Celle fotosintetiche: Processo di trasformazione del biossido di carbonio in idrocarburi riutilizzabili come combustibili

Rubrica: Energia

Titolo o argomento: Copiare le piante per trasformare l’anidride carbonica in energia
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La cella fotosintetica, che è una sorta di foglia artificiale creata in laboratorio, sfrutta una dinamica parallela a quella delle piante, una reazione detta di “riduzione” ovvero l’opposto della reazione di “ossidazione” o della “combustione”, per produrre Syngas (ovvero gas di sintesi). Il Syngas altro non è che una miscela di idrogeno, monossido di carbonio, minime qunatità di metano e di biossido di carbonio, esso può essere usato direttamente come combustibile oppure trasformato in gasolio o in diversi idrocarburi. La reazione di riduzione che porta al Syngas deve essere guidata da appositi catalizzatori; fino a non molto tempo fa sono stati utilizzati catalizzatori piuttosto costosi (vedi ad esempio l’argento) i quali, però, si sono rivelati inefficienti.

La situazione è cambiata decisamente quando si sono iniziati ad utilizzare, in qualità di catalizzatori, composti nanostrutturati denominati TMDC (Transition Metal Dichalcogenides, in italiano, metalli di transizione dicalcogenuri, ovvero trattasi di materiali nanostrutturati 2D che, come gli appassionati del tema sapranno già bene, mostrano proprietà fisiche un tempo impensabili) abbinandoli ad un elettrolita costituito da un liquido ionico non convenzionale all’interno di una cella elettrochimica a 2 comparti e 3 elettrodi. Il catalizzatore che ha restituito i risultati migliori è stato il tungsteno diselenide nella forma nanometrica non perfettamente piana definita nanoflake (nanoflake tungsten diselenide). Quest’ultimo è molto attivo, capace di rompere i legami chimici dell’anidride carbonica e di raggiungere prestazioni sorprendenti se si pensa che è 1000 volte più veloce dei catalizzatori costituiti da metalli nobili ed è circa 20 volte più economico.

In realtà non è la prima volta che si usano catalizzatori di tipo TMDC. Altri ricercatori l’hanno già fatto ad esempio per ricavare idrogeno, ma mai per la riduzione dell’anidride carbonica. Questo perché il catalizzatore, da solo, non riesce a “sopravvivere” alla reazione in quanto i suoi siti attivi vengono avvelenati e ossidati. Invece, utilizzando un fluido ionico denominato etil-metilimidazolio tetrafluoroborato (ethyl-methylimidazolium tetrafluoroborate), mescolato al 50% con acqua, si genera un co-catalizzatore che conserva attivi i siti del TMDC anche nelle condizioni più difficili di riduzione.

La foglia artificiale realizzata dai ricercatori dell’UIC è costituita da celle fotovoltaiche (di silicio, a tripla giunzione) incaricate di raccogliere la luce, catalizzatore (tungsteno diselenide) e co-catalizzatore (etil-metilimidazolio tetrafluoroborato) posti sul catodo, infine ossido di cobalto in un elettrolita di fosfato di potassio posti sull’anodo. Quando la luce investe le celle fotovoltaiche, idrogeno e monosssido di carbonio vengono sprigionati dal catodo mentre ossigeno libero e ioni di idrogeno sono emessi dall’anodo. Gli ioni di idrogeno poi diffondono attraverso una membrana posta al lato del catodo e partecipano alla riduzione dell’anidride carbonica.

I risultati lasciano ben sperare per nuovi impieghi dei TMDC (metalli di transizione dicalcogenuri) i quali, assieme a quelli offerti dal grafene, rappresentano un passaggio definitivo ad una nuova era della ricerca scientifica-tecnologica in ambiti di rilievo come l’ambiente, l’energia, la medicina.

Fonte:
University of Illinois at Chicago – www.uic.edu
Elenco dei catalizzatori disponibile su: science.sciencemag.org

Che cos’è l’ossidoriduzione?

In questa breve rubrica si parla di ossidare, ridurre, ossidoriduzione per chi ne fosse a digiuno ne diamo una definizione piuttosto basilare che merita, naturalmente, tutti i dovuti approfondimenti da parte del lettore.

In chimica le reazioni di ossidoriduzione sono quelle in cui si ha uno scambio di elettroni tra una specie chimica e l’altra (cambia quindi il numero di ossidazione degli atomi). Tipici fondamentali esempi di reazioni di ossidoriduzione sono la respirazione e la fotosintesi clorofilliana. Con il termine “ossidazione” si intende che la specie chimica perde elettroni, mentre con il termine “riduzione” (dal latino re-ducedere ovvero riportare) si intende che la specie chimica acquisisce elettroni.

Es. 1
Processo fotosintetico
6CO2 + 6H2O + Energia solare → C6H12O6 + 6O2

Es. 2
Respirazione cellulare
C6H12O6 + 6O2 → 6CO2 + 6H2O + Energia (ATP)

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Celle Fotosintetiche: Trasformare la CO2 in idrocarburi
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Cella fotosintetica

Image’s copyright: www.uic.edu

Celle fotosintetiche: Trasformare il biossido di carbonio in idrocarburi riutilizzabili come combustibili utilizzando il sole come fonte di energia

Rubrica: Energia

Titolo o argomento: Copiare le piante per trasformare l’anidride carbonica in energia

I ricercatori dell’Università dell’Illinois a Chicago hanno realizzato un cella solare in grado di trasformare l’anidride carbonica presente nell’atmosfera in idrocarburi direttamente utilizzabili o facilmente trasformabili nei carburanti noti. Il tutto sfruttando l’energia proveniente dal sole ed opportuni catalizzatori (maggiori info sullo studio, sui finanziamenti e sulla domanda di brevetto disponibili sulla rivista Science, presso la National Science Foundation, presso lo United States Departement of Enerrgy e sul sito web dell’Università dell’Illinois www.uic.edu).

Nonostante si tratti di un progetto di estremo rilievo, esso consiste tutto sommato in un sistema relativamente semplice, economico ed efficiente. Si suppone addirittura che sia possibile trasformare l’anidride carbonica atmosferica a costi competitivi con quelli degli ordinari carburanti.

Come è noto ai più le celle solari di tipo “fotovoltaico” (ovvero quelle che sfruttano il cosiddetto effetto fotovoltaico) trasformano la luce solare in energia elettrica direttamente utilizzabile o, meglio, immagazzinabile in un serbatoio che prende il nome di accumulatore elettrochimico (volgarmente… le batterie). Le celle progettate in questo caso, invece, sono sì solari ma di tipo “fotosintetico”. Questo significa che si comportano come le piante e l’energia proveniente dalla luce non diventa una corrente elettrica ma dà luogo ad una reazione chimica che, con l’ausilio di particolari catalizzatori, assorbe l’anidride carbonica atmosferica restituendo un combustibile come prodotto e risolvendo così due problemi non da poco (l’inquinamento ambientale e l’approvvigionamento di carburante). Realizzare ad esempio campi dotati di celle solari fotosintetiche equivarrebbe a pulire l’aria da notevoli quantità di carbonio producendo al contempo combustibile ad alta densità di energia in modo efficiente.

E’ quindi concreta oggi la possibilità di produrre carburanti rinnovabili anziché far uso di carburanti di origine fossile i quali sono protagonisti di un percorso a senso unico che termina con l’emissione di gas serra. Il tutto copiando semplicemente la dinamica delle piante quando, nella fase luminosa, trasformano l’anidride carbonica in glucosio (vedi in basso i Link correlati).

Continua…

Fonte:
University of Illinois at Chicago – www.uic.edu
Elenco dei catalizzatori disponibile su: science.sciencemag.org

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Celle fotosintetiche

Image’s copyright: www.uic.edu

La continua lotta contro il sistema Italia: La qualità della vita

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

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Stress in aumento, disordini alimentari, problemi cardiovascolari, scarsa possibilità di dedicarsi ai rapporti umani, aumento dei divorzi, minori nascite, figli più trasandati, la memoria storica collettiva breve… Poche ore da dedicare a sé stessi, persone sotto sforzo come muli da traino, non c’è mai un attimo per riflettere, per fermarci e renderci conto di come sta volando il tempo senza che realmente abbiamo apportato qualcosa di bello a noi stessi. La felicità è fittizia sui social network dove un gelato preso con gli amici viene risaltato da appositi filtri fotografici per farlo sembrare un film.

Poi quegli amici parlano di un disagio, magari gli rispondiamo solo “Eh succede, che ci vuoi fare?” e dopo pochi secondi torniamo tutti a dire cretinate per non pensare a quel che ci fa male o che temiamo. Abituati, istruiti che esternare qualcosa di triste (certo non 24 ore su 24, mi riferisco ad un possibile e comprensibile periodo no) può allontanare le persone da noi. Bisogna essere felici, sempre, anche quando non lo siamo, la società, sostengono gli “esperti” della comunicazione, vuole così. Sorridenti, attrattivi, carismatici, guai a voler lavorare sul nostro intimo profondo, guai ad evolverci, guai ad innovare e lasciare gli ormeggi del “faccio anche io quello che fanno tutti intorno a me”, guai a desiderare qualcosa di realmente importante nella nostra vita. Vuoi mettere parlare del nuovo telefono o del suv o della vacanza low cost alle falde del chi l’ha già mangiato?

E’ un po’ questo il quadro generale che ho intorno, non vedo quasi nessuno realmente felice. Negli ultimi anni, di circa 10 amici che si sono sposati ben 7 si sono separati o hanno divorziato in un intervallo compreso tra i 2 ed i 5 anni dopo il matrimonio (non di rado stanno meglio quelli che convivono perché semplicemente si impegnano di più sentendosi prede di un più facile abbandono). Ovviamente quasi tutti con bimbi piccoli che stanno patendo le pene dell’inferno. Dei rimanenti solo 1 o 2 danno l’idea di avere un rapporto veramente solido. La differenza tra i due gruppi sta tutta prevalentemente in una sola cosa, la comprensione, pochi hanno la fortuna di riceverne. Facile a dirsi osservando dall’esterno, più difficile a farsi, ne convengo con chi lo sta già pensando.

Tutti rapiti dal lavoro, dagli straordinari, occasioni di arrotondamenti, slanci di carriera, tutti con pochi momenti da dedicare realmente a sé stessi (sono stato così anche io), quei pochi momenti che, se per qualche circostanza sfavorevole vanno male, fanno già pensare che il rapporto sia logoro e immeritevole di cure e attenzioni (basta così poco?). Ma, soprattutto, tutti assillati da un mostro terribile chiamato “mutuo”. Ci si arriva ad annullare pur di riuscire in uno schema classico che è diventato:

Titolo di studio,
matrimonio entro 27-30 anni,
mutuo,
aiutino per inserirci dentro il SUV,
sacrifici spasmodici per riuscire anche se la corrente va in un’altra direzione,
annullamento di sé stessi,
scarsa volontà di capirsi,
egocentrismo,
fine rapporto (con la seguente convinzione: se non fai quello che rientra nei miei obiettivi allora non mi ami).

E perché invece non potrebbe essere come segue?

Passione per uno o più temi sviluppati crescendo grazie a genitori che trovavano il tempo di giocare qualche pomeriggio/sera con noi con una bella scatola di LEGO;
virtù della pazienza, saper rischiare, aspettare di trovare la persona ideale pur con tutti i suoi difetti a bilanciare le sue singolari qualità;
l’unione fa la forza per l’acquisto di una mezza casetta e l’altra metà… mutuo leggero;
auto vecchia (perché no… magari d’epoca) con una bella riverniciatura fiammante (atteggiamento ribelle, rock, provocatorio);
una pista da ballo, un viaggio in bici per il mondo;
desiderio di conoscere e capire chi ci sta vicino;
dedizione;
vivere la vita…

Sono sicuro che quanto ho scritto ora può apparire persino assurdo ma… ho le prove che esiste 🙂 Qualcosa ci sta abituando che i rapporti umani si gestiscano dall’equivalente di un pannello di controllo con qualche click settando solo le impostazioni che noi vogliamo imperativamente. Tutti pronti a dire che non è vero, sicuro, ma alla fin fine quanti hanno la fortuna di esser meno stressati o riescono comunque ad esser più disponibili e desiderosi di dedicarsi al rapporto umano che sia nella coppia, nelle vere amicizie, nel lavoro, con i figli? La verità è che corriamo troppo dietro ad altro e questo altro ci prende tutto il tempo e, spesso, quando ce ne rendiamo conto… è troppo tardi.

Che si tratti di una relazione sentimentale o dei propri figli, non si può pretendere un insieme di funzioni dal partner al fine di realizzare un quadretto omologato o esigere figli in gamba lasciandoli giornate intere davanti alla console di gioco purché non ci disturbino mentre siamo intenti a rincorrere qualcosa che forse nemmeno c’è.

Una semplice proposta

Quindi che fare? Il mio modesto pensiero, che non vuole essere assolutamente una massima ma solo e realmente un modesto pensiero, è: “Rinuncia a qualcosa”. Ho come la sensazione che rinunciando a qualcosa di noi stessi (qualcosa, non tutto, non mi riferisco all’annullarsi, più ad una ricerca di equilibrio e parità) possiamo fare molto di più di quanto crediamo e toglierci soddisfazioni inaspettate.

Conclusione

Il fatto è che chi doveva distruggere l’economia c’è riuscito, chi doveva operare in modo opportunistico ha avuto successo, anche con una certa facilità, gestendo la Leva del potere (vedi in basso i Link correlati: La leva del potere). Dobbiamo ormai riconoscerlo anche se, certo, è nobile la caperbietà che contraddistingue gli italiani. In realtà l’apprezzo molto ed è motivante. Ma mi chiedo quale sia il vero limite che non dovremmo superare, quand’è che non vale più la pena combattere contro un mostro silente e invisibile che percepiamo ma non riusciamo ad afferrare? Dov’è il punto di equilibrio in cui, sì, facciamo del nostro meglio ma non lasciamo alla deriva le persone a noi care? A cosa possiamo rinunciare e a cosa non dovremmo mai rinunciare? Cosa tramanderemo nel futuro (vedi in basso i Link correlati: Problemi intergenerazionali di comunicazione) se non abbiamo mai tempo di comunicare perché intenti a correre dietro a schemi preimpostati? Rinunciare a qualcosa può esser utile affinché non ci proiettiamo in un futuro di stupidi gestiti come marionette dagli stessi opportunisti che hanno fatto crollare il valore del nostro lavoro, della nostra casa, della nostra vita, oppure l’hanno reso troppo costoso al momento sbagliato?

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La continua lotta contro il sistema Italia: La matematica
La continua lotta contro il sistema Italia: Conclusioni – Parte 1
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La continua lotta contro il sistema Italia: Conclusioni – Parte 3
La continua lotta contro il sistema Italia: Conclusioni – Parte 4

Giocare con i figli

Si lasciano troppo spesso con i nonni, con una babysitter, o davanti una console di gioco… poi la società cambia e non capiamo perché. Basta dedicargli del tempo per cambiare il mondo, sono le figure di domani, i professionisti, i medici, gli ingegneri, i tecnici, gli artisti, gli atleti, i “gestori del potere”… in un modo o nell’altro avranno la loro influenza sul futuro.
Image’s copyright: familytimes.biz

La continua lotta contro il sistema Italia: La legislazione (Le leggi mancanti)

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

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Introduzione: operare opportune connessioni logiche

Affinché la lettura sia interessante, preferisco evitare di esporre una lunga (quanto inutile) lista di leggi corredate da petulanti casistiche di problemi di cui tutti, in un modo o nell’altro, siamo più che consapevoli. Quello che preferisco fare, come mio solito, è in realtà profilare un metodo che il lettore possa poi applicare in modo logico a tutte le situazioni che ritiene meritevoli di interesse.

Così, dopo una brevissima lista iniziale di leggi mancanti, posta giusto per entrare nell’ordine di idee, ci focalizzeremo su quella che ritengo la più pericolosa per quanto concerne la situazione economica che abbiamo attraversato e che ci accingiamo ad attraversare in futuro. Quanto seguirà sarà l’esposizione di un caso che funga da introduzione alla comprensione di problemi ben più complessi che siamo soliti ignorare (anche perché nessuno ce ne parla mai presentando connessioni tematiche complete, integrali, sicuramente non in modo schietto) perché ci manca l’anello di congiuzione che faccia scattare la molla logica in testa.

Al tale caso dedicheremo, subito dopo quest’articolo, i dovuti approforndimenti (vedi in basso i “link correlati”) utilizzando come di consueto un linguaggio semplice, esempi concreti realmente vissuti (quindi non fantasie né chiacchiere da bar) e quelle provocazioni che ai soggetti più perspicaci forniscono una stimolante scossa.

Un esempio per avvicinarci all’ordine di idee

Chiunque disponga di un po’ di senno si è ormai accorto di come gli smartphone abbiano offerto numersosi vantaggi contrapposti ad altrettanti grandi scotti da pagare cari. Non molto tempo fa ho assistito ad una scena di “ordinaria follia”.

Lungo una strada una ragazza camminava su un marciapiedi e, ovviamente, la sua testa era rivolta verso il basso totalmente presa dalle sue attrazioni social e multimediali. Lungo la stessa strada un ragazzo stava facendo la stessa identica cosa con la differenza che lui si trovava alla guida della sua automobile. Ad un certo punto il ragazzo sbanda e punta la ragazza. Io rimango senza fiato, un paio di secondi sono durati ore. Lei non si accorge di niente e tra l’altro indossa anche le cuffie cosicché nemmeno l’udito può esserle d’aiuto. Il ragazzo è preso dal suo telefono ma, per fortuna, quando è ormai a pochi centimetri dalla ragazza, riesce a prevenire l’impatto notandola con la coda dell’occhio. Una decisa correzione sullo sterzo gli permette di evitarla e lei, totalmente presa dal suo smartphone e con le cuffie ad isolarla dal mondo esterno, nemmeno si accorge di cosa ha sfiorato in quell’istante.

Questa per me è follia pura, in confronto la nuova moda di lanciarsi dagli aerei senza utilizzare il paracadute, sfruttando apposite tute (che offrono un controllo ottimale dell’assetto di volo durante la caduta libera) per centrare degli assorbitori di impatto a terra, credo sia più razionale. La vettura utilizzata dal ragazzo dispone notoriamente di vivavoce bluetooth che permette, legalmente, l’utilizzo del telefono (in sola conversazione) a bordo. Tuttavia dovrebbe essere oramai chiaro che questo paliativo in realtà spinge a fare un uso completo del telefono in auto. Basti pensare anche solo a quando ci sono a bordo passeggeri che non devono ascoltare le nostre conversazioni e si deve agire sul telefono per rispondere in modo che la chiamata non venga in automatico diffusa dagli altoparlanti del veicolo in modalità vivavoce. Anche la sola interazione col bluetooth distrae pericolosamente dalla guida. Semplicemente l’uso in auto del telefono dovrebbe essere totalmente vietato (oppure dovrebbe andarci bene che tutti gli altri ascoltino le nostre conversazioni ed i nostri messaggi). Ovviamente nessuno sarà d’accordo ma quando vostra figlia verrà investita su un marciapiedi mentre, in fondo, non faceva nulla di male, vedrete che cambierete idea. Un mastodontico mercato da miliardi di dollari può trovare un’ulteriore soluzione tecnologica innovativa o continuare imperterrito, costi quel che costi, operando richieste di regolamentazioni ad hoc.

Una breve lista per spaziare

Esempi di natura analoga si potrebbero fare per le leggi che oppongono resistenza “immotivatamente” alla trasformazione di veicoli già esistenti in veicoli elettrici o ibridi o che non forniscono mediante prassi semplificate senza vincoli di età (del veicolo) e di tecnologia impiegata.

E ancora, non trovo comprensibile come sia possibile trasmettere spot sul gioco d’azzardo in fasce orarie che vedono i bambini come principali spettatori, così come non si capisce come sia possibile trasmettere alle soglie del 2020 spot e televendite di prodotti che rappresentano palesemente delle “truffe”.

Mancano leggi che vietino la molestia telefonica da parte di promotori e venditori di svariata natura (vi sarete accorti come il Registro delle Opposizioni non porti il giovamento sperato e di come esistano delle regolette, sovente ignorate, come la registrazione doppia al tal registro utile ad avere una reale esclusione dalle molestie. Perché mai doppia? Come faccio ad immaginare che possa esserci questo archibugio? Perché la mia parola non basta già la prima volta? E così via…

Fino a leggi mancanti che permettano ai cittadini di valutare i servizi di cui dispongono (o che gli mancano) e di operare una sanzione, nei confronti dei relativi erogatori, qualora il tale servizio si tramuti in un grave disservizio.

Il caso di rilievo per la nostra economia

Ma c’è una legge, che ha subito “curiose” variazioni nell’arco degli ultimi decenni, fino a trasformarsi in una completa mancanza, i cui effetti si sono rivelati disastrosi per la nostra economia (a livello di piccole e medie imprese, artigiani, commercianti, professionisti…) e che praticamente tutti, o quasi, ignoriamo essere la causa di tali notevoli disagi nonché di drastiche perdite economiche e di opportunità (specie per i giovani).

Mi riferisco ad una opportuna regolamentazione che “ammaestri” i famosi “sottocosto”. Sono sicuro che solamente gli operatori del settore più arguti e le menti più frizzanti si sono già accorti della filiera di danni (che verranno raccontati nell’apposito articolo che seguirà) che deriva da un mercato “sregolato”, ma la massa rimane (e rimarrà) vittima di sé stessa e della propria scarsa curiosità (un po’ come Pinocchio diretto al paese dei balocchi: in fondo perché chiedersi come mai qualcuno abbia interesse a “regalarci”, o meglio, a far credere di regalarci, qualcosa?) e, forse, anche questa si chiama “selezione naturale” e non tutto il male vien per nuocere.

L’articolo “Valutati solo da un prezzo…” (vedi in basso i “link correlati”) vi introduce ai concetti di “frattaglie” e di “avvoltoio silente”, mentre l’articolo “Sottocosto, frattaglie e l’avvoltoio silente” completa il quadro spiegandovi le dinamiche logiche con cui il mondo del sottocosto apporta ingenti danni alla nostra microeconomia facendo perno su debolezze e ignoranza.

Continua…

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Valutati solo da un prezzo…
Sottocosto, frattaglie e l’avvoltoio silente – Articolo in preparazione

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La fondamentale differenza tra Design, Draw e Style

Rubrica: Drawing, Design and Ideas
Titolo o argomento: Al nucleo dei concetti chiave

Tra le parole più travisate degli ultimi anni troviamo sicuramente termini come Democrazia, Amicizia, Condivisione, Sociale, Ricerca, Realtà, ma anche Design e talvolta, persino, Arte. Il problema è che le esemplificazioni improprie della realtà fanno il giro del mondo molto rapidamente (e si radicano tenacemente), mentre il nucleo dei concetti, e quello che gravita loro intorno, è difficile da osservare e di conseguenza da comunicare, tramandare e risulta quindi piuttosto volatile.

In questo caso prendiamo ad esempio la parola Design, molti attribuiscono a questo termine il significato di Disegno e, subito dopo, la trasfigurazione di uno schizzo stravagante, di un oggetto irrazionale, diverso dall’ordinario, che è poco fruibile, magari scomodo, sicuramente strano, di forte impatto estetico ed il cui significato potrebbe persino rimanere indecifrato (in taluni casi, addirittura, guai a chiederne il senso all’autore). Quindi un oggetto spesso incomprensibile anche ad un’attenta analisi, insomma un oggetto che il gergo comune definisce “di Design”.

Il mio modesto parere è che non sia assolutamente questa la corretta accezione di Design. Premesso che questo affascinante termine esprime in realtà il senso di “Progettazione”, esso racchiude in sé un mondo pressoché infinito che trova le sue origini subito dopo la comparsa dell’uomo sulla terra (se non del pollice opponibile e quindi, ancor prima, della scimmia). Questo perché il senso di Design è equiparabile al senso di “trovare una soluzione a”.

Quindi in realtà il Design non esprime stravaganza, linee inusuali, giochi liberi di forme e di pensieri, bensì la stesura di un progetto a partire da obiettivi preposti, calcoli, specifiche tecniche, conoscenza di mezzi per raggiungere precisi scopi, fino al miglioramento ergonomico, funzionale e di utilizzo di un prodotto.

Quello che poi concerne gli aspetti propri del disegno lo ritroviamo all’interno del termine Draw (Disegno) mentre quanto fa riferimento all’impatto, la presenza, la comunicazione delle intenzioni dell’oggetto, lo ritroviamo nel termine Style (Stile). Si può progettare infatti un oggetto partendo da un problema da risolvere, uno scopo da raggiungere, una funzionalità da soddisfare (siamo quindi nel campo del Design), si può effettuare questo percorso tramite strumenti di disegno (ad esempio assistito al calcolatore e quindi CAD o CADD, Computer-Aided Design and Drafting) oppure operando direttamente sulla materia prima se si ha una grande esperienza ad esempio in una precisa branca dell’artigianato, nonché una mente visiva e, infine, si può attribuire uno stile a quel che si progetta contestualizzandolo ad esempio in un’epoca, una moda, una tendenza, un genere, un modello, una famiglia di prodotti di una precisa gamma o rivolti ad un preciso utente finale.

Quindi, ecco, il Design è forse qualcosina di più di un gruppetto di linee anarchiche che si muovono verso direzioni che non ci si aspetta generando dapprima stupore, o interdizione, e poi una sorta di attrazione irrazionale, o repulsione incondizionata.

Un semplice esempio

Nell’immagine un semplice esempio di accoppiamento di due campioni di legno lamellare uniti mediante incastri (detti a Coda di rondine). Il sistema è stato realizzato allo scopo di non impiegare né viti, né colle. Per raggiungere l’obiettivo si sono dovuti adoperare utensili con forme specifiche e seguire una precisa matematica di fresatura. L’insieme di tutte queste problematiche è inglobabile dentro il concetto di Progettazione (Design), gli schizzi su carta o i file CAD rientrano nel campo del Disegno (Draw) e l’aspetto estetico, la resa complessiva offerta all’osservatore, rientra nel campo dello Stile (Style).

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La Forma, la Linea, il Colore ed il Materiale – Articolo in modalità PRO

Incastri a coda di rondine

Semplicemente sublime – L'intervista di Davide Cironi a Horacio Pagani

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Quando si insegue un sogno anziché un mercato

Quella che vi proponiamo di seguito è l’intervista perfetta, poi vi spiegheremo perché. L’autore dell’intervista è Davide Cironi, appassionato virale di automobili carismatiche d’altri tempi, nonché ragazzo capace di concretezza che ha dato vita con i suoi amici ad una realtà decisamente interessante che vi invito a visitare tramite il suo canale YouTube. L’intervistato è Horacio Pagani, un uomo riservato (ma dai grandi contenuti) che custodisce dentro di sé un mondo intero di passione per l’arte e la tecnica. Ammirevole la sua capacità di sognare e di trasformare i sogni in realtà, ammirabile la sua semplicità abbinata ad una complessa fede artistico-tecnica, ammirevole il fatto che realizzi vetture che seguono i suoi sogni e non quelli del mercato, ammirevole l’istinto ed il fatto che trasmette umiltà, rispetto, cura per la storia e le tradizioni. Ammirevole infine la capacità di trasformare i sogni in realtà passando per le strade della follia.

Qui non pubblichiamo mai articoli di questo genere ma, almeno in questo caso in cui, in qualche modo, mi rivedo in quel che vedo ed in quel che sento, abbiamo il vero piacere di esprimere profonda ammirazione verso l’intervista e l’intervistato. Semplicemente perché si tratta di qualcosa di vero, di sincero, di diretto, dove conta solo la passione, l’amore, la follia, la genialità, la semplicità. Ingredienti che oggi sono oltremodo preziosi perché oltremodo rari.

Tutta la mia stima e la mia ammirazione per questi contenuti strabocchevoli e per tutto quello che questi contenuti significano e nascondono. Mi rendo conto che non sia per tutti facile capire cosa si celi dietro quelle parole, quali visioni, quali sensazioni, quali esperienze condotte, quali difficoltà superate, quali delusioni e quali successi, quali fatiche… ma quello che proveremo a far noi qui sarà proprio tradurvi questa gamma di sensazioni con i nostri semplici progetti a tema che (speriamo il prima possibile) intendiamo mostrarvi pur non desiderando noi realizzare prodotti su larga scala né tantomeno ambiti dalla massa o dai mercati. Staremo a vedere che caos ne scaturirà, intanto la nostra ammirazione è tutta per questa splendida nonché singolare intervista. Complimenti vivissimi.

Nota. Finalmente invece di noiosi e inflazionati inglesismi di mercato si cita un nome: Leonardo da Vinci.

La continua lotta contro il sistema Italia: La legislazione – Parte 5

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

Questo articolo segue da:
Vedi i “link correlati” riportati in basso.

Innopportune perdite di tempo (e di denaro)
Sistema legale ottuso

Un povero Cristo sta lì, studia per passione a più non posso, fa ricerca, innova, si autofinanzia, con quello che raggiunge migliora la qualità della sua vita e delle persone che gli stanno attorno, non disturba nessuno, non è interessato a grosse produzioni di prodotti tecnologici che creerebbero non poche variazioni nei mercati nonché nuove temibili competizioni, non pretende denaro (perché ha già visto, in anni e anni, di percorsi di finanziamento di bella facciata, e poca sostanza, che non è possibile averne per progetti considerati “troppo” innovativi – vedi i link correlati in basso), non chiede (diritti, sostegno, mezzi… nonostante la costituzione sostenga, fin da quando è stata scritta, che le persone di buona volontà che studiano, ricercano, innovano, vanno incoraggiate e sostentate nei loro sforzi atti ad incrementare l’impronta del paese nel mondo), non pesa sul sistema paese (facendo da solo praticamente tutto quello che gli occorre), non pesa sulla società (non rappresentando un costo per gli altri), sa che non avrà mai la pensione (e si misura con questo quotidianamente) ma si ingegna per cavarsela da solo…

Un paese non dovrebbe desiderare di più…

Cosa dovrebbe desiderare di più un paese da un cittadino che si fa problemi zero, conclude molto e non si perde mai in inutili chiacchiere da bar? Domanda retorica. Ebbene nell’ultimo anno, a seguito di una citazione in giudizio rivoltami da parte di un condomino dell’edificio ove è collocato uno dei miei laboratori, sono stato costretto a perdere un’immane quantità di tempo (che potevo dedicare a studiare, progettare, ricercare, costruire, testare…) e di denaro (che potevo destinare ai miei studi, ai miei progetti, alle mie ricerche, ai pezzi necessari per costruire ed alle strumentazioni per condurre test…) in modo del tutto stupido, inetto, scialbo.

La cosa più idiota del pianeta

Se io avessi fatto un torto al tale condomino mi sarebbe anche stato bene seguire la conseguente trafila (se una persona sbaglia, in cuor suo lo sa bene e sa altrettanto bene se “sta provando a scappottarsela”). Ma il fatto che sia legale citare in giudizio qualcuno con motivazioni blande prive di coerenza e consistenza e dover comunque seguire tutta la trafila, è proprio la cosa più idiota del pianeta. Ora vi racconto…

Abusivismo all’italiana

Il tale condomino (così lo chiamerò per non usare espressioni più maleducate del tipo: X_\/@!!-:..) si è impossessato abusivamente di una parte del sottotetto del condominio ed ha proceduto ad impossessarsene senza chiedere alcun permesso agli altri condomini (ai quali tra l’altro sarebbe anche potuto stare bene, perché no? Bastava chiedere). Dopo un tot di anni desidera che i condomini gli firmino tutti il consenso per l’usucapione (cioè acconsentiamo a riconoscere che quella soffitta diventa di diritto sua) e partecipino al pagamento delle sue spese. Il problema è che questa soffitta non risulta nelle carte del catasto, non risulta nelle carte dell’ufficio tecnico del comune ed è stata però condonata con una procedura eseguita mediante un’imbroglio in quanto, nella richiesta di condono, non è stato specificato che anche la scala che porta alla tale soffitta è completamente abusiva e rappresenta una modifica strutturale dell’edificio mai propriamente approvata. Se il tale soggetto, infatti, avesse fatto nota della presenza della scala abusiva, non avrebbe ottenuto il condono della soffitta. Da notare la “genialità” anche del tecnico che ha acconsentito al condono senza chiedersi come il tale condomino richiedente potesse volare fin sul tetto… vabbé. Ma non solo, sono stati aperti lucernari così… a piacere ed ovviamente nemmeno questi risultano sulle carte. Ma non basta, il tale soggetto pretende che noi (tutti gli altri condomini) paghiamo le spese che ha sostenuto per realizzare un sogno che potremmo chiamare “soffitta abusiva inside” nonché le sue spese legali (l’avvocato è un altro fenomeno della natura, un portento, un misto tra genio incompreso e malattia autoimmune fatta a uomo, egli ha basato la sua azione legale sulla speranza che tutti i condomini fossero perfettamente ignoranti e privi di strumenti per difendersi, ha sperato cioè che non ci accorgessimo delle anomalie e che non le andassimo a riferire al giudice… arivabbé).

Non si possono fermare le idiozie sul nascere

La questione non è tanto la citazione in giudizio in sé, dove gli altri condomini ed io abbiamo vinto (e ci mancava pure…), la questione è il fatto che qualcuno o qualcosa in questo paese permetta che un “X_\/@!!-:..” la mattina si svegli, ti faccia causa o ti citi in giudizio, ti inguai o ti complichi in qualche modo la vita, senza che un “sistema filtro” gli impedisca fin dal principio di poterlo fare data l’insussistenza di quanto da lui richiesto. Cioè, per farla semplice, se la mia richiesta è una boiata talmente grossa che è osservabile dallo spazio, non dovrei nemmeno essere considerato e tutto dovrebbe fermarsi prima di nascere. In realtà io, a tutti gli effetti, in questo paese, posso fare causa al mio vicino perché il suo brufolo sul mento mi disturba e mi toglie appetito (esempio frutto della fantasia eh). Ma è possibile una cosa così?

Risarcimento danni? Solo ulteriori perdite

Inoltre se io ora desiderassi rivalermi per ottenere un risarcimento danni delle spese legali sostenute per motivi impropri, dovrei attendere anni per vincere e spendere nuovamente per una seconda causa le cui spese non sono considerate nella richiesta di risarcimento danni in opera. Di fatto conviene rinunciare perché si darebbe il via ad una progressione geometrica che si protrarrebbe con un crescendo di rimesse (diverso ovviamente è il discorso per importi decisamente grandi di decine, centinaia di migliaia d’Euro e più). E così si abbozza, si sta zitti, si pensa che è importante non prendersela altrimenti ci si rovina la salute e si continua a ridere e a scherzare con gli amici anche se si sono persi mesi importanti e somme di denaro che, da ottimizzatori profilati, si riescono a far fruttare molto più di quanto si possa immaginare.

Discorsi razionali

A nulla sono serviti i discorsi di una certa maturità con questo soggetto, spiegandogli l’importanza della ricerca tecnica che porto avanti, dei progetti che ho, del tempo che mi stava facendo perdere… la sua risposta è stata tutta incentrata sulla questione di principio “Voglio che la paghi”, parole sue espresse in un momento di fermo dell’attività cerebrale in cui proprio non voleva capire che non possiamo firmargli un usucapione di un qualcosa che è abusivo e non correttamente regolarizzato altrimenti diventiamo partecipi del suo abusivismo.

Risultati

Ora il tale soggetto dovrà pagare da solo le ingenti spese dell’avvocato che gli aveva prospettato che avrebbero vinto sicuramente (gli avvocati bravi non dicono mai una cosa del genere), dovrà pagare da solo le spese di regolarizzazione della sua agognata “soffitta abusiva inside”, dovrà regolarizzare la scala con gli altri condomini residenti (io non sono residente nel tale condominio ma ho un locale annesso esterno alla scala) e dovrà digerire un boccone amaro per aver basato la sua azione sulle “questioni di principio”. Una cosa così non doveva nemmeno aver luogo in un paese che si ritiene emancipato, evoluto, progredito… sì ma, rispetto a quale sistema di riferimento?

Se ci fate caso…

Se ci fate caso in questa, spero interessante, serie di articoli vi ho riportato casi che, in un modo o nell’altro sono tutti finiti bene. Questo significa che, con un po’ di impegno, si può contare qualcosa a questo mondo e ci sono anche storie che, nonostante i lati ruvidi, finiscono bene. Così mentre ci sono forme di informazione che quotidianamente deprimono le persone facendo loro perdere le speranze, spero gradiate questa semplice alternativa dove le notizie hanno pur sempre un lato amaro… ma almeno offrono soddisfazioni. Ovvio che più di questo non posso eh…

Continua…

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Angolo ottuso

L’angolo ottuso credo sia l’unica forma di ottusità in qualche modo utile.

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La moglie ubriaca, la botte piena ed il motore rotto

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Quando non si può, proprio non si può

Motori piccoli, con tanti cavalli, che consumano poco, durano tanto e un pizzico di sarcasmo

E’ fantastico. Per quanto mi risulti ostile il pensiero, riesce persino a diventare fantastico. Pensare di trovare motori piccoli, con tanti cavalli, che consumino poco, che costino pure meno e che durino tanto è semplicemente inverosimile. Qualcuno propone soluzioni che “sembrano” avvicinarsi a questo Morgana, altri propongono modifiche che promettono di raggiungerlo… ma è solo un miraggio.

Sapere che c’è molta gente che ci crede, rende possibile capire come la razionalità vada a farsi benedire di fronte alle debolezze umane. Ma la tentazione è troppo forte. Nonostante basti leggere le Leggi della Dinamica e della Termodinamica, su un buon libro di Fisica Generale, per capire, intuire, intravedere le basi assolute sui cui si fonda l’Universo conosciuto (non vi dico di spingervi alla Relatività generale ed alla Meccanica quantistica in casi simili, perché immagino che la Fisica del visibile, cioè la Classica, sia più che sufficiente per l’argomento trattato), ebbene, nonostante ciò c’è sempre chi spera nella trovata che controverta la Fisica Classica (nonché la Chimica, la Scienza dei Materiali…).

Sempre di più…

Nello specifico è notevole la quantità via via crescente di motori (proporzionale ad ammirevole ostinazione) alimentati a gas che sto osservando “rotti” nei retrobottega dell’ambiente motoristico. Questo perché tali prodotti sono rispondenti ad una domanda di mercato priva di qualunque criterio tecnico ma in grado, se soddisfatta dai costruttori (comprensibilmente in difficoltà), di produrre flussi di cassa evidentemente non trascurabili.

Un quartetto di caratteri inconciliabili

Trattasi di motori di piccola cilindrata (la botte piena), pieni di cavalli (la moglie ubriaca) e con i principali organi rotti (perché estremamente sollecitati dalla combustione del gas, dal turbocompressore e dal momento in cui si sceglie di far scoccare la scintilla con l’obiettivo, a monte, di risparmiare ed il risultato, a valle, del carroattrezzi). Un appassionato di motori dovrebbe saperlo che quando un piccolo 1400cc sovralimentato sviluppa 170 cavalli ed è alimentato a gas, nel quartetto, presenta più di un fattore che non si abbina con lunga durata e bassi costi di mantenimento… se deve tra le altre cose girare in città, trovarsi a corredo di un’utilitaria ed armonizzare le spese di una famiglia poi non ne parliamo. Diverso sarebbe stato il discorso se fosse stato chiamato all’esclusivo uso pista.

Un buco vulcanico

La foto del motore in questione riporta un “buco”, sul cielo del terzo pistone, talmente grande che il mio caro amico Giorgio, nonostante decenni e decenni di esperienza di distinto motorismo, al sollevamento della testata, se ne è uscito con l’esilarante esclamazione: “Vieni a vedere!!!! C’è un buco talmente grande che si vede l’albero motore!!!!”.

Una breve analisi tecnica

Voi magari vi aspettate chissà quale analisi tecnica sull’accaduto. In realtà il buco è frutto semplicemente di un anticipo di accensione troppo elevato, stratagemma utile a migliorare, entro precisi limiti, la performance di un motore a combustione interna, nella fattispecie l’espressione della coppia. Ma quando la combustione (che non è istantanea ma impiega una frazione di secondo per innescarsi, propagarsi e provocare l’espansione dei gas) raggiunge il suo massimo nel momento in cui il pistone non ha ancora raggiunto il Punto Morto Superiore (per pochi gradi dell’albero motore) o si trova a cavallo del PMS stesso, si verifica sulla biella un dannoso carico di punta da “tonnellate”. Questo va a trasmettere lo sforzo fino ai perni di banco (tentando di svincolarli deformandoli o stressando le relative viti), passando ovviamente per le bielle (che possono inflettersi) e partendo guarda caso dai pistoni (che possono bucarsi, complici anche le forti temperature in gioco tipiche delle sollecitazioni cui è soggetto un motore da corsa agonistico).
Il risultato è che il motore appare sprintoso, reattivo, pronto ma la mappa di anticipo dell’accensione è variabile in base al numero di giri, al carico (apertura dell’acceleratore), alle temperature… Quindi esistono dei punti critici, celati nello sprint del motore, i quali, sebbene non siano costantemente presenti con la stessa intensità in tutto l’arco di utilizzo del motore stesso ed in tutte le condizioni, porteranno precocemente il motore ad usurarsi venendo esso chiamato ad uno sforzo “innaturale”. La combustione infatti deve avere un anticipo perché la fiamma impiega del tempo dal momento dell’innesco al momento in cui la conseguente espansione dei gas produce una spinta sul pistone ed in “tutto” questo tempo l’albero motore sta ruotando ed i pistoni compiono la loro corsa vincolati lungo i cilindri. Bene, ma se questo anticipo porta a produrre una spinta sul cielo dei pistoni quando questi (a seconda dell’ordine di accensione) uno ad uno avranno leggermente superato il PMS, il lavoro di espansione prodotto porterà un naturale invito alla discesa verso il basso accompagnando il moto composto della biella e quindi la rotazione dell’albero motore. Viceversa un anticipo elevato, a fronte di una risposta più pronta, produrrà il già citato carico di punta scardina motori. Ma un anticipo elevato è un ottimo espediente per rendere arzillo un piccolo motore a gas ed aumentare la coppia espressa (finché la meccanica regge ovviamente). Nei motori di oggi ci sono innumerevoli controlli, istante per istante, atti a permettere alla centralina motore di calcolare l’anticipo più estremo applicabile affinché il motore abbia una durata decente e soddisfi il guidatore con una sensazione di uno sprintoso hi-tech impossibile in passato (e invece, se sapeste…).

Se fosse possibile, allora…

Il fatto è che non si può realizzare un motore piccolo che costa poco, corre tanto ed è parco nei consumi. Se la fisica lo permettesse in Formula Uno sarebbero tutti stupidi ad installare serbatoi di carburante così grandi (un pieno da un quintale di carburante, per intenderci, 100kg per girare un’oretta e mezzo).

Se volete un propulsore che non si rompe e consuma poco all’inverosimile, volete probabilmente un sottomarino nucleare (che resta in mare per mesi con pochi grammi di Uranio), il problema però (oltre al classico di trovare un parcheggio a così tanta abbondanza) è che risulta piuttosto costoso. Quindi non soddisfa (ma sto ironizzando) il quartetto di richieste.

Se volete un propulsore che è piccolo e corre tanto, probabilmente volete un motore a corredo di una vettura di Formula, il problema però è che dura poco e consuma tanto. Anche in questo caso è assai arduo soddisfare il quartetto di richieste.

Se invece volete un benedetto motore che consuma poco probabilmente state pensando a qualcosa che, tradotto, corrisponde ad un Diesel da 2 litri senza il turbocompressore, con poca coppia, che sale di giri come un benzina ma non vi attacca al sedile e che percorre, con la tecnologia moderna circa 30 km/litro e, con la tecnologia che non sta raggiungendo le strade (ma che esiste, vedasi soluzioni ibride raffinate), oltre i 60 km/litro. Il problema in questo caso è che… non corre (molte mamme nonché distratti pedoni whatsappatori ignari che i loro interlocutori li stanno per prender sotto essendo ugualmente distratti ma alla guida di un veicolo… potrebbero persino esserne felici) e non viene commercializzato (l’ultimo che ricordo avvicinarsi alle specifiche del primo caso è il 1900cc Diesel aspirato della Fiat Regata di fine anni ’80 il quale non è che consumasse poco, praticamente non consumava…).

Se invece volete qualcosa che costa poco, consuma poco e saltuariamente corre non male, un bel paio di scarpe comode e una passeggiata/corsetta esaudirà ogni vostro desiderio migliorando tra l’altro il buon umore.

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Un eccessivo anticipo nell’accensione, associato alle importanti
sollecitazioni termiche indotte dalla combustione del metano,
portano, a seconda della conformazione delle camere di
combustione e quindi anche dei pistoni, a danni anulari oppure a
vere e proprie finestre che si aprono sul cielo dei pistoni.