospensioni, l’impianto di sterzo, l’impianto di scarico, l’impianto elettrico ed elettronico, ecc.. Il veicolo, pur con un motore correttamente ripristinato, non è di certo nuovo.

Conclusioni

Se siete degli appassionati di motori (avete pertanto un grande vantaggio) e desiderate comprare un valido usato potete mettere all’ultimo posto il motore. Potreste infatti scegliere di assicurarvi che il veicolo sia in ottimo stato e che non sia incidentato né presenti importanti difetti ai vari impianti. Dopodiché, se ha il motore danneggiato, potreste acquistate il mezzo ad una bassissima quotazione e portare il veicolo dal vostro rettificatore di fiducia (dopo averlo informato preventivamente prima di procedere all’acquisto per sapere se gli interventi necessari sono fattibili, se c’è realmente convenienza e se ricambi e componenti di primaria importanza come monoblocco, testata, albero motore, ecc., sono disponibili) con il quale deciderete insieme tutti i lavori da eseguire eccezzion fatta per i lavori d’obbligo imprescindibili che il rettificatore deve per forza di cose eseguire indipendentemente dalla vostra volontà per ragioni logico-tecniche. In tal modo sarete sicuri che avrete a disposizione realmente un buon veicolo con un motore ripristinato allo stato dell’arte o per il quale le parti non rettificabili sono state sostituite con parti realmente nuove. Una volta riassemblato, messo in fase e rimontato, il motore non avrà comunque zero chilometri. Perchè? Se ad esempio la testata di cui dispone il veicolo risulta al momento in ottimo stato, ma ha un difetto invisibile nella fusione, il problema potrebbe non venir fuori mai perchè il difetto si presenta ad esempio in una zona poco sollecitata (termicamente o meccanicamente), oppure potrebbe venir fuori nel momento meno aspettato. Vi consoli però il fatto che ciò accade puntualmente anche con i motori realmente nuovi delle auto brillanti appena uscite di concessionaria con quel forte odore di formaldeide che tanto (ci fa male) ci piace. Stesso dicasi per monoblocchi, alberi motore, ecc.. Insomma la certezza che tutto vada alla perfezione non c’è mai… figuriamoci con un annuncio che promette che il veicolo vecchio di un tot di anni sia stato messo in vendita dopo aver montato un motore, ehm, nuovo.

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Componenti del motore a combustione interna

Il motore dell’auto di famiglia, essendo motorista, l’ho restaurato personalmente con grande cura (e,
oserei dire, amore paterno) tuttavia, pur avendo eseguito io le operazioni, non lo posso affatto
considerare nuovo in quanto molte parti che ancora rispettano le tolleranze indicate dalla casa sono
usurate ma non al punto da necessitare una sostituzione. Altre parti che ho sostituito invece sono nuove
e teoricamente avranno una vita utile maggiore delle parti che non sono state toccate, questo innescherà
un fenomeno per il quale ci sarà sempre una parte che sta raggiungendo il termine della vita utile. Anche
le rettifiche non sono state eseguite sull’intero motore ma solo nei punti dove necessario, ciò innesca lo
stesso fenomeno precedentemente descritto, ovvero una sorta di sfasamento. Il motore è nuovo solo
quando esce di fabbrica la prima volta (se esce dalla fabbrica una seconda volta significa che è stato
ricondizionato e, anche in tal caso, non è da considerarsi perfettamente nuovo), pertanto scrivere un
annuncio indicando che un veicolo dispone di motore nuovo non è una forma propriamente corretta.
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Autovalori e autovettori

Rubrica: Officina della Matematica

Titolo o argomento: Che cosa sono gli autovalori e gli autovettori?

Spesso capita di studiare gli autovalori e gli autovettori osservandoli come qualcosa di complicato e incomprensibile imparando di conseguenza “a memoria” i concetti espressi dal libro o a lezione. In realtà il concetto di autovalore e autovettore è semplice in maniera disarmante. Dò per scontato il concetto di “endomorfismo” per il quale comunque, in basso tra i link correlati, è riportato un apposito articolo.

Introduzione al concetto di autovalori e autovettori

Quando ci troviamo davanti ad un’applicazione lineare (o funzione che dir si voglia) esisteranno direzioni privilegiate che rimangono invariate sotto l’azione dell’endomorfismo T? Se ad esempio ci troviamo davanti ad un endomorfismo T di R2, esisterà una qualche coppia (x, y) ≠ (0, 0) che, trasformata mediante T, mi dia come risultato nuovamente la coppia (x, y) moltiplicata per un numero λ? Ci chiediamo quindi se capiterà quanto segue:

T(x, y) = λ(x, y)

Per scoprirlo vediamo un apposito procedimento negli esempi riportati a fine articolo, prima però è opportuno dare alcune definizioni fondamentali.

Autovalore (o valore proprio)

Si tratta di un coefficiente di proporzionalità, uno scalare solitamente denominato con la lettera λ. Gli Autovalori di un endomorfismo T sono esattamente le radici (o soluzioni) del suo polinomio caratteristico (vedi paragrafo relativo).

Autovettore (o vettore proprio, o vettore caratteristico)

Il vettore v0 è autovettore di T se T(v0) = λv0, ciò implica che v0 è l’autovettore relativo all’autovalore λ. In altre parole si tratta di un vettore non nullo v appartenente a V tale che T(v) sia multiplo di v.

Polinomio caratteristico “pT(λ)”

Strumento per la determinazione di autovettori e autovalori: pT(λ) = det(A-λIn), dove T è l’endomorfismo dello spazio vettoriale V, mentre A è la matrice quadrata che rappresenta T rispetto alla base B e, infine, In è la matrice identica o identità. Le soluzioni di tale polinomio, ossia le radici, sono gli autovalori. Essi andranno poi sostituiti all’interno del sistema T(v) = λv.

Il polinomio caratteristico è un oggetto che dipende solo dalla classe di similitudine di una matrice e fornisce pertanto informazioni sulla natura della trasformazione lineare. Il polinomio caratteristico è anche utilizzato per determinare la forma canonica di luoghi geometrici esprimibili mediante matrici come coniche e quadriche.

Spettro “Sp(T)”

Insieme degli autovalori di T.

Autospazio “Vλ

Insieme degli autovettori corrispondenti allo stesso autovalore ovvero Vλ è uguale all’insieme degli elementi v di V per cui T(v) = λv. Ricorda inoltre che l’autospazio è sottospazio di V. Gli autospazi devono avere dimensione pari alla molteplicità del relativo autovalore.

Traccia
Somma degli autovalori.
Molteplicità algebrica

La molteplicità algebrica di un autovalore è la sua molteplicità come radice (o soluzione) del polinomio caratteristico pT(λ). La molteplicità algebrica di un autovalore è sempre maggiore o uguale alla sua molteplicità geometrica.

Molteplicità geometrica
La molteplicità geometrica di un autovalore è la dimensione dell’autospazio relativo all’autovalore.
Endomorfismo triangolabile

Un endomorfismo è triangolabile se esiste una base B di V rispetto alla quale T è rappresentato da una matrice triangolare superiore. In tal caso si dice che la base B “triangolarizza T”. Ciò mi interessa per il semplice fatto che vogliamo trovare una base per cui una data matrice (o una data applicazione lineare) ha la forma più semplice possibile al fine di semplificare notevolmente i calcoli.

Endomorfismo diagonalizzabile

Un endomorfismo è diagonalizzabile se esiste una base di V composta da autovettori di T. Inoltre se T è un endomorfismo di uno spazio vettoriale di dimensione “n” sul campo K e se T ha esattamente “n” autovalori distinti in K, allora l’applicazione lineare T è “diagonalizzabile”. Ciò mi interessa per il semplice fatto che vogliamo trovare una base per cui una data matrice (o una data applicazione lineare) ha la forma più semplice possibile al fine di semplificare notevolmente i calcoli.

Esistenza di una base di autovettori per un dato endomorfismo

Se la matrice associata a un endomorfismo è diagonale allora esiste una base composta da soli autovettori. Se una matrice quadrata A di ordine n è simile ad una matrice diagonale allora esiste una base di autovettori per LA se e solo se la classe di similitudine OA contiene una matrice diagonale.

Sia sui reali che sui complessi basi di autovettori non esistono sempre. Certo farebbe comodo perchè rispetto ad una base di autovettori un endomorfismo può essere rappresentato da una matrice decisamente semplice: la matrice diagonale (di risoluzione immediata). Quello che è certo è che sui complessi è sempre possibile trovare basi rispetto alle quali l’endomorfismo si esprime mediante una semplice matrice che generalmente è triangolare superiore. Sui reali non è detto che accada sempre.

Nota: per comprendere agevolmente quanto appena riportato è necessario conoscere i concetti di “matrici simili e classe di similitudine”, “endomorfismo” e “applicazione LA associata ad una matrice” (attraverso la quale una matrice moltiplica un vettore).

A cosa servono gli autovalori e gli autovettori?

Gli autovalori e gli autovettori compaiono ad esempio come assi preferenziali di rotazione, frequenze di risonanza, direzioni di maggior sforzo. Essi sono mezzi per lo studio di endomorfismi.

Esempi di calcolo di autovalori e autovettori

Vedi link relativo di seguito.

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Certificazioni energetiche, piccoli suggerimenti sulla termografia

Rubrica: Classi e certificazioni energetiche

Titolo o argomento: Il corretto uso della termocamera
Segue dall’articolo introduttivo:
Certificazioni energetiche fasulle (attenti a)

Le termocamere non sono facili ed intuitive da adoperare per chiunque, il loro utilizzo infatti deve essere accompagnato da un’opportuna preparazione circa il prodotto e da una conoscenza ottima circa le modalità per affrontare al meglio un rilievo valido e attendibile. Di seguito riportiamo alcuni brevi suggerimenti che molto spesso (purtroppo) vengono sottovalutati.

Superfici riflettenti

Particolare attenzione va dedicata alle superfici riflettenti che la termocamera interpreta male (generalmente indicando temperature minori di quelle effettive e un minore calore emesso rispetto a quello effettivo), queste vanno ricoperte con nastro adesivo per non falsare il rilievo.

Distanza di rilevamento

E’ necessario porre attenzione alla distanza di rilevamento in quanto più si è distanti e più lo sfondo del cielo interferisce con il rilievo falsandone le indicazioni. E’ consigliabile effettuare più scatti da vicino unendoli poi in post-produzione.

Angolo di ripresa

L’angolo di ripresa influisce sulla veridicità dei dati raccolti. L’ideale sarebbe trovarsi sempre perpendicolari (e quindi a 90°) rispetto alla superficie sulla quale si sta effettuando il rilievo termico. Alcuni costruttori sostengono che con i loro prodotti si possono effettuare rilievi attendibili anche superando i 45° di angolazione tra la superficie da rilevare e l’occhio della termocamera.

Agenti atmosferici

Le facciate che si fotografano non devono essere irradiate dal sole e non deve essere presente il vento (è tollerabile al massimo una leggera brezza). L’influenza del vento va verificata tramite un anemometro, se la velocità del vento è superiore a quella di una brezza il rilievo non va eseguito. La parete oggetto del rilievo non deve essere stata irraggiata dal sole tutto il giorno. Per sicurezza le misure vanno rilevate la mattina presto o la sera tardi. Non ci deve essere pioggia né tantomeno deve aver piovuto poco prima del rilievo, pareti e finestre umide falsano i rilievi termici.

Altri utilizzi

Le termocamere non si utilizzano solo per i rilievi termici ma anche per rilevare: umidità, umidità di risalita, condensa e muffa, infiltrazioni, distacchi di materiali, ricerca guasti, passaggi cavedi, ricerca di modifiche strutturali. Nei casi appena citati il rilievo dopo una giornata di sole o di pioggia è consigliato e preferibile grazie al riscaldamento di aria o acqua che pone in evidenza numerosi dettagli utili. Il range di emissività varia da materiale a materiale, questo non sfugge alla termocamera che può smascherare l’utilizzo di un prodotto inadatto alla costruzione o, peggio, l’assenza di un materiale di fondamentale importanza. Infine, sempre mediante una fotocamera termica (rigorosamente di qualità), possono essere rilevati ponti termici geometrici e ponti termici costruttivi; particolarmente sottovalutati sono solitamente i ponti termici che si verificano all’atezza dei cassonetti delle tapparelle, in tal caso l’utilizzo di costose finestre a doppi o tripli vetri dotate di infissi isolanti risulta vano.

Fonte: tecnici accreditati esperti del settore “involucro edilizio, classi e certificazioni energetiche”
i quali hanno adoperato diversi marchi di termocamere. La scelta del prodotto in foto è puramente indicativa.

Termografia ad infrarossi

Image’s copyright: FLIR

Certificazioni energetiche fasulle (attenti a)

Rubrica: Classi e certificazioni energetiche

Titolo o argomento: Quelle case di “classe” che consumano un po’ troppo

Secondo diversi tecnici, accreditati esperti del settore “involucro edilizio, classi e certificazioni energetiche”, i controlli eseguiti a campione presso i cantieri di diverse regioni d’Italia, allo scopo di verificare la reale classe energetica cui appartiene un’abitazione, ammontano solamente al 4% di tutti i cantieri in opera. Di questo 4% si è scoperto che, nel 50% dei casi, le certificazioni energetiche risultano essere fasulle o acquistate su internet (per evitare multe prossime a 30.000,00 Euro) senza che alcun certificatore si sia realmente presentato presso il cantiere da verificare o senza che questo abbia effettuato i rilievi secondo le procedure corrette. Questo significa che, in molti molti casi, si acquista una casa per la quale il costruttore sostiene di poter garantire una determinata classe energetica (ad esempio la classe A che offre un buon ritorno di immagine ed è un valido ausilio di marketing) mentre in realtà la situazione è ben altra. Questo comportamento, affatto professionale, viene assunto sostenendo che tanto le spese di sprechi energetici sono a carico del sole (dotando la casa di un impianto fotovoltaico di base). In parte tale affermazione sembra essere vera (il sole infatti non vi presenterà una bolletta), in realtà un involucro edilizio che non garantisce le prestazioni dichiarate è un prodotto di bassa qualità per il quale la produzione di calore con metodi tradizionali offre bollette salatissime ed un ridotto valore dell’immobile. Nei momenti in cui l’irraggiamento da parte del sole non riesce a raggiungere debitamente l’impianto fotovoltaico e quello solare termico, ovvero quando il clima si fa più rigido, l’abitazione disperde calore che deve essere prodotto con metodi tradizionali (stufe elettriche, a gas, a pellet, caldaie) e la certificazione mendace a nulla servirà. In estate, invece, il calore esterno entrerà nell’edificio rendendo vano l’utilizzo perpetuo del climatizzatore collegato al fotovoltaico (il climatizzatore inoltre raggiungerà in breve le ore di vita utile previste e potrebbe richiedere una sostituzione precoce con tutti i costi che ne derivano).

Un edificio che realmente si trova in classe A consuma circa 6,67 kWh/m^2 annuo (si legge chilowatt ora su metro quadro annuo) di energia corrisponente ad una spesa di circa 250,00 Euro per la produzione di riscaldamento e acqua calda. Questo risultato può essere raggiunto solo con la debita qualità di materiali, tecnologie, metodi costruttivi, impianti e scelte progettuali. Tutti questi fattori comportano ovviamente un costo… un costo che, in tempo di crisi, solo pochi saggi sono disposti a (o hanno la possibilità di) affrontare. Di seguito vi riportiamo alcuni suggerimenti in merito ai rilievi che vengono effettuati  mediante fotocamere termiche (o termocamere) al fine di valutare la bontà di un progetto in relazione alla classe energetica dichiarata. Sarebbe bene che il cliente fosse presente durante queste operazioni e che incarichi egli stesso un tecnico di sua fiducia per effettuare tale rilievo come previsto dalle leggi vigenti.

Continua…

Perdite di calore tramite l'involucro edilizio di un'abitazione

La grafica mostra attraverso cosa un’abitazione scambia calore con l’esterno e in che misura.

Pompe di calore reversibili

Rubrica: Energia

Titolo o argomento: Invertire il ciclo della pompa di calore

Nelle pompe di calore reversibili, il senso di circolazione del fluido frigorigeno, può essere invertito. Ciò permette la produzione sia del caldo che del freddo all’interno di un ambiente. Senza bisogno di utilizzare più dispositivi, la stessa macchina è in grado, grazie ad una semplice valvola, di scambiare tra loro le funzioni dell’evaporatore e del condensatore andando così a riscaldare d’inverno e a raffrescare d’estate. Nonostante il costo iniziale più elevato di una pompa di calore reversibile, essa può essere meglio ammortizzata in tempi più brevi rispetto ad una pompa di calore ordinaria proprio grazie alla sua duplice azione. Sebbene l’installazione di una pompa di calore per il solo riscaldamento sia eseguibile pressoché ovunque senza particolari problemi, l’installazione di una pompa di calore reversibile richiede un intervento di ristrutturazione dell’impianto termico ed elettrico con realizzazione di appositi condotti atti a raffrescare le varie camere. Ciò non è d’obbligo per l’installazione di pompe di calore che provvedono al solo riscaldamento in quanto queste possono essere installate in sostituzione della tradizionale caldaia usufruendo così dei radiatori già installati nell’abitazione. Cliccando sull’immagine in basso è possibile avviare una interessante animazione interattiva che permette di conoscere i vari componenti della pompa di calore reversibile, nonché visionare il ciclo di riscaldamento e quello di raffrescamento.

Fonte principale: ENEA
Fonte di approfondimento: appunti universitari
Rielaborazione dati e approfondimenti a cura di ralph-dte.eu

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Pompe di calore reversibili per riscaldamento e raffrescamento

Ciclo di funzionamento della pompa di calore reversibile.
Cliccando sull’immagine è possibile avviare l’animazione del ciclo completa di didascalie interattive
con possibilità di selezionare il ciclo di riscaldamento e quello di raffrescamento.
Animation’s copyright: Glen Dimplex Deutschland