Sollecitazioni termiche sul motore

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili
Titolo o argomento: Introduzione alle sollecitazioni termiche agenti sui motori a combustione interna

I carichi termici agenti su un motore a combustione interna vengono tenuti sotto controllo e limitati grazie al sistema di raffreddamento, quest’ultimo ha il compito di impedire che si raggiungano:

  • eccessivi valori di temperatura i quali portano a deformazioni degli organi che smettono di funzionare correttamente (es. grippaggio pistone nella canna) e/o ad un’alterazione delle proprietà lubrificanti dell’olio;
  • sollecitazioni di origine termica dovute a deformazioni e/o dilatazioni impedite o troppo alte. Se ad esempio, nella zona tra le due sedi valvole, si verifica una deformazione plastica, essa provocherà, al momento del ritorno a freddo, delle sollecitazioni di trazione che possono superare il limite di rottura del materiale.

Diversamente dalle sollecitazioni di tipo meccanico, derivanti cioè da forze applicate alla struttura, le sollecitazioni di natura termica sono provocate da dilatazioni dovute al riscaldamento eccessivo di alcune parti. Le sollecitazioni termiche si sovrappongono a quelle meccaniche e, molto frequentemente, rappresentano la causa di rotture degli organi di un motore sottoposto ad elevati flussi di calore.

Brusche variazioni di regime di rotazione, ad esempio un rapido ritorno al minimo dopo una lunga marcia a pieno carico, impediscono all’impianto di raffreddamento di svolgere correttamente il suo lavoro. Ne sa qualcosa chi, dopo una lunga marcia in autostrada ad andature sostenute (ovviamente vietata dal codice stradale per la sicurezza del traffico), si ferma di colpo ad un autogrill senza aver decelerato gradualmente e senza aver quindi ridotto opportunamente le temperature dei vari organi del motore. Improvvisamente non si dispone più della corretta portata d’aria e, altrettanto improvvisamente, la pompa dell’acqua (che ovviamente è mossa dal motore) riduce notevolmente la sua rotazione, con un conseguente drastico calo di portata del liquido refrigerante. Le conseguenze, generalmente, si traducono in rotture delle testate o degli organi del manovellismo.

Curiosità

Al contrario di quanto si possa pensare, più un veicolo è prestazionale (e costoso) e più esso sarà fragile. Questo significa che è molto più facile trovare in un’officina rettifiche e restauro motori, veicoli con cavalleria in esubero e prestazioni brucianti. Tali veicoli stuzzicano il guidatore ad esagerare ed a pensare di avere tra le mani un mezzo senza compromessi e senza lati negativi, così ci si dimenticano tutte quelle attenzioni che invece dovrebbero essere tanto maggiori quanto superiori sono le prestazioni offerte.

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Sollecitazioni termiche motore

Brusche variazioni di regime di rotazione, ad esempio un rapido ritorno al minimo dopo una lunga marcia
a pieno carico, impediscono all’impianto di raffreddamento di svolgere correttamente il suo lavoro.

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Produzione dell’idrogeno – Metodi standard

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: Produzione dell’idrogeno

Sono diversi i metodi per ottenere idrogeno, attualmente però i più economici consistono nella sua estrazione dagli idrocarburi. Spesso l’idrogeno viene utilizzato nello stesso istante in cui viene prodotto, ciò evita di doverlo separare e stoccare. Questo avviene ad esempio nell’industria chimica e petrolchimica che lo adopera per: produrre energia elettrica da utilizzare in loco, eliminare lo zolfo dai carburanti, migliorare la qualità dei greggi pesanti, produrre ammoniaca (necessaria per molti fertilizzanti), produrre additivi per combustibili, ecc.

Reforming del gas naturale

Trattasi di un processo che consiste nella trasformazione catalitica endotermica di idrocarburi leggeri mediante l’uso di vapore acqueo. La reazione tra il metano ed il vapore acqueo (steam-methane reforming o SMR) produce monossido di carbonio e idrogeno (1° fase). Si tratta di una reazione endotermica ossia con assorbimento di calore. Tale reazione viene effettuata a temperature e pressioni elevate (temperature comprese tra 700°C e 1100°C e pressioni comprese tra 3 e 25 bar). La miscela ottenuta viene denominata Syngas o gas di sintesi:

1° Fase: CH4 + H2O + calore → CO + 3 H2

2° Fase (Shift Reaction): CO + H2O → CO2 + H2

La 2° fase è di notevole importanza per l’industria in quanto permette di ottenere idrogeno di elevata purezza (dal syngas) utile per la sintesi dell’ammoniaca. Interviene nella reazione un catalizzatore a base di ossidi di ferro e di cromo. Il biossido di carbonio e altre sostanze indesiderate vengono rimossi dalla miscela di gas per assorbimento o con l’ausilio di apposite membrane. Il gas residuo contiene circa il 60% di materie combustibili (H2, CH4, CO) che vengono utilizzate in parte per il riscaldamento del reformer e l’avvio del processo. Gli impianti di reforming a vapore producono circa 100.000 metri cubi di idrogeno all’ora.

Costi

Il contenuto energetico disponibile nell’idrogeno prodotto è più elevato di quello del metano utilizzato, tuttavia l’enorme mole di energia assorbita per il funzionamento degli impianti penalizza il rendimento del processo che è pari a circa il 65%. Il costo del gas naturale incide per il 50-70% sul prezzo finale dell’idrogeno negli impianti di grandi dimensioni, mentre incide per circa il 40% negli impianti di dimensioni minori. Se confrontato con l’elettrolisi, l’SMR ha costi notevolmente inferiori, inoltre esso ha un ridottissimo impatto sull’ambiente.

Metodi avanzati

La tecnologia SMR è stata affinata per la produzione “combinata” di idrogeno, vapore ed energia elettrica tramite un sistema integrato di produzione. La peculiarità di tali sistemi consiste nel recupero del calore prodotto al fine di impiegarlo nelle fasi di preriscaldamento e desulfurizzazione del metano, riscaldamento dell’acqua e generazione di vapore. L’idrogeno prodotto è impiegato direttamente per la produzione di energia elettrica che verrà poi erogata dall’impianto stesso. Tra i vantaggi di questa soluzione troviamo ovviamente un notevole risparmio in fase di progettazione (tre strutture in un unico progetto), un risparmio fino al 50% dei costi operativi dell’impianto, una riduzione dei costi fissi all’aumentare della produzione. Inoltre simili impianti riducono del 50% le emissioni di NOx mentre il CO prodotto dalle turbine a gas viene bruciato nel reforming stesso.

Attualmente però, gli impianti di reforming, forniscono energia elettrica solo alle industrie del settore chimico e petrolchimico con delle piccole reti di trasmissione anche se non sono da escludere maggiori impieghi futuri.

Altre reazioni di reforming (steam-reforming reactions)

Vi sono altre reazioni di reforming per ottenere idrogeno, vale a dire tramite:

propano e vapore acqueo: C3H8 + 3H2O + calore → 3CO + 7H2.

etanolo e vapore acqueo: C2H5OH + H2O + calore → 2CO + 4H2.

benzina e vapore acqueo: C8H18 + 8H2O + calore → 8CO + 17H2.

Gassificazione del carbone

Dalla gassificazione del carbone incandescente (coke, antracite, lignite, ecc.) con vapor d’acqua e, in parte, con aria, si ottiene il cosidetto “gas d’acqua”. Si tratta di una reazione endotermica (ossia con assorbimento di calore):

C + 2H2O → CO2 + 2H2 oppure C + H2O → CO + H2

Il calore viene somministrato miscelando, assieme al vapor d’acqua, una porzione d’ossigeno. In tal modo avviene anche la reazione esotermica (ossia con formazione di calore): C + O2 → CO2

L’ossido di carbonio prodotto nel primo stadio viene successivamente trattato con altro vapore acqueo a 400-500 °C (interviene nella reazione un catalizzatore a base di ossidi di ferro e di cromo): CO + H2O → CO2 + H2

La miscela gassosa ottenuta viene quindi purificata tramite un procedimento denominato “distillazione frazionata” (o rettifica) il quale permette di separare più di due sostanze volatili aventi punti di ebollizione diversi.

Produrre idrogeno dall’acqua: elettrolisi dell’acqua

La produzione di idrogeno per elettrolisi richiede l’impiego di energia elettrica. Energia necessaria per scomporre l’acqua nei suoi due elementi: idrogeno ed ossigeno. Tale energia è contenuta nell’idrogeno. La produzione di grandi quantità è pertanto conveniente solo in Egitto, Islanda e Norvegia, ovvero nei paesi dove la produzione di energia proviene dal largo impiego dell’idroelettrico. Per produrre energia utile dall’idrogeno, questo deve essere nuovamente legato ad un altro elemento, ed è esattamente ciò che avviene in una cella a combustibile.

La decomposizione di acqua in idrogeno e ossigeno, tramite elettrolisi, viene realizzata in celle elettrolitiche dette “elettrolizzatori”. Si tratta di recipienti contenenti l’elettrolita e divisi in due compartimenti da un diaframma microporoso in grado di far passare ioni. L’elettrolita, che generalmente si ritiene sia acqua, è in realtà una soluzione acquosa di idrossido di sodio che vanta migliori proprietà elettriche. Nella suddetta soluzione acquosa sono immersi due elettrodi (conduttori metallici) collegati ai poli ad un generatore (una pila o un accumulatore – corrente elettrica continua). L’elettrodo, collegato al polo positivo, si chiama anodo, quello collegato al polo negativo catodo. Sotto l’azione del campo elettrico generato dagli elettrodi, gli ioni presenti nell’elettrolita migrano: quelli di carica positiva (cationi) verso il catodo, quelli di carica negativa (anioni) verso l’anodo. Giunti a contatto con il catodo, i cationi acquistano elettroni e formano specie neutre. Gli anioni, giunti a contatto con l’anodo, cedono elettroni (cioè si ossidano) formando analogamente specie neutre. L’idrogeno (H2) si accumula quindi dalla parte del catodo e l’ossigeno (O) da quella dell’anodo. Se l’idrogeno viene utilizzato immediatamente, viene apportato ossigeno affinché abbia luogo la combustione. In tal caso entrambi gli elettrodi (anodo e catodo) dovranno essere realizzati con metallo inerte altrimenti avverrà l’ossidazione del metallo stesso e diminuirà la quantità di ossigeno disponibile.

Al catodo (-)  avviene la reazione di riduzione: 4 H+ + 4 e  → 2 H2

All’anodo (+) avviene la reazione di ossidazione: 2 H2O → 4 H+ + O2 + 4 e

La reazione globale è: 2 H2O → 2 H2 + O2

Usando come sorgente elettrica pannelli fotovoltaici o generatori eolici si pone il problema della discontinuità dell’alimentazione, ma i moderni elettrolizzatori hanno un comportamento dinamico e si adeguano al flusso discontinuo di energia elettrica, pertanto possono essere facilmente combinati con sistemi che usano fonti rinnovabili.

L’elettrolisi dell’acqua è il metodo più semplice, e sul quale si effettuano più ricerche, per ricavare idrogeno. Ciononostante l’ottenimento di una data quantità di gas comporta una spesa energetica maggiore di quanta poi l’idrogeno ne potrà fornire. Il processo non è pertanto vantaggioso al momento, ragione per cui viene utilizzato solo nel 3% dei casi.

Elettrolisi ad alta pressione

Gli elettrolizzatori ad alta pressione, a differenza dei tradizionali, sono realizzati mediante materiali in grado di permettere pressioni fino a 50 bar e oltre. Attualmente sono in fase di studio processi che dovrebbero consentire la combinazione dell’elettrolizzatore con generatori elettrici fluttuanti: generatori eolici, impianti fotovoltaici.

Elettrolisi ad alta temperatura

Anni fa, l’elettrolisi ad alta temperatura, è stata ritenuta una interessante alternativa. Ci si aspettava che potesse fornire una frazione dell’energia necessaria sotto forma di calore ad alta temperatura (800-1000 °C), questo avrebbe consentito l’impiego di meno energia elettrica. Si è pensato anche all’utilizzo del calore prodotto da un concentratore solare (specchio parabolico) o a quello non utilizzato da una centrale termoelettrica, tuttavia non sembrano esserci aggiornamenti in merito.

Altri metodi di produzione
Piccoli reformer

Da alcuni anni si studiano piccoli reformer (reforming a vapore, ossidazione parziale) per la produzione di idrogeno in combinazione con celle a combustibile. Tali sistemi sono rivolti perlopiù ai veicoli ed a piccoli sistemi fissi. Se i risultati dovessero essere incoraggianti si spera di poter sfruttare la maggiore densità energetica e il più semplice impiego dei convenzionali carburanti liquidi in celle a combustibile. Il reforming e l’ossidazione parziale di metanolo e di benzina rivestono un particolare interesse in questa ricerca.

Ossidazione parziale degli idrocarburi

Si può ottenere idrogeno anche come prodotto della reazione di ossidazione parziale degli idrocarburi:

CH4 + 0,5 O2 → CO + 2 H2

Viene definita “ossidazione parziale” la trasformazione termica di idrocarburi pesanti (es. i residui di oli pesanti dell’industria petrolchimica) con l’apporto di ossigeno e, in misura ridotta, anche di vapore acqueo. Con le giuste proporzioni di ossigeno e vapore acqueo è possibile dar luogo alla gassificazione senza fornire energia dall’esterno. Il metodo dell’ossidazione parziale è fattibile anche con il carbone il quale viene finemente triturato e miscelato con acqua allo scopo di ottenere una sospensione con un contenuto solido del 50-70%. Tale sistema risulta essere conveniente (dal punto di vista economico) solo nei paesi grandi produttori di carbone: Sudafrica, Cina. E’ opportuno sottolineare che se, a medio e a lungo termine, l’idrogeno dovesse acquisire notevole importanza nel settore energetico, la sua produzione tramite reforming convenzionale, o ossidazione parziale di gas naturale, petrolio o carbone, è poco consigliabile dal punto di vista ambientale, perché non riduce le emissioni di CO2.

Sottoprodotto di processi petrolchimici

Sì può altresì ottenere idrogeno come sottoprodotto dei processi petrolchimici di cracking (processo attraverso il quale si ottengono idrocarburi paraffinici leggeri per rottura delle molecole di idrocarburi paraffinici pesanti).

Produzione in laboratorio

In laboratorio si può ottenere idrogeno generalmente con la reazione degli acidi con metalli, come lo zinco o l’alluminio:

Zn + 2 H3O+ → Zn2+ + H2 + 2 H2O

2 Al + 6 H2O → 2 Al(OH)3 + 3 H2

Dalla reazione (piuttosto lenta) del boroidruro di sodio NaBH4 (idruro irreversibile) con l’acqua vengono liberate 4 moli di idrogeno per mole di composto a temperatura ambiente. In condizioni ottimali vengono liberati 0,213 g di idrogeno per 1 g di NaBH4, ovvero 2,37 litri (gas STP) per mole di composto.

NaBH4 + 2H2O → NaBO2 + 4 H2

produzione_idrogeno_elettrolizzatore.jpg

Nell’immagine un elettrolizzatore di piccole dimensioni per esperimenti di tipo scolastico

Funzione (applicazione), iniettività, suriettività, applicazione lineare

Rubrica: Officina della Matematica

Titolo o argomento: Funzione (applicazione), iniettività, suriettività, applicazione lineare

Una funzione (ma puoi chiamarla anche applicazione) è una relazione, una legge, una sorta di meccanismo che sussiste tra due insiemi A e B. Essa si indica con “f: A → B” ed associa ad ogni elemento di A un solo elemento di B. L’insieme A viene chiamato “dominio della funzione”, l’insieme B viene chiamato “codominio”. Vedi anche l’articolo: Dominio, codominio, invertibilità, monotonia. La funzione f mette in relazione l’elemento “a” dell’insieme “A” con l’elemento “b” dell’insieme “B”. L’elemento b è immagine di a tramite f. L’insieme degli elementi di B che sono immagine degli elementi di A, tramite f, è detto immagine di f.

Quando una funzione f è tale per cui ogni elemento del codominio arriva da un elemento del dominio (se disegnamo due insiemi, dominio e codominio, non ci sono quindi elementi liberi nel codominio che non sono in relazione con il dominio), questa si dice funzione suriettiva (o surgettiva). Attenzione perchè due elementi del dominio possono arrivare sullo stesso elemento del codominio ma non vice-versa altrimenti non siamo davanti ad una funzione.

Quando una funzione f è tale per cui a diversi elementi del dominio vengono associati diversi elementi del codominio, questa si dice iniettiva (se disegnamo due insiemi, dominio e codominio, non possono esserci più elementi del dominio che raggiungono il medesimo elemento del codominio; possono però esserci elementi liberi nel codominio che non sono in relazione con il dominio).

Un’applicazione lineare T (fra due spazi vettoriali) è semplicemente una funzione “additiva” e “omogenea”. Con il termine “additiva” si indica una funzione per la quale T(v1+v2) = T(v1)+T(v2) per ogni elemento v dello spazio vettoriale V. Il termine “omogenea”, invece, indica che la funzione T(λv) = λT(v) per ogni numero reale λ appartenente al campo K e per ogni elemento v appartenente allo spazio vettoriale V.

Attenzione ai contratti di certi spazi pubblicitari

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: I suggerimenti per evitare problemi con i contratti di “certe” forme di pubblicità

Potresti aver necessità di pubblicizzare la tua ditta/azienda/altro, indipendentemente dalla scelta del tipo di pubblicità e di chi te la fornirà, ecco di seguito importanti ed utili accorgimenti a cui prestare attenzione per evitare conseguenze indesiderate. Ricorda che grazie ad internet oggi si trovano tantissimi siti, forum, blog con reclami e racconti inerenti i più svariati generi di “comportamenti anomali”. Ti è sufficiente digitare ad esempio la parola “truffa” seguita dal nome di chi ritieni stia avendo un comportamento poco professionale nei tuoi confronti.

Attenzione a…

1. Quando chiami l’agente di zona sappi che potrebbe tendere a volerti vendere molto più (pacchetti, offerte, soluzioni) di quanto tu realmente abbia bisogno. Potrebbe tentare di rimbambirti (nel vero senso della parola) di chiacchiere e soluzioni a suo avviso eccezionali e, sottolineerà, ormai oltremodo economiche. Così economiche che è da stupidi non provarle almeno un anno. Ed è qui che si può cadere…

2. Quando firmi l’ordine di acquisto del tuo pacchetto pubblicitario sappi che il venditore potrebbe usare la classica scusa della fretta. Potrebbe dirti che il foglio dell’ordine che stai firmando (che non sempre è il contratto, attenzione) è lo stesso che ti ha fatto vedere la volta scorsa quando ti ha illustrato tutte le soluzioni che potrebbero interessarti. Potrebbe dirti che ha la macchina parcheggiata male e che potrebbe rischiare una multa per causa tua. Potrebbe dirti che ha un altro importante appuntamento con un grosso cliente. Potrebbe dirti che deve correre a scuola a prendere i figli che potrebbe non avere mai avuto dato che tu non lo conosci e può raccontarti quello che vuole. Ricorda che, indipendentemente da quello che potrebbe inventarsi, lo farà allo scopo di far sembrare una “tua colpa” un suo possibile problema “se non firmi subito il foglio che ti ha messo sotto gli occhi”. Mentre stai per andare a firmare e ti accingi a leggere le righe piccole e scomode, potrebbe tentare di distrarti parlandoti d’altro. Magari di cose che a te interessano molto o che ti lusingano. Questo può farti sbagliare e farti firmare sulla casella “contratto biennale” anziché su “contratto annuale” come tu avevi intenzione di fare per una semplice prova. Oppure potrebbe farti firmare su “contratto annuale con tacito rinnovo” anziché sul semplice “contratto annuale”. In questo frangente la distrazione ad opera dell’agente è fondamentale in quanto può riuscire a farti firmare dove lui tiene il dito, piuttosto che dove tu vuoi leggere… Lo scopo potrebbe essere quello di farti firmare, senza che tu te ne accorga, una soluzione che si rinnovi automaticamente o che non si possa disdire se non con largo anticipo. Tu però non lo sai e, ovviamente, non riuscirai a mandare la disdetta in tempo. Ecco dove potrebbe risiedere “la truffa a norma di legge”. Con un abile trucchetto c’è la tua firma su qualcosa che non hai chiesto. Non sapendolo non farai alcuna disdetta e, quando ti arriveranno nuovi bollettini da pagare (magari con tariffa maggiorata) non potrai disdire nulla e non vincerai alcuna causa legale.

3. Una volta firmato l’ordine potresti accorgerti che il contratto vero e proprio non arriva mai. Potresti accorgerti che anche chiamando ripetutamente l’ufficio del tuo agente, costui trova ogni volta una scusa per ritardare la spedizione o la consegna a mano del tuo contratto. Questo giochetto serve a farti superare i limiti di tempo necessari per poter effettuare una disdetta nel caso tu ti accorga che ti è stato fatto un contratto biennale anziché annuale come avevi chiesto. Potresti venire a sapere questa verità tramite una segretaria che, per sbaglio, mandandoti il bollettino di pagamento della tua pubblicità, ti dice che il tuo contratto prevede tot rate in più perchè è biennale (magari 8 rate anziché 4). La cosa ti sembrerà strana, chiamerai, chiederai informazioni e la segretaria prenderà “una bella strigliata” perchè ti avrà detto erroneamente qualcosa che doveva tacere.

4. Quando firmi l’ordine stai attento/a a quanti fogli firmi. Non sempre più fogli sono più copie dello stesso ordine. Talvolta il venditore, per distrazione o perchè fa il finto tonto, ti aggiunge servizi che lui giura aver capito fossero di tuo interesse. Insomma potresti stare firmando più ordini con spese maggiori di quelle messe in conto. Inoltre, ognuno di questi ordini potrebbe essere biennale o con tacito rinnovo mentre tu avevi chiesto solo un anno di prova. Se l’agente ti mette fretta con abili scuse, tu digli che non hai fretta e che può ritornare quando avrà tempo. Se presso il tuo luogo di lavoro siete in due o tre, metti tu una persona a rimbambire l’agente, potrai così leggere con calma quello che veramente stai firmando e firmare nelle caselle giuste.

5. Quando disdici sappi che potresti trovare sul retro dell’ordine una voce che dice che sono sufficienti ad esempio 3 mesi di anticipo (rispetto alla fine dell’anno) per disdire i servizi che non ti interessano per il prossimo anno. Tuttavia, sul contratto che non ti è mai arrivato, potrebbe esserci scritto che occorre invece almeno 1 anno e 1 giorno. Per sapere la verità devi avere sotto mano sia le copie dell’ordine che le copie del contratto. Ricorda di fare sempre un’approfondita ricerca su internet scrivendo il termine “truffa” seguito dal nome dell’azienda che ritieni stia tenendo un comportamento ambiguo nei tuoi confronti. Rivolgiti inoltre ad un avvocato. Non tentare di far da solo in quanto una telefonata o un fax, fatti da te, non avranno effetto alcuno sulla risoluzione del problema. Non otterrai risposte ed il tempo utile per effettuare la disdetta correttamente potrebbe essere superato irreversibilmente.

6. Quando invii finalmente la disdetta (scritta dall’avvocato dopo avergli consegnato il contratto ed il foglio/i di ordine) sappi che non è sufficiente mandarla in una raccomandata con ricevuta di ritorno. Questo perchè in più casi è stato affermato dal destinatario (che continuava a mantenere un atteggiamento poco professionale) che la busta è arrivata “vuota”. In questo modo la tua disdetta, anche se effettuata in tempo, non ha validità e i furbi prendono tempo per farti andare oltre i limiti temporali. Limiti che impediscono la disdetta del contratto stesso per un altro anno/biennio. La disdetta deve essere scritta su un “plico” e timbrata quindi dalle poste senza busta per evitare questa situazione fraudolenta. Ma non solo! Sarebbe meglio che la richiesta di disdetta fosse scritta da un avvocato che ha preso visione sia del contratto (copia/e completa/e fronte/retro) che dell’ordine firmato quando hai richiesto il tuo servizio pubbliciatrio annuale/biennale. Inoltre, la lettera scritta dall’avvocato, assicurati di spedirla tu. L’avvocato la scrive, tu la spedisci. La ricevuta di ritorno deve arrivare a casa tua.

7. Una volta che ti sei cautelato ed hai risolto la situazione perchè hai disdetto nel modo corretto (chi ti ha offerto il servizio legalmente non può più far nulla) potresti ricevere, dopo qualche settimana, una telefonata dove vieni avvisato che la conversazione verrà registrata (addirittura!) e nella quale ti verranno poste delle domande dalle quali è possibile ottenere una nuova conferma per riavviare il contratto il quale, con notevole fatica, hai disdetto. Tutto questo nonostante tu abbia manifestato la tua volontà a non rinnovare, mandando per tempo la disdetta. A questo comportamento rispondi attaccando la cornetta ed evitando di pronunciare parola alcuna.

Conclusioni

Se vuoi un consiglio sulla pubblicità per la tua ditta/azienda/altro, non chiederlo solo a chi la vende, chiedi anche ad un tuo collega, amico, parente o a chi ritieni possa avere delle informazioni serie e dei validi consigli al riguardo. Da che mondo e mondo il passaparola rimane la forma di pubblicità più valida e attendibile. La stragrande maggioranza di aziende che offrono spazi pubblicitari sono costituite da personale decisamente serio e professionale. Tuttavia ho ritenuto opportuno mettere a disposizione dei suggerimenti, tratti da una mia reale esperienza negativa, in modo tale che possano esservi utili per prevenire spiacevoli situazioni.

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Dimensione – Nucleo Ker – Immagine – Rango

Rubrica: Officina della Matematica

Titolo o argomento: Dimensione – Nucleo (Ker) – Immagine – Rango

Il numero di vettori contenuti all’interno di una Base di uno spazio vettoriale V è la Dimensione dello spazio stesso. Quindi se (v1, v2, …, vn) è una Base di V, allora n = dimV.

Se T è un’applicazione “lineare” (T: V → W) allora possiamo definire il nucleo Ker T come l’insieme degli elementi v, dello spazio vettoriale V, tali che T(v) = 0. Il nucleo è un sottospazio di V.

Inoltre essendo T è un’applicazione “lineare” (T: V → W) possiamo definire l’immagine di T ovvero “ImT = T(V)” come l’insieme degli elementi T(v) appartenenti allo spazio vettoriale W tali che gli elementi v appartengono allo spazio vettoriale V. L’immagine di T è un sottospazio di W.

La dimensione dell’immagine di T è detta rango di T (e si scrive rgT).

Il Teorema della dimensione stabilisce una precisa relazione tra gli argomenti appena trattati: dimV = dim KerT + rgT. Si può scrivere anche: dimV = dim KerT + dim ImT, ovviamente è la stessa cosa.

Fattore di moltiplicazione

Diversi articoli di questo blog contengono delle misure, scarsamente utilizzate nel quotidiano, che sono espresse ad esempio in “nm” nanometri (vedi ad esempio gli articoli sui nanomateriali). Per semplificare a tutti la comprensione dei fattori di moltiplicazione, riportiamo di seguito una semplice scala la quale, ovviamente, è applicabile per una lunghezza così come per la massa di un corpo o lo spazio di un disco fisso, ecc.

1018 = exa (E)

1015 = peta (P)

1012 = tera (T)

109 = giga (G)

106 = mega (M)

103 = kilo (k)

102 = etto (h)

101 = deca (da)

1·100 = 1 (unità)

10-1 = deci (d)

10-2 = centi (c)

10-3 = milli (m)

10-6 = micro (μ)

10-9 = nano (n)

10-12 = pico (p)

10-15 = femto (f)

10-18 = atto (a)

Così abbiamo ad esempio 1 nanometro che corrisponde ad 1·10-9 metri, ovvero 0,000000001 metri. Oppure 1 micrometro che equivale ad 1·10-6 metri, ovvero 0,000001 metri. O ancora 1 Gigabyte che corrisponde a 1·109 byte, ovvero 1.000.000.000 (1 miliardo di byte).

Se desidero conoscere 1 millimetro a quanti nanometri corrisponde, è sufficiente moltiplicare 1 mm · 106. Il motivo è semplicissimo. Chi ha poca confidenza con le unità di misura sarà andato a vedere la scala sopra (spero) dopo aver letto che è necessario moltiplicare per 106 e, a tale fattore di moltiplicazione, avrà visto corrispondere il “mega (M)”. Così si sarà chiesto: per passare da millimetri (mm) a nanometri (nm), che c’entra il mega che nella scala si trova da tutt’altra parte? In effetti il salto dal millimetro al nanometro è di 1 milione. Questo significa che 1 millimetro corrisponde ad 1 milione di nanometri ovvero 1 mm = 1·106 nm.

Come lo deduco? E’ sufficiente creare un rapporto tra l’unità di misura di partenza e quella alla quale si vuole arrivare. Nel caso del passaggio da 1 mm ad 1 nm si considera che 1 mm = 1·10-3 m e che 1 nm = 1·10-9 m. Dividendo 10-3 per 10-9 (ovvero 10-3/10-9) ottengo (mediante opportune trasformazioni matematiche degli esponenti) 10-3-(-9) = 10-3+9 = 10+6 = 1.000.000. Il passaggio dal millimetro al nanometro equivale quindi ad un fattore di moltiplicazione pari ad 1 milione.

Se, al contrario, desidero sapere 1 nanometro a quanti millimetri corrisponde, posso semplicemente considerare che, essendo 1 nm = 10-9 m e 1 mm = 10-3 m, allora 1 nm è uguale a 10-6 mm in quanto inverto il rapporto precedente. Divido cioè 10-9 per 10-3 (ovvero 10-9/10-3) ed ottengo (mediante le medesime trasformazioni degli esponenti citate poco prima) 10-9-(-3) = 10-9+3 = 10-6 = 0,000001. Il passaggio dal nanometro al millimetro equivale quindi ad un fattore di moltiplicazione pari ad 1 milionesimo. Ovviamente non poteva essere altrimenti: l’inverso del caso precedente.

Note. Per comprendere meglio le trasformazioni effettuate sugli esponenti, vedi le loro proprietà al seguente link:

http://it.wikipedia.org/wiki/Potenza_%28matematica%29

scala_fattore_moltiplicazione.jpg

Materiali nanostrutturati

I materiali nanostrutturati sono quei materiali le cui proprietà strutturali e funzionali dipendono da componenti con almeno una delle tre dimensioni su scala nanometrica (1 nm = 10-9 m). Tale scala rappresenta una zona di confine in cui vi è il passaggio tra il mondo macroscopico, in cui vale la fisica classica, e la scala atomica, regolata invece dalla meccanica quantistica.

Le nanotecnologie comportano la capacità di controllare e manipolare la materia sulla scala nanometrica ed hanno lo scopo di sfruttare le proprietà ed i fenomeni fisici e chimici che si manifestano su tale scala. Le particelle dalle dimensioni inferiori ai 100 nm (0,0001 mm) mostrano proprietà e comportamenti nuovi. Sotto una certa dimensione critica, infatti, cambiano: la struttura elettronica, la conducibilità, la reattività, la temperatura di fusione e le proprietà meccaniche.

Attraverso la nanotecnologia è oggi possibile produrre una importante varietà di nanostrutture e di materiali nanostrutturati. Le diverse tipologie di nanostrutture si distinguono in base al numero di dimensioni in cui si ha confinamento:

Quantum well: se solo una delle dimensioni è ridotta alla scala nanometrica mentre le altre due dimensioni rimangono macroscopiche. Ad esempio uno strato con spessore nanometrico: film sottile.

Quantum wire: se le dimensioni in cui si ha confinamento sono due. Ad esempio i nanotubi di carbonio.

Quantum dot: se le dimensioni in cui si ha confinamento sono tre. Ad esempio le nanoparticelle.

Per farsi un’idea circa le dimensioni…

Il diametro di un capello è pari a circa 10 micron (0,01 millimetri) ovvero circa 10.000 nanometri.
Una proteina ha dimensioni comprese tra 1 e20 nanometri, ovvero tra 0,000001 e 0,00002 mm.
In 2,5 nm3 di materiale possiamo trovare circa 1.000 atomi.
Può esserti utile leggere l’articolo “Fattore di moltiplicazione” per avere un’idea delle grandezze in gioco.

Continua…

discorso_feynman_nanoplotter.jpg

Discorso di Richard Feynman (premio Nobel per la fisica – 1965)
scritto manipolando la materia attraverso un nanoplotter

Fotosintesi clorofilliana

Rubrica: Energia
Titolo o argomento: La fotosintesi clorofilliana

La fotosintesi è il processo attraverso il quale l’energia luminosa viene trasformata in energia chimica. Quest’ultima, a sua volta, viene utilizzata per la formazione di composti organici contenenti energia come i glucidi e, in particolare, il glucosio. Una parte dei glucidi viene adoperata direttamente sia per la formazione di sostanze ancora più complesse, sia per la respirazione cellulare (ossidazione dei glucidi) e quindi per liberare l’energia chimica richiesta dalla cellula stessa.

Uno degli effetti della fotosintesi consiste nella liberazione di ossigeno, un gas molecolare molto reattivo che ha favorito lo sviluppo e l’evoluzione della vita come la conosciamo oggi. Perchè avvenga il processo fotosintetico è necessaria la presenza di:

Acqua. Copre il 70,8% della superficie del pianeta. Allo stato liquido penetra direttamente nelle cellule dei vegetali acquatici mentre, nei vegetali terrestri, viene assorbita dai peli radicali e condotta, grazie ai vasi conduttori, fino alle foglie.

Anidride carbonica. E’ presente allo stato gassoso in aria e in soluzione in acqua. Viene assorbita dai vegetali tramite aperture dette “stomi”. Il carbonio presente nella molecola di anidride carbonica (CO2) viene adoperato per costruire composti organici necessari alle piante.

Luce. Si propaga nello spazio come un’onda elettromagnetica composta da radiazioni di diversa lunghezza d’onda: raggi X, raggi ultravioletti, luce visibile, raggi infrarossi e onde radio. La luce visibile (lunghezza d’onda 400-700 nanometri) è l’unico tipo di radiazione luminosa utilizzabile dalle piante verdi per i processi fotosintetici. La luce che arriva sulla superficie di una foglia viene in parte riflessa, in parte trasmessa attraverso i tessuti ed in parte assorbita dai pigmenti contenuti nelle cellule delle parti verdi della pianta.

Pigmenti (in particolar modo clorofille). L’energia luminosa viene trasformata in energia chimica grazie ai pigmenti. Si tratta di particolari sostanze colorate contenute nei cloroplasti, gli organuli dove si svolgono le reazioni della fotosintesi. Il pigmento che maggiormente contribuisce alla realizzazione del processo fotosintetico è la clorofilla (dal caratteristico colore verde) la cui molecola, piuttosto complessa, contiene un atomo di magnesio. Tale molecola è solubile in alcool, acetone e benzolo. Se una soluzione di clorofilla grezza è attraversata da luce bianca, essa assorbe parte delle radiazioni che costituiscono la luce stessa (soprattutto nel range del rosso al quale corrisponde una intensa produzione di ossigeno, meno in corrispondenza del blu).

Sebbene la fotosintesi avvenga in due fasi ben distinte (fase luminosa e fase oscura), possiamo riassumere l’intero processo con la formula generale:

6 CO2 (Anidride carbonica) + 6 H2O (Acqua) + Luce → C6H12O6 (Glucosio) + 6 O2 (Ossigeno)

Continua…
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fotosintesi_clorofilliana.jpg

L’immagine schematizza in maniera estremamente semplice e sintetica il processo della fotosintesi
indicando semplicemente i reagenti ed i prodotti.