Quando "uno" scandalo non è "lo" scandalo: Il caso Volkswagen – Parte 2

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: L’analisi un po’ più oggettiva e meno impulsiva di un problema

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Scelte di gruppo

Che le case automobilistiche si mettano d’accordo per immettere sul mercato più o meno tutte la medesima tecnologia nello stesso periodo, altrimenti, fornendo tecnologie più innovative a buon mercato, rischino di incorrere in un’accusa di dumping (vedasi il caso Toyota Prius negli anni ’90 – Link correlati in basso), beh questo è un vero scandalo. Ciò infatti significa che non vengono rese “mai” disponibili alternative, tantomeno al prezzo “corretto”. Infatti se un prodotto tecnicamente realmente evoluto raggiunge il mercato, nonostante gli ostacoli quasi insormontabili, ne verrà imposto un prezzo di vendita molto alto al fine di limitarne la diffusione (si veda il caso Tesla Motors inerente le continue mutazioni di prezzo in Italia – Link correlati in basso).

La chimica non si elude

Che si cerchi di ottenere emissioni pulite con motori tradizionali concettualmente fermi ad oltre un secolo fa e solamente rifiniti in numerosi dettagli e affogati di accessori che alla fin fine “inquinano ugualmente ma in modo differente”, questo è un vero scandalo. Dovrebbero a mio avviso essere già da tempo di serie su “tutte” le vetture un motore/generatore elettrico di trazione (ci sono numerose soluzioni e modalità per inglobarli nella meccanica tradizionale), un sistema di controllo e connubio delle due unità propulsive ed un piccolo pacco batterie utile a coprire almeno 50 km. Di serie, così come lo sono diventati Air Bag, climatizzatore, ABS, fendinebbia, autoradio… Se uno studente/ricercatore come me riesce a farlo come upgrade (con una spesa tutto sommato abbordabile) sull’autovettura di famigia, significa che le case automobilistiche certamente possono far di più, meglio e con costi ancora più contenuti. Se non si fa è chiaro che non ce n’è la volontà perchè scuse tecniche e tecnologiche non ce ne possono esser più ormai. Ci sono persino famose aziende di trasmissioni (cambi, differenziali, ponti, assali, riduttori, ecc.) a livello mondiale che hanno già sviluppato kit che non aspettano altro se non di essere installati anche su vetture già esistenti e datate, ma…

Tecnologia matura… pure troppo

Che la tecnologia delle vetture oggi presenti sul mercato sia gravemente indietro questo è un vero scandalo. Non mi riferisco a quanto sia sofisticata la vostra turbina, a quali super iniettori siano installati, ad un radar che legge le carreggiate o ad un sensore che osserva il ritmo delle vostre palpebre, né tantomeno a sistemi di parcheggio automatico né, ancora, a vivavoce bluetooth o lettori mp3, questi dispositivi infatti possono essere installati aftermarket anche su un’utilitaria arrugginita degli anni ’70 a dimostrazione che quanto c’è sotto non è poi cambiato molto. Mi riferisco piuttosto ai materiali impiegati, al contenimento delle masse in gioco, a powertrain evoluti, ai derivanti consumi ridotti, al rendimento complessivo realmente raggiungibile da soluzioni sofisticate oggi fruibili ma non installate (come ad esempio i Range Extender), alle tecnologie realmente presenti per produrre, gestire, accumulare e utilizzare l’energia, ai dispositivi di retrocamere che possono essere utilizzati ormai da anni al posto dei normali specchietti al fine di ridurre (non di poco) le resistenze aerodinamiche e quindi i consumi…

Le navi hanno una marcia in più

Il fatto che le “filosofie” Range Extender siano state messe a tacere in disparte (mentre ormai quasi tutte le navi che solcano i nostri mari ne usano una variante in gran silenzio per abbattere i costi* a carico degli armatori), questo è un verso scandalo. Non lo sapevate? I motori a combustione interna delle navi, da molto tempo, non azionano più direttamente le eliche ma, tramite opportuni generatori, generano energia elettrica che va ad alimentare i motori elettrici collegati alle eliche. Questo ottimizza in maniera significativa i consumi perchè il motore a scoppio è chiamato a lavorare solo nella modalità che gli è più favorevole mentre, ad accelerare la nave, ci penseranno appositi motori elettrici ad elevatissimo rendimento. Sono state proposte soluzioni simili anche nel settore automotive ma è evidente che sbadatamente siano state dimenticate.

*Quindi si può…

Una piccola concessione… in extremis

Solo dopo che il mercato dell’automobile si è bloccato, andando gravemente in crisi negli ultimi anni, si è concesso alle case automobilistiche di immettere sul mercato veicoli ibridi capaci di percorrere oltre 60 km/litro (anche se in realtà utilizzano tecnologie ormai vecchiotte, che potremmo definire mature**, invece delle attuali disponibili ma, si dice, meglio di niente), questo è un vero scandalo. Guarda caso le vetture che attualmente permettono di raggiungere questo livello di economia e conseguente pulizia sono in particolar modo Audi e Volkswagen. Vorrà dire qualcosa?

**Per vecchiotte si intende che in realtà era possibile ottenere i medesimi risultati già a fine anni ’80 e, tante missioni spaziali, invece di esser finanziate con l’aumento delle tasse, potevano esser finanziate con la diffusione ad esempio delle celle agli ioni di litio (e molte altre tecnologie interessanti) che invece ci hanno raggiunto molti anni dopo.

Andare oltre le normative antinquinamento

Che nessuno abbia voluto installare sulle vetture sistemi di recupero dell’energia in frenata ed in rilascio che avrebbero permesso di superare di gran lunga le richieste delle direttive antinquinamento, questo è un vero scandalo. La tecnologia c’è da una vita e nessuno la usa, nonostante le dimostrazioni dei principali autorevoli centri di ricerca del mondo.

Pesante!

Che le vetture non siano diventate più leggere, specie negli ultimi 20 anni con gli enormi passi avanti fatti nel campo delle Tecnologie dei Materiali, questo è un vero scandalo. Vetture più leggere… fu proprio la VW a realizzare la Lupo 3L a fine anni ’90 eppure, nonostante l’ottima tecnica, non fun un gran successo perchè il marketing globale puntava ad altro. I numerini più grandi contavano di più di telai e materiali sofisticati e le influenze sociali tendevano ad essi. Così avere cavallerie importanti, perfettamente inutili su strada, era un obiettivo al quale ambire, mentre avere una vettura superleggera era considerato una scelta ed una spesa inutile. Ma immettere sul mercato vetture leggere signfica offrire vetture che consumino poco ed inquinino, di conseguenza, molto meno di quanto richiesto dalle normative.

Modifiche profonde, straccia tutto, foglio bianco e riprogetta da capo

Per ridurre realmente i consumi e le emissioni di inquinanti bisognerebbe effettuare modifiche ai progetti dei veicoli che gli Ingegneri dell’Autoveicolo sanno bene, che le Case Automobilistiche sanno bene, che anche ricercatori e appassionati di spessore conoscono bene. Nessuno però le fa, perchè la spesa per tali evoluzioni tecnologiche sarebbe a carico delle case automobilistiche (vale per tutte dalla A alla Z) e difficilmente potrebbe essere caricata sui clienti per via dei conseguenti prezzi troppo alti (che porterebbe inevitabilmente ad un calo della domanda già fin troppo contenuta) o per l’alternativa e rischiosa drastica riduzione dei margini di guadagno. Ma tutto diventerebbe fattibile se nazioni, case automobilistiche e magnati dell’energia si mettessero d’accordo nel voler lasciare gli ormeggi. Il fatto che non si trovi al giorno d’oggi un punto di incontro, questo è un vero scandalo. Gli stipendi valgono sempre meno e le tecnologie che permetterebbero di incrementarne il potere d’acquisto non vengono diffuse.

Occhio alle apparenze

Che le auto in venti anni siano cambiate solo per la linea di cintura più alta, profili dei passaruota doppiamente rifiniti, fari più elaborati, cerchi maggiorati, sistemi di alimentazione più sofisticati e spinti mentre tutto il resto, sotto le vesti, nasconda tecnologie vecchie obsolete trite e ritrite, nessuno ne parla. Questo è un vero scandalo. Scommettiamo che se osservate un’utilitaria di oggi e una di venti anni fa, completamente prive di carrozzeria, non le distinguete?

Continua…

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Soluzione ibrida Diesel Elettrica per aumentare l'autonomia delle navi

Ho preso parte ad una conferenza sulla diffusione di questi motori diversi anni fa,
trattasi di una soluzione tanto semplice quanto interessante. I motori a combustione
interna, nello schema in posizione arretrata, funzionano costantemente in condizioni
favorevoli e trasformano l’energia fornita dal gasolio in energia meccanica disponibile
all’albero. Questa aziona dei generatori che attivano i motori elettrici (o macchine
elettriche) ad alto rendimento. In questo modo i motori a combustione interna non sono
soggetti a variazioni di regime di rotazione né di carico e contengono drasticamente
i consumi, mentre i motori elettrici che vantano un elevato rendimento non
manifestano particolari sofferenze nell’accelerare la nave.
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Quando "uno" scandalo non è "lo" scandalo: Il caso Volkswagen

Rubrica: Spunti

Titolo o argomento: L’analisi un po’ più oggettiva e meno impulsiva di un problema

E’ stato realmente truccato il software della centralina?
A quanto pare sì.
Le emissioni inquinanti, specie di NOx, sono state riscontrate essere fuori norma?
Sì.
Questo rappresenta un comportamento non corretto?
Senza dubbio.
Al di là delle norme e dei mercati, sono coinvolti ambiti più importanti quali l’ambiente?
Certamente.
E allora perchè questo titolo?
Un esempio burlone ma significativo

A Sèvres è conservato il metro lineare standard pari alla distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo uguale a 1/299.792.458 di secondo. Grazie ad un semplice riferimento è possibile misurare tutto quello che ci circonda (e non solo…) ottenendo lo stesso riscontro ovunque ci troviamo e chiunque sia l’operatore incaricato di effettuare la misura. Senza un metro di riferimento potremmo tranquillamente ritrovarci in situazioni da quotidiano fiabesco in cui, ad esempio, stiamo parlando in piazza con un nuovo arrivato in città, magari una persona rude, invadente e dal dubbio senso dell’umorismo, che però ci rassicura affermando di aver trovato una sistemazione a ben 753 “pezzi di isolato” da casa nostra. Il numero sembra grande se confrontato, tanto per dire, alle 6 uova di una tipica confezione in cartone. Sentiamo così di aver scampato il pericolo di un vicino sgradito quando ecco che lo vediamo arrivare e parcheggiare davanti casa per poi entrare nel portone accanto al nostro… Sono così pochi 753 pezzi di isolato? E come si contano? Quali pezzi valgono e quali no?

Un inedito punto di vista

Un esempio burlone, ma significativo, per aprire la questione trattata osservandola da un inedito punto di vista. Se infatti conoscete solo un’informazione, una notizia, ma non l’intero ambito nel quale essa esiste, è facile assumere la veste di “cliente del fornitore di notizie” e non di “cittadino del mondo che può decidere”.

Gira in questi giorni la notizia risonante, considerata un dramma “assoluto” di inaudita gravità, che porta alla luce una vicenda di contraffazione sulle emissioni inquinanti in particolar modo di una casa automobilistica, la Volkswagen. Ora il fatto è che sarebbe una volta tanto opportuno comprendere quanto sia necessario metter da parte gli accanimenti per andare invece a fondo sulla questione trovando un valido sistema di riferimento dello scandalo. Capire finalmente qualcosa di più del consueto, andare oltre l’abitudine accusatoria che tanto piace perchè offre finalmente il modo di attribuire la colpa a qualcuno di qualcosa (magari per sfogare rabbie represse alimentate da altri… che se la ridono). Ambire a qualcosa di più di un capro espiatorio che possa rendere tutti gli altri angioletti innocenti. Perchè, come vedremo, si tratta sì di una vicenda grave ma in misura solamente relativa ad un sistema di riferimento che dà origine anche a fenomeni ben più vasti e ben più gravi.

Premessa

C’è un modo di ottenere una combustione pulita dai combustibili fossili?
Attualmente no. E questo vale sia per benzina e gasolio che per metano e GPL. Anche la combustione del metano, ad esempio, produce NOx in quanto l’aria che respiriamo, in realtà, è formata per il 78% di azoto che verrà ossidato alla combustione.

Perchè continuiamo ad acquistare veicoli mossi da motori obsoleti se non vogliamo strade inquinate?
Forse per comodità, forse perchè appena si calmeranno le acque tutto verrà dimenticato, come sempre, come tutte le altre cose, e l’interesse tornerà sulle abitudini sociali più in voga.

Sono stati controllati allo stesso modo tutti gli altri costruttori prima che venisse diffusa la notizia?
Pare di no.

Perchè non si è compiuta un’indagine integrale sulla questione prima di diffondere la notizia?

Come mai sono stati condotti dei test su strada anziché al banco? Prima non ci ha pensato nessuno?

Chi ci ha guadagnato da questo scandalo? La concorrenza? Opportunisti con obiettivi che non stiamo né immaginando né tantomeno analizzando? Chi acquisterà le azioni ad un valore quasi dimezzato? Speculatori? Personaggi che muovono capitali da una scatola ad un’altra per far credere al modello della crescita continua? Altre figure?

I ghiacciai si stanno sciogliendo per colpa della Volkswagen?
Ogni tipo di combustione su questo pianeta partecipa all’effetto serra nonché all’immissione di inquinanti che danneggiano la vita; affermare che la colpa improvvisamente sia di un solo tipo di combustione proveniente dai prodotti (nella fattispecie motori) di un solo marchio costruttore è un po’ fuori luogo e poco professionale, oltre che poco rigoroso. Vi basti pensare che un’acciaieria è in grado emettere tranquillamente, tra i vari inquinanti, oltre 12.000 Tonnellate all’anno di solo NOx.

Qualcuno sa effettuare rapidamente su due piedi una proporzione di quante autovetture ci vogliono per raggiungere i medesimi valori di emissioni di NOx (espressi in Tonnellate/anno) di una sola acciaieria? Credo solo gli addetti al settore. Quindi perchè pensare che improvvisamente il mondo è inquinato da pochi giorni per causa della Volkswagen solo perchè è stata diffusa una notizia? E prima? Prima non era inquinato il nostro pianeta? Quanti hanno acquistato un’auto in meno ed una bici di più per questo? Quanti han rinunciato ad una seconda auto a favore di abbonamenti per mezzi pubblici? Quanti hanno voglia di fare 2 o 3 km a piedi per andare a lavoro e altrettanti per tornare da lavoro (riferito a chi lavora vicino casa ovviamente)?

Il cane che si morde la coda

La colpa di un inquinamento da contenere è di chi produce prodotti inquinanti o del consumatore che decide di farne uso? Se il consumatore non li acquistasse il produttore non li costruirebbe. D’altra parte se la pubblicità non inducesse stili di vita, mode e tendenze, il consumatore non ne verrebbe sedotto.

Il mio personale punto di vista, figlio della mia personale esperienza, quindi non vero in modo assoluto, è che la colpa di un importante inquinamento la si potrebbe attribuire più a tutte quelle persone che, prese dalla frenesia dei consumi (di ogni genere), danno importanza prioritaria alle proprie comodità, fregandosene totalmente di tutto il resto. Quelle ad esempio che spostano l’auto anche solo per poche centinaia di metri* che dividono la loro abitazione dalla loro meta quotidiana, un supermercato, un ufficio, un bar. Ma le casistiche di simile interesse sono sicuramente variegate ed innumerevoli.

Altri tra i lettori avranno già formulato nuovi punti di vista, avranno maturato differenti opinioni, avranno vissuto diverse esperienze. Questo dimostra che non c’è una causa unica cui attribuire tutta la colpa ad esempio dello scioglimento dei ghiacciai. Non c’è un solo referente, un solo marchio, una sola persona ma un atteggiamento generale di pressapochismo da parte di chi opera e di chi accetta l’operazione, da parte di chi decide e di chi non contesta la decisione ma la subisce effettuando un acquisto**, da parte di chi evita che le “alternative” raggiungano il mercato e chi evita di compiere il lavoro, lo sforzo, di raggiungerle ugualmente.

A mio avviso quello della Volkswagen non rappresenta uno scandalo assoluto ma relativo. Non è “lo” scandalo ma “uno” scandalo, uno dei tanti. So che sarete sconcertati dalle mie affermazioni ma se mi seguirete anche solo poche righe oltre, potrete ragionare su qualcosa di più di quanto racchiuso nello spettro del visibile e una volta tanto il dirottamento di un problema in atto non avrà successo quantomeno sulle menti più attive.

*Esempio tipico che più volte ho riproposto nei miei articoli in quanto quotidianamente nutrito dai miei compaesani che così si ostinano a comportarsi, io sono l’unico idiota che prende la bici per raggiungere il centro e quando intendo l’unico non mi esprimo con un’iperbole, intendo realmente che dove vivo la uso solo io per i piccoli spostamenti e l’inquinamento, di qualunque marca, lo sento fin troppo bene.

**Generalmente trasferendo poi le responsabilità alle nomenclature di cui è dotato il veicolo (Euro 4, Euro 5, Euro 6, Euro n…) o attribuendole ad altri fenomeni quali le industrie siderurgiche, le industrie chimiche, ecc.).

Continua…

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Simulazione della combustione in un motore 4 tempi

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La continua lotta contro il sistema Italia: La legislazione – Parte 2

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

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La Firma digitale
(e la comunicazione della PEC al Registro delle Imprese)

La Firma Digitale l’abbiamo ottenuta semplicemente senza alcun problema, l’abbiamo attivata con una semplice procedura fornitaci con il PIN a corredo, ci siamo dotati dei software necessari agevolmente scaricati online sui siti web ufficiali e l’abbiamo usata. Quindi? Quindi vorrei scrivere due righe su qualcos’altro che ha visto la Firma Digitale al centro della mia attenzione. Come espresso nel primo paragrafo del precedente articolo, dal 1 Luglio 2013 è diventata obbligatoria per le imprese la Posta Elettronica Certificata; ottenerla è necessario ma non sufficiente. E’ indispensabile infatti comunicarla agli uffici competenti affinché questi poi la possano utilizzare per le comunicazioni “Pubblica Amministrazione – Impresa”.

Per tale comunicazione ipotizzavo fosse sufficiente recarsi con un documento presso gli uffici competenti ed aggiornare i dati relativi alla propria Partita Iva. Così non è stato e così non è ora (al momento in cui scrivo). In Italia, anche per comunicare l’indirizzo di posta elettronica, ci vuole una procedura che probabilmente nel 2050 scopriremo essere in qualche modo anch’essa collegata al disastro del Vajont. Così arrivato con mio padre allo sportello dedicato, pronto per comunicare orgoglioso il suo agognato indirizzo PEC (dopo i famosi circa 40 giorni), la signorina ci comunica che non è possibile comunicarlo di persona, nemmeno con tutta la documentazione del caso. Come fare quindi?

«Mi dispiace si deve rivolgere ad un professionista.».
«Cioè?».
«Ad un commercialista… deve pagare un commercialista che ce la comunicherà.».
«Vale a dire che devo pagare una persona alla quale io comunico verbalmente la mia PEC e che poi la dà a voi?».
«Sì!»
«Che bello!».

Costo dell’operazione propinatoci circa un centinaio d’Euro. Per comunicare un indirizzo di posta elettronica?!?! Tornato allo stato di quiete mentale mi rimetto all’opera e dopo varie “suppliche” rivolte a persone competenti scopro che si può comunicare “da soli” il proprio indirizzo di Posta Elettronica Certificata e lo si può fare gratuitamente; come? Con la Firma Digitale. Fiuuu, meno male. Anche questa è finita bene, ma che difficoltà e poi… perchè non mi è stato detto subito?

Per questa vicenda ridendo e scherzando è passata un’altra settimana tra il momento in cui abbiamo iniziato il tentativo di comunicare la PEC al Registro delle Imprese di persona e quando ci siamo riusciti realmente tramite il Web mediante l’ausilio della Firma Digitale.

La richiesta di una semplice Visura
(e la Sicurezza Web della carta prepagata ricaricabile)

Un giorno mi sono recato in Camera di Commercio per richiedere una Visura Camerale. Distrattamente l’ho ritirata senza pensare si trattasse di una versione cartacea che non potevo inviare al mio destinatario tramite posta elettronica. L’indomani mi sono informato sulle modalità per averla in formato digitale pdf ed ho scoperto che posso acquistarla sul relativo sito web. Vado per effettuare l’acquisto online e, al momento del pagamento mi viene notificato che la mia carta prepagata ricaricabile non è idonea per completare l’acquisto.

Sicuro che non poteva andare tutto liscio, oramai tranquillo (ma non rassegnato), contatto il fornitore della mia carta prepagata ricaricabile (una carta di pagamento di debito, la versione alternativa della carta di credito) per avere delucidazioni in merito. Dopo un paio di attese di circa un quarto d’ora l’una (tutto sommato ordinarie in Italia) vengo a sapere dall’operatore che, per ragioni di sicurezza (ad esempio in caso di furto o di clonazione) ora è necessario comunicare il proprio numero di cellulare al fornitore della carta prepagata ricaricabile. In tal modo quando si compie un acquisto online viene inviato un messaggio sul telefono cellulare contenente un codice da inserire in schermata nella fase conclusiva della procedura d’acquisto. Così, se si ha solo la carta, la procedura non può essere completata.

Tra la comunicazione del mio numero di cellulare e la riabilitazione della carta prepagata ad effettuare acquisti online sono passate altre 24 ore. Ad ogni modo apprezzo questa maggiore sicurezza ma le cose non credo stiano realmente così. Se ad esempio la carta è abbinata ad una società che offre servizi di pagamento digitale (vedi ad esempio PayPal) e si effettua un pagamento tramite quest’ultima, il denaro verrà scalato dalla carta prepagata abbinata senza che sia necessario l’inserimento di alcun codice di sblocco (correggetemi pure se sbaglio). Io personalmente avrei piacere che mi venisse fornito e poi richiesto sempre, ad ogni tipo di utilizzo della carta.

In questo modo diventano due i rari motivi per i quali utilizzo un telefono cellulare*, il primo se rimango in panne con un veicolo, il secondo se devo confermare un acquisto con la mia carta ricaricabile 🙂

Ad ogni modo altri 3 giorni passati prima di ottenere la documentazione necessaria, altri 3 giorni di impegni rimandati, di viaggi avanti e indietro per uffici, di telefonate, di attesa di risultati e conferme. Ce n’è sempre una…

*Chi mi conosce, di persona o perchè ha letto diversi miei articoli, sa che io ed il telefono cellulare proprio non ci intendiamo… Se lo gradite potete leggere articoli come “Istruzioni per diventare scemi oggi” e “Le regole che non esistono” (terzo capoverso), i cui link sono riportati in basso  tra i Link Correlati.

Continua…

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La continua lotta contro il sistema Italia: La legislazione (Le leggi mancanti)
La continua lotta contro il sistema Italia: La qualità della vita
La continua lotta contro il sistema Italia: La privacy
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La continua lotta contro il sistema Italia: La matematica
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La continua lotta contro il sistema Italia: Conclusioni – Parte 4

Istruzioni per diventare scemi oggi
Le regole che non esistono. + VIGNETTA

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La continua lotta contro il sistema Italia: La legislazione – Parte 1

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

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Posta Elettronica Certificata

Dal 1 Luglio 2013 la Posta Elettronica Certificata diventa obbligatoria per le comunicazioni tra imprese e pubblica amministrazione. Il valore legale diviene a tutti gli effetti quello di una Raccomandata con Ricevuta di Ritorno. Questa forma di informatizzazione rappresenta un metodo più agevole di comunicazione, un metodo più rapido (consegna istantanea), evita le code agli uffici postali nonché le spese per le Raccomandate, l’uso di un veicolo una volta di più, le relative spese per il carburante, il parcheggio, lo stress nel traffico… insomma, sinceramente, ha molti lati positivi*.

Così mi è stato chiesto dai miei familiari di cercare un servizio di Posta Elettronica Certificata piuttosto semplice, a buon mercato e che fosse riconosciuto tra i servizi autorizzati, quindi ritenuti validi a norma di legge. Al momento della mia ricerca si spaziava addirittura da servizi ipersofisticati del costo di circa 30 Euro al mese fino ai più modesti, ma comunque validi e a norma, servizi forniti per 5 Euro all’anno. Dov’è allora il problema?

Ho scelto la Posta Elettronica Certificata di una veterana azienda italiana, il prodotto è valido, autorizzato, ha un prezzo adeguato al servizio offerto e non sembra dare alcun problema. Tutto bene se non fosse che per ottenerlo a momenti devo ricorrere ad un’intelligenza superiore, magari aliena. Ci sono voluti oltre 40 giorni per tentare di ottenere il prodotto, numerose telefonate, giri per uffici, appuntamenti telefonici non rispettati, fax, ricerche. Una immane logorante perdita di tempo. Persino chiamando l’apposito numero verde, gli operatori che rispondono non sanno offrire una soluzione alle mie semplici domande e, di conseguenza, indicarmi il servizio più adatto. Quando affermo “Persino chiamando l’apposito numero verde…” intendo dire che negli uffici competenti accadeva la medesima cosa per cui cercavo di rivolgermi, per un confronto, agli assistenti online.

Da un semplice ufficio venivo “spedito” in un ufficio dotato di “commerciale” nel quale la mia richiesta era ritenuta, a dir poco, di ridotto interesse. Invece di soddisfare la mia richiesta, gli agenti mi invitavano in men che si dica ad accomodarmi per sentire quali altre numerose offerte potevano in realtà fare al caso mio (ovviamente nessuna delle quali di mia necessità). Nessuno sembrava mostrare interesse per le mie reali esigenze, nessuno risultava debitamente informato e preparato in materia. C’era chi sosteneva che dovessi per forza aprire 5 caselle di Posta Elettronica Certificata (chissà poi per quali ragioni) e chi non sapeva se dovessi aprire una casella per “privati” o per le “imprese”, c’era poi chi sosteneva che il tipo di PEC da me scelto avrebbe comportato per forza un indirizzo lunghissimo dopo la chiocciola (@ – at) perchè la tale offerta restituiva come svantaggio un nome più scomodo. Insomma ho sentito le cose più strampalate, nessuna delle quali è poi risultata essere vera.

Il risultato è stato che per ottenere “solamente” quel che chiedevo, al prezzo corretto, ho dovuto imparare da solo tutta la procedura interna della tale azienda per aprire “autonomamente” una casella di Posta Elettronica Certificata, quali uffici centrali contattare, i relativi numeri di FAX, quali documentazioni fornirgli, come i responsabili degli uffici commerciali formulavano (o avrebbero dovuto formulare) la richiesta, quali step seguire fino all’ottenimento del prodotto. Insomma bypassare il blocco. In circa “2 giorni” ho ottenuto quello che in oltre “40 giorni” non sono riuscito ad ottenere dagli uffici competenti ed ho imparato numerose cose sulla burocrazia italiana che non avevo altrimenti modo nemmeno di ipotizzare.

Il bello è stato che la procedura l’ho eseguita in modo talmente corretto che nessuno mi ha chiesto come mai la stessi inviando io autonomamente; semplicemente mi è stato fornito il servizio richiesto. Semplicemente come doveva essere senza che perdessi un mese e mezzo nel demandare a terzi.

Siamo solo al primo passo della mia carrellata e già potete notare cosa, per circa un mese e mezzo degli ultimi due anni, sia stato immeritatamente al centro dell’attenzione in casa mia quando le priorità erano ben altre.

*Puoi leggere un’interessante lista di Pro e Contro su Wikipedia copiando e incollando il seguente link: https://it.wikipedia.org/wiki/Posta_elettronica_certificata

Adeguamento della Policy sui Cookie

Diventa obbligatoria su ogni sito web dal 2 Giugno 2015. Prima di questa data è inutile descrivere il fermento ed i timori maturati come la gramigna sul web. Nessuno sembra realmente capirne a fondo qualcosa. Si temono multe di migliaia d’Euro non perchè non ci si vuol mettere in regola ma perchè non si comprende come si fa. Tutti cercano di copiare gli altri o chi ritengono sia più affidabile, diversi ricorrono a professionisti legali i quali, spesso, ammetono di non aver ben chiaro nemmeno loro come si scriva una Cookie Policy perfettamente corretta. Molti si chiedono perchè non sia stato fornito un testo di esempio per ogni casistica, ogni tipologia di cookie (tecnici, di profilazione, di terze parti). Alla fine ognuno si butta, come ad un esame al quale ci si presenta titubanti, spuntando l’opzione “Come la va, la va… speriamo bene”.

La soluzione per me è stata l’andarmi a studiare le tipologie di Cookie riportate su autorevoli fonti legali, inserirle complete di descrizione sul sito nell’apposita sezione e informare i lettori circa quali tipologie usiamo e quali no. Non c’è molto altro da dire se non che, nell’ansia, sono state spese circa altre 2 settimane degli ultimi 2 anni (può sembrar poco ma parliamo comunque di mezzo mese e, fidatevi, quando siete abituati a farne tante dalla mattina alla sera, impegnarsi solo per un cavillo per 2 settimane è estenuante). Rimangono comunque numerose incertezze sul tema se non che essendo il più sinceri possibile con i lettori e informandoli adeguatamente su ogni minimo dettaglio e facendo in modo che il tutto sia facilmente visibile, probabilmente sarete del tutto a posto o correrete il rischio minore.

Pagamenti elettronici

Sono obbligatori? Non sono obbligatori? Per quale motivo (reale) obbligarli? Ed è giusto obbligarli? E’ tutto realmente come sembra? Dal 1 Gennaio 2014 il POS diventa obbligatorio per tutti o, meglio, questo è quello che sembra ad una prima occhiata leggendo quello che si trova “in giro”. La realtà (ma verificate voi stessi perchè potrei sbagliare) è che il nostro paese non ha obbligato direttamente nessuno. Leggendo bene la legge in presenza di legali preparati (trovate le fonti sui siti web ufficiali dei relativi Ministeri e sulla Gazzetta Ufficiale) si evince infatti che nessun commerciante o professionista può esser multato se trovato sprovvisto di un sistema di pagamento elettronico ma, se un cliente dovesse lamentarsi dell’assenza di questa modalità di pagamento, potrà denunciarvi alle autorità competenti che si occuperanno di multarvi secondo le disposizioni vigenti**. Arzigogolato ma ormai routine per noi italiani che, del resto, siamo tra le persone più intelligenti ed in gamba al mondo anche perchè allenati a confrontarci tutti i giorni con difficoltà multidimensionali di questo tipo.

Per affrontare la situazione nel migliore dei modi mi sono rivolto sia in banca sia ai miei amici semplicemente laureati in legge o esercitanti in quanto iscritti all’albo. Ne sono venute fuori di tutti i colori al punto da ispirare la scrittura di un articolo (che verrà presto inserito tra i link correlati in basso) completamente dedicato alle informazioni raccolte ed alle assurde vicende occorse in particolar modo in banca. Luogo dove la direttrice con cui ho parlato, vedendo il mio grado di comprensione, si è inacidita permettendosi addirittura di esternare un insulto diffamatorio con una stupefacente bassezza da tifoseria ubriaca in preda al testosterone. Sconcertante esternazione di cattivo gusto, perfettamente evitabile e da persona gravemente ignorante in materia, nonché da licenziamento in tronco per diffamazione verso un cliente. Con quale diritto infatti la direttrice avanza una grave offesa? La risposta, di carattere psicologico, è che costei si è alterata ed ha virato sull’acidità quando si è vista rifiutare, grazie alle valide alternative da me trovate, un preventivo di spesa di circa 5000 Euro (in 5-6 anni) qualora avessi accettato il suo specifico sistema di pagamento elettronico. Allo stesso tempo ha visto che conoscevo sia quanto realmente richiesto dalla legge sia i metodi di pagamento elettronici alternativi forniti a prezzi decisamente più vantaggiosi (facilmente collegabili ad un notebook, un tablet, uno smartphone) e si è sentita con le spalle al muro nel non poter “obbligare” la sua soluzione. E’ così andata su tutte le furie ed a stento si è controllata (anche se credo si sia pentita già un instante dopo l’esternazione).

Una curiosità. Poco prima, quando la conversazione era ancora cordiale, stavamo parlando del mio particolare prototipo di bici elettrica con cui mi ero recato in banca (si era accorta del mio inusuale casco) ed aveva già manifestato il suo dissenso verso il prodotto affermando che se tutti avessimo una bici simile chi acquisterebbe più la benzina? Al di là del fatto che la bici è una bici e l’automobile è un’automobile e non servono ulteriori spiegazioni sulle loro differenze ed utilità (e che quindi la Direttrice ignora che nella società di oggi si utilizza inutilmente il SUV anche per coprire 500 metri tra casa e la tabaccheria o l’ufficio postale o l’alimentari), ebbene, a parte questo, da cosa deriva tutto questo astio verso un mondo che inevitabilmente cambia? Il mondo attuale le ha mandato storto qualche piano? Pretende tutto rimanga congelato per sempre nel periodo storico che più le è garbato?

Per fortuna, ci tengo a precisarlo, trattasi di una Direttrice di passaggio, oltre che un caso raro, nella tale filiale e che con le sue colleghe precedenti c’è sempre stato un vivo rapporto di cordialità e apprezzamento reciproco per tantissimi anni ed, anzi, han sempre ammirato le mie tecnologie. Quindi questo paragrafo non vuole assolutamente influenzarvi a pensare che oggi le Direttrici (o i Direttori) siano così ma, più semplicemente, che mi è capitata una cosa tanto assurda quanto rara (per fortuna) per il semplice motivo di disporre di “un’alternativa”.

Anche per questa vicenda sono passati altri due mesi (e oltre) degli ultimi due anni. Le varie vicende sono state affrontate quasi tutte una alla volta, quindi i tempi si son cumulati e non accavallati. Questo per far capire quanto petulante possa esser stato dare inizio ad un normalissimo upgrade.

**Chiedete sempre conferma al vostro legale, quanto scritto qui non ha assolutamente alcun valore in relazione ai vostri doveri e diritti legali.

Continua…

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Scartoffie, incombenze, adeguamenti, obblighi, burocrazia e complicazioni

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La continua lotta contro il sistema Italia: La legislazione – Intro

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

Questo articolo segue da:
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Negli ultimi due anni, per chi ha un’attività in Italia, si sono intensificati gli “aggiornamenti obbligatori diretti” cui adeguarsi, nonché una serie di “aggiornamenti indirettamente obbligatori” ai quali adeguarsi se si desidera rispettare i primi. La differenza tra le due tipologie di aggiornamenti che ho classificato risiede nel fatto che i primi sono realmente obbligatori per legge, i secondi no ma possono essere necessari per soddisfare i primi; quindi anche se non sono obbligatori lo saranno in qualche modo. Chiaro no? L’ho scritto proprio nel modo contorto con cui sono concepiti, così non vi estraniate sulle coordinate di un mondo fantastico dove quello che è obbligatorio è obbligatorio e quello che non lo è… non lo è. Ad ogni modo, in qualche modo, anche gli aggiornamenti non obbligatori comporteranno in realtà noie, spese (magari piccole ma continue e costanti, penetranti come le gocce d’acqua in capo delle torture cinesi) e, cosa più preziosa di tutte, una enorme, mastodontica, inevitabile perdita di tempo* con la conseguente impossibilità di cogliere importanti occasioni qualora siate costantemente indaffarati.
Certo diversi aggiornamenti sono preziosi per semplificarci l’esistenza, sono quindi realmente utili, tuttavia si vede che nascono da un paese che ha amato molto complicarsi la vita. Molte semplificazioni sono notevolmente articolate e richiedono di avere uno “scienziato” in casa per farle da soli o, altrimenti, si sarà costretti a pagare terzi persino per banalità come la comunicazione di una pura e semplice casella di Posta Elettronica Certificata al registro delle imprese (come vedremo più avanti).
Se a tutto questo poi sommiamo che, da un altro versante, sorgono (o persistono) una serie di problemi per i quali invece è lampante la mancanza di opportuni aggiornamenti che offrano “tutele”, ecco che all’improvviso la vita diventa tutto fuorché monotona.

*Certo, qualcuno può operare questi aggiornamenti per conto vostro ma le spese lievitano ulteriormente ed essendo tante e diversificate si cumulano come a riempire il deposito dello Zio Paperone e ad alleggerire le vostre opportunità. E’ inevitabile.

A cosa mi riferisco? Una rapida carrellata di alcuni tra i principali eventi che hanno condizionato inevitabilmente gli ultimi due anni della mia vita (ma immagino di essere in larga compagnia): Posta Elettronica Certificata, adeguamento dell’Informativa sui Cookie dei propri siti web, i pagamenti elettronici (POS – Point Of Sale), la Firma Digitale, la comunicazione della PEC al Registro delle Imprese, la richiesta di una semplice Visura, la Sicurezza Web della carta prepagata ricaricabile (carta di pagamento di debito, ricaricabile), il blocco di numerosi servizi non richiesti sul telefono cellulare, la Consegna della Targa di una moto d’epoca (ora non più d’epoca, la potremmo definire la moto di Benjamin Button), il rinnovo dell’iscrizione al Registro delle Opposizioni, l’Immatricolazione del mio prototipo di eBike (pena 5000 Euro di multa più il sequestro di un bene di ricerca tecnico e tecnologico di valore per me inestimabile, nonché la conseguente violazione del segreto industriale), l’Attestato di Prestazione Energetica per un immobile usato in vendita (in un contesto in cui risulta quasi del tutto inutile viste le numerose certificazioni fasulle che vengono vendute addirittura sul web e visti gli aggiornamenti legislativi che permettono di raggiungere classi elevate pur non inserendo tutta la dovuta tecnologia necessaria, ecc.), l’adeguamento o la sostituzione del computer per la sola e semplice dichiarazione dei redditi ed infine un po’ di opportunismo per il quale a stento si riesce ad avere la tutela necessaria in qualità di consumatori. Mi riferisco alla conclusione di una spiacevole vicenda occorsami a causa di un agente di una società elettrica che ha fatto una nostra firma falsa pur di concludere un contratto non richiesto, alle molestie da promozioni via telefono, al falso Diritto di Prelazione, da bloccare, avanzato da un’opportunista di una nota azienda di spedizioni, al’attivazione senza autorizzazione di servizi sul telefono cellulare…
Iniziamo? Vi va, siete curiosi? Bene, sotto allora… io dalla mia cercherò di essere breve, chiaro e piacevole. Quanto segue può esser letto anche con ordine sparso e potrebbe risultar utile per la risoluzione di qualche bega, Buona Lettura.

Continua…

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Stress da aggiornamenti e intoppi evolutivi

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Quelli che ti devono far cadere per forza

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Ci son persone che non detestano tanto il vostro successo quanto più il modo legittimo con cui l’avete ottenuto

Tratto da un dialogo con un tipo di soggetto che può arricchire o annichilire le vostre ambizioni. Dipende da voi. La scena si svolge nel laboratorio di mio padre dove mi ero temporaneamente fermato per mettere a punto dei parametri del mio prototipo Ralph DTE EBK Endurance. I clienti entravano e uscivano il più delle volte con i loro pensieri nella testa, quindi distratti. Uno di loro però, cliente di mio padre da circa 30 anni, con un buon grado di confidenza e anni e anni di maturata simpatia alle spalle, nota qualcosa e non resiste nel trattenersi incuriosito per scambiare due parole con me. Due parole che ben presto, inaspettatamente, si faranno ispide e ottuse.

«E queste cose le fai tu?».
«Si si, questo è un mio progetto dopodiché abbiamo fatto…».
«Abbiamo? Ahh ma allora non l’hai fatto tu?».
«Sì l’ho fatto io, Ralph DTE è un progetto nato da me, ma è naturale avere dei collaboratori per quei processi che al momento non posso fare direttamente io.».
«Si va beh però intanto non l’hai fatto tu…».
Il dialogo continua dopo alcune osservazioni tecniche del prototipo e prosegue dove si era interrotto poco prima…
«Ma a dire il vero abbiamo circa 400 collegamenti in tutto il mondo!».
«Eh sì è facile tanto oggi tutti…».
«No, non ha capito, non è che abbiamo 400 collegamenti intesi come link, follower o amici sui social network, io intendo circa 400 aziende di prodotti e servizi, ricercatori, studi di progettazione e quant’altro che ci forniscono il loro know how (o lo scambiano con noi) sulla base di nostre specifiche necessità. Intendo che alziamo la cornetta e abbiamo professionisti in tutto il mondo su cui contare subito per quello che facciamo, non ipotetici amici social.».
Dopo una breve pausa di riflessione, cerco di illustrare il mio “metodo” a questo signore nell’intento di chiarirgli come sia riuscito a realizzare una simile bicicletta…
«Io sono andato fuoricorso per approfondire diverse mie ricerche personali e attrezzare alcuni miei laboratori personali con i quali realizzo cose come quelle che le ho mostrato.».
«Ah sì, sì bene. Ma quanto ti manca alla laurea?».
«Poco ormai!».
«Eh ma sbrigati altrimenti non puoi iniziare a fare le cose che vuoi fare!».
«??? Ma come??? Le ho appena detto che proprio perché le ho realizzate, sono necessariamente dovuto andare fuoricorso… la concretezza richiede tempo extra!».
E continuo…
«Io ho fatto molta pratica…».
«Ma ancora stai studiando?».
«Certamente!».
«Sbrigati a finire altrimenti non potrai mai fare esperienza!»
«Ma le sto giusto dicendo che ne faccio tanta!! Non devo finire i miei studi per iniziare a fare pratica, la faccio già proprio perchè non concepivo un percorso di studi che non comprendesse la pratica ed ho risolto il problema da me! E poi il concetto di finire gli studi non ha senso, non si finisce mai di studiare!».
La ricerca di una giustificazione

Poi si gira verso i miei genitori che erano con me e gli fa «Avete solo questo?», chiedendo quindi se sono figlio unico, «Ah ecco perchè fa tutte queste cose, ha ricevuto il massimo delle attenzioni?». ???. Massimo sconcerto. Prego, che c’entra? In realtà io faccio questo proprio perchè la mia vita non è mai stata facile ed ho sempre dovuto cavarmela da solo, altrimenti “nisba”. No, non rappresento lo stereotipo del figlio unico viziato ma del figlio unico, unico per necessità, a suo tempo, familiari. Avrei ben gradito un fratello o una sorella o tutti e due. E comunque quello che faccio non deriva da vizi dato che studiare è una delle cose più faticose e di conseguenza più evitate a questo mondo.

Uhm… Deve esserci qualcosa sotto.

Insomma se faccio qualcosa di bello, secondo costui, ci deve per forza essere qualcosa sotto. Non riesce ad accettare la realtà semplice così com’è… lui che è così competitivo, che ha figli in gamba e nipoti divenuti presto pezzi grossi impiegati presso importanti multinazionali, si è sentito in disarmo davanti a quel poco che gli ho mostrato quasi per caso, quel giorno in cui nemmeno lo aspettavo.

La regola dell’ammirazione

Io credo che se le cose te le sei sudate ammiri anche più facilmente le capacità altrui, ma se le cose non te le sei sudate e ti sono piombate dal cielo, ti disturba un po’, anche se in fondo sei una buona persona, che qualcun altro sia riuscito a fare di più senza aiuti (probabilmente fa sentire un po’ tonti). E in fondo te ne accorgi quando hai davanti qualcuno che questo talento l’ha sviluppato col sacrificio se non addirittura soffrendo.

La vita secondo questo tipo di persona

Questo articolo (e capitolo di uno dei libri ai quali sto lavorando) è tratto da un dialogo con un tipo di persona che sosteneva di capire tutto quello che gli dicevo e invece non aveva capito nemmeno una parola ma, essendo un 70enne pretendeva di avere sempre ragione ed ogni discorso doveva necessariamente terminare con un suo consiglio, una sua predica, un suo richiamo. Un uomo davvero pesante e un tantinello troppo ottuso per esser uno che si reputa in grado di capire questo o quello che gli altri non hanno capito, perché lui è svelto, lui è sveglio, lui ha capito che se non vai a lavorare in certi posti che contano non combinerai mai niente (mi incitava a lasciar stare quello che stavo facendo per laurearmi in fretta e fuga così sarei potuto andare a lavorare anche io per quelle grosse aziende che mi citava e magari guadagnare molto con sforzi minimi), lui ha capito che la vita è uno schema da seguire a tappe (c’è secondo lui un’età omologata per ogni cosa), ecc, ecc.. Insomma, non ha capito nulla di cosa sia la creatività, l’istinto, le passioni, l’avventura, la scoperta, la progettazione, la costruzione di idee dallo schizzo disegnato “a mano” al pezzo finito da tenere “tra le mani”, cosa significhi approfondire gli studi, farsi una cultura sempre più ricca, affamata, che si espande, cosa significhi fare ricerca, cosa significhi alimentare la pratica e l’esperienza da sé sulla base delle proprie idee maturate nel tempo e non sulla base di idee di altre aziende, la manualità, la tecnica, il tempo madornale che tutto ciò richiede, l’impegno considerevole, la concretezza… Senza intenzione di offesa alcuna da parte mia, un vero tonto disponibile sul banco della società.

Uno scomodo, pruriginoso disagio (ed il colpo alla zampa del tuo sostegno)

In sostanza chi si sente migliore di te prova uno scomodo e pruriginoso disagio nel vedere che tu, dall’alto della tua “semplicità” (quindi dal basso dell’altrui opinione), sei stato più bravo. E fa una gran fatica ad ammettere che te lo meriti; in fondo è sempre stato lui quello agiato che magari ha sistemato/raccomandato i figli in qualche bella azienda dove prendono un ottimo stipendio e vivono una vita serena con pensieri limitati o comunque lontani dallo snervamento. E questi figli non sono poi male, magari hanno il tuo stesso titolo di studio, o qualcosa di simile, ma non hanno mai vissuto problemi, non hanno imparato ad affrontarli, a risolverli, a reinventare la vita giorno dopo giorno. E così hanno il tuo stesso titolo di studio, hanno comodità, oggetti belli, agiatezze, un bel lavoro… ma sentono che manca qualcosa, soprattutto quando vedono una mente brulicante nell’esercizio delle proprie funzioni che sta costruendo qualcosa che prima è stato concepito, progettato, studiato e sottoposto a numerosi scervellamenti nei più disparati ambiti tecnologici ed allo stesso tempo non prova interesse alcuno per le loro agiatezze ed i loro esclusivi oggetti. Solo allora si accorge che gli manca quella scintilla che non si può comprare, non si può avere con una spintarella, non si può imparare di sana pianta, non si può, semplicemente, avere a comando. Lui convintosi negli anni che sarebbe stato sempre il migliore, il punto di riferimento del “ben fatto”, lui che pensava ormai di poter solo essere ammirato al suo passaggio, si è accorto che può solo fare una cosa, dare un colpo alla zampa del tuo sostegno per tentare almeno di farti cadere. Ma quello fragile è lui, ed è proprio lui che si romperà nell’impatto perchè tu, nella tua vita, hai sudato, ti sei fatto i calli, sei stato forgiato dai problemi, temprato dagli imprevisti e hai la “scorza” resistente, il callo, l’endurance nel sangue. Così usi la sensibilità che ti è propria per raccogliere le impressioni sull’accaduto, legarle in un articolo o un capitolo di un libro e collezionare il tutto per chi vorrà leggere un’esperienza utile per capire che nulla c’entrano con la tua vita quelli che vogliono farti cadere per forza e da loro non dovresti mai accettare consigli per evitare di trovarti nei guai visto che, non avendo loro esperienza di vita di gusto, potrebbero solo farti cadere in un limbo parallelo al loro, dove nonostante tutto possa inizialmente sembrare logico e gradevole, un solo istante dopo ti porta a chiedere cosa possa c’entrare con te.

Il processo di corrosione da invidia

Quando vi inbattete in qualcuno che prima rimane sorpreso dalle vostre attitudini e poi non perde occasione per sminuirvi, siete probabilmente davanti a qualcuno che nonostante i suoi vanti e le sue sicurezze (apparenti), alla fin fine, vorrebbe essere come voi. Se questo qualcuno poi inizia a comunicarvi in qualche modo che non meritate ciò che a lui manca, quasi certamente state assistendo in prima fila al processo di corrosione da invidia. L’invidia infatti non è il desiderio verso qualcosa che possiede qualcun altro, ma la rabbia (manifestabile nei modi più vari) che scaturisce da chi ritiene che altri non meritino ciò che lui sente di meritare percependosi migliore e, per l’appunto, più meritevole. Spesso questa condizione nasce da pessime abitudini, talvolta derivate dall’agio prodotto dalle altrui cure (vedi ad es. figli viziati dai genitori), mal tradotte e interpretate dall’individuo come premio per “essere” migliori indefinitamente (non si sa infatti rispetto a chi, rispetto a cosa, quale sia quindi il punto di riferimento). Una sorta di orgoglio immotivato alimentato da piccoli e facili successi quotidiani. Si finisce col sentirsi migliori ma in effetti non si può fornire alcuna spiegazione razionale sul perchè ci si ritenga tali. L’invidia è un mondo complesso, fa fallire rapporti umani, distrugge aziende, separa gruppi di lavoro, talvolta persino marito e moglie e mette a dura prova le amicizie.

Una interessante prospettiva

Cercate di osservare almeno questa prospettiva: se siete felici di quello che siete e di quello che fate, la bravura d’altri non potrà che sorprendervi e darvi piacere, oltre che argomenti di scambio con la nuova persona conosciuta, voi infatti potrete mostrar la vostra abilità e ascoltare ammirati l’abilità altrui. Se siete davvero in gamba quindi, avrete piacere nell’incontrare altre persone in gamba e saranno per voi un’ottima compagnia. Se invece si perde l’esistenza nel cercare di essere e fare qualcosa che è comodo o che può portare ad avere una certa immagine, quando si vedrà qualcuno che gode in totale semplicità delle sue soddisfazioni, ecco che potranno manifestarsi vari livelli sintomatologici di una brutta bestia. Quel giorno, quando entrò quel signore nella stanza in cui erano presenti anche i miei genitori, stavo montando la telemetria su uno dei miei prototipi di bicicletta elettrica, quella stessa bici che di lì a poco avrebbe compiuto il record del mondo di autonomia (580 km con una sola carica).

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Quelli che voglion comandare

Quelli che ti devono far cadere per forza

Image’s copyright: Warner Bros. Cartoon

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Contatti: www.berardi-store.eu/contattaci.html

Verifica i consumi delle lampadine a LED e Fluorescenti – Livello 1

Rubrica: Verifica se è vero

Titolo o argomento: Non serve parlar bene o male di un prodotto, serve sapere come si verifica la realtà
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In questo articolo prendiamo in esame in particolar modo le lampadine a led* che ormai sono sulla bocca di tutti e di cui tutti parlano con una tale sicurezza da presumere che se ci sono dei led, va bene qualunque cosa. Quindi prodotti di qualunque produttore, qualunque fornitore, qualunque paese di produzione**, qualunque prezzo, vengono spesso ritenuti di pari valore (valutando solo la convenienza all’acquisto e suggestioni estetiche) senza aver nemmeno verificato con quale tecnologia e con quale standard qualitativo siano stati realizzati, ma soprattutto come realmente funzionino. Ovviamente la prova è perfettamente replicabile anche per le lampadine fluorescenti a risparmio energetico e consiste nel verificare se i consumi effettivi sono quelli promessi, indicati sulla confezione, e, anche in caso di rispondenza alle aspettative, se vi è una porzione non trascurabile di energia elettrica dispersa sotto forma di calore.

*Ma ci riferiamo più in generale alle lampadine che promettono un risparmio di energia a fronte del medesimo illuminamento offerto dalle precedenti soluzioni ad incandescenza, quindi anche le lampadine fluorescenti dette a risparmio energetico.

**Attenzione non è in realtà tanto importante il paese di produzione quanto più lo standard qualitativo assunto dal marchio produttore. Effettivamente marchi affermati sul mercato costruiscono anche in paesi orientali con gli stessi standard che adotterebbero qui; c’è da preoccuparsi invece quando merci non regolamentate o contraffatte raggiungono il nostro mercato da tali paesi senza rispondenza alcuna a norme di qualità e sicurezza.

Un necessario passaggio in più

Sebbene la verifica dei consumi di normali elettrodomestici sia piuttosto semplice, implicando solo di interporre uno strumento (una sorta di tester dedicato o energy meter) tra la presa di corrente e la spina del prodotto***, per misurare il consumo elettrico di una lampadina si deve operare un accessibile, ma non intuitivo, passaggio in più (a meno che non abbiate un sistema avanzato di smart grid e produzione autonoma dell’energia con misura continua dei carichi, ma non mi sembra il caso di questo paese, non per la massa almeno).

***E ne vengono fuori di cose curiose impegnandosi almeno qualche volta a testare.

L’hardware

Nello specifico andremo a procurarci il solito Energy Meter (se mi permettete vi esorterei ad evitare prodotti di mercati orientali, prodotti da bancarella, prodotti da cassa di supermercato, avere misure sbagliate infatti vanifica tutto il vostro impegno ed i vostri intenti, prodotti di qualità costano alla fin fine pochi Euro di più), un cavo bipolare idoneo per gli impianti elettrici domestici (meglio se già munito di spina Schuko stampata o altrimenti…), una spina Schuko, un attacco Edison e tutto il materiale da testare. Chiedete di assemblare il tutto ad una persona specializzata (non si scherza con la corrente e con la tensione a 220Volt), non vi costerà quasi nulla, implicando un impiego di tempo non superiore ai 2 minuti, e vi salverà la vita. Poi se volete guardare come si fa per imparare e far domande ad un esperto, quello è un altro discorso.

Si aprirà un mondo

Una volta ottenuto il vostro kit personalizzato da pochi Euro, potrete collegare le vostre lampadine da testare alle prese di corrente come fossero degli elettrodomestici (leggi le avvertenze in basso), potrete quindi interporre un valido energy meter e verificare, il consumo istantaneo (Watt “W”), la corrente assorbita (Ampere “A”), l’energia consumata in un determinato lasso di tempo (Wattora “Wh”) e diversi altri parametri tra cui i costi (se precedentemente avete impostato la vostra tariffa al kWh giorno/notte). Rimarrete sorpresi (forse ora non più) nello scoprire che diverse lampadine a led presenti sul mercato non consumano quanto promettono, ma non solo… alcune infatti, più di altre (in alcuni casi persino molto più di altre) disperdono quantità di energia non trascurabili sotto forma di calore, problema che con i led doveva essere di gran lunga più contenuto rispetto alle vecchie lampadine ad incandescenza.

Dispersioni di energia sotto forma di calore

I LED infatti vanno alimentati da una corrente costante polarizzata (il cui valore corretto si trova nelle schede tecniche fornite dal costruttore dei singoli LED – Light Emitting Diode – agli assemblatori dei prodotti finiti) che è ottenibile tramite appositi generatori di corrente oppure inserendo una resistenza elettrica (di opportuno valore) in serie con il LED stesso allo scopo di limitare la corrente che in esso scorre dissipando quella in eccesso sotto forma di calore. Quest’ultima soluzione, anche se più semplice ed elettricamente corretta, penalizza l’efficienza del sistema, inoltre a causa della variazione resistiva alle diverse temperature di esercizio, non assicura al LED un flusso di corrente sempre corretto.
Anche nelle lampadine fluorescenti vi è un’elettronica di controllo dato che lavorano in limitazione di corrente e necessitano di uno spunto (una sovratensione) che permetta l’innesco. A tal proposito si fa frequentemente uso di un induttore (detto reattore), più raramente di una resistenza. Ma non solo, le lampadine fluorescenti hanno bisogno di un pilotaggio elettronico anche per la salvaguardia degli elettrodi in quanto la loro usura si manifesta più che altro con le accensioni e gli spegnimenti. Le fluorescenti quindi, anche se non sono state usate fino al loro limite di vita previsto, possono cessare prematuramente il loro funzionamento se accese e spente frequentemente. Il pilotaggio elettronico pone rimedio operando un “preriscaldamento controllato” degli elettrodi che ne ritarda fortemente l’usura. Capirete quindi i molteplici fattori che, da prodotto a prodotto, possono incidere sul consumo elettrico finale e sulla quantità di energia dissipata in calore.

Metodo di testing

Ricordate infine che non è sufficiente collegare la lampadina all’energy meter pochi secondi giusto per la lettura dei primi valori ma, per una misura corretta, dovrete porre maggiore attenzione non all”assorbimento di potenza istantaneo (espresso in Watt “W”), bensì al consumo energetico complessivo (espresso in Wattora “Wh”). Sarebbe opportuno quindi condurre ogni prova per almeno qualche ora al fine di simulare i reali consumi ad esempio di una tipica serata in cucina o in soggiorno.

Il reset

Sappiate inoltre che molti energy meter non si azzerano da soli al termine di una prova e, durante la prova successiva, ripartono dagli ultimi valori registrati continuandoli a sommare. Questo significa che dovrete procedere voi al reset dei valori al termine di ogni test per non falsare le prove successive.

Note

In ultima analisi, l’immagine proposta di seguito è puramente indicativa. La marca dell’Energy Meter in foto è stata coperta per imparzialità, se doveste riconoscere il prodotto sappiate che non è detto che sia migliore di altri solo perchè presente in una nostra foto. Energy Meter di marchi differenti hanno fornito in laboratorio valori di assorbimento differenti. Acquistate semplicemente un buon prodotto e, se proprio volete essere gagliardi, fatene verificare la taratura ad un professionista.

Continua…

Porre attenzione a:
Se non siete ferrati in materia fate preparare il kit (in particolar modo il cavo) al vostro elettricista di fiducia. Con la corrente non si scherza e si rischia seriamente la vita.
Se state testando lampadine di dubbia provenienza fatelo solo indossando guanti protettivi fino a 1000 Volt e appositi occhiali anti-infortunistica per evitare il contatto acidentale con parti conduttrici non debitamente isolate o non rispondenti agli standard internazionali e con possibili scintille.
Non utilizzate mai il dispositivo senza la lampadina avvitata. Inserire sempre prima la lampadina nell’attacco Edison, poi la spina nell’Energy Meter e, sempre per ultimo, l’Energy Meter nella presa di corrente. Al termine rimuovete sempre prima l’Energy Meter dalla presa di corrente e poi tutto il resto.
Cavi con spine stampate (come in figura) sono da preferirsi per il migliore isolamento e la maggiore conseguente sicurezza fornita.
Assicuratevi che l’impianto nel quale allaccerete il kit sia dotato di salvavita a norma.
Effettuate i test solo in ambienti asciutti, sicuri e a norma.
Sappiate prima di operare che né questo Blog, né l’autore, né i collaboratori sono in alcun modo responsabili di quello che fate. Operate solo se debitamente formati in materia o assistiti da personale qualificato.

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Kit verifica consumi lampadine

Una volta preparato il cavo sarà sufficiente prima avvitare la lampadina nell’apposito attacco
Edison, dopodiché inserire la spina nella presa presente sull’Energy Meter e, per ultimo, inserire
l’Energy Meter nella presa di corrente (può necessitare di apposita riduzione di tipo Schuko).
Sul display compariranno i valori rilevati tra cui i principali: il consumo istantaneo (Watt “W”),
la corrente assorbita (Ampere “A”), l’energia consumata in un determinato lasso di tempo
(Wattora “Wh”) e la reale spesa in Euro (se precedentemente impostata).

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Rubrica: Verifica se è vero

Titolo o argomento: Non serve parlar bene o male di un prodotto, serve sapere come si verifica la realtà

Sinceramente penso che non serva a molto parlar bene o male di un prodotto, un simile comportamento più che altro genera gran rumore ed alza nuvole di fumo che rendono poi difficoltoso vederci chiaro e capire la realtà. Parlar male in sostanza dà origine a quel caos nel quale i “dannaroli” sanno bene come muoversi, parlar male significa quindi avvantaggiare coloro che sono oggetto della critica* . D’altra parte anche dire che qualcosa non serve è a suo modo inutile se non si propone poi un’alternativa utile a risolvere la questione.

*Non stiamo facendo riferimento a pettegolezzi di paese ma a serie e responsabili opinioni e analisi tecniche su marchi, prodotti e servizi presenti sul mercato

La mia idea è che bisogna imparare a far da soli parte delle cose che ci sono necessarie nel quotidiano (magari quelle per le quali siamo particolarmente portati o che comunque rientrano nelle nostre possibilità con un minimo di impegno) ed a verificare tutte le altre che demandiamo a terzi specializzati che le realizzano al posto nostro (perchè ovviamente non abbiamo tempo e modo di fare tutto noi o non disponiamo di competenze debitamente approfondite per poterle fare). Sì, mi piace l’idea di una competenza di base, un’infarinatura fornita già dai piani di istruzione delle scuole elementari, necessaria e sufficiente a coprire le nostre prime necessità. Ciò ridurrebbe drasticamente episodi di truffe (anche quelle legalizzate**) così come gli acquisti insoddisfacenti, le perdite di denaro, l’incompetenza, l’opportunismo ed anche la banale ma spregevole occasione quotidiana di lasciare che chiunque si prenda gioco di persone ignare raccontando loro quel che si vuole ed ottenendo affidamento basato sul solo carisma (la chiacchiera d’attrazione, l’antichiacchiera, la chiacchiera uguale ma contraria di segno a quella dei logorroici).

**Ovvero quelle concepite ai limiti della legge sfruttando l’ignoranza diffusa, in quanto la legge non ammette ignoranza ma… se nessuno ti offre un’istruzione adeguata, è facile cadere nei tranelli.
Si vedano ad esempio i contratti a tariffa fissa di alcune società di servizi effettuati ad insaputa dei consumatori tramite false firme apposte da giovani agenti, porta a porta, istigati alla furbizia da superiori opportunisti; il tacito rinnovo fatto firmare con astuzie da prestidigitatore da alcuni venditori di spazi pubblicitari; il diritto di prelazione furbescamente presentato in alcuni uffici come fosse una semplice presa visione che “dovrebbe” testimoniare al capo del vostro agente che siete stati seguiti nella proposta di un servizio ma che in realtà, potreste scoprire, vi vincola ad acquistare il loro servizio qualora vi vogliate rivolgere alla concorrenza; e così via…

Non si tratta di fantascienza, né della temibile (e sovente disastrosa) tuttologia, soprattutto se si considera che questo metodo è adottato con successo ad esempio in Germania ed in Svizzera (come abbiamo scritto in diversi articoli a tema) già dalle scuole medie e superiori dove indistintamente a maschietti e femminucce viene insegnato a cucire un bottone, così come l’educazione tecnica moderna nonché l’economia domestica e, più in generale, a saper provvedere autonomamente alle prime necessità per gestire lavoro, famiglia ed i propri beni. Parliamo quindi non del cercare di saper far tutto ma di essere in grado di verificare almeno quanto altri hanno fatto o proposto per noi al fine di offrirci un prodotto o servizio. Effettuare quindi anche solo la verifica di un prodotto per sapere la realtà oggettiva ed indiscutibile, non chiacchiere.

Gli articoli di questa rubrica, che seguiranno, offriranno semplici spunti (comprensibili ai più e facilmente attuabili) utili a verificare la rispondenza alle proprie necessità, o a quanto ci si aspetta, da alcuni dei principali prodotti a carattere tecnologico di cui generalmente facciamo uso nel quotidiano.

Continua…

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