Viaggio dentro l'artista che cambia

Rubrica: Metodi. Alternative lifestyles, work and study

Titolo o argomento: Quando cambiare fa bene

Un’artista sensibile e carismatico può essere una persona poliedrica, una persona dalle innumerevoli sfaccettature, una persona alla quale piace morbosamente conoscere e scoprire cose nuove, una persona che vive e matura i sentimenti via via in modo diverso e con diversa coscienza a seconda dei periodi della sua vita.

Si tratta quindi di una persona che non può, per sua natura, fare sempre lo stesso tipo di arte per tutta la vita. Molto probabilmente esplorerà mondi nuovi, punti di vista nuovi, prospettive nuove, pensieri nuovi, espressioni nuove ed in essi girerà e rigirerà fino a trarre un arricchimento personale del proprio io.

I denigratori, invece, freddi abitudinari (talvolta troppo calcolatori e privi di originale fantasia), tenderanno ad affogare e banalizzare queste straordinarie capacità di cambiamento svalutando l’artista e sostenendo che non stia facendo più le cose come una volta.

La verità è che semplicemente, per un arco di tempo, i destini, e quindi le traiettorie, dell’artista e dell’ammiratore si sono incontrati. Al termine di tale arco temporale si sono allontanati proseguendo i loro individuali percorsi. Le posizioni sono cambiate e forse si riavvicineranno dopo un lungo periodo o forse mai più.

Un’artista che fa sempre le stesse cose… semplicemente è un’artista che si è chiuso in una scatola e rischia di spegnersi, carente di originalità e di capacità di cambiare, rischia di adagiarsi e non adeguarsi, evolversi, andare a fondo nell’uomo in viaggi che i comuni mortali evitano perchè sovente spaventati e magari anche appisolati dalla fittizia sicurezza della mortale routine.

L’artista osserva il mondo e rimane attonito. Quando lo sente si ribella e lo fa con le sue espressioni. L’artista non fa arte per gli altri, la fa prima di tutto per sé stesso, perchè lo fa stare bene, lo completa, lo fa sfogare, sentire libero di esprimersi e comunicare, esternare, incidere e graffiare il mondo con le sue malattie mentali, le sue perverse ossessioni, le sue devianze, le sue passioni, le sue sensazioni, le sue impressioni.

Vorrei non sentire mai contestazioni perchè un’artista ha voltato pagina e sta esplorando qualcosa di nuovo. Per quanto meno attraente della precedente esperienza, quello che ne ricaverà sarà immensamente importante per sé e raramente visibile a chi osserva.

Così cambia il pittore che vuole esplorare nuove prospettive, cambia lo scrittore che si avventura in un nuovo genere, cambia il cantante Rock che passa dal Punk al melodico, cambiano le relazioni in una bella coppia che però non si interseca più e cambia un ragazzo qualunque che prima avrebbe fatto follie per avere una supercar, anche usata ed in pessime condizioni, osannando tanti e tali marchi di cui essere fervido ammiratore e sostenitore e che oggi invece preferisce costruire qualcosa di suo con un’anima diversa.

Espressioni artistiche

In figura un’opera di Drip Painting ove l’artista innesca la nascita di un quadro e la fisica
fa il resto. Si tratta di una curiosa tecnica di pittura per gocciolamento da un pendolo
il cui moto viene perturbato dall’artista. Non è quindi l’artista a dipingere direttamente tramite
un pennello su tela, bensì la fisica con le sue leggi universali opportunamente sfruttate dall’uomo
a tracciare il colore.
Convergence, 1952, Opera di Jackson Pollock

Il talento dei bambini alla guida

Giorni fa sono stato ad una gara di slalom con due miei cari amici. Al di là del fatto che abbiamo subito notato le solite grossolanità che vedono la preferenza intramontabile per badilate di cavalli anziché una egregia dose di handling, al di là dell’aver notato che pochi, ma proprio pochi, avevano buone capacità tecniche di guida e al di là del piacere di presenziare per vedere quali prototipi venissero schierati, insomma al di là di tutto, la sera abbiamo fatto una piccola scoperta inaspettata.

Quando il video sharing è veramente utile

Siamo andati su YouTube, quasi per gioco, a cercare video simpatici di piccole leve della guida sportiva alle prese con le automobiline elettriche* (per intenderci quelle dotate delle famose ruote di… plastica che molti di noi avranno sognato fervidamente da piccoli) e son venute fuori delle performance sorprendenti, a dir poco impressionanti nonché qualche utile spunto sia per i piloti professionisti, sia per i papà sportiveggianti.

Un controllo da pilota professionista

Nello specifico la bambina nell’immagine in basso ha lasciato tutti senza fiato. Con un’innata scioltezza, naturalità e tranquillità cercava il sovrasterzo di potenza, lo controllava e quando l’imbardata si avviava alla conclusione anticipava il riallineamento del veicolo con una magistralità da manuale. Anche l’uso del volante, la posizione delle mani, gli angoli che cercava erano naturalmente calcolati e gestiti con largo anticipo. Riusciva sempre a far pedere aderenza all’automobilina in modo controllato ed a far sì che questa fosse sempre pronta nella direzione preferita.

Manovre di prima classe

Alla partenza la protagonista effettua un’apertura di gas da ferma con le ruote già sterzate ed innesca un sovrasterzo di potenza ma senza la minima esitazione controsterza e mantiene la direzionalità precedentemente desiderata. Avrebbe potuto tranquillamente commettere un errore e andare in testacoda perchè, come si vedrà pochi secondi dopo, il mezzo lo permetterebbe, ma niente… è lei che decide se andare in testacoda come una giostra e ripartire nella direzione che preferisce. Riesce a controllare persino piccole derapate senza sbandare in direzioni improbabili. Un gioiello insomma e, cosa da non sottovalutare nell’apprendimento, lo sta facendo divertendosi, con il sorriso in viso, con naturalezza e con il padre che accenna appena due parole e non le sta addosso e, soprattutto, non pretende.

Il metodo di insegnamento

In diversi altri video si vedono invece bimbi completamente rintontiti dai genitori che, con la stessa frequenza con cui girano i motori, ripetono dove il bambino deve andare, cosa deve fare e come lo deve fare. Ecco, se siete dei genitori sportivi alla lettura, non prendetela come un antipatico bacchettamento da parte mia, lasciate la possibilità ai bambini di fare da soli, di inventare, di improvvisare, di capire cosa sta succedendo. Lasciateli sbagliare e capire i limiti, gli estremi entro i quali si devono muovere per ottenere un risultato e voi, semplicemente, divertitevi con loro. I risultati, se devono arrivare, arriveranno da soli. Forzare non serve a nulla se non a creare traumi.

Quell’inutile intervallo di 10 anni

E’ un peccato che, superata una certa età, i bambini non riescano più ad entrare in simili automobiline ed interrompano nella maggior parte dei casi un percorso dalle interessanti prospettive, non solo sportive, ma di sicurezza stradale. Questa interruzione potrà durare anche una decina d’anni prima del conseguimento della patente di guida e tutto quello che si poteva imparare in quei dieci anni andrà perso. In giovane età ormai sappiamo tutti quanto il cervello sia una spugna e quanto sia goloso di apprendere, se poi questo avviene mentre si può anche giocare… et voilà, l’opera è compiuta. Capire in modo naturale quali atteggiamenti adottare alla guida fa ritornare vivi a casa (e non è poco) soprattutto da neopatentati.

Gli allenatori lo sanno bene…

Molti allenatori sanno bene quanto sia difficile togliere degli automatismi ai loro atleti e come alcuni anni senza allenamento rappresentino un grave freno all’apprendimento della tecnica corretta. Per questo certe specialità vanno individuate quando i ragazzi sono ancora acerbi, in tal modo possono maturarle con il giusto allenamento e con i giusti input.

*Ovviamente, come di consueto per noi, nelle condizioni più severe: neve, fango, asfalto bagnato o, peggio, umido.

Derapata con la Peg Perego

La protagonista del video anticipa il riallineamento del veicolo con
la stessa magistralità di un pilota di rally. Lo manda in sovrasterzo
e, quando la derapata sta per finire, sta già correggendo per trovarsi
diritta al momento giusto. Impressionante.
Clicca sull’immagine per vedere il video.
Image’s copyright: Toby Carter YouTube Channel

Trade off tra produzione e accumulo in un sistema fotovoltaico ad isola (o stand alone)

Rubrica: Accumulo dell’energia | Le domande dei lettori

Titolo o argomento: L’analisi delle diverse esigenze domestiche (le variabili) e l’educazione al consumo (la costante) rappresentano la base per il calcolo di un impianto correttamente bilanciato

Risponendo a: Massimo

Massimo scrive: Nel 2014, in base a dati che ho trovato in rete, la produzione energetica da fotovoltaico si è attestata intorno ai 23.299 GWh rappresentando quasi il 9% della produzione interna.

La diffusione del fotovoltaico “familiare” non porta grandi benefici per l’utenza domestica in quanto non ricava molto dalla vendita dell’energia prodotta.

Nel corso dei test delle soluzioni di accumulo che hai individuato hai trovato un trade off tra potenza in accumulo installata e superficie fotovoltaica di produzione, ossia un rapporto tra potenza installata in accumulo e potenza teorica prodotta?

A tuo avviso, la soluzione migliore è disporre di un accumulo sufficiente alla produzione massima prevista oppure ad un accumulo parziale (da cui attingere per uso domestico) per poi immettere in rete il residuo eccedente? Ammesso che sia fattibile.

Ti chiedo questo per capire se sia possibile pensare ad un sistema che garantisca un guadagno immediato dato dall’uso “in loco” dell’energia prodotta, da un carico in linea dell’eccedenza e da un costo accettabile garantito da una potenza di accumulo che garantisca il solo uso domestico dell’energia prodotta. Grazie degli spunti di riflessione che offri e buona giornata.

Analisi delle esigenze, educazione al consumo e bilancio

Buongiorno Massimo, la risposta alla tua prima domanda è affermativa ed ovviamente nei miei casi di studio ho rilevato un consistente trade off come professionalmente l’hai chiamato tu. Il sistema deve essere opportunamente bilanciato altrimenti è sufficiente una settimana di pioggia (esempio di test che ho condotto per mesi e mesi) e l’accumulo non riceve più nulla di significativo. Da questo punto di vista posso accennarti che c’è chi ha preferito sovrabbondare sul sistema di accumulo mantenendo un impianto fotovoltaico standard e chi ha preferito fare il contrario installando un impianto fotovoltaico sovrabbondante rispetto all’accumulo al fine di garantire la ricarica anche in condizioni sfavorevoli (es. cielo nuvoloso). Ci arriviamo per gradi nel seguito, considera in ogni caso che l’analisi delle diverse esigenze domestiche (che rappresentano le variabili) e l’educazione al consumo (che rappresenta la costante imprescindibile) sono di fatto la base per il calcolo di un impianto correttamente bilanciato. Tutti i calcoli, in gergo definiti “della serva”, vengono dopo.

Vantaggi

Premesso che stiamo parlando comunque di tecnologie ormai vecchie che gradualmente sto abbandonando o, in alcuni casi, modificando abbondantemente (anche se la massa le considera nuove perchè ne sente parlare solo ora), ognuna delle due opzioni ha, ovviamente, vantaggi e svantaggi. Naturalmente nel primo caso si ha una lunga autonomia anche in assenza di sole (in una casa di 100 mq con normali utenze e un’accumulo ben studiato ma dalle prestazioni limitate per contenere i costi, circa una settimana) mentre nel secondo caso si ha un impianto fotovoltaico più ingombrante ma che produce quantità utili di energia anche con poco sole.

Svantaggi

Se si abbonda con il sistema di accumulo d’altra parte si hanno costi iniziali molto alti e la necessità di acquistare solo materiale eccellente (tipo di educazione che purtroppo non ha successo nel nostro paese per ragioni che tratteremo adeguatamente in articoli dedicati), così come la consapevolezza che prima o poi l’accumulo andrà integralmente sostituito, quantomeno gli accumuli oggi proposti in commercio). Fare la scelta inversa implica la necessità di abbondanti spazi per l’installazione dei moduli fotovoltaici con tutti i problemi che ne seguono (disponibilità di spazio, vincoli, permessi, interferenze strutturali, barriere architettoniche e/o naturali, estetica, ecc..).

Cenni sui fattori influenti

Può sembrare fuori tema ma molto dipende, prima di ogni altra cosa, dall’educazione di una famiglia all’uso dell’energia. Banalità come l’uso di computer portatili al posto dei fissi, l’adozione di luci con cella di presenza che quindi si spengono automaticamente, elettrodomestici di alta gamma (quindi non quelli ai quali siamo abituati di solito, ci sono infatti particolari elettrodomestici* che offrono consumi minimi e che ti posso garantire non sono né pubblicizzati né si trovano nei normali negozi o grandi superfici), il numero di donne presenti in un’abitazione e molto altro che non possiamo pubblicare, per ragioni di riservatezza, influiscono molto sulle prestazioni dell’impianto.

Un esempio inaspettato

In una famiglia con padre, madre e 3 figlie femmine (caso che mi è capitato spesso), gli asciugacapelli sono accesi molto di frequente e con assorbimenti considerevoli per ben 4 dei 5 componenti del nucleo familiare. Questo è un tipico modo per abbattere la capacità delle batterie, siano esse al piombo o agli ioni di litio. L’asciugatura dei capelli con sistemi di deumidificazione (cosa che ho testato per anni e che sono solito fare in inverno), oltre a rappresentare a mio avviso un beneficio per i capelli ed il cuoio capelluto (che non vengono stressati dal consistente calore localizzato) permette un’asciugatura rapida e con consumi esigui (certo anche in questo caso dipende molto da come è stato realizzato l’impianto di deumidificazione e dalle caratteristiche dell’abitazione).

Una corrente di pensiero diversa

Dubito però che gli italiani desiderino usare un manuale di utilizzo della casa simile a quello di una procedura pre-volo. Troppo complicato, impegnativo, atipico e comprensibile più dagli appasionati di autentica tecnologia che dalla massa. L’abitudine alla comodità rappresenta un forte limite per lo sviluppo di un paese al punto che quando si diventa schiavi delle comodità non ci si rende conto che con un minimo di impegno e organizzazione si può invece diventare “liberi” (cosa di ben altro valore la quale a mio avviso non ha prezzo).

La messa in rete

La messa in rete, secondo il mio modesto pensiero (ma io non pretendo di essere nel giusto), è completamente inutile alle condizioni attuali, anche per tutti i problemi e le discussioni che stanno emergendo tra società elettriche, nazione, gestore dei servizi, installatori, utenti, ecc.. Inoltre se viene prodotta energia eccedente, questo si verifica solo per alcuni mesi all’anno e tale energia può essere agevolmente impiegata, tramite opportuna programmazione hardware, per migliorare ulteriormente il clima domestico non solo per quanto concerne la temperatura bensì anche per la deumidificazione calibrata ed il ricambio dell’aria controllato con un guadagno impressionante in termini di salubrità dell’aria (ricordiamo che l’ambiente domestico, anche se può non sembrare, è quanto di più inquinato c’è a questo mondo per via delle polveri, della presenza sovrabbondante di formaldeidi, per le percentuali notevoli di anidride carbonica che si accumulano, per i materiali da finitura, ecc.) e di qualità della vita. Quindi un’eccedenza, se un impianto è ben fatto, non si verifica mai.

Per fortuna esiste lo Smart Grid (anche per uso privato)

Se utilizzassimo addirittura Smart Grid di quartiere (indipendenti quindi dalla rete, altra tecnologia sconosciuta ai più in Italia, nonchè scarsamente stimolata) allora sarebbe utilissimo mettere in rete (mi riferisco sempre e solo all’interno di un quartiere) l’energia affinchè ad esempio le famiglie che la mattina escono per recarsi a lavoro e che dispongono di un sistema di accumulo con uno stato di carica ottimale, redistribuiscano a costo zero l’energia eccedente, prodotta ad esempio dal loro fotovoltaico, alle casalinghe o a chi lavora in casa. Viceversa otterranno nuovamente dallo stesso Smart Grid energia supplementare all’occorrenza non appena il sistema rileverà la loro presenza in casa e l’aumento dei carichi elettrici.

Una corrente di pensiero diversa – Parte seconda

Ma se qualcuno riesce a mettere d’accordo anche solo le famiglie di un condominio italiano mi faccia sapere… perchè stiamo attraversando una fase di individualismo puro ed un immane timore di essere fregati (cosa che generalmente porta a fidarsi di chi non si deve e a non fidarsi di chi lo meriterebbe; tipico ormai e largamente trattato sui testi di psicopatologia).

La fisica sostiene l’autoproduzione, l’autoconsumo e le reti a corto raggio

Mettere in rete per inviare energia elettrica alle società elettriche è impegnativo anche da un punto di vista prettamente “fisico” per le enormi dispersioni di energia lungo i cavi. Mettere in rete sulle brevi distanze è tutt’altra cosa. Ad esempio in un gruppo di villette a schiera, realizzare uno o due sistemi di accumulo, oltre a costare meno se diviso per più famiglie, ottimizza l’accumulo e la gestione dell’energia in quanto è molto meno probabile che vi siano degli sprechi. Quando il mio impianto è carico ad esempio, l’energia irraggiata dal sole viene sprecata dai miei pannelli e non va in rete nemmeno ai miei vicini perchè non abbiamo ancora il nostro Smart Grid personale. D’altra parte se avessi messo in rete la mia energia, l’impianto non sarebbe più stato di mia proprietà, non avrei potuto progettarlo come dico io, non avrei potuto usare l’energia prodotta solo per me e non avrei potuto disdire i contatori. Quindi quando produco energia eccedente effettuo un’azione sul clima dell’abitazione, sull’umidità e sulla ventilazione con un comfort a dir poco sbalorditivo tutto l’anno.

Una corrente di pensiero diversa – Parte terza

Altro problema poi, particolarmente evidente in Italia, è che molti, quando sentono parlare di certe tecnologie, incentivi, ecc., pensano in primis a come poterci guadagnare; quasi mai pensano alla reale utilità che ha una cosa, ai fenomeni conseguenti legati alla domanda-offerta, alla libertà che se ne può trarre. Un mio amico di infanzia, smanettone, ha acquistato non so quanti impianti negli ultimi 10 anni con lo scopo di ridurre le bollette e, ove possibile, guadagnarci su. L’ho osservato attentamente ed il risultato è stato che ha speso ben 40 volte di più di quanto avrebbe speso rimanendo con i normali contatori luce e gas. Questo perchè ha approcciato il problema in malo modo, ed ha continuato a rimbalzare da un impianto all’altro in base a quale sembrava risultare conveniente al momento. Per essere chiaro l’ultimo esempio è stato quando ha sostituito la caldaia di casa a metano con una a pellet, poi quando l’iva sul pellet è cresciuta ha rimesso la caldaia, ma non quella che aveva prima, un nuovo modello a condensazione, senza fiamma pilota, ecc.. Ha speso un patrimonio e non ha tratto alcun beneficio (questo perchè, come abbiamo spiegato nell’articolo “Tecnologie innovative al bivio: Una riflessione diversa” le regole sono cambiate durante il gioco e non al suo termine). Tanti altri esempi si potrebbero citare su chi ha investito nei campi fotovoltaici e non è riuscito a ritornare dell’investimento perchè dal 2006 a oggi gli aggiornamenti legislativi sono stati tali da mandare in confusione chiunque. L’approccio fisico è molto più costante come resa, nonché logico e ordinato. Si studia fisica generale 1 e 2 (e tutte le espansioni necessarie), si opta per il sistema fisico che si preferisce, lo si fa da soli liberi da vincoli e lo si porta a termine nel tempo senza particolari problemi. Ma questo non è alla portata di tutti ovviamente, però trattandosi di una strada che funziona, di una valida alternativa, è importante quantomeno far sapere che si può.

*Dispongo infatti di particolari elettrodomestici in tutta casa sin dai primi anni ’90, quando ero bambino e per nulla interessato a questo mondo (all’epoca fu mio padre ad aver visto lungo…). Sono costati in alcuni casi il doppio ed in altri persino il triplo rispetto ai comuni elettrodomestici dell’epoca. Durano da oltre 25 anni senza rotture, senza spese di manutenzione e tantomeno senza sostituzioni e consumano meno degli attuali elettrodomestici in classe A+++. Però quando negli anni ’90 si parlava di questi elettrodomestici così sofisticati e costosi, nessuno era interessato ad affrontare simili spese per una classe di prodotti che lasciava indifferenti (non si trattava di cabriolet dai colori vivaci). Il risultato è stato una spesa maggiore per quegli utenti che hanno preferito spendere meno in principio in quanto, cambiare in 25 anni anche solo 5 volte tali elettrodomestici, ha comportato un costo superiore senza considerare tutte le chiamate alle assistenze ed i pezzi di ricambio. Guardare avanti porta vantaggi incalcolabili; questo paese però, come molti altri, ha sempre teso negli ultimi decenni a guardare i vantaggi puramente “dell’immediato”. Cosa che, ormai è attestata, porta solamente indebitamento, sia che si tratti di un piccolo nucleo familiare, sia che si tratti delle scelte che condizionano un’intera nazione. Inoltre noi siamo suggestionati/portati a spendere molto per ciò che si può sfoggiare (il telefono, l’automobile, gli abiti…) e compensare poi comprando quanto di più c’è di scadente tra ciò che non si vede (l’elettrodomestico, l’impianto, la casa costruita senza rigore…). Un altro caso in cui cantare fuori dal coro (senza cadere nell’essere bastian contrari, altro estremo sicuramente nocivo) potrebbe portare importanti benefici agli attuali e futuri giovani.

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Smart Grid Energy Storage System

Sistema Smart Grid Mobile da 1 Megawatt (Smart Grid Energy Storage System)
della Fraunhofer installato ove necessario semplicemente con l’ausilio di un
normalissimo container o di un rimorchio di un camion.

Obsolescenza programmata Addio! – Parte 1: I motori a combustione interna

Rubrica: Incominciamo a parlare di automobili | Le domande dei lettori | Obsolescenza programmata Addio!

Titolo o argomento: Le logiche dietro la longevità dei prodotti di uso comune

Risponendo a: François

François scrive: Grazie antitutto, ragazzi. Sono un appassionato con una laurea in legge alle spalle e quindi non ho conoscenze tecniche approfondite ai miei continui quesiti da malato di auto e motori, per quanto provi a leggere e informarmi. Per saperne di più sui miei dubbi, ho pure letto dei libri di ingegneria ma tra questo e saperne so che c’è un mare di differenza. Un po’ come quando un amico cita un articolo di legge che alla fine non ha nessuna attinenza con quanto si sta discutendo, anche se sembrerebbe attinente.

Riguardo alla longevità dei motori e alla loro possibilità di percorrere centinaia di migliaia di chilometri, mi pare di capire che non sia il regime di utilizzo medio a fare la differenza, quanto la potenza specifica di un motore. Per esempio, un vecchio mercedes 2000 diesel da 70 cv  da 2500 giri al minuto in media farà tanti chilometri quasi quanto un camion che gira a 1500 giri in media. Anzitutto, è giusta la mia riflessione?

Poi: ho una mito multijet da 95cv. Mi piacerebbe depotenziarla per farla arrivare a fare tanti chilometri come suggerite, ma come si fa? E con la mia guida, cosa posso fare perché sia il mio piede a “depotenziarla”? E in generale, meglio un pelo di gas a 3000 giri che più in fondo a 2000? Vi ringrazio moltissimo

Gentile François partiamo subito dalla frase inerente la longevità dei motori, preciso che la potenza specifica incide sulla longevità del motore sotto il punto di vista dell’impronta che viene data al progetto. Questo significa che il progettista sa bene che esasperando certi parametri otterrà un motore meno longevo. Il regime di rotazione è altrettanto importante ma sotto un altro aspetto, sebbene il valore massimo sia anche esso impostato nel progetto iniziale, starà poi al guidatore sfruttarne l’intensità e la progressione a seconda di quanto intende far durare il motore.
Quindi un guidatore non può scegliere di modificare il dimensionamento degli organi (né i materiali impiegati e le geometrie delle parti fondamentali per la bontà del progetto), ma può scegliere la potenza specifica del motore del suo veicolo d’interesse nel momento dell’acquisto dello stesso. Inoltre un guidatore non può scegliere il regime massimo di rotazione o utilizzare un regime di rotazione sottocoppia che non permette un corretto funzionamento del motore, ma può scegliere di utilizzare al momento opportuno il valore minimo di giri nel range di utilizzo del motore stesso e la progressione con cui raggiunge tale regime.
Il guidatore può altresì scegliere come utilizzare il motore influenzando di fatto la vita utile massima che questo può raggiungere. Questa vita utile è determinata dal numero di cicli che il motore riuscirà a sostenere prima che gli organi vitali cedano perchè sono andati fuori misura o perchè indeboliti. Ci sono innumerevoli parametri che permettono ad un motore di vivere più a lungo. Il controllo dell’invecchiamento degli organi del motore e lo studio delle cause che comportano l’invecchiamento stesso, sta diventando di per sé una scienza. Noi conosciamo gran parte di questi fenomeni ma non possiamo enunciarli tutti sia per questioni legate alla riservatezza progettuale, sia perchè stiamo cercando di raggiungere il record (personale) di un milione di chilometri effettuati con il medesimo motore (e veicolo) senza che questo sia stato rettificato o abbia subito interventi drastici. Al momento siamo attorno alla soglia dei 500.000 km con il motore che si trova in condizioni talmente ottimali da esser cambiato impercettibilmente rispetto a quando era nuovo (noi stimiamo che le sue condizioni siano attualmente al 98%). Questo lo si verifica dalle misure di compressione, dal consumo di olio, dall’ispezione interna tramite fibre ottiche, dalle prestazioni di accelerazione, erogazione della potenza ed espressione della coppia. Raggiungere un simile chilometraggio in condizioni così favorevoli ovviamente non ha comportato particolari costi, altrimenti non avrebbe avuto senso. Quello che si è speso in maniera incisiva è stato il tempo per lo studio e la strumentazione utile alla ricerca.
In linea di principio comunque il confronto tra la vettura Mercedes cui fa cenno ed il camion non è compatibile. Sebbebe i cicli siano gli stessi (ciclo Diesel) e quindi tali motori tendano di per sé a girare a circa la metà dei giri (rispetto ad un motore equivalente a benzina, offrendo inizialmente la possibilità di percorrere il doppio dei chilometri e quindi, a parità di chilometraggio, la metà dei cicli – ovviamente il confronto si intende a parità di massa del veicolo, di superficie frontale, aerodinamica, rapportatura del cambio, ecc.), ebbene, nonostante questo, le masse dei veicoli citati sono molto diverse così come il frazionamento del motore (generalmente L6 o V8 per i camion) e la rapportatura del cambio (5 marce per la vettura, persino 14 per il camion).
Ad ogni modo i 70 cavalli del motore Mercedes possono in parte rappresentare un ostacolo in quanto leggermente insufficienti per la massa del veicolo, ragione per cui infatti il regime di rotazione che cita è più alto rispetto alla media attuale. Oggi si può viaggiare con un Diesel 2 litri (a bassa potenza specifica) a 1200 giri al minuto in extraurbano e senza vibrazioni e quindi senza essere sotto coppia. Se il motore cui fa riferimento non è dotato di turbocompressore meglio ancora… le aspettative di vita si allungano ulteriormente anche per via di temperature di funzionamento più basse e minori sollecitazioni. Inoltre i vecchi motori Mercedes con pochi cavalli avevano tutti gli organi del manovellismo e della distribuzione abbondantemente sovradimensionati, altro fattore incidente sulla longevità di un motore che esprime poca potenza. Con mezzi simili ho conosciuto persone che, a seguito di cure maniacali, hanno superato i 600-700.000 km (e poi hanno rotto perchè il mezzo non era opportunamente controllato e manutentato). Si tratta di record per così dire di Endurance, una passione, lo sfizio di vedere fin dove ci si può spingere. Ovviamente non valgono i chilometri effettuati dopo importanti interventi di ripristino e/o rettifiche.
Circa la seconda domanda su un motore che immagino sia il 1300 turbodiesel può semplicemente intervenire con una centralina aggiuntiva rimappabile (e magari uno switch). Solitamente queste vengono fornite per l’incremento di potenza e coppia (anche se si tratta del modo più semplice di elaborare un motore e di un modo che non ha sempre senso soprattutto se la meccanica non è stata adeguata… ma questo è fuoritema ora) ma si può chiedere di avere una centralina in più per ottenere l’effetto opposto operando una riduzione della sovrapressione del turbocompressore e, ove possibile, variando la portata degli iniettori. Un depotenziamento fino ai 65-75 cavalli stressa sicuramente meno il motore ma bisogna tener conto dei percorsi che si affrontano (strade con frequenti salite, strade di montagna, ecc.), del numero di passeggeri che si hanno solitamente a bordo e del carico che il veicolo porta abitudinalmente con sé. Depotenziando troppo infatti si rischia l’effetto opposto, il motore arranca e si stressa di più. Ciò che andrebbe sottratto, dopo una serie di test, sono i cavalli in eccedenza, quelli che il motore tira fuori quando si agisce allegramente sul gas sperperando, tra l’altro, carburante inutile.
La potenza erogata, comunque, non è di 95 cavalli ma, se legge le specifiche, di 95 cavalli ad un certo numero di giri. La potenza cresce al crescere del numero di giri in quanto aumenta il lavoro che il motore può compiere in un determinato intervallo di tempo. Questo vuol dire che ad esempio mentre viaggia in centro a 1600 giri/min in 2a marcia, magari sta (dico per fare un esempio) erogando 38 cavalli e non sempre 95 come di frequente si tende a pensare. Viaggiare a 3000 giri ad un pelo di gas, è più conviente (meccanicamente) che viaggiare a 2000 giri con il gas affondato (il rapporto usato in tale condizione e quindi la velocità del mezzo oltretutto incideranno sullo smaltimento del calore oltre che suoi consumi). Ma non solo! E’ anche meno stressante per il motore perchè il regime di rotazione influenza affidabilità e longevità oltre un certo regime in cui il motore fatica a smaltire il calore ad esempio, mentre il carico, ovvero la percentuale di apertura del gas, e quindi la pressione sull’acceleratore, influenza la longevità di un motore incisivamente a tutti i regimi di rotazione. Un motore ideale per durare, esprime una coppia vantaggiosa ai regimi medio bassi e una potenza di picco limitata, questo gli permette, come nel mio caso, di viaggiare con parametri motore estremamente tranquilli (non posso purtroppo entrare oltre nel dettaglio) e ad un regime di 1200-1500 giri/min. Il tutto abbinato ad un buon progetto iniziale, un uso che tiene conto dei percorsi e delle masse aggiuntive, una manutenzione sopraffina ed un controllo della totalità dei parametri in gioco, permette ad un motore di essere usato sempre (o molto spesso) in condizioni ideali senza accusare particolari stress.
Mi rendo conto che ogni automobilista non può seguire tutto questo (che oltretutto rappresenta solo una rapida introduzione e che in ogni caso risulta inutile se il progetto iniziale del motore/veicolo non risulta valido), altrimenti impazzisce, ma per noi è importante come coadiuvo ai nostri studi e come presupposto per raggiungere un ulteriore record.
Continua…

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Obsolescenza programmata Addio! – Parte 6: La scheda elettronica della lavatrice
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Obsolescenza programmata Addio! – Parte 8: L’adattatore IDE – SATA
Obsolescenza programmata Addio! – Parte n: In aggiornamento

Le gocce del Principe Rupert

Cosa succederà alla goccia di vetro sotto l’azione del martello? Si romperà? Sicuro?
E invece no. Si chiamano le Gocce del Principe Rupert, vengono ottenute facendo
colare del vetro fuso in acqua dove si temprano acquisendo forti tensioni…
Una forte martellata sul bulbo non le romperà ma, inaspettatamente,
una leggera vibrazione sulla coda le farà esplodere con una sorta di reazione a catena
che parte dall’interno e che raggiungerà il bulbo in pochi millesimi di secondo.
Anche i motori a combustione interna, se toccati nei loro punti deboli, cedono
repentinamente e, ancora più facilmente, se il progetto di partenza prevede per loro
particolari stress e tensioni per via di geometrie, dimensionamenti, materiali e potenze
specifiche inadeguate.
Puoi osservare un interessante slow motion al seguente link:
https://www.youtube.com/watch?v=xe-f4gokRBs
Image’s copyright: SmarterEveryDay (YouTube Channel)

La continua lotta contro il sistema Italia: La giovane impresa – Parte 2

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

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Vedi i “link correlati” riportati in basso.

La giovane impresa

Prosegue, con una trattazione ancora più propositiva e ricca di esempi, l’analisi del secondo ed ultimo nodo cruciale tratto dall’articolo di questa stessa rubrica “La continua lotta contro il sistema Italia: L’istruzione e la formazione” (vedi i link correlati riportati in basso). L’articolo vuole avvicinare il lettore a conoscere, tramite esempi reali, alcuni importanti “perchè” che si celano dietro l’abbandono o l’insuccesso di stimolanti idee di giovani studenti e imprenditori. Motivazioni non di rado banali che però possono non essere chiare nell’immediato specie quando si è in preda alla delusione.

Secondo nodo
Tratto dalla nota tre dell’articolo:
La continua lotta contro il sistema Italia: L’istruzione e la formazione

Passo citato

Ho semplicemente (si fa per dire) preso in mano i libri dell’altro corso e mi sono messo a studiare le basi di elettronica ed elettrotecnica (la fisica e la matematica che ci sono dietro), nel frattempo mi sono procurato anche i materiali per studiare, analizzare e programmare schede atte a questo tipo di utilizzi e per costruire schede completamente nuove (decisamente più semplici) fatte interamente da me … Se questo può sembrare folle, controcorrente o persino sbagliato e magari, date le stravaganze di questo paese, inaccettabile, non dico che posso capire ma almeno immedesimarmi nei panni di chi ha altri punti di vista o altre procedure in mente, sì.

Nota a corredo del passo citato

C’è stato persino chi, anche solo per un attimo, mi ha etichettato con demerito per questo senza comprendere che non era per me possibile spendere qualcosa come 7000 Euro per la produzione in pezzo unico (presso le aziende del settore) di una scheda elettronica del valore commerciale di 60 Euro. Questa, una volta testata, poteva persino risultare incompleta o errata per la nostra applicazione o, ancora, diventare obsoleta troppo presto.

Ulteriori spunti ed esempi sul secondo nodo

Il passo e la relativa nota appena citati sovente inducono a pensare che si sia accentratori nel proprio mestiere e si sia inclini a non voler coinvolgere collaboratori. Questa è un’interpretazione inadeguata in questa tipologia di casi in quanto uno studente, per quanto virtuoso a livello di ingegno, può naturalmente non disporre di capitali sufficienti a sostenere spese analoghe a quelle sostenute da aziende affermate. E mi sembra decisamente normale!
Se costui quindi cerca la collaborazione dei compagni di studi dell’Università e se essi non hanno in taluni casi “voluto” ed in taluni altri “potuto” studiare oltre l’ordinario piano di studi, per mancanza rispettivamente di passione-extra o di supporto aggiuntivo all’istruzione/formazione, allora o si rinuncia al progetto oppure ci si ingegna ulteriormente. Scegliendo la via dell’ingegno si potranno impressionare positivamente coloro che osservano perchè, per ogni affermazione, alle parole corrisponderà la realizzazione di un progetto (anche abbozzato e rudimentale, come nella tradizione inglese, ma funzionale) che si può toccare con mano, utilizzare per primi, apprezzando e godendo del sorprendente potenziale.

I vantaggi della concretezza

Quando siete concreti, quando quello che dite diventa ogni volta un progetto, un prodotto, un qualcosa che si tocca con le mani e si può apprezzare nelle sue caratteristiche e provare dal vivo, fate letteralmente paura. Se lo fate ripetutamente, poi, diventate appetibili e vi contatteranno da ogni dove. Se per di più siete in grado di riconoscere le persone da evitare da quelle che realmente rappresentano per voi un’opportunità e se in passato l’arroganza vi ha già portato a sbagliare ed avete capito l’importanza del mantenere un atteggiamento umile (assolutamente non sottomesso ma nemmeno di presunta onnipotenza) ecco che gradualmente non sarete più chiamati a sopperire da soli ai problemi che puntualmente si verificheranno nei vostri percorsi di impresa. Ma questo solo perchè prima sarete diventati concreti e credibili, sicuramente non degli accentratori anche se, temporaneamente, potreste passare per tali.

Conoscenza delle risorse e stesura di un business plan calibrato

Ciononostante non è solo una questione di far da sé per risolvere i problemi che vi distanziano dall’ambito e agognato risultato. Molti giovani intraprendenti, infatti, non concretizzano i loro progetti anche per questioni legate al piano di impresa sballato e ad una richiesta fondi spropositatamente alta. Molti chiedono finanziamenti largamente al di sopra del necessario (implicando di fatto il diniego di tale sostentamento da parte delle realtà competenti) proprio perchè non sapendo sbrogliare da soli, o con la propria neonata equipe, diversi passi dei loro progetti, tendono ad affidare un numero eccessivo di compiti a terzi. A questo punto un’idea rimane semplicemente un’idea perchè se non la si sa portare avanti almeno in buona parte da soli, risulterà evidente che chiunque, con in mano il medesimo budget, potrà fare altrettanto.

Il surplus di formazione ottimizza lavoro e risultati

Manca quindi il reale valore aggiunto (la “capacità di…” che deriva solo dall’acquisizione di un surplus di formazione legato alla vostra passione e da quanto vi viene messo a disposizione dal vostro paese per rendervi autonomi). Molti giovani studenti/imprenditori mettono in conto, infatti, uno spreco di risorse immani per l’inetto motivo (di cui non hanno ovviamente colpe finché qualcuno non li informa e forma debitamente) di non riuscire a trovare “soci-colleghi pratici” che siano in grado di concretizzare il loro singolo compito senza far necessariamente riferimento ad aziende terze del settore. Quest’ultime, giustamente, non possono dedicarsi a loro solo in una singola occasione e per un solo componente. E’ opportuno notare che più in Italia scompaiono piccole e medie imprese e più questo fenomeno è destinato ad aumentare decretando di fatto il fallimento di numerosissime ed attraenti idee imprenditoriali di giovani brillanti studenti/imprenditori.

I danni del mercato orientale

Attualmente la realtà prevede che questo buco sia tappato dai produttori orientali che frequentemente però immettono sul mercato anche solo singoli pezzi personalizzati su richiesta del progettista a prezzi competitivi ma dalla dubbia qualità. Pezzi con i quali sicuramente si impara qualcosa e si va un pelino avanti fermandosi però nuovamente molto presto davanti al solito irrisolto problema. Come a dire, se si trattasse del mio esempio, che si trova la ditta orientale che realizza anche un numero ridotto di schede per il controllo di trazione a buon mercato, ma queste schede si danneggiano con le vibrazioni ogni 700 km per errori endemici di progettazione di cui invece l’italiano terrebbe largamente conto… se qualcuno glie lo lasciasse fare (e gli offrisse la libertà di poterlo imparare sin da quando sta portando avanti i suoi studi). Di seguito vi riporto qualche esempio di spreco di risorse che implica poi richieste di finanziamento troppo grandi o lo sperpero del capitale già disponibile in seguito ad un Autofinanziamento o ad una raccolta di CrowdFunding.

L’inseguitore solare di Diego – Parte seconda

Il mio amico Diego, già citato nel precedente esempio inerente gli inseguitori solari, ha fatto a suo tempo una richiesta di fondi molto alta per realizzare la sua idea (circa 200.000,00 Euro). Al di là del fatto che comunque l’emissione, in quel periodo, di una legge ad hoc gli ha impedito di raggiungere i suoi clienti* ed ha fatto chiudere diverse aziende innovative già presenti e operanti sul territorio italiano (cosa di cui non si parla mai tanto quanto si dovrebbe), ebbene, al di là di tutto questo c’è un errore madornale di impresa a carico del mio amico (mi perdoni la sincerità) e senza il quale il suo progetto sarebbe potuto andare avanti anche se con tutti i limiti derivanti dalla presenza di una legge sfavorevole. Diego aveva a sue spese già realizzato il prototipo reale e funzionante della sua idea e lavorava già da anni nell’azienda del padre che si occupa di impianti elettrici civili ed industriali. Diego però si era fissato di voler realizzare un’altra decina di impianti fotovoltaici integrati completi dei suoi inseguitori solari da esporre in ditta (voleva cioè fare “magazzino”, pratica assolutamente da evitare ogni qualvolta risulta possibile, la spiegazione è presente su tutti i testi di Economia ed organizzazione industriale anche delle scuole superiori).

Sarebbe invece stato sufficiente mostrare ai suoi clienti, ed ai potenziali futuri clienti, il suo prototipo funzionante e realizzare poi, di volta in volta su commessa, l’impianto richiesto dal cliente con il denaro da egli stesso fornito durante gli stati di avanzamento. La pratica in principio è sicuramente più laboriosa ma comunque legale, decisamente meno rischiosa (perchè non implica finanziamenti, garanzie e interessi) e più concreta. Oltretutto Diego, qualora avesse ottenuto il finanziamento di 200.000,00 Euro, avrebbe dovuto versare una quota consistente di interessi che facilmente sarebbe stata maggiore dei suoi guadagni, implicando di fatto un debito largamente prevedibile. Nel caso di Diego è stato un bene che il finanziamento non gli sia stato concesso perchè così non ha rischiato di perdere la casa (come garanzia), ma è stato un male per la società che lui abbia abbandonato un così valido progetto che può ancora raccogliere un largo consenso sugli impianti fotovoltaici Stand Alone (integrati o meno) indipendenti dalla rete e dotati di sistema d’accumulo.

*Specie in considerazione del fatto che gli utenti finali sono di frequente male informati sui temi del panorama tecnologico e tendono a scegliere solo le soluzioni incentivate non sapendo cosa si perdono…

La lavastoviglie innovativa di Renato

Il mio amico Renato ha inventato un sistema totalmente nuovo di lavaggio dei carichi delle lavastoviglie. Non ne riporto i dettagli di funzionamento per rispetto nei suoi confronti in quanto trattasi di informazioni riservate, ad ogni modo non è questo il punto. Il dispositivo ideato e realizzato da Renato permette di effettuare lavaggi efficienti con consumi estremamente più bassi anche delle migliori classi A++ presenti sul mercato. Renato è un altro di quei ragazzi dotati di menti prolifiche in continuo “ronzio” su tutto ciò che osservano e che li circonda. Il problema per Renato è stato ancora più complesso del caso precedente. Innanzitutto sapeva di non poter coprire la sua idea con un solo brevetto perchè sarebbe stato facile per la concorrenza cambiare un solo dettaglio e produrlo ugualmente senza il suo coinvolgimento (per una protezione totale infatti occorrono numerosi brevetti sulle varie parti del dispositivo più la protezione di tanti e tali brevetti in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, in Cina, in India, in Giappone, ecc. con costi improponibili per il privato).

Il secondo problema è stato rappresentato dal fatto che Renato dopo esser diventato Perito industriale ha proseguito i suoi studi universitari in altri ambiti, più precisamente in Economia e commercio. Questo ha segnato un deficit in ambito tecnologico, deficit che ha cercato di compensare affidandosi a terzi che hanno operato male sul progetto. Cosa è successo? Migliaia d’Euro sprecati per realizzare un prototipo del costo possibile di 200-300 Euro. Come? Per il semplice motivo che non era assolutamente necessario prototipare l’intera lavastoviglie ma era sufficiente prendere una lavastoviglie già esistente, persino usata, ed effettuare il solo lavoro di upgrade. Le genialità dell’idea di Renato sta nel fatto che la sua proposta costa pochissimo alle aziende ed è facilmente attuabile in breve tempo con contenute modifiche interne alle linee di montaggio. Il risultato è che alcuni signori orientali dell’elettrodomestico (trattasi di una grande azienda di cui non menzioneremo il nome) si sono presentati e non hanno trovato accordi con l’azienda di tutori, consulenti ed innovatori cui si è rivolto Renato. L’idea non era protetta e una carta vincente è stata giocata male. I consulenti volevano modificare** l’intera lavastoviglie con costi esorbitanti di stampi e di progetto mentre Renato sosteneva (ed io concordo circa la fattibilità) che fosse possibile lasciare inalterato il prodotto aggiungendo un semplice optional.

**Un po’ come se vi dicessero che per aggiungere i fendinebbia alla vostra nuova auto è richiesta la riprogettazione e costruzione da zero dell’intero veicolo. Voi affidereste responsabilità di innovazione del paese a menti rigide di questo tipo?

La ragazza del Marketing

Rimanendo sul filo logico del percorso formativo scelto per realizzare i propri progetti mi ha incuriosito di recente il caso di una ragazza che mi ha contattato per propormi una collaborazione con un noto sito web il quale offre preventivi di impianti per uso residenziale. Questa ragazza appare molto laboriosa, in gamba, con una gran voglia di fare ma, non me ne voglia qualora mi stia leggendo, con una pecca non trascurabile.

Costei scrive “articoli tecnici” per un sito web che si occupa di procurare preventivi per impianti residenziali (ad es. fotovoltaici, solari, di riscaldamento, ecc.) ma ha una formazione in economia e commercio. Quando si leggono i suoi articoli si osserva subito il suo entusiasmo ma, se si è del settore, si intravedono rapidamente diversi errori e lacune. Si nota che sono scritti senza conoscere realmente il funzionamento e le problematiche degli impianti e si nota che in definitiva non c’è una forte esperienza dietro a quanto viene scritto ma più una ripetizione di quanto sostenuto dalle ditte che offrono la sponsorizzazione aderendo al portale.

Quando però ci si limita a ripetere ciò che viene riferito da chi quei prodotti cerca solamente di venderli, si rischia di omettere importanti aspetti ed un lettore, che non è un tecnico, può non accorgersene e prendere tutto per buono. Il risultato è che così si rischia di creare confusione specie in coloro che decidono di affidarsi totalmente all’altrui professionalità. Il caos dell’informazione moderna deriva anche da questo. Non si contano più ormai i casi in cui ad esempio giornalisti affermati si limitano a realizzare servizi tecnici sulla base di quanto riferito dall’intervistato senza però andare a verificare la veridicità delle teorie sostenute.

Se si è laureati in economia e commercio, specializzati in marketing o esperti di giornalismo, cosa se ne sa di un ciclo termodinamico, di una struttura, della fattibilità di un progetto, della reale convenienza di una soluzione o delle sue alternative, di un metodo corretto o sbagliato di fare un lavoro tecnico in un cantiere o in un impianto? Onestamente… non a sufficienza. E’ un po’ come se io mi mettessi qui a scrivere articoli su ipotetici suggerimenti per compilare la dichiarazione dei reddititi. E’ ovvio che la questione non regge, no? Rivolgetevi sempre a persone profondamente preparate nel loro settore e che sanno rispondere alle domande più tecniche senza esitare e che, sempre senza esitare, sanno dire “non lo so” quando va detto.

Conclusioni

Se il fruttivendolo prende un finanziamento per aprire una ditta di energie rinnovabili e se il calzolaio si butta in edilizia perchè ipotizza che la cosa possa rendergli di più o se l’assicuratore apre un’officina perchè ha sentito parlare di autoveicoli e il geometra inizia di sana pianta a coltivare biologico… stiamo freschi. E’ come dire che gli altri che hanno studiato o maturato anni e anni di esperienza sono perfettamente sostituibili e quindi, ad onor di questa logica strampalata, quanto studiato/imparato non servirebbe praticamente a nulla. La versatilità nel lavoro può essere una grande opportunità solo se si ha modo di prepararsi a dovere sui temi che si affrontano, altrimenti si genera un nuovo tipo di inquinamento, l’inquinamento da lavoro non specializzato.

Quando non si conoscono i segreti di un mestiere, poi, è molto facile chiedere finanziamenti decisamente maggiori di quelli che occorrono realmente ed innescare una longeva serie di problemi legati alla perdita di denaro, delle proprie garanzie (e quindi persino della casa) e di importanti opportunità di carriera adornate da una buona competitività e da una valida credibilità che dia un seguito ad ogni progetto.

Continua…

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Giovane impresa

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La continua lotta contro il sistema Italia: La giovane impresa – Parte 1

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

Questo articolo segue da:
Vedi i “link correlati” riportati in basso.

La giovane impresa

Nel precedente articolo di questa rubrica (vedi in basso i link correlati, articolazione “L’istruzione e la formazione”) sono stati espressi, tra i vari temi, due nodi cruciali che meritano alcune righe in più per strutturare un contenuto in grado di offrirvi un reale vantaggio (specie se siete giovani studenti o giovani imprenditori e le vostre idee sono andate in contro ad attriti che non riuscite a spiegarvi).

Non capita spesso di poter leggere simili riflessioni* operate da qualcuno che, invece di sospettarle con una convinzione astratta (e quindi scarsamente utile perchè figlia della maldicenza), le ha vissute in prima persona (da qui l’importanza degli esempi a corredo proposti nel seguito). Del resto, oggi più che mai, sono assai rare le realtà che non appartengono a qualche “entourage” e possono considerarsi realmente neutrali come una piccola Svizzera. Viceversa, quando c’è un interesse dietro, anche le più brave persone tendono a dire una parola di meno ed a curare una volta di più il piatto dove mangiano (dilemma etico di larga diffusione).

Ci sono quindi dei punti chiave, dei nodi, che andiamo ad approfondire con le migliori intenzioni sperando di farvi risparmiare un mucchio di tempo ed inutili amarezze nel perseguimento dei vostri più sani obiettivi.

*Utili, anche se legittimamente si può non essere d’accordo, quantomeno per stimolare il ragionamento e la costruzione di teorie da argomentare, provare ed utilizzare come provocazioni quando la massa inizia a ripetere le cose a memoria senza più capire di cosa sta parlando.

Primo nodo
Tratto dalla nota 1 dell’articolo:
La continua lotta contro il sistema Italia: L’istruzione e la formazione

Passo citato

…Come a dire, in soldoni, che si cerca la collaborazione addomesticata degli studenti piuttosto che una sana competizione con essi (la quale produrrebbe reale innovazione tecnologica e sociale, minori spese per le famiglie, migliori servizi e maggiore libertà).

Nota a corredo del passo citato

Spesso ci si laurea con buoni propositi ma non si hanno gli strumenti per realizzare i propri progetti e quindi si va a lavorare per terzi. Quando si iniziano a proporre reali innovazioni ecco che arrivano le prime risposte negative, i primi “no” incomprensibili per il giovane che, in molti casi, deciderà presto di arrendersi dato che sta mettendo su famiglia, che la moglie gli chiede di non insistere, che vive la gioia di un nuovo piccolo arrivato in casa… E così, come sostenuto dal protagonista del film “This must be the place, Paolo Sorrentino, Italia, Francia, Irlanda, 2011″, Cheyenne (interpretato da Sean Penn), lo sai qual è il vero problema? Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “Un giorno farò così”, all’età in cui si dice “E’ andata così”.
Il motivo dei “no” risiede, nei casi peggiori, in “giustificati” timori delle principali figure di impresa di contravvenire a precedenti accordi di mercato quali ad esempio cartelli, monopoli, alternative poco gradite, controllo della domanda e dell’offerta, ecc.

Ulteriori spunti ed esempi sul primo nodo

Non vi sorprenderà sapere che sia io che diversi miei amici e compagni di studi (ma sarà capitato sicuramente anche a molti di voi) abbiamo, nel corso degli anni, richiesto più volte finanziamenti (del tipo espressamente dedicato agli innovatori, alle StartUp, agli studenti più ingegnosi e avventurosi) per idee gagliarde oggettivamente all’avanguardia. Ebbene tutte le idee che portavano reale innovazione sono state frenate o sottoposte a severe condizioni. Un esempio? Anche più di uno e in forma diretta:

L’eBike che poi ha fatto il record del mondo di autonomia

“Raffaele il tuo prototipo di bici elettrica ha troppa autonomia ne dobbiamo immettere sul mercato uno che copra molti meno chilometri altrimenti non se ne fa nulla!”

Progetto poi preseguito con successo autonomamente.

L’inseguitore solare di Diego – Parte prima

“Diego il tuo particolare meccanismo per inseguitore solare che triplica l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici integrati non verrà preso in considerazione perchè è uscita una legge che ne vieta l’uso negli impianti che usufruiscono di incentivi!”

Progetto con un alto potenziale ma abbandonato da Diego.

Il sistema di recupero energia di Nicola

“Nicola il tuo dispositivo di recupero dell’energia che permette alle navi attraccate in porto di risparmiare energia durante la sosta e, di conseguenza, inquinare meno non è stato preso in considerazione ma non sappiamo fornirti un motivo preciso.”

Progetto stimolante ma abbandonato da Nicola.

Il Financial Technology

Agli antipodi casi nettamente opposti con finanziamenti da capogiro (che tutti potete verificare con semplici ricerche) nell’ordine delle centinaia di migliaia d’Euro e, in alcuni casi persino di milioni e milioni di Euro, in ambito Financial Technology (ovvero per chi progetta nuovi dispositivi per effettuare pagamenti elettronici, per l’e-commerce; nuovo software e nuovo hardware che tiene traccia delle vostre attività, anche se vendete fiori, al fine di inviare dati -big data- a realtà a voi ora sconosciute che faranno perno su tali dati per spodestare la vostra attività con concorrenza sleale; e siti web dedicati a servizi finanziari; transazioni, tariffe e commissioni proposte in varie forme e vesti ma che gira e rigira rappresentano sempre la stessa solfa) ovvero nell’ambito in cui risiedono logiche dell’indebitamento e del controllo dei flussi di denaro.

Conclusioni

Richieste di cifre ragionevoli, nell’ordine di alcune decine di migliaia d’Euro e, in alcuni casi, anche solo di poche migliaia d’Euro, utili a realizzare dispositivi che offrono “immediato” progresso e vantaggi tangibili all’utente finale, sono state negate senza troppi giri di parole.

Come a dire, in sostanza, che se un’idea promuove un’alternativa che permette un concreto risparmio per l’uomo, questa difficilmente troverà un sostegno** e le persone difficilmente potranno avvalersi di vere nuove*** tecnologie utili per “risparmiare” e “migliorare realmente la qualità delle loro vite”.

**A meno che non provvediate da soli ad esempio con l’Autofinanziamento o, per chi preferisce, con il CrowdFunding.

***Tra l’altro attualmente già disponibili nella maggior parte dei casi, ma non diffuse

Se invece un’idea promuove un sistema che comporta carichi supplementari di spese, indebitamento, dipendenze e, ove possibile, speculazioni, ecco che ad un tratto l’ingranaggio diventa ben oliato e inizia a girare con attriti quasi nulli.

Continua…

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La continua lotta contro il sistema Italia: L’istruzione e la formazione

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

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L’istruzione e la formazione

E’ risaputo che in Italia la formazione universitaria teorica è ai vertici mondiali per la qualità dei contenuti, per le nozioni insegnate e per come gli studenti sono chiamati ad ingegnarsi e a trovare soluzioni autonomamente al fine di affrontare il loro percorso di studi (anche se solo in pochi riescono a trarre una reale utilità da questo terzo punto; più avanti nella lettura, infatti, vi sembrerà un paradosso che sia possibile trarre importanti utilità da un sistema che in realtà non mostra la volontà di fornire un set completo di strumenti allo studente).

E’ altrettanto risaputo però che l’Università in Italia non ne vuol proprio sapere di coniugare teoria e pratica, dotando in troppi casi gli studenti di enormi capacità teoriche ma di scarsi strumenti per portare a termine un progetto da soli concretizzandolo. Per farlo sono costretti nella maggior parte dei casi ad andare all’estero in paesi ove si verificano situazioni esattamente opposte, ovvero dove ci sono menti rigide, generalmente poco abili nel problem solving, ma molto pratiche una volta che sono instradate in una direzione valida.

Nonostante timidi tentativi dell’Università italiana di iniziare a coniugare il mondo degli studenti con il mondo del lavoro e dell’impresa, è evidente da problematiche come quelle trattate nei nostri articoli nodali (vedasi la sezione “Articoli nodali” della pagina STUDIO) che non si vuole concedere agli studenti la totalità degli strumenti utili per fare da soli. Si cerca quindi di renderli sempre dipendenti da qualcosa, da qualcuno e, prevalentemente, da realtà già esistenti che deficitano di menti nuove e che ne hanno bisogno per mantenersi in vita e non essere surclassate dai nuovi rampanti.

Come a dire, in soldoni, che si cerca la collaborazione addomesticata degli studenti piuttosto che una sana competizione con essi (la quale produrrebbe reale innovazione tecnologica e sociale, minori spese per le famiglie, migliori servizi e maggiore libertà*).

Il fatto è che solo in rari casi gli studenti brillanti (che, attenzione, non sono necessariamente solo quelli che conseguono votazioni alte, bensì anche quelli che hanno menti brillanti a 360° su una media di parametri teorico-pratici e quindi nello studio e nelle capacità necessarie a concretizzare le parole, le idee, le teorie…) trovano quello che meritano. Sto parlando ad esempio di ottimi mentori che insegnino loro i segreti del mestiere (almeno una parte introduttiva utile come avviamento di qualità salva-errori grossolani), la praticità, i metodi che l’esperienza ha fornito loro per risolvere numerosi problemi; sto parlando di una retribuzione adeguata (non immotivatamente alta ma proporzionata e rispettosa del valore fornito da una mente ad un’azienda), di un trattamento e di una stima adeguata (senza esclusione di conflitti né alimentata da teatrali perbenismi, bensì densa di esperienze di vita utili a crescere, continui confronti, eventuali disaccordi ma nel rispetto condiviso delle parti). Non che si pretendano lussi e vizi (altrimenti il rendimento, è risaputo, calerebbe drasticamente in tempi ridotti) ma almeno valorizzare e stimolare in maniera intelligente a far meglio, a dare sempre il massimo, a spostare il limite di volta in volta un pelino più avanti rendendosi conto che non si sa tutto (si può al limite solo crederlo in una fase iniziale di non completa maturazione) ma almeno l’Università (e magari prima, nel nostro caso, un istituto tecnico o professionale) avrà preparato anche alla realtà oltre che alla pura e incompleta teoria.

In Italia il confine tra il concetto secondo il quale l’Università non ti deve insegnare nulla ma ti deve fornire un’ottima infarinatura di base, affinché tu possa poi studiare da solo, ed il concetto secondo il quale invece è bene abbinare sempre la pratica alla teoria, al fine di avere una preparazione più completa che renda libero lo studente di intraprendere, è molto sottile ed equivocabile (spesso motivo di ampi dibattiti).

*Spesso ci si laurea con buoni propositi ma non si hanno gli strumenti per realizzare i propri progetti e quindi si va a lavorare per terzi. Quando si iniziano a proporre reali innovazioni ecco che arrivano le prime risposte negative, i primi “no” incomprensibili per il giovane che, in molti casi, deciderà presto di arrendersi dato che sta mettendo su famiglia, che la moglie gli chiede di non insistere, che vive la gioia di un nuovo piccolo arrivato in casa… E così, come sostenuto dal protagonista del film “This must be the place, Paolo Sorrentino, Italia, Francia, Irlanda, 2011”, Cheyenne (interpretato da Sean Penn), lo sai qual è il vero problema? Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “Un giorno farò così”, all’età in cui si dice “E’ andata così”.
Il motivo dei “no” risiede, nei casi peggiori, in “giustificati” timori delle principali figure di impresa di contravvenire a precedenti accordi di mercato quali ad esempio cartelli, monopoli, alternative poco gradite, controllo della domanda e dell’offerta, ecc.

Esempi di risposte logiche

Primo esempio

Ho parlato di recente (e negli ultimi 2 anni) con diversi studenti di Ingegneria Elettronica ai quali ho chiesto di realizzare alcune schede elettroniche da integrare nei miei progetti (coniugando quindi i miei studi in Ingegneria Meccanica con i loro in Ingegneria Elettronica in una prolifica collaborazione di menti) ed ho ottenuto risposte che personalmente mi hanno spiazzato. Nonostante le loro alte votazioni mi hanno informato di non saper realizzare una scheda elettronica (nel mio caso particolarmente semplice) e alcuni hanno persino aggiunto che a loro modo di vedere non è compito dell’Università insegnarlo. Io personalmente ritengo che non si può essere laureati, magari con 110 e lode e non saper realizzare concretamente almeno le basi di quello che si è studiato. Capisco che per la massa di Ingegneria Meccanica la situazione è la medesima che per gli studenti di Ingegneria Elettronica in quanto non sanno ad esempio metter mano ad un tornio e scegliere un utensile, un numero di giri ed una velocità di avanzamento al fine di effettuare anche solo una semplice lavorazione di smusso, però… se sei veramente interessato a quanto stai studiando dovresti metterci del tuo e, non appena trovi difficoltà, poter contare sui professori più virtuosi al fine di completare la tua formazione avendo magari a disposizione un ottimo supporto universitario.

Imparare a costruire una scheda elettronica non sarà compreso nel piano di studi ma dovrebbe essere compreso nei desideri di uno studente appassionato e l’Università, a mio avviso, dovrebbe dare a costoro la possibilità almeno di un’opzione pratica. In altre parole, un corso interno per chi è interessato, un laboratorio, un’esperienza pratica di almeno qualche settimana in azienda per chi nutre questo veniale desiderio mentre sta sostenendo gli esami.

A mio modo di vedere, se c’è ad esempio una scuola per imparare a fare il pane, non è concepibile insegnare gli ingredienti, la loro chimica, le normative vigenti, l’igiene, gli strumenti necessari alla lavorazione e poi non mettere in mano un impasto al candidato per dirgli: “Bene, ora prova a lavorarlo, vedrai come si stancheranno le tue dita, i tuoi polsi, le tue braccia, le tue spalle, vedrai come si comporta il lievito, vedrai come si usa realmente un forno, come si rischia di bruciare il pane o di farlo troppo salato o deforme…”. O no?

Primo esempio – Parte seconda

Inizialmente il tentativo di dotare i miei prototipi di dispositivi elettronici su misura poteva avere solo due esiti, o la completa riuscita a fronte di spese mastodontiche** presso le aziende di settore, o il completo fallimento per abbandono del progetto. Tutti i ragazzi intraprendenti con cui mi sono confrontato mi hanno confermato che a loro è andata sempre nel secondo modo e sarebbe stato così anche per me se non avessi caparbiamente deciso di applicare un metodo alternativo anche questa volta.

Ho semplicemente (si fa per dire) preso in mano i libri dell’altro corso e mi sono messo a studiare le basi di elettronica ed elettrotecnica (la fisica e la matematica che ci sono dietro), nel frattempo mi sono procurato anche i materiali per studiare, analizzare e programmare schede atte a questo tipo di utilizzi e per costruire schede completamente nuove (decisamente più semplici) fatte interamente da me. Quindi mi sono procurato i contatti con tecnici che mi hanno fornito opportune indicazioni introduttive per la costruzione di semplici schede elettroniche (per il momento, visto che sono un principiante, solo ad uno o due layer).

Se questo può sembrare folle, controcorrente o persino sbagliato e magari, date le stravaganze di questo paese, inaccettabile, non dico che posso capire ma almeno immedesimarmi*** nei panni di chi ha altri punti di vista o altre procedure in mente, sì.

Il fatto è che in tal modo le risorse cui devo prevalentemente attingere sono le mie capacità di applicarmi e la gestione del mio tempo ma, cosa decisamente ed iperbolicamente più importante, in questo modo una potenziale rinuncia, un potenziale fallimento, si trasformano in un agognato successo. Anche parziale, lo ammetto, anche pieno di errori (sicuramente), anche completamente da rifare o impostato male, ma senza dubbio con un nuovo grosso carico di nozioni apprese, maggiore libertà, maggiore concretezza nel passaggio da un’idea al progetto finale utilizzabile dall’utente e con la possibilità, studiando ulteriormente, di migliorare di volta in volta l’intero pacchetto.

Sapere che si è stati in grado di realizzare (concretezza) una scheda elettronica che interagisce con un controller di un powertrain elettrico al fine di implementare un controllo di trazione su un mezzo che è capace di esprimere una coppia spasmodica ed aver sbagliato tante cose (concretezza) che si perfezioneranno poi (ancora concretezza) al secondo, terzo, quarto step… ha a mio avviso un valore incredibilmente più elevato del non realizzare nulla, abbandonare il progetto che rimarrà un’idea (astrattezza) e subire la frustrazione “pensando” (ancora astrattezza) che se si fosse trovato uno studente particolarmente appassionato, si sarebbe potuto fare… forse… (condizionale), oppure che se si fosse disposto di un ingente capitale (ancora condizionale)…

Ecco, diciamo che questo paese è denso di astrattezze e condizionali e sovente carente di concretezza e questo uno studente volenteroso non lo deve più accettare e può, per quanto gli compete, porre rimedio usando la sua più grande risorsa, la sua mente****.

**Giustificate dalla realizzazione di un singolo pezzo per ogni dispositivo richiesto.

***C’è stato persino chi, anche solo per un attimo, mi ha etichettato con demerito per questo senza comprendere che non era per me possibile spendere qualcosa come 7000 Euro per la produzione in pezzo unico (presso le aziende del settore) di una scheda elettronica del valore commerciale di 60 Euro. Questa, una volta testata, poteva persino risultare incompleta o errata per la nostra applicazione o, ancora, diventare obsoleta troppo presto.

****Risorsa che tanto più si allena, tanto più funziona.

Continua…

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Una delle implementazioni elettroniche ai nostri progetti prevede un semplice sistema di Traction
Control (impostabile su più livelli o escludibile) che permette di affrontare qualunque percorso
(chiuso al traffico) con prestazioni impressionanti riducendo al contempo l’impegno fisico e mentale di
guida. Dispositivi di tale attrattiva possono avere costi esorbitanti se sviluppati da terzi in piccola serie,
mentre le collaborazioni tra studenti di diverse facoltà possono risultare ben più prolifiche ma assai più
difficili da trovare per la mancanza di integrazione pratica alla teoria studiata. L’estensione del proprio
percorso di studi può permettere di annullare le distanze tra un’idea e la sua concreta realizzazione
ma richiede un enorme impegno extra ed una passione smodata.

La continua lotta contro il sistema Italia: Le infrastrutture

Rubrica: Così è la vita

Titolo o argomento: Risolvere i problemi dell’Italia da soli

Questo articolo segue da:
Vedi i “link correlati” riportati in basso.

Le infrastrutture

Molti pensano che quando troviamo le strade tutte rotte e la vettura sobbalza l’unico problema sia la perdita di comfort di marcia ed il pranzo che ci torna su. In realtà non è solo questo il problema, strade rotte significano migliaia d’Euro di spese di manutenzione straordinaria per ogni automobilista. Si danneggiano i supporti motore che devono frenare le eccessive accelerazioni verticali cui sono soggetti motore e accessori motore. Si danneggia il comparto sospensioni, ovvero l’insieme costituito da ammortizzatore idraulico, duomo (ove va bloccato superiormente l’ammortizzatore), triangolo che sostiene l’ammortizzatore dal basso, giunti, silent block (riferito agli schemi di sospensioni classici). Si danneggiano inoltre le testine di sterzo ed i cuscinetti delle ruote, per non parlare poi delle sollecitazioni che usurano in maniera anomala e precoce i pneumatici, rendono il telaio meno rigido, mandano in tilt numerose parti dell’impianto elettrico del veicolo. Ma non solo! Aumentano i consumi di carburante*, si allenta tutto l’interno dell’abitacolo (sia le parti incollate che avvitate relative al cruscotto ad esempio) innescando fastidiose vibrazioni (che si manifestano tanto prima quanto più è ridotta la qualità e la cura dell’assemblaggio del veicolo, ma questo è un altro discorso).

Senza poi considerare il cospicuo aumento di incidenti stradali dovuti alla perdita di stabilità dei veicoli, al tentativo di evitare in extremis una buca vista all’ultimo momento ed ai comportamenti sempre meno prevedibili di automobilisti che, per evitare di danneggiare l’auto, iniziano a percorrere lunghi tratti di strada contromano (specie nell’extraurbano) per evitare le buche in serie magari presenti solo da un lato della strada. Non si capisce quindi se chi in lontananza procede sulla tua stessa corsia, ma verso di te, lo stia facendo perchè in stato di ebrezza, perchè guarda lo smartphone o perchè evita più buche possibili prima di rientrare nella sua corsia.

Nel mio caso addirittura gli interi tratti tra casa e Università, tra casa mia e dei miei amici, tra casa e centro e  tra tutte le strade che portano ai principali punti di interesse della città, sono completamente, e gravemente, dissestati. Gravemente significa che il livello di danno è così elevato che una distrazione può causare un incidente mortale. Significa che percorro più volte al giorno circa 30 km di puro (e sottolineo che il termine puro non è usato come un’iperbole) fuoristrada “professionale”. Con l’aggravarsi della situazione è divenuto necessario modificare lo stile di guida, apprendere nuove tecniche, dotarsi di mezzi** in grado di reggere tali crescenti sollecitazioni e, in tutto questo, nemmeno un rimborso da parte degli organi competenti, magari con uno sconto sui bolli che anzi, continuano ad aumentare. In virtù del contrario è stata persino introdotta irresponsabilmente la tassazione piena per i veicoli d’epoca di età compresa tra i 20 ed i 30 anni, ossia quei veicoli che mai useresti su strade di questo genere, quei veicoli che rappresentato una delle più grandi passioni di questo paese.

Se ci fate caso, da che tempo e tempo, viene sempre tassato in maniera incisiva ciò che tiene in vita questo paese, ciò che lo ha reso rinomato in tutto il mondo mentre decenni di opportunisti silenziosamente lo depredavano. L’Italia è basata sulle passioni, ne ha fatto un prestigio, un motivo di orgoglio in tutto il mondo ma nemmeno queste virtù, a quanto pare, meritano un minimo di rispetto.

*L’inquinamento provocato dalle continue frenate e dalle seguenti “ri”accelerazioni per evitare buche o affrontarle a velocità moderate, è molto, ma molto maggiore, di quello che si avrebbe utilizzando il medesimo veicolo su strade sane e senza filtro antiparticolato o sistemi EGR. Ciò che realmente riduce l’inquinamento non viene curato e, guarda caso, non comporta l’acquisto di nuovi veicoli.
**Vedi il paragrafo “Secondo esempio” di seguito.

Esempi di risposte logiche

Primo esempio

Data la mia passione per le vetture e le moto prettamente da pista ed il mio interesse piuttosto limitato per i veicoli stradali, la mia risposta non è tardata ad arrivare (già diversi anni fa) privandomi della mia auto stradale. Niente più bollo, niente più assicurazione, niente più revisione, niente più mantenimento, ricambi, carburante, spese extra per danni causati dal manto stradale, niente di niente. Oltre all’immenso risparmio di denaro che ho destinato ai miei studi ed alle mie ricerche (rendendo così inutili finanziamenti e logiche dell’indebitamento), ho ottimizzato i miei spostamenti facendo a metà con l’auto di mio padre il quale la condivide con me senza problemi ottenendo in cambio tutta l’assistenza di cui necessita gratuitamente (ci guadagnamo in due). In circa 10 anni ha risparmiato oltre 9.000 Euro di spese di manutenzione ed ha risparmiato altri 40-45.000 Euro per l’acquisto di altre due eventuali auto (confronto basato sulla sostituzione media, seppur assurda, stimata attualmente dagli operatori del settore). Cifre minori, ma dello stesso ordine di grandezza, le ho risparmiate anche io grazie alla “macchina che non ho”. Ed ecco come si recuperano decine di migliaia di Euro per studiare e ricercare, con qualche piccolo sacrificio di comfort, senza “indebitarsi” e senza pendere dal consenso o meno di terzi.

Due persone, una macchina, sembra persino assurdo ai tempi d’oggi e se lo pensate (in parte) vi capisco. Per il resto mi muovo in moto e, più frequentemente, con i miei prototipi elettrici a costi che fanno ridere (senza considerare che, ciò che costruisco io (al momento solo per me stesso) non è afflitto da obsolescenza programmata. Ciò che si rompe infatti, o l’ho progettato male, o l’ho usato allo sfinimento (ho all’attivo, passati i 30 anni, ben 1 milione e mezzo di km percorsi con auto, moto, bici… praticamente ho l’endurance nel sangue). Questo per dire che, se accuso gli effetti di un disservizio, posso avere la facoltà di tagliare “legalmente” i fondi a chi quel servizio non me lo fornisce più. Nel mio caso vinco io, nel caso di molti altri, che non hanno alternative, magari per questioni di lavoro, familiari o di orari o perchè particolarmente legati alle abitudini, purtroppo non va così. L’importante è sapere che le “strade” ci sono, possono essere scomode ma regalare grandi soddisfazioni (in sostanza la tanto agognata felicità***).

***Ricordate che torna più soddisfatto a casa dalla famiglia colui che ha faticato, ha sudato, magari è stato scomodo, ma ha compiuto la sua opera, piuttosto che un uomo avezzo al non far nulla e desideroso di continue comodità. Un po’ come quando, in seguito all’attività fisica sportiva preferita, ci si sente positivamente stanchi, stanchi scaricati, stanchi rilassati, stanchi liberi.

Secondo esempio

Per garantire la mia sicurezza ho dovuto acquistare una vecchia moto da enduro che ho provveduto a rimettere a nuovo da solo (non solo perchè si tratta di una mia particolare competenza professionale ma anche per limitare drasticamente l’ammontare della spesa e, in particolar modo, per limitare “l’ingiustizia” di una spesa che non volevo compiere). L’ho acquistata con diversi acciacchi ma con il telaio perfetto e le carene come nuove. Motore, forcella, forcellone, freni, elettronica, accessori, parti arruginite, impianto di raffreddamento,  trasmissione, ecc., li ho completamente ricostruiti. Ma il tempo non si può perder così quando si ha altro di più importante da fare. La moto da corsa che usavo prima non l’ho venduta, l’avrei ritenuto un sopruso, una violenza… ma è comunque ferma e la posso usare solo in pista anche se passeggiarci per strada mi faceva, a suo tempo, un gran piacere.

Per la mia attuale moto da enduro sto costruendo un powertrain per trasformarla in elettrica/ibrida che, qualora l’Italia non volesse omologarmi, potrà circolare comunque considerato che le motorizzazioni di ben 3 stati della Comunità Europea mi hanno già confermato che lo faranno volentieri (alle volte penso che ci “schifano” proprio e quando vedono giovani che si danno da fare, ho come l’impressione che diventino quasi caritatevoli… sob. Un tempo si diceva “Meglio invidia che pietà”, oggi invece…).

Continua…

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High angle view of a pothole with two traffic cones

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