Stereoscopy: Come funziona l’effetto “stereoscopy”

Rubrica: Stereoscopy -2-
Titolo o argomento: Come funziona l’effetto stereoscopy

Le videocamere stereoscopiche comprendono due macchine da presa identiche montate l’una parallela all’altra su un tre piedi (tripod) o su un carrello (dolly). Ovviamente entrambe le macchine da presa possono scorrere e inclinarsi insieme. La regolazione delle ottiche è perfettamente coordinata tramite un apposito dispositivo. La regolazione del fuoco o dello zoom deve rigorosamente essere identica altrimenti gli spettatori che osserveranno il video potrebbero avvertire fastidiosi malditesta con ovvie conseguenze per le vendite dei biglietti.

In sostanza una macchina da presa di questo genere osserva la scena con lo stesso metodo dell’occhio umano. La distanza tra il centro dei due occhi/obiettivi dovrebbe essere di circa 6 centimetri, tuttavia non sempre è possibile per questione di ingombro degli obiettivi.

Macchine da presa convergenti o parallele verso il soggetto?

Proprio per questa similitudine molti commettono un tipico errore… Quando i nostri occhi si girano per guardare un soggetto, compiono rotazioni con angoli leggermente diversi. Solitamente gli occhi tengono a convergere verso il soggetto che osserviamo.  Per tale ragione molti pensano di creare un miglior effetto stereoscopico facendo convergere leggermente le camere da presa sul soggetto. Niente di più sbagliato. Le camere da presa devono assolutamente essere parallele tra loro o non otterremo l’effetto desiderato.

In realtà l’effetto “stereoscopy” non è un tentativo di emulare l’esperienza visiva umana, bensì ha lo scopo di creare l’illusione del 3D mostrando agli spettatori due immagini 2D. Una per occhio.

Quando si fa l’errore di convergere le camere da presa sul soggetto si vengono a creare due immagini con  differenti punti di vista che il cervello umano poi non riesce più a sovrapporre generando come conseguenza fastidiosi malditesta.

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Stereoscopy: Percepire l’illusione che un filmato sia in 3D
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Stereoscopy: percepire l’illusione che un filmato sia in 3D

Rubrica: Stereoscopy -1-
Titolo o argomento: Percepire l’illusione che un filmato sia in 3D

Stereoscopy è il nome del processo che consente, tramite un mezzo bidimensionale, di creare la “percezione” della terza dimensione. Questo significa che tramite tale metodo è possibile creare l’illusione di immagini in tre dimensioni su un video. Il concetto si basa su due immagini separate presenti contemporaneamente nel video che si osserva ma che vengono ricevute ognuna da un occhio diverso. Questo ovviamente grazie all’aiuto degli appositi occhiali. Senza l’ausilio degli occhiali, infatti, abbiamo l’impressione di osservare un video molto mosso, sfuocato.

Le immagini stereoscopiche possono essere create sia tramite dispositivi fisici come videocamere e macchine fotografiche, sia artificialmente al computer in quanto la tecnica è essenzialmente la stessa. La differenza sostanziale sta nel fatto che creando l’effetto stereoscopico al computer, si replica virtualmente ciò che si dovrebbe realizzare fisicamente con le camere da presa in uno studio. Ovviamente nei cartoni animati e nei film d’animazione (vedi il più che noto AVATAR uscito nelle sale cinematografiche in questi giorni) è d’obbligo la scelta del computer.

Nota per i neofiti

E’ fondamentale non fare confusione scambiando elementi realizzati tramite gli strumenti di disegno 3d con un filmato visibile in 3d tramite la tecnica “stereoscopy” e gli appositi occhiali. Tutti gli oggetti, ambienti, personaggi e quant’altro creato in 3d sono normalmente visibili in un comune video come elementi in esso integrato e non necessitano di alcun ausilio per essere percepiti.

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Pubblicità e cellulari: Quando il troppo è davvero troppo.

Rubrica: Il fantastico mondo della comunicazione

Titolo o argomento: Via da una malsana omogeneizzazione

In seguito alle ossessionanti insistenze da parte delle compagnie telefoniche (delle quali possedevo due schede) che volevano a tutti costi vendermi pacchetti, promozioni, tariffe e quant’altro da me assolutamente non richiesto, mi sono promesso di non ricaricare più il telefono cellulare per un anno.

Come è andata a finire?

Ci sono riuscito. Per tutto il 2009 non ho mai ricaricato il telefono,  ad esclusione di una mini ricarica per tenere attivo il numero principale. Inoltre ho lasciato “scadere” il secondo dei due numeri.

Quali vantaggi ho avuto?

Ho avuto molto più denaro disponibile da spendere in “libri e software, cinema e hobby”.
Sono stato lontano dalle radiazioni del cellulare che una volta avevo sempre con me.
Non mi sono subìto non so quanti messaggi pubblicitari che non ho richiesto.
Mi sono sentito libero. Molto più libero.
Se pensate che non abbia avuto contatti con il mondo sappiate che il telefono fisso lo uso regolarmente, inoltre esiste Skype, Messenger, la posta elettronica…
Chiunque avesse bisogno di contattarmi in orari strani lo poteva fare ugualmente dato che potevo ricevere.
Ho dovuto chiamare i pompieri una volta ed è stato ovviamente possibile anche  con telefono senza credito.
Negli orari in cui non sono a casa, sto facendo altro e, senza cellulare, non vengo disturbato. Quando ci sono, mi trovi a casa. Quando non ci sono mi sento libero.

Quali svantaggi?

Ancora non ne ho trovati. Con gli amici ed i conoscenti mi sento regolarmente quando sono a casa dal fisso o, ovunque nel mondo, tramite Skype.

In conclusione

Il cellulare è un’utilità, non un obbligo. Deve stare al mio servizio, non io al suo. Tu sai prendere in mano il tuo portafogli e spendere quello che puoi per le cose che realmente vuoi?

Aggiornamento all’anno 2015

All’inizio di questo articolo ho scritto che per tutto l’anno 2009 non ho praticamente mai ricaricato il telefono. Ebbene, poi ho proseguito anche per il 2010, il 2011, il 2012, il 2013, il 2014, ed oltre… Il risparmio totale è ammontato a circa 1800 Euro, denaro che è stato investito in strumenti da laboratorio e componentistica il cui acquisto solitamente è sottoposto/vincolato alla famosa frase “Al momento non ho i soldi per questa spesa ma appena riesco…”.
E invece sottraendosi ad abitudini di malsana omogeneizzazione sociale ecco che, con questo ed altri accorgimenti, si arriva persino a disporre di cifre importanti che nell’abitudine e nella dilazione non ci rendiamo conto di spendere.
Altro impiego trovato senza troppi sforzi (ovviamente) è stato quello di compensatore di rincari (carburanti e servizi ad esempio) e, in particolar modo negli anni che abbiamo attraversato, non è poco.

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Quello spot che rimbomba nella testa

Uno studio pubblicato sul British Journal of Psychology svela il mistero dei “bachi dell’orecchio”. Avete presente i jingle delle pubblicità martellanti o le canzoni estive del momento? I tentativi di cancellarli fanno ottenere l’effetto opposto. I ricercatori suggeriscono di distrarsi in quanto più si cerca di scansare dalla mente questi spot o musiche echeggianti e più queste hanno la meglio. Sembra strano ma di fronte al ritornello “non riesco a cacciarlo via dalla testa” la tecnica migliore è allora quella di arrendersi, di assoggettarsi alla melodia che suona e risuona compulsivamente nel nostro cervello fino ad arrivare a schiarirsi la gola e iniziare a cantarla davvero. La versione reale, nella maggior parte dei casi, sarà talmente repellente da scacciare il disco interno che si era incantato.

Inutile dire che guardare meno la televisione fa sicuramente bene come fa bene togliere il volume durante gli eccessi di pubblicità. Io aggiungo che l’unico modo che ho trovato per “vincere” su questi ritornelli martellanti è quello di avere nella mente un repertorio molto più vasto di jingle e canzoni possibilmente non associate a spot pubblicitari o, quantomeno, non a spot attuali. Inoltre quando si studia e si conosce il metodo adottato dalle pubblicità per penetrarvi, automaticamente il meccanismo decade… non funziona più.

La cottura dei primi telai in carbonio della Ferrari

Rubrica: Che cos’è un’autoclave?

Titolo o argomento: La cottura dei primi telai in carbonio della Ferrari

Le scocche delle Ferrari 126 C3 e 126 C4 utilizzavano pannelli composti da due strati di fibre (carbonio e kevlar) con all’interno una struttura a nido d’api. All’interno dell’autoclave veniva posto lo stampo del pezzo da cuocere; al suo interno veniva stesa la prima pelle di fibra, il materiale a nido d’api ed infine la seconda pelle. Lo stampo veniva sigillato con una sorta di sacco di plastica a tenuta stagna. Tramite una presa d’aria veniva ottenuto il vuoto all’interno del sacco. Il ciclo termico durava dalle due ore e mezzo alle sei ore a seconda della sua complessità. Opportune sonde venivano posizionate lungo l’intero pezzo da cuocere per poter verificare la temperatura nei vari punti. Il buon bilanciamento delle variabili vuoto pressione temperatura permetteva (e permette tutt’ora) di ottenere precisioni dimensionali notevoli. In breve ecco le tre fasi del processo di cottura adottato per le Ferrari 126 C3 e 126 C4:

1. Si parte con una pressione di meno un’atmosfera (-1 kg/cm2) che agisce sul pezzo mentre la temperatura è quella ambientale. Per alcuni minuti viene aumentata la pressione e si controlla se ci sono perdite. Successivamente si inizia a scaldare l’autoclave. La temperatura sale, la resina si scioglie e bagna il pezzo in tutti i punti. Si stabilizza la temperatura intorno ai 120/180°C che rappresentano il punto di polimerizzazione.

2. Si lasciano costanti i valori di pressione e temperatura in modo tale da spingere la resina in modo uniforme. Questo evita che ci siano dei punti vuoti e dei punti con sovrabbondanza di resina. Anche la pressione elevata aiuta la polimerizzazione.

3. Il pezzo è pronto , la resina è cotta, tuttavia è ancora debole. Si procede quindi ad un leggero raffreddamento totale e ad estrarre il pezzo dall’autoclave. La durata del ciclo, oltre che dalla complessità del pezzo, dipende dal materiale adottato per realizzare lo stampo.

La tecnica descritta risale ad oltre 20 anni fa. Sebbene la fisica e la chimica non siano cambiate in questo intervallo di tempo, molti dettagli di questo processo si sono affinati ed evoluti. Alcune aziende descrivono tranquillamente i loro procedimenti attuali, altre preferiscono tenere per sé un metodo corretto in base alle loro conoscenze.

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Intro
Riscaldamento
Mantenimento
Raffreddamento
Vuoto
Proprietà di alcune fibre e matrici polimeriche
Curiosità: La prima Autoclave della Ferrari
Autoclave e tecnica
Processo di “cottura” delle prime Ferrari con telaio in carbonio

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Compositing: creare composizioni

Rubrica: Compositing -1-
Titolo o argomento: Creare composizioni

L’atto di creare un’immagine combinando due o più elementi di immagine fermi o commoventi. Il verbo “comporre” fa riferimento al processo di combinare questi elementi; Il sostantivo “composizone”, fa riferimento all’immagine che si ottiene come risultato finale. In un lavoro dedicato agli effetti visivi (visual effects), un composto terminato dà l’illusione che tutti gli elementi siano stati catturati da una singola camera che filma la scena. In motion graphics, la preoccupazione non è rivolta a convincere il pubblico di un particolare realismo, bensì si libera la fantasia e si creano miscele stilistiche e coerenti di elementi. Questo permette di ottenere particolari scene virtuali nelle quali presentare un prodotto ad esempio. Gli spot pubblicitari oggi ne sono pieni.

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Masking: maschera di livello
Masking: come funzionano le maschere di livello
Masking: Matte

Basi di Photoshop: maschere di livello

Compositing: creare composizioni
Compositing: opacità di un livello
Compositing: esempio 1

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Immagine tratta da un noto spot di bevande energetiche. I corpi dei soggetti dello spot erano fantasiosamente circondati da fiamme generate dall’energia ottenuta con la bevanda. Si tratta di un ottimo esempio di “miscela stilistica e coerente di elementi composti”.

Esempio di compositing con Photoshop

Rubrica: Masking

Titolo o argomento: Creare composizioni attraverso le maschere di livello

A questo punto, avendo spiegato nella rubrica “Un gerundio tecnologico” cosa significhino i termini “mask” e “matte“, siamo in grado di capire meglio come si ragiona per realizzare una semplice composizione come quella mostrata sotto. Ogni livello dispone di una maschera che lascia intravedere il livello sottostante. In tal modo è possibile ricreare un paesaggio (utile nei set cinematografici) senza che esso esista veramente e senza il bisogno di muoversi dallo studio dove si effettuano le riprese (o almeno non sempre).

Per quanto riguarda il caso specifico del software Photoshop per applicare una maschera ad un livello è sufficiente visualizzare prima di tutto il pannello dei livelli (premi F7), dopodiché cliccare sul rettangolino con al centro il cerchio bianco.

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Una volta generata la maschera si procede selezionandola e dipingendo in figura, in nero le aree che devono lasciar intravedere il livello sottostante, in bianco le aree che non devono lasciar vedere il livello sottostante. L’operazione richiede tempo e pazienza per scontornare correttamente le superfici. Vedremo in seguito dei metodi per rendere tale operazione più professionale e redditizia. In questa semplice composizione realizzata velocemente per capire la logica delle maschere di livello, possiamo osservare alcune fasi interessanti:

1) E’ presente un leone sulla scena. 2) Compare il colosseo sullo sfondo. 3) Compaiono gli alberi dietro al Colosseo. 4) Compaiono le montagne dietro agli alberi. 5) Correzione colore finale (che vedremo dettagliatamente in seguito). Clicca qui per l’Animazione.

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Masking: maschera di livello
Masking: come funzionano le maschere di livello
Masking: Matte

Basi di Photoshop: maschere di livello

Compositing: creare composizioni
Compositing: opacità di un livello
Compositing: esempio 1

Masking: matte

Rubrica: Masking -3-
Titolo o argomento: Matte

Matte è un termine inglese che si riferisce ad un’immagine che controlla l’opacità di un’altra immagine. L’opacità di un livello determina in che misura il livello sottostante viene oscurato o rivelato. Un livello con 1% di opacità è quasi trasparente, mentre uno con 100% di opacità è completamente opaco. Il termine Matte viene spesso tradotto con la parola italiana: “sfondo”. Ad esempio il Matte Painting viene definito come: “verniciatura di sfondo”. In realtà non vi è una vera e propria traduzione in italiano del termine Matte, per tale ragione faremo un esempio pratico.

Nella prima immagine vediamo la foto originale senza ritocchi; nella seconda immagine, oltre a vedere la foto rielaborata, possiamo osservare la struttura dei livelli utilizzati e gli effetti prodotti dalla mascheratura di una parte del livello nero che controlla l’opacità del livello sottostante.

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Abbiamo visto nei primi due articoli (vedi i link correlati in basso) di questa rubrica cosa sono le maschere utilizzate nell’immagine digitale (photo – video). Il concetto di immagine che controlla l’opacità di un’altra immagine (matte) è molto legato al concetto di maschera (mask) in quanto grazie ad una maschera possiamo delimitare la zona nella quale gli effetti del livello per l’elaborazione dello sfondo “Matte” sono visibili. Questi discorsi valgono sia per l’elaborazione delle foto che per l’elaborazione dei video. Nel mondo del digitale le tecniche video e fotografiche si sono “unificate”.

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Masking: maschera di livello
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Masking: Matte

Basi di Photoshop: maschere di livello

Compositing: creare composizioni
Compositing: opacità di un livello
Compositing: esempio 1

L’otturatore, scelta dei tempi di esposizione

Rubrica: Portare al limite una Reflex digitale

Titolo o argomento: L’otturatore – Parte seconda

Se doveste fotografare una corsa di cavalli che tempi di posa usereste? E se doveste fotografare un’auto di formula1? Se invece desideraste creare un effetto sfruttando un cavalletto a tre piedi?

Ecco uno schema logico per effettuare delle scelte corrette:

→ Più un oggetto che vogliamo fotografare si muove rapidamente e più breve dovrà essere il tempo di posa (o tempo di esposizione).

→ Al diminuire del tempo di posa però diminuisce la quantità di luce che può raggiungere il sensore/pellicola.

→ Quando la quantità di luce che raggiunge il sensore è ridotta, occorre utilizzare una maggiore sensibilità e salire pertanto con il valore degli ISO nelle impostazioni di scatto. Nel caso si usi una reflex con la pellicola, si sceglie una pellicola maggiormente sensibile. Operazione più complessa ma più gradita ai veterani della fotografia.

Contribuiscono nella riuscita di una buona foto in queste condizioni: un obiettivo molto luminoso (grande limite delle compatte digitali), la possibilità di raggiungere valori di ISO elevati  e tempi brevissimi di esposizione pari a 1/2000 1/4000 1/8000; infine un’apertura del diaframma proporzionale alla profondità di campo che si vuole ottenere.

Note

Come abbiamo specificato nel precedente articolo, a tempi di esposizione lunghi corrisponde un valore di esposizione basso e viceversa. Questo per convenzione. Ciò crea solo confusione nei neofiti pertanto ci limitiamo a dire nei nostri articoli se si sta usando un tempo di esposizione lungo o breve in modo da non confonderci.

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L’otturatore – Parte prima
L’otturatore – Parte seconda

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