Motori a combustione interna alimentati a biogas: Principali cicli di produzione e utilizzo del biogas

Rubrica: Automotive alternativo
Titolo o argomento: Da escrementi, rifiuti e scarti energia quasi pura da utilizzare

Prima di iniziare a parlare degli aspetti motoristici che ruotano attorno alla combustione del gas naturale e del biogas, si è ritenuto opportuno completare la carrellata introduttiva circa i gas stessi e la loro produzione. Vengono infine proposti alcuni casi di impianti di particolare interesse tecnico e tecnologico presenti in diversi paesi del mondo (attenzione, in seguito potrebbero essere aggiunti a questo articolo ulteriori casi).

Ciclo di produzione del biogas

Semplificando all’ennesima potenza, al fine di rendere comprensibile il tema soprattutto ai non addetti al settore, si può schematicamente e sinteticamente affermare che il ciclo di produzione di biogas ha bisogno, ovviamente, di materia prima da cui partire per dar luogo agli opportuni processi di trasformazione che forniranno in uscita gas metano, anidride carbonica, agenti contaminanti da filtrare e, ove possibile, fertilizzante ricco di carbonio. La materia prima necessaria può provenire principalmente dal contenuto trasportato dalle acque reflue delle reti fognarie dei centri abitati (appositamente trattate nei depuratori), può venire dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani (sia da quelli appena raccolti, che non raggiungeranno quindi le discariche, che da quelli ormai già presenti nelle discariche stesse) e può provenire da liquami zootecnici prodotti negli allevamenti. Sebbene esistano anche altri metodi quelli appena citati sono da considerarsi al momento i più concreti e proficui.
Una volta ottenuta la materia prima da trasformare (stiamo parlando in ogni caso di materia prima di recupero, gratuita e rinnovabile) questa va trattata dividendo la parte solida da quella liquida. La parte solida verrà digerita in assenza di ossigeno (digestione anaerobica o fermentazione metanica) mentre la parte liquida potrà essere stoccata in appositi silos e riutilizzata nell’impianto oppure essere filtrata ed essere scaricata lungo le reti fognarie o impiegata per l’irrigazione o in processi industriali.
Inserita la biomassa nei digestori, assieme ad appositi nutrienti e le corrette flore batteriche, attivato il riscaldamento ed il mescolamento del preparato e create le condizioni ideali per l’ambiente di reazione, si ottengono (dopo circa 20 giorni per le basse velocità di crescita e di reazione dei microrganismi anaerobi) principalmente biogas pronto all’uso (in misura variabile dal 30 all’85% della materia organica introdotta) e fertilizzante.
La digestione anaerobica è un processo naturale complesso di biodegradazione di sostanze organiche in assenza di ossigeno (anaerobiosi) all’interno di digestori di dimensioni proporzionali al volume di sostanze da trasformare in biogas. La trasformazione avviene a carico di gruppi batterici specifici lungo 3 fasi che hanno luogo in successione: idrolisi, fermentazione e metanogenesi.

Durante l’idrolisi batteri denominati “idrolitici” demoliscono i composti organici complessi (carboidrati, proteine e grassi) formando sostanze più semplici.

La fase di fermentazione trasforma poi le sostanze semplici, precedentemente ottenute, in acidi organici prima (reazione di acidogenesi) e in acetato, anidride carbonica e idrogeno poi (processo di acetogenesi).

Infine l’ultimo stadio, detto metanogenesi, prevede che batteri chiamati “metanigeni” trasformino le sostanze ottenute dalla fermentazione principalmente in metano ed anidride carbonica.

Uso del biogas

Una volta ottenuto il biogas può alimentare direttamente gli impianti delle abitazioni e delle aziende (riscaldamento ambiente, riscaldamento acqua calda sanitaria, fornelli cucina, sistemi di rifornimento indipendenti di veicoli a metano, ecc.) delle zone limitrofe al sito di produzione. Generalmente viene iniettato nelle condotte del gas naturale in percentuale, variabile da nazione a nazione, non inferiore al 10%, tuttavia vi sono casi in cui se ne fa un uso primario e totalmente indipendente dal gas naturale, ad esempio per il rifornimento di veicoli pubblici a biogas (vedi casi come quello di Linköping o di Norrköping in Svezia) o per la produzione di energia elettrica e riscaldamento da sfruttare in aziende agricole, allevamenti, piccoli centri abitati. Il biogas può quindi essere impiegato miscelato o puro per raggiungere apposite reti così com’è. Può altresì essere impiegato come carburante per motori a combustione interna (motori a ciclo Otto, turbine a gas) dotati di appositi generatori per la sola produzione di energia elettrica, oppure può alimentare sistemi di cogenerazione o microcogenerazione per la produzione combinata di energia elettrica e riscaldamento.

Quindi per ricapitolare il biogas può:

essere utilizzato miscelato fornendolo in percentuale tramite le normali reti del gas,
essere utilizzato puro fornendolo tramite apposite reti parallele del gas,
essere utilizzato per combustione diretta in caldaia al fine di produrre sola energia termica,
essere utilizzato per alimentare un motore ciclo Otto per produrre energia elettrica,
essere utilizzato per alimentare una turbina a gas per produrre energia elettrica,
essere utilizzato per alimentare un sistema di cogenerazione o microcogenerazione,
essere stoccato per alimentare mezzi pubblici, aziendali, agricoli, ecc..

Principali cicli di produzione e utilizzo del biogas

A livello generale lo schema logico del ciclo è sempre il medesimo, ciò che cambia sono i batteri impiegati, i sistemi di filtraggio, i parametri costruttivi e di funzionamento dei digestori e, ovviamente, la fonte primaria dalla quale parte il ciclo. Migliore sarà la qualità dei reagenti e migliori saranno i prodotti ottenuti e quindi la composizione del biogas.

I cicli più diffusi di produzione di biogas vedono pertanto:

l’impiego di acque reflue civili, agricole o industriali – digestione anaerobica
l’impiego di liquami zootecnici – digestione anaerobica
l’impiego di frazioni organiche di rifiuti urbani (FORSU) – digestione anaerobica
l’impiego di effluenti zootecnici assieme a scarti organici – codigestione anaerobica

Biogas da acque reflue civili

Il caso di Didcot nell’Oxfordshire in Inghilterra

Grazie agli incentivi messi a disposizione dal governo inglese per la produzione di biogas da fonti totalmente rinnovabili, tre società (Thames Water, British Gas, Scotia Gas Networks) si sono alleate per realizzare un intelligente progetto che vede lo sfruttamento delle acque reflue domestiche come reagente iniziale per la produzione di gas metano da fornire a circa 200 abitazioni presenti nella contea di Didcot. Dalle acque reflue viene recuperata la parte solida che va ad alimentare dei digestori altamente specializzati. Un processo di assimilazione anaerobica permette di ottenere biogas il quale è sottoposto ad un processo di depurazione conforme ai più elevati standard normativi che lo rendono sicuro ed immediatamente utilizzabile lungo le reti di distribuzione domestica.

Il processo schematizzato nella figura sotto è così riassunto:

1. Produzione di acque reflue tramite gabinetti, lavandini, lavatrici, lavastoviglie.
2. Separazione del refluo in parte solida e acqua.
3. Trattamento di pulizia dell’acqua.
4. La parte solida viene inviata ai digestori e riscaldata, il riscaldamento attiva il naturale processo di digestione anaerobica dove appositi batteri demoliscono le sostanze organiche offrendo come risultato biomassa utilizzabile come fertilizzante e biogas ad alto contenuto di metano (dal 50% all’80%).
5. Il biogas viene incanalato in un apposito impianto di pulizia e depurazione.
6. Il biometano ricavato viene inviato alle abitazioni tramite la normale rete del gas.

 Ciclo di produzione del biogas da acque reflue domestiche - Il caso di Didcot nell'Oxfordshire in Inghilterra.

Ciclo di produzione del biogas da acque reflue domestiche – Il caso Didcot nell’Oxfordshire in Inghilterra.

Biogas da frazione organica dei rifiuti urbani e liquami zootecnici

Il caso della Michigan State University

L’Univesrsità dello stato del Michigan ha realizzato un impianto di cogenerazione (denominato SCAD ovvero South Campus Anaerobic Digester) che sfrutta un digestore anaerobico per la sua alimentazione. L’impianto è dotato di un silos completo di digestore anaerobico misto il quale utilizza circa 17.000 tonnellate all’anno di rifiuti organici (frazioni organiche, scarti alimentari, grassi e oli di scarto di ristoranti e sale di ristorazione universitarie) provenienti dall’MSU e dalla città di Lansing (capitale dello stato del Michigan), nonché il letame proveniente dall’allevamento di cui dispone il campus. Ciò permette di produrre qualcosa come 2.800.000 kWh di energia elettrica all’anno.

L’elettricità prodotta dall’impianto viene utilizzata per alimentare diversi edifici del campus. Le materie prime vengono depositate in due silos uno dei quali progettato appositamente per il letame e l’altro idoneo per diversi altri materiali (derrate alimentari, frazioni organiche, ecc.), successivamente vengono pompate in un silos di miscelazione dove i diversi materiali di partenza vengono omogeneizzati. Il preparato ottenuto, prima di raggiungere il digestore anaerobico, passa attraverso uno scambiatore di calore dove raggiunge la temperatura di 37,8°C.

Il digestore è un serbatoio fuori terra, realizzato in acciaio, il cui volume utile è pari a circa 1700 metri cubi. È progettato per un tempo di ritenzione idraulica di 25 giorni. Una membrana flessibile e apposite guarnizioni assicurano l’ermeticità del serbatoio impedendo sia l’ingresso dell’aria che la fuoriuscita di odori sgradevoli. Due miscelatori a immersione mantengono costantemente il preparato ben miscelato.

Il biogas prodotto dal digestore viene utilizzato per alimentare un cogeneratore da 450 kW che invia energia elettrica agli edifici del campus e impiega parte del calore prodotto per mantenere in temperatura lo scambiatore di calore dell’impianto e parte per riscaldare gli edifici stessi del campus. Il biogas in eccesso viene bruciato con apposite torce per evitare che il metano raggiunga l’atmosfera ove risulta 21 volte più dannoso per l’ozono rispetto all’anidride carbonica.

Una volta terminata la digestione, la miscela di solidi e liquidi rimanenti, denominata “digestato”, viene pompata verso un separatore solido-liquido. I solidi vengono decomposti ed una parte viene impiegata stagionalmente come fertilizzate ricco di carbonio. I liquidi invece raggiungono un serbatoio di stoccaggio specializzato il cui volume è leggermente superiore a 9000 metri cubi. Anche qui apposite tenute evitano la fuoriuscita di odori fastidiosi.

Viene quindi prodotta energia rinnovabile, si riduce l’impiego delle discariche e degli impianti di depurazione delle reti fognarie, si produce fertilizzante e sostanze nutritive per la terra.

Produzione di biogas da reflui zootecnici - Impianto realizzato da Michigan State University

 Ciclo di produzione del biogas da liquami zootecnici e frazione organica dei rifiuti
urbani – Il caso della Michigan State University

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Copia e incolla sul tuo browser il link al video che descrive l’impianto di produzione di biogas a partire dalle acque reflue civili, realizzato a Didcot nella contea di Oxfordshire in Inghilterra:
https://www.youtube.com/watch?v=O51iwIpeWEg

Copia e incolla sul tuo browser il link al video che descrive l’impianto di produzione di biogas a partire da liquami zootecnici e da frazione organica dei rifiuti urbani realizzato dalla Michigan State University:
http://ipf.msu.edu/construction/projects/anaerobic-digester.html

Motori a combustione interna alimentati a biogas: Il vettore energetico

Rubrica: Automotive alternativo
Titolo o argomento: Da escrementi, rifiuti e scarti energia quasi pura da utilizzare

Mio zio, quando ero bambino, mi diceva: “Se sapessi che gli escrementi hanno un qualche valore, inizierei a metterne da parte a quintali adesso che non costano nulla…”. Ora, al di là del fatto che lui lo diceva in modo molto più colorito, riferendosi al fatto che è sempre molto difficile “azzeccare” gli investimenti giusti, il concetto (inconsapevolmente) non era poi così lontano dalla realtà. Eh già perchè forse non tutti sanno che è possibile alimentare un motore a combustione interna (con opportune modifiche e accorgimenti tecnici) con il gas ricavato dal riscaldamento o la digestione anaerobica delle biomasse (fanghi di depurazione provenienti dalle reti fognarie delle città, rifiuti organici urbani, liquami zootecnici, ecc.). Il risultato? La produzione di quantità non indifferenti di energia elettrica collegando al motore a combustione interna, alimentato con il biogas estratto, un generatore ed un sofisticato sistema di controllo elettronico dei carichi e del regime di rotazione. Ma andiamo con ordine…

Il gas naturale

Che cos’è il gas naturale?

Il gas naturale è una fonte non rinnovabile, si tratta di una miscela di idrocarburi gassosi che viene prodotta naturalmente in seguito alla decomposizione di materiale organico in assenza di ossigeno (decomposizione anaerobica) e di luce. Il gas naturale e il metano non devono essere confusi in quanto non sono esattamente la stessa cosa. Il metano infatti è uno dei costituenti (il più importante) del gas naturale assieme ad idrocarburi gassosi più pesanti quali l’etano, il propano, il butano e, in quantità meno incisive, pentano e azoto. Generalmente il gas naturale contiene anche dei contaminanti (solfuro di idrogeno e mercurio) che è fondamentale rimuovere prima dell’utilizzo. Da notare che per ragioni di sicurezza ambientale specifiche normative sanciscono il preciso contenuto che il gas naturale deve avere per poter essere venduto (ad es. in Italia: 99,5% metano, 0,1% etano e 0,4% azoto).

Dove si trova?

Vi sono grandissime quantità di gas naturale che si trovano in forma di idrati sotto l’Antartide, le piattaforme continentali e il permafrost, inoltre si trova anche all’interno di rocce sedimentarie, presenti nel sottosuolo o in fondo ai mari, che non lo hanno ancora espulso (metano-shale). Quest’ultima opzione pare che offra la possibilità di raddoppio delle riserve. Da non dimenticare che è possibile estrarre metano anche dai combustibili fossili in seguito alla raffinazione del petrolio.

E’ quindi possibile estrarre gas naturale da:

Sacche formatesi sotto la crosta terrestre.
Rocce sedimentarie (metano-shale) presenti nel sottosuolo.

Rocce sedimentarie (metano-shale) presenti su taluni fondali marini.
Combustibili fossili.

Come si ottiene?

Il gas naturale è un combustibile di origine fossile che, come il petrolio, si è formato per lenta decomposizione di sostanze di origine animale. Specifici batteri (per la cui analisi si rimanda a fonti di informazione mirate alla biologia), in ambienti privi di aria e luce, trasformano i resti degli organismi in idrocarburi dando luogo a gas naturale e petrolio. Si tratta di un processo che può richiedere decine di milioni di anni.
Per semplificare e velocizzare la produzione di miscele di gas simili al gas naturale oggi vengono utilizzati degli impianti dotati di “digestori” i quali provvedono a ricavare un gas (in questo caso prende il nome di biogas) che può contenere percentuali di metano comprese tra il 50% e l’80%, oltre ad anidride carbonica ed elementi contaminanti da filtrare. I paesi che hanno mostrato più interesse per questa tecnologia (Germania, Gran Bretagna, Ontario, Svezia e Svizzera) sono stati in grado di raggiungere produzioni di energia elettrica con tetti pari a 250MW (utili a soddisfare le esigenze di una piccola città) sfruttando esclusivamente il biogas ricavato dai liquami zootecnici e vari tipi di reflui (civili, agricoli e industriali).

Il biogas

Che cos’è il biogas?

Il biogas è una fonte rinnovabile, si tratta di un gas ottenuto grazie a gruppi di batteri che operano la decomposizione di materiale biogeno ovvero biomasse (scarti vegetali, rifiuti, residui, fanghi di depurazione, ecc.) in assenza di ossigeno all’interno di appositi impianti dotati di digestori. Il biogas è un vettore energetico rinnovabile il cui bilancio di CO2 è neutro. Esso è costituito essenzialmente da metano, la percentuale è generalmente compresa tra il 50% e l’80%. Tra gli altri costituenti del biogas troviamo principalmente anidride carbonica (fino al 30%) e quantità meno rilevanti di ammoniaca, azoto, idrogeno, idrogeno solforato, monossido di carbonio e ossigeno. E’ sempre più utilizzato sia come carburante per l’autotrazione che per il riscaldamento residenziale o la produzione di energia elettrica. Molti non sanno che viene introdotto nel gas naturale in percentuale, variabile da nazione a nazione, non inferiore al 10%. Una tonnellata di biomassa permette di ricavare un volume di biogas compreso tra i 105 ed i 130 metri cubi. Anche il biogas viene trattato al fine di rimuovere dei contaminanti che sono ecologicamente pericolosi sia nel caso venga utilizzato come carburante, sia nel caso venga immesso nella rete di distribuzione del gas naturale utilizzata per il riscaldamento delle abitazioni. E’ ormai noto ai più che il biogas è un ottimo carburante rinnovabile che offre un impatto ambientale inferiore rispetto a quello dei carburanti fossili. Quello che invece può sorprendere è il fatto che il suo impatto sull’ambiente sia inferiore a quello generato dai carburanti rinnovabili ottenuti a partire da materie prime appositamente coltivate (si veda lo studio “Ecobilancio di prodotti energetici – Analisi ecologica dei biocarburanti” pubblicato dall’EMPA nel 2007).

Dove si trova?

Ovunque vi siano biomasse (scarti vegetali, fanghi di depurazione, rifiuti, residui, prodotti della terra di largo consumo, piante energetiche coltivate ad hoc, ecc.) da poter trattare in assenza di ossigeno mediante appositi batteri. Da notare che la produzione di biogas a partire da derrate alimentari e piante energetiche appositamente coltivate non è incentivata a livello economico per prevenire danni all’ambiente.

E’ quindi possibile estrarre biogas da:

Scarti vegetali.
Derrate alimentari.
Fanghi di depurazione ricavati da acque reflue civili, agricole, industriali.
Decomposizione di rifiuti solidi urbani nelle discariche.
Piante energetiche appositamente coltivate.
Fonti naturali quali ad esempio le paludi, le foreste, i campi, le stalle.
Processo di digestione degli animali (liquami zootecnici).
Risaie.

Come si ottiene?

Il biogas è un vettore energetico rinnovabile prodotto in grande quantità dalle paludi, dalle foreste, dai campi, dalle risaie, dai liquami zootecnici, dalle discariche e dai fanghi di depurazione trattati al termine delle reti fognarie. Si ottiene attraverso il riscaldamento o la digestione anaerobica di biomasse in impianti dotati di digestori in grado, tra l’altro, di controllare le emissioni maleodoranti e di stabilizzare le biomasse prima del loro eventuale utilizzo agronomico. Il processo di digestione anaerobica parte dalla sostanza organica e si sviluppa attraverso tappe intermedie durante le quali si formano vari metaboliti per giungere poi alla produzione di metano, anidride carbonica, fanghi residui (i quali, se il processo è stato condotto a regola d’arte con la corretta flora batterica, i nutrienti da aggiungere alla reazione ed i sistemi di filtraggio di cui necessita l’impianto, rappresentano un ottimo fertilizzante a basso tenore di carbonio) e minime porzioni di gas contaminanti (precedentemente citati).

Trasporto del gas

Problematiche nettamente differenti

Il biogas è prodotto nello stesso posto in cui viene consumato, quindi non è soggetto a particolari problemi di trasporto. Può essere utilizzato per alimentare i veicoli di una fattoria o di un servizio di trasporti locale, oppure può essere impiegato per la produzione (sempre locale) di energia elettrica e riscaldamento e può persino intercettare gli impianti già esistenti del gas naturale di un centro abitato ed esservi miscelato dentro. Lo stesso non accade per il gas naturale il quale presenta delle difficoltà di trasporto che non passano inosservate. Il gas viene estratto e incanalato nei metanodotti da cui si ramifica una fitta rete di distribuzione. La spinta iniziale viene fornita dal gas stesso tuttavia, lungo la rete, necessita di stazioni di pompaggio che garantiscano il corretto servizio. In fondo si tratta di una rete semplice ed allo stesso tempo economica la quale però presenta anche qualche problema, l’impossibilità di attraversare oceani e territori di diverse nazioni senza generare dipendenza da quest’ultime. In alternativa si sta lavorando per trovare le migliori soluzioni che permettono di liquefare il gas e trasportarlo in navi appositamente attrezzate. Nonostante l’indipendenza garantita da tale soluzione vi è il risvolto dei costi più elevati nonché qualche problema di sicurezza.

Gas to Liquid

Il gas naturale che fuoriesce durante l’estrazione del petrolio può essere reiniettato nel giacimento al fine di mantenere alta la pressione e permettere l’estrazione di una maggiore quantità di petrolio, oppure può subire un processo di trasformazione in combustibile liquido (prevalentemente gasolio) denominato GTL che sta per Gas To Liquids. La trasformazione GTL sfrutta una tecnica tedesca (Fischer-Tropsch) che, durante la seconda guerra mondiale, permetteva di portare il carbone allo stato gassoso e, successivamente, a quello liquido al fine di alimentare i mezzi militari. Tale tecnica faceva uso di catalizzatori a base di cobalto o di ferro utili a produrre condensati e cera a partire dal gas naturale trattato.

Continua…

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Produzione di biogas da reflui zootecnici - Impianto realizzato da Michigan State University

Impianto di produzione di biogas da frazione organica dei rifiuti urbani e reflui
zootecnici realizzato da Michigan State University. L’impianto dispone di un sistema
di cogenerazione (energia elettrica e riscaldamento) che viene sfruttato in loco.
Image’s copyright: Michigan State University

Quelli che ci fanno retrocedere: I retrocessori

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Quelli che non solo ci tengono fermi, ma ci fanno arretrare…

Il mondo non va avanti perchè c’è sempre qualcuno che tira in direzione opposta all’evoluzione. Le persone con questo atteggiamento io le chiamo “I retrocessori”. Ho conosciuto una persona, più precisamente una ragazza, che è stata assunta in una società del gas della zona dove risiede, poco dopo questa persona ha iniziato a sistemare casa per prepararsi al suo matrimonio. Fin qui tutto normale (se con il termine “normale” intendiamo un processo standardizzato accettato dai più), i problemi sono subentrati poco dopo quando il futuro sposo, competente del settore edile, ha iniziato a proporre delle modifiche all’edificio dove sarebbero andati a vivere. Questo accusava enormi sprechi di energia a causa di finestre obsolete a singolo vetro, ampi ponti termici, caldaia inefficiente, zone con passaggi d’aria eccessivi provenienti dal garage male collegato all’abitazione e via discorrendo. Le sue proposte di rimodernare l’involucro edilizio rendendolo in grado di trattenere meglio il calore all’interno dell’abitazione sono state vanificate in un istante alla pronuncia di una frase della promessa sposa, una frase tanto breve quanto sconcertante del tipo: “Vuoi risparmiare sul gas, sei matto?”, “Che figura mi fai fare a lavoro?”. Immagino già le reazioni di chi legge: sorpresa, stupore, diretta ilarità in taluni, accennata o crescente inquietudine in taluni altri. Forse il fatto che costei sia stata assunta dietro raccomandazione di un intimo familiare ha una qualche influenza sul fatto che non voglia risparmiare e, anzi, ne abbia persino timore. Nonostante tutte le attuenuanti, giustificabili o meno, plausibili o meno, etiche o meno, legali o meno, una questione dovrebbe essere molto chiara, più che chiara, limpida. Milioni di atteggiamenti quotidiani di questo tipo, diversi nell’espressione ma di egual natura all’origine, frenano inesorabilmente il nostro paese condannandolo ad uno sviluppo largamente chiacchierato ma mai realmente raggiunto. C’è chi sostiene che siamo ormai il primo dei paesi sottosviluppati ma è giusto lasciare ad ognuno la libertà di definirlo come meglio crede anche in relazione ai traguardi di cui si sente fiero o, al contrario, che sente di aver mancato a causa delle condizioni non proprio emancipate.

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Quelli che non collaborano
Quelli che non partecipano: Spirito di comunità
Quelli che ci fanno retrocedere: I retrocessori
Quelli che imparano la vita a memoria
Quelli che non vogliono dire grazie
Quelli che ti devono far cadere per forza
Quelli che voglion comandare

tiro_alla_fune_500px.jpg

Il  gioco del tiro alla fune ben rappresenta la situazione in cui si desidera andare in una
direzione ma qualcuno, opponendo una forza prossima alla nostra, tende a mantenerci
dove siamo o, peggio, a tirarci nel verso opposto. Il tiro alla fune però… è un gioco,
la vita quotidiana è un’altra cosa.
Image’s copyright: Michael Buholzer Photography | www.michaelbuholzer.com

L’inflazione di Internet

Rubrica: Metodi. Alternative lifestyles, work and study

Titolo o argomento: Potenziali enormi sfruttati male
Scrivevo nell’articolo intitolato “La vera rivoluzione della comunicazione”:

Il nucleo sul quale si fondano le moderne connessioni è un inflazionato internet. Uno strumento di larga connessione mondiale all’interno del quale predomina tutto e il contrario di tutto, all’interno del quale l’impossibilità di comprendere, almeno nell’immediato, chi dice il vero, e chi invece afferma il falso, si trasforma in una vera impresa. Uno strumento dove un’informazione di gran valore è sempre circondata da milioni di informazioni fuorvianti che rendono quasi impossibile essere sicuri di qualcosa. Uno strumento che non è facile imparare ad utilizzare correttamente per estrarne gli effetti migliori, uno strumento che può persino diventare pericoloso, procurare dipendenza, oscurare la mente e la capacità di ragionare con pensieri logici. Uno strumento che troppo spesso rischia di diventare un tentativo di fuga dalla realtà cercando riparo nel virtuale. Uno strumento che se preso nelle dosi sbagliate ti allontana dalla realtà, l’unica vera fonte concreta che ti circonda quando esci di casa guardandoti intorno ed osservando curioso il mondo con le sue bizzarre esibizioni.

Contenuti standardizzati

Stiamo assistendo ad una standardizzazione dei contenuti. Moltissimi sono i siti fatti in serie, gli uni uguali agli altri, privi di anima distintiva che possa risaltare particolari qualità e specifiche caratteristiche di un professionista, un’azienda, un servizio, una passione, un contenuto da far conoscere. Vi sono siti che mostrano frequentemente contenuti copiati, più o meno debitamente, da terzi. Un po’ come presentare davanti ad un/una psicosintetista un gruppo di individui tutti vestiti uguali, pettinati allo stesso modo, con le stesse espressioni, i principali tratti fisiognomici tutto sommato similari. Nonostante la particolare preparazione il/la psicosintetista farà fatica a comprendere i tratti distintivi di ogni persona e ciò che essa desidera comunicare… figuriamoci un normale individuo.

Qualità dei contenuti

Predominano siti sciocchi, inutili, spesso volgari, aperti e chiusi rapidamente, colmi di chiacchiere da bar, privi di fonti attendibili, privi di preparazione reale su un tema. Non mancano poi nutriti sciami di siti di vendita di oggetti futili, fornitura di servizi altrettanto futili e via discorrendo. La madre dei tuttologi è sempre incinta, abbondano forum di soggetti che sono sempre sicuri di tutto, sanno tutto, dispensano consigli ma magari non hanno mai provato in prima persona, nemmeno una volta, una sola cosa di quanto affermano. Pensate semplicemente a questo: Se conosceste delle vere chicche, le dispensereste in giro tanto facilmente o ne fareste la vostra ricchezza per la vostra professione? E’ pura sorpresa di molti notare come contenuti tanto demenziali abbiano milioni di visitatori mentre contenuti educativi siano nettamente ignorati.

Confini digitali

Pensi di comunicare con tutto il mondo ma quando effettui delle ricerche i motori di ricerca individuano dove sei e ti offrono sempre risultati prossimi alla tua zona impedendoti di metterti realmente in contatto con il mondo. Non tutti sanno come muoversi per cercare davvero ciò che si desidera. Non è poi così intuitivo. Così ti manca la possibilità immediata di sapere cosa c’è dall’altra parte del mondo, cosa si sceglie e come si fa qualcosa dove le culture sono differenti e magari vantano idee interessanti e peccano per altre. Internet sembra avviarsi verso una crisi che lo allontana dagli obiettivi immaginati in principio. Una rete orientata verso un processo di banalizzazione che la accomuna ad un normalissimo elenco pubblicitario digitale della tua zona.

Occorre un lanternino

Spesso i contenuti di valore sono difficili da trovare perchè preceduti da contenuti che generano più rumors o perchè magari l’autore, nonostante abbia molte cose interessanti da comunicare, cose sulle quali è ferrato, non sa come programmare correttamente il suo sito affinché i motori di ricerca lo prendano in considerazione in modo più consono. Altre volte magari ci si affida ad esperti che con ingegnosi trucchetti fanno balzare in avanti dei contenuti nelle S.E.R.P. (Search Engine Result Page), incassano la parcella e proprio quando si pensa che tutto sia a posto, il motore di ricerca si accorge di una irregolarità e penalizza il contenuto, magari drasticamente.

Superficialità di navigazione

Da sottolineare inoltre l’estrema tristezza legata alla superficialità della maggior parte dei navigatori del web. Essi viaggiano troppo rapidamente da un sito all’altro, leggono solo parti di articoli, danno sbirciatine veloci e pensano che il solo soffermarsi su un sottotitolo in neretto che rivela le intenzioni dell’articolo (magari poi contraddette nell’antitesi coltivata nel finale) e su qualche frase, sia sufficiente per dire di aver conosciuto un nuovo argomento. Pessimo modo di istruirsi che si associa non di rado a fonti tutte da provare e a siti che parlano solo di quello che ci vogliamo sentir dire (guadagnando poi con la pubblicità, un’abile destrezza).

Superficialità di lettura

Quando si trovano ad esempio siti o blog che trattano temi d’interesse utilizzando più di 1200-1500 caratteri per un articolo, si tende a leggere solo le prime frasi ed a rinunciare subito. Questo con la sciocca speranza che un articolo contenga immediatamente solo i dati che ci occorrono, i dati più strettamente legati con il titolo e nulla di più. Si ritiene perciò di poter imparare anche concetti che richiedono numerosi approfondimenti, in maniera rapida e superficiale. Superficiale e menefreghista dato che spesso speriamo di trovare immediatamente solo l’informazione che interessa a noi e, in caso positivo tale articolo viene premiato dalla nostra attenzione, altrimenti se l’articolo è più lungo e contiene l’informazione che ci interessa immersa insieme alle info che possono interessare anche ad altri per completare un tema, lo scartiamo penalizzandolo (il motore di ricerca infatti osserva il nostro atteggiamento e privilegia i siti che hanno catturato la nostra attenzione e non necessariamente quelli fatti con criterio). Non ci interessa che altri desiderino saperne di più o abbiano necessità di ulteriori approfondimenti, ci interessa solo sapere qualcosa come 5 o 6 frasi utili per poter ostentare di conoscere un tema. Attualmente tale comportamento risulta oltremodo diffuso prevalentemente tra i giovani fino a 35 anni circa. Aumentano i tuttologi, aumentano coloro che hanno conoscenze superficiali e insufficienti di un po’ di tutto con il risultato che sanno fare un po’ di niente.

La misura delle informazioni

Ovvio che d’altra parte articoli inutilmente ripetitivi e prolissi non funzionano anche verso coloro che nutrono il desiderio di informarsi di più e meglio. Scarseggiano su internet contenuti che sappiano dare almeno un’informazione diversa e nuova per ogni capoverso. Spesso i mattacchioni del web hanno imparato che scrivere articoli brevissimi con titoli dalle larghe promesse porta una miriade di visitatori e incassi pubblicitari, altri invece hanno imparato che scrivere un testo un po’ più lungo che mantenga un determinato rapporto con le dimensioni delle immagini allegate, porta un miglior posizionamento e indicizzazione nel web. Così scrivono inserendo nel testo inutili preambuli e frasi ripetitive che ledono una buona lettura.

Trova la sfera giusta

Immaginate di aver necessità di una sfera per cuscinetti di diametro pari a 3,8mm. Detto così sembra facile, è sufficiente prenderla, misurarla e montarla nel cuscinetto. Immaginate ora che il contenitore nel quale si trova questa sfera sia pieno di tante altre sfere di diametro pari a 3,9mm. Sareste comunque in grado di trovare subito la sfera che fa al caso vostro? Dovreste ingegnarvi nel trovare un metodo per dividerle (ad esempio realizzare un foro da 3,85mm nel contenitore) oppure misurarle tutte. Ebbene su internet accade la medesima cosa, è molto molto difficile trovare il contenuto di qualità che vi serve realmente in quanto esso è circondato da tanti altri contenuti solo all’apparenza simili ma che in realtà sono fuorvianti. Prenderne uno a caso potrebbe impedire il corretto funzionamento di ciò che avete in mente.

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Immaginate di aver necessità di una sfera per cuscinetti di diametro pari a 3,8mm. Detto così
sembra facile, è sufficiente prenderla, misurarla e montarla nel cuscinetto. Immaginate ora che
il contenitore nel quale si trova questa sfera sia pieno di tante altre sfere di diametro pari
a 3,9mm. Sareste comunque in grado di trovare subito la sfera che fa al caso vostro?
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Quando si impara la vita a memoria

Rubrica: Mente e salute
Titolo o argomento: Vivere in modo ripetitivo penalizza drasticamente le prestazioni del tuo cervello

Un problema che accuso di frequente con diverse persone con cui entro in contatto è il fatto che quando chiedo loro perchè compiono determinate scelte, perchè si comportano in un determinato modo (o perchè vivono sempre allo stesso modo), loro stessi per primi non sanno offrirmi una valida risposta. Il più delle volte si ottengono risposte del tipo “Perchè sì” oppure “Perchè ho fatto sempre così”. Molte persone fanno le cose a memoria. Del resto la ripetitività non richiede un grande sforzo cerebrale anche se poi, alla fin fine, il bilancio è piuttosto sfavorevole e se ne ricavano quasi esclusivamente effetti negativi: il cervello si assopisce, le sue prestazioni scadono, non si formano nuovi collegamenti neurali e si entra gradualmente in una sorta di stand-by mentale. Senza poi considerare che una vita comoda, priva di attività fisica e intellettuale porta depressione (nelle sue varie forme e livelli, talvolta anche sottovalutati), una lunga lista  di malattie e scompensi, nonché un invecchiamento precoce dell’organismo (ovviamente non lo dico io, lo affermano i maggiori neuroscienziati e biologi molecolari del mondo – si veda un certo John Medina – dopo aver condotto e ripetuto innumerevoli volte specifici test di rigore scientifico).
Di seguito riporto alcuni esempi reali di risposte che, se facciamo attenzione, ad ognuno di noi sarà capitato di dare/sentire almeno una volta (ma non ho dubbi che sia accaduto ben più frequentemente).

Perchè prendi questa strada? Ce n’è una nuova più comoda che passa qui vicino!
Ah già, non ci pensavo, comunque ho sempre fatto questa, continuo a fare questa.
Mah…

Perchè ricompri lo stesso oggetto di cui ti sei tanto lamentato/a? Non era un acquisto insoddisfacente?
A casa i miei sono abituati con questo prodotto, hanno sempre preso questo.
Mah!?!

Perchè ogni volta che ti si rompe l’automobile sospetti che si tratti sempre dello stesso pezzo?
Perchè io sapevo che si rompe quello.
AriMah?!

Ti ho spiegato qual è il problema che ha il tuo dispositivo X, perchè non cerchi di risolverlo?
Perchè tanto adesso ha ripreso a funzionare!
E quindi? E se ti dovesse dare nuovamente problemi? Boh.

Perchè stai imparando teoremi e nozioni a memoria per l’esame, non pensi che il/la prof se ne possa accorgere?
Per fare prima, tanto non ci si capisce niente e poi… a cosa mi servono definizioni, teoremi e corollari nella vita e nel lavoro?
Argh…

Se non stai riuscendo, perchè non provi a trovare una soluzione differente per realizzare la tua idea?
Perchè il professore/libro dice/riporta che si fa così.
???? Fai un tentativo almeno.
No no, tanto non è possibile altrimenti.
Ma hai maturato delle esperienze al riguardo?
No ma tanto il professore/libro dice/riporta che si fa solo così.
Ma cos’è una canzone?

Cosa ci ha “educato” a fare le cose in modo ripetitivo, senza porci domande e senza nutrire il minimo desiderio di provare a far meglio? Il cervello impara molto rapidamente le cose ripetitive, può accadere per un jingle pubblicitario che magari odiamo, ma non riusciamo a toglierci dalla mente, così come può accadere per uno stile di vita che probabilmente vorremmo anche cambiare ma senza renderci conto che le aree del cervello competenti non sono educate, istruite, preparate, formate o allenate che dir si voglia, per farlo. A volte ci manca letteralmente un pezzo. Chi ce lo ha tolto? Nessuno in particolare, succede semplicemente quando la società ambisce ad una vita sempre più comoda, sempre più agiata, con sempre più pseudo-benessere. Più ci circondiamo di comodità e più diventiamo vulnerabili. L’agio, le comodità e la vita facile magari stentano ad arrivare ma rimane infulcrato nella mente quell’obiettivo di benessere postoci davanti agli occhi come una preda mobile, come la lepre meccanica dei cani da corsa.
Se invece infulcrato nella mente avessimo il desiderio di cambiare, anche nel nostro piccolo, le banalità del mondo moderno allora, molto probabilmente, riusciremmo a stimolare quelle aree del cervello che rifiutano di imparare le cose a memoria e rifiutano di accettarle come dato di fatto. Aree che possono invece spronarci con nuove idee, nuovi stimoli, nuove connessioni logiche. Insomma come a dire che la necessità aguzza l’ingegno e i problemi, presi per il verso giusto, possono persino trasformarsi nella palestra della vita.

Così magari un giorno sarete voi a fare una strada diversa dal solito avendo in macchina qualcuno che, sorpreso, vi dirà di non conoscerla; sarete voi a capire perchè un prodotto non vi rendeva soddisfatti e ad individuare quale azienda, al di là dell’immagine, sa realizzare le cose come più vi garba; sarete voi ad informarvi su come si rovinano le cose che usate quotidianamente e come vadano curate per evitare inutili sprechi di denaro; sarete voi a farvi domande ed a cercare risposte logiche al perchè è successo qualcosa a ciò che vi è utile, perchè prima funzionava, poi non più, poi nuovamente sì.
Le cantilene ripetitive vi anestetizzano la mente, fatela girare, allenatela, fatela andare sempre più forte (ne rimarrete inaspettatamente sorpresi). La memoria in fondo è un ottimo ausilio alla ragione. Usare la memoria senza la ragione vi permette di fare in maniera robotica sempre le stesse cose. Quindi se state perdendo denaro, continuerete a perderlo, se il lavoro sta peggiorando continuerà a peggiorare, se quelle che credevate essere le vostre solide fondamenta stanno cedendo, continueranno a cedere. Fatevi domande, sempre, non siate pigri e non accontentatevi di semplici stereotipi, di ricette pronte, o di quello che ha detto la persona più simpatica o carismatica o trascinatrice del momento.

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Alberi motore in titanio: ecco perchè no

Rubrica: Curiosità tecnica da corsa | Le domande dei lettori
Titolo o argomento: Come mai non vengono realizzati alberi motore in titanio?
Risponendo a: Federico

Federico scrive: Come mai risultano irrealizzabili alberi motore in titanio?

Realizzare un albero motore in titanio sarebbe notevolmente complicato per l’estrema difficoltà di lavorazione che il materiale comporterebbe. Il titanio, o meglio le leghe di titanio, sono molto difficili da lavorare alle macchine utensili nonostante gli elementi di alligazione che evitano rotture pressoché istantanee nel momento in cui l’utensile inizia a lavorare. In fin dei conti poi il titanio non offre particolari vantaggi su un albero motore per la cui costruzione, tra le altre cose, richiede dimensionamenti molto maggiori rispetto alle più collaudate leghe d’acciaio altoresistenziali. Dimensionamenti maggiori quindi più attriti e più difficoltà di lubrificazione dei perni di banco e di biella. Senza considerare poi che dimensionamenti maggiori comportano volumi maggiori del basamento motore che portano inevitabilmente ad alzare il baricentro del corpo vettura la quale, se dotata di un albero motore “estremo”, avrà compiti altrettanto estremi cui adempiere.

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Materiali: Albero motore
Sezione Motorismo della pagina specifica Motorsport

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Albero motore in acciaio per motore motociclistico 4 tempi.
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Istruzioni per diventare scemi oggi

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Problemi concatenati

Mi hanno regalato uno smartphone, evidentemente i miei parenti pensavano che io scherzassi quando dicevo che non mi interessa e che nemmeno uso più il cellulare. Dopo giorni di inutilizzo mi è venuto in mente che tempo fa un mio amico mi mostrava una curiosa app che sfrutta accelerometro, giroscopio ed altri sensori di cui può essere corredato uno smartphone, per funzioni simili a quelle di un rilevamento dati tipicamente impiegato nelle corse (ribadisco simili e aggiungo grossolane). Così ho deciso di scaricare questa app per trastullarmi un po’. Ed ecco come si diventa scemi spiegato in pochi  curiosi passaggi. Immagino che diversi si rivedranno sicuramente in questo concatenamento di incastri mentali.

Togliersi un “semplice” sfizio

Cerco su internet la applet che mi permette di leggere i sensori presenti sullo smartphone e scopro che chiunque parla di questa app fornisce un link per il download che rimanda sempre all’app store di Google (Google Play).

Il primo ostacolo apparentemente insensato

Raggiunto Google Play cerco e trovo la app ma mi viene impedito di scaricarla manualmente per poi copiarla sulla memoria micro sd del telefono. La motivazione è che il dispositivo non è riconosciuto, sto infatti navigando con il computer e non con lo smartphone che è privo di abbonamento ad internet. Leggendo poi il regolamento di Google Play scopro che è vietato tentare di scaricare le app con dispositivi diversi da smartphone o tablet (e quindi con pc fissi o notebook). L’operazione non è possibile.

Il secondo ostacolo concatenato al primo

Per evitare di acquistare un abbonamento ad internet solo per scaricare una app di prova cerco di collegare lo smartphone al pc per scaricare direttamente dal telefono magari tramite il cavo USB. Anche questa operazione non è possibile

I tasselli mancanti che conducono al terzo ostacolo

Cerco il software del produttore dello smartphone ma nella confezione non c’è alcun disco. Cerco il sito web del produttore e scarico il software apposito sul computer. Lo avvio pensando che siano previste funzioni di aggiornamento del sistema operativo o di navigazione su internet semplicemente collegando il telefono al computer dotato di connessione ed interfacciandosi ma… anche questo non è possibile. Peccato anche perchè non manca la tecnologia per farlo.

Rimedi e puntuali disagi

Non volendo comunque acquistare un abbonamento per fare qualche banale prova prima di rivendere il telefono, mi reco in un punto dove c’è il wi-fi gratuito. Senza particolari difficoltà mi connetto e sono finalmente su internet senza abbonamento. Decido così di scaricare questa benedetta app tuttavia Google Play sostiene nuovamente che il dispositivo non è riconosciuto… eppure è un telefono.

Dipendenza funzionale vincolante

Torno a casa, mi informo un po’, e noto che la versione del sistema operativo di cui è dotato il telefono può essere aggiornata. Così vado tra le impostazioni vedo la procedura e qualche giorno dopo, ripassando per il luogo dove si trova il wi-fi gratuito, mi riconnetto e tento la procedura di aggiornamento. Anche questa volta ci sono dei problemi tecnici. La procedura infatti non può essere avviata senza che sia inserita la sim (non uso più il cellulare da tempo…). Così torno a casa e prendo la vecchia sim.

Rigidità delle condizioni

Passa qualche altro giorno e ricapito nel posto dove c’è il wi-fi gratuito, ora ho lo smartphone, ho internet e ho la sim. Finalmente riesco ad aggiornare il sistema operativo ma l’operazione richiede l’attivazione della connessione dati, l’attivazione del wi-fi, l’attivazione dei cookie, l’attivazione dei dati in background, la creazione di un account, l’immissione di dati sensibili, non ricordo sinceramente quante altre cose, nonchè qualcosa come 2 ore di tempo tra scaricamento pacchetto di aggiornamento (della dimensione di soli 36 MB) e installazione. Da notare che al giorno d’oggi da casa, in 2 ore, un ragazzo invia una sonda nello spazio (o quasi) da solo senza passare per la NASA e con un budget minimo dotandola tra l’altro dei sensori che vuole e recuperandola grazie ad un sistema di navigazione che stanno imparando ad usare anche i bambini, vedi il video su Youtube “Toy Robot in Space! – HD balloon flight to 95,000ft”.

Cedimenti da snervante attesa

Ad aggiornamento eseguito tento finalmente lo scaricamento della app che quasi non mi interessa più. L’operazione non è possibile senza inserire nel telefono (che ricordo è praticamente come un computer e può essere spiato, infettato, manipolato senza che nemmeno ce ne accorgiamo) dati sensibili e, addirittura la propria email e la propria password. Inoltre è richiesta la creazione di un account di Google per scaricare da Google Play.

Risultati ad alto tasso di stress

Risolta la questione del wi-fi, risolta la questione della sim, attivati tutti i sistemi richiesti, risolto il problema dell’account di Google, della password e dei dati sensibili finalmente posso accedere al download dell’app dalla quale ero partito e di qualche app in più per evitare successive infinite terribili trafile.

Mini-delusioni annesse

Tornato al puro e semplice uso del telefono in modalità “sfuticchiatore di app” mi accorgo che il mio telefono è provvisto di accelerometro ma non di giroscopio, dispone di qualche sensore qua e là ma molti altri ne mancano. Così, se volessi sfruttare l’applet a pieno, udite udite, dovrei cambiare telefono. Perchè non l’ho immaginato prima? 🙂

Mini-delusioni annesse e connesse

In breve tempo mi accorgo di quanto siano sballati i valori forniti dai sensori di cui è provvisto il telefono. Lo stesso GPS commette degli errori esagerati riguardo l’altitudine e la precisione della posizione, è invece passabile per quanto riguarda il rilevamento della velocità. Desideroso di provare nuove app penso a come creare una connessione wi-fi in casa dato che ho un modem, diciamo pure… semplice. Inizio così il giro di informazioni per valutare se un notebook provvisto di wi-fi può fungere da access point, in alternativa mi informo sul costo dei dispositivi access point attualmente disponibili.

Acquisti concatenati

Inizio a pensare all’utilità di un sistema gps per le prove tecniche che sto portando avanti con diversi test di alcuni miei prototipi. Così cerco un dispositivo che faccia bene quello che lo smartphone più la divertente (ma non più di tanto utile) ed agognata app può darmi per via dello scadente chip GPS di cui è dotato il telefono stesso. Trovo GPS professionali con possibilità di creare file kml e gpx più precisi da importare su Google Heart per visionare i percorsi effettuati o, al contrario, per importare sul GPS percorsi studiati prima sulla cartina. Mentre mi informo scarico così l’ultima versione di Google Heart.

Gli acquisti concatenati non hanno un limite

Nell’ultima versione di Google Heart trovo un simulatore di volo che, nonostante la sua semplicità, offre il gusto di girovagare per il mondo intero (ricostruito in 3D) sfruttando una miriade di curiose opzioni e caratteristiche. L’operazione sarebbe più semplice con un joystick che non ho così…

Un taglio netto

L’operazione sarebbe più semplice con un joystick… Aah al diavolo quel cavolo di smartphone. Ha innescato un fenomeno ridondante di scervellamenti, acquisti in successione e spargimento di dati sensibili e controlli ma, cosa ancor più grave, mi ha fatto perdere un bel po’ di tempo per restituire in ogni condizione d’utilizzo risultati scadenti e rompicapi superflui. Solitamente nello stesso tempo che ho voluto dedicare una volta, per provare e capire in prima persona, a questo recente tassello di pseudotecnologia, riesco a fare circa una decina di test in laboratorio (se state pensando alle prove di scuola sovente noiose… non è a quelle che mi riferisco) con redazione annessa del caso di studio. Così si può scegliere, impiegare il cervello per diventare scemi o impiegarlo per qualcosa di utile (che non è per forza un test ma potrebbe essere anche qualcosa di meglio come dedicarsi a sé stessi, socializzare di persona, uscire a vedere dal vivo cosa c’è là fuori, giocare con vostro/a figlio/a) e staccare la spina per rilassarsi e divertirsi in modo sano.

Note

La stanchezza fisica ed il livello di stress provati nel tentare di risolvere i problemi concatenati, precedentemente descritti, al fine di raggiungere lo scopo e soddisfare una banale curiosità, sono analoghi se non superiori a quelli raggiunti mentre si lavora o si studia o si porta a termine un compito impegnativo. Dopo simili peripezie risulta difficoltoso reimpegnare la mente in qualcosa di serio… Traetene da soli le vostre conclusioni.

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Al giorno d’oggi da casa, in 2 ore, un ragazzo invia una sonda nello spazio (o quasi) da solo senza
passare per la NASA e con un budget minimo dotandola tra l’altro dei sensori che vuole e
recuperandola grazie ad un sistema di navigazione che stanno imparando ad usare anche i bambini.
Image’s copyright: Troshy – www.youtube.com/user/troshy

Quattro volte buggerati dall’immondizia

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Rimetterci solo perchè ci manca qualche nozione
Uno: paghi l’imballo di un prodotto… ora è tuo.

Quando acquisti un prodotto, ad esempio alimentare, una buona parte del prezzo che paghi è dato dalla confezione*, ad esempio una bottiglia in vetro di una passata di pomodoro o di una marmellata o il barattolino di plastica di uno yogurt, ecc.. Si tratta di una prima spesa che, giustamente, l’azienda produttrice del bene mette a tuo carico. Quando getti il contenitore dell’esempio stai gettando il tuo denaro e un oggetto di tua proprietà che non sai come usare in altra maniera. Spreco di denaro a tuo carico perchè nessuno ti ha illustrato gli utilizzi alternativi del tuo oggetto al termine della prima delle molteplici funzioni che può svolgere.

Due: paghi il servizio di raccolta per contenitori che hanno un valore

Quando getti il contenitore dell’esempio paghi un servizio di raccolta rifiuti. Paghi quindi per gettare qualcosa che hai pagato e che ti appartiene anche se ancora non lo sai o non riesci a percepirlo a pieno. Personalmente mi rendo conto di come possa risultare ostile questo pensiero eppure, pagare per buttare qualcosa che ho pagato poco prima, e utilizzato una sola volta, mi sembra ancora più ostile.
In effetti noi non abbiamo l’idea di aver acquistato un prodotto nella sua globalità, bensì di aver acquistato il contenuto di una confezione la quale ci offre un servizio che tuttalpiù abbiamo stipendiato una volta. La confezione quindi non appare alla mente come nostra ma come un dipendente di cui disfarsi il prima possibile.

Tre: paghi la materia prima per altri

Quando getti il contenitore dell’esempio attraverso la raccolta differenziata vi sono aziende che recuperano, a tue spese, l’oggetto che tu hai pagato e che ti appartiene. Sebbene questo giovi al pianeta, e sia molto utile, non basta. Paghi infatti per gettare qualcosa che hai pagato e che ti appartiene e paghi per cedere un tuo oggetto a terzi che lo riutilizzano al tuo posto gratuitamente (del resto ciò che getti non è più tuo). A mio avviso i contenitori che hai pagato e ora sono tuoi possono trovare una nuova vita già in casa tua o dove lavori, in caso contrario dovrebbero essere “venduti” a chi li ricicla dato che tu li hai pagati. La vendita potrebbe avvenire attraverso importanti sconti in bolletta visto che ci sono costi di trasporto, lavaggio e stoccaggio ma non di discarica.

Quattro: anche il lavaggio? Insomma paghi tutto tu?

La quarta spesa di cui tener conto, e che tra l’altro è quella che ha stimolato in me la voglia di scrivere questo articolo, fa riferimento ad una situazione che ho vissuto pochi giorni fa. In diversi casi oggi viene addirittura proposto ai cittadini di lavare in casa i contenitori che vengono gettati nella raccolta differenziata. Paghi quindi i contenitori all’inizio, paghi per gettare qualcosa che hai pagato, paghi per cedere un tuo oggetto a terzi e paghi per il lavaggio che dovrebbe essere di competenza di chi usufruisce delle tue cose senza che tu venga remunerato (anche se hai qualche confusione ora inizi a percepirlo almeno in parte).

Conclusioni

Ben venga la raccolta differenziata e le tre erre della sostenibilità (ridurre, riutilizzare, riciclare – vedi i link correlati) ma, come minimo, il servizio dovrebbe essere notevolmente scontato se non addirittura gratuito e senza incombenze a carico di colui che decide di disfarsi di un oggetto che ha già pagato. Svolgendosi l’azione in Italia, possiamo già immaginare che l’eventuale (ed improbabile) attuazione di una simile metodica porterebbe di riflesso un incremento dei prezzi dei prodotti per pagare prima spese che credi di evitare in seguito. In altri paesi, realmente emancipati, semplicemente… non è così.
Così da qualche tempo ho iniziato a raccogliere i miei contenitori (già pagati) nel mio magazzino in modo tale che possa decidere io eventualmente a chi regalarli o venderli o come riutilizzarli per le mie utilità come vedremo in qualche esempio della seconda parte di questo articolo.

Una curiosità

Il ragazzo della differenziata non vedendo mai oggetti di vetro nel mio contenitore ha pensato che li gettassi nell’indifferenziata e quando gli ho spiegato che i contenitori sono miei e non li getto gratuitamente né tantomeno “pagando”, l’ho visto prima perplesso e poi incuriosito dal fatto che… non ci aveva mai pensato. Non siamo cioè abituati a pensare che quando acquistiamo un prodotto stiamo pagando anche il contenitore (ma non solo…). Per forza! Stiamo diventando scemi a scaricare le “app” per lo smartphone, come si può anche lontanamente credere di lasciare uno spazio della mente all’attività di ragionamento?

*Se non fai o non hai fatto studi di tipo tecnico, professionale o gestionale è comprensibile la difficoltà nel capire.

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Riutilizzare il packaging

Una volta buttavo ogni tipo di contenitore nell’immondizia e acquistavo nuovi contenitori
per la minuteria del mio laboratorio. Semplicemente privo di senso. Da qualche tempo
utilizzo i contenitori dello yogurt per differenziare viti, rondelle, dadi, bulloni, fermagli,
coppiglie e quant’altro. La ricerca della minuteria si è velocizzata notevolmente,
non ho acquistato nuova plastica, non ho gettato quella che avevo già pagato e
c’è finalmente equilibrio. Ma questo è solo uno dei tanti esempi…