La vita è destabilizzante per sua natura

Rubrica: Può succedere anche a te

Titolo o argomento: Il folle abuso di potere di una direttrice di banca invidiosa che voleva distruggere la mia azienda

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Parte 1 | La vita è destabilizzante per sua natura

Da tutta la vita percepisco il tempo in un modo diverso. Sin da bambino guardavo avanti ad ogni cosa per farla meglio quando poi ci arrivavo. Immaginavo cosa avrei fatto un istante dopo l’attimo su cui poggiava una gamma di scelte e poi dilatavo il tempo per vedere più definito, per vedere oltre, per vedere le probabili combinazioni di conseguenze che avrei innescato.

Cercavo le persone adulte, e persino anziane, più dei miei coetanei. Con i miei coetanei mi “occupavo” di tutta la parte che riguardava il gioco, dove ero il giullare per eccellenza. Le scempiaggini che ho fatto non si contano. Tuttavia mi stancavo presto e sparivo per lunghi periodi in cui andavo a trovare i grandi nelle loro aziende, quelle che potevo raggiungere in bicicletta vicino casa.

Gli chiedevo come facessero a fare delle cose che a me sembravano impossibili come ad esempio costruire un mobile, smontare un motore intero da un’auto, costruire il telaio di una casa. Ricordo che assillai non so quanti falegnami per capire come faceva, un bar che conoscevo, ad essere arredato con un legno nero elegantissimo. Scoprii ben presto la figura dell’ebanista, introvabile, e il suo sostituto elementare di terza classe, il laminato plastico, la cui unica difficoltà di lavorazione consisteva nel giungere correttamente le varie lamine per dare l’idea di continuità, di monolitico.

Mio padre mi insegnava la sua specialità, la parte elettrica delle cose. All’epoca non sapevo come applicarla e non lo ascoltavo moltissimo. Oggi, praticamente, quasi non faccio altro. C’è elettronica, elettrotecnica e meccatronica ovunque. Come cambiano le cose eh? 🙂 A scuola ogni tanto portavo cose elettriche a batteria, oggetti non ben definiti che in sostanza erano parti rotte dei miei giochi ricondizionate da mio padre aggiungendo una piccola pila, dei led, il cavo del positivo interrotto da un interruttore o da un pulsante ricavato da qualche elettrodomestico, il cavo del negativo, qualche piccola scheda elettronica che faceva lampeggiare quelle luci o aggiungeva una sirena (buzzer). Cose così… cose che poi, con crescenti basi di elettronica, mi hanno portato a saper costruire interi dispositivi con precise funzioni.

Al compleanno di un mio caro amico, alcuni anni fa, portai un dispositivo improvvisato in un’ora. Un telaietto con una batteria, una sirena, un led ad alta luminosità, un termostato, un pulsante normalmente chiuso, un mosfet, il cablaggio, una ventola di raffreddamento, una piccola interfaccia touch artigianale fatta in casa e poche altre cose. Tutto fatto con mio padre. La lettera di auguri per il compleanno del mio amico era attaccata sotto un pannello in policarbonato trasparente posto in cima all’assieme e sollevato il quale si avviava un led molto potente che produceva calore rapidamente. Il calore era trasferito al termostato e, ad una precisa temperatura, chiudeva il circuito che avviava la sirena dell’allarme di un’auto (nel ristorante, immaginate che casino…). Il gioco consisteva nello scoprire come disabilitare il sistema prima che la sirena incominciasse a suonare. I comandi, per i quali mi ero ispirato al film Predator, erano tutti touch e avevano forme che non ti facevano intuire subito di essere dei controlli del dispositivo (altirmenti sarebbe bastato premerli tutti per avvicinarsi alla soluzione rapidamente). Si trattava di una stupidaggine, sicuramente, ma era pieno di dettagli tecnici curati debitamente: i cablaggi, la sicurezza elettrica, la sicurezza termica, la sicurezza acustica per interrompere quel frastuono in caso di imprevisti. Tante piccole cose che provenivano da esperienze e giochi iniziati da bambino…

Quando scoprivo come si costruiva una parte di una casa portavo i miei amici a vedere l’interno dei cantieri accompagnato da costruttori che all’epoca erano orgogliosi che ai bambini piacesse. Alle scuole medie la professoressa di Educazione Tecnica ci diede un compito sui materiali impiegati in edilizia; il compito era basato sulle informazioni che avevamo nel libro di testo e su quello che era stato spiegato in classe. Quando portai una intera tesina scritta da me con tanto di illustrazioni fotografiche (rullini da 36 pose, 200 ISO e foto “appiccicate” con il biadesivo in spazi liberi che avevo appositamente lasciato tra un testo e l’altro, non avendo ancora strumenti di impaginazione e di editing) la Professoressa non credette che potessi averla realizzata io e pensò fosse opera dei miei genitori.

Oggi lo comprendo, ci rido su, ma all’epoca, ogni volta che mi capitava, ci rimanevo malissimo. Mi chiedevo che cosa ci andassi a fare a scuola a perdere tempo; dal mio punto di vista non si imparava nulla e non c’era spazio per nulla che la fertilità mentale volesse far germogliare. Ora penso l’esatto opposto, tutte le esperienze problematiche a scuola, una volta sormontate, mi hanno portato brillantemente ai migliori anni dell’Istituto Tecnico Industriale e poi alla stupenda esperienza universitaria. Sarebbe stato un terribile errore sottovalutare l’importanza della scuola, delle delusioni offerte dalla scuola, dei contrasti con quegli insegnanti che non mi comprendevano. Oggi adotto, anche senza accorgermene subito, moltissime delle perle apprese soprattutto negli anni difficili. Mai darsi per vinti, mai cedere. Se è difficile c’è un motivo, se è difficile da qualche parte ti sta portando.

Da bambino vedevo l’età adulta, osservavo gli adulti, li guardavo quando guardavano le cose per capire che reazioni avessero nelle diverse situazioni. Ero convinto che gli adulti sapessero tutto e per questo avevo un rispetto forse eccessivo. Li guardavo mentre facevano un acquisto, li guardavo mentre sceglievano qualcosa, mentre parlavano del più e del meno o di qualcosa che li premeva molto. Li guardavo quando si occupavano di qualcosa che gli piaceva, come ad esempio una motoretta d’epoca, una barca per pescare, un attrezzo particolare. Gradualmente mi sembravano sempre più dei bambini con la barba e con il recapito delle bollette. Per un periodo non capii la differenza tra adulti e bambini. Mi interrogai molto su questo e solo crescendo, e passandoci, mi resi conto. Ma mi ero già predisposto a voler capire, a lasciare ampi spazi al dubbio, a cambiare ottica.

Cercavo le persone che sapevano fare qualcosa, quelle più a portata di incontro, quindi artigiani, professionisti, piccoli imprenditori locali. Alcuni mi prendevano in simpatia quando li andavo a trovare, altri, li capisco, mi vedevano come una rottura di scatole non da poco. Giustamente.

A dieci anni mi giravo da solo tutta l’intera Fiera Campionaria, i padiglioni, gli stands, andavo a trovare tutti, ogni giorno, per una settimana intera. I miei genitori avevano un bello stand, ne ero felice. Mi scaricavo dalla mattina alle nove fino a crollare contento ad orario di chiusura verso mezzanotte. Conoscevo tutti gli operatori, tutti i responsabili, tutti gli standisti, tutte le ragazze ed i ragazzi del bar, dell’intrattenimento, le modelle che portavano la bellezza e l’eleganza a quell’atmosfera all’epoca ricca e fiorente, le hostess che invitavano alla prova dei prodotti, il personale di sicurezza, il personale di servizio, tutti… Non esisteva timidezza, non esisteva imbarazzo, mi sembrava di conoscere bene gli adulti e persino di riuscire a metterli in difficoltà qualche volta con domande filosofiche; quindi qual era il problema nel confrontarsi con loro? Potevamo dialogare. Di lì a poco sarei potuto entrare tranquillamente nel mondo degli adulti, fare la gavetta per lavori specializzati, proiettarmi nel mio futuro.

Da bambino vedevo l’età adulta e studiavo e ristudiavo come avrei fatto ogni cosa nel modo migliore possibile. Non so perché ma ascoltavo anche gli anziani. Gli altri bambini e ragazzini sbadigliavano quando parlavano gli anziani. Io invece li andavo persino a trovare; era il mio viaggio nel tempo. Parlavo con persone che avevano 50 o 60 anni più di me e ascoltavo l’epilogo di scelte corrette, di scelte sbagliate, di scelte personali. Ora mi sembra di aver vissuto il doppio, il triplo, in ogni caso non meno di 80 anni. Vedo già in profondità la fine della mia vita. Non ho nemmeno un secondo da sprecare. Se anche campassi 100 anni non mi basterebbe il tempo per tutto quello che ho in mente. Vedo oltre, sono già scomparso… se non mando a quel paese tutte le zavorre per fare solo ciò per cui sono nato.

A quelle persone che cercano costantemente di fermarmi barando: basta. Non sono più tanto buono, adesso infliggo anche dolore. Sono stato costretto ad imparare, per spirito di sopravvivenza. Un dolore elaborato, sofisticato perché porta danno pur osservando i miei due requisiti fondamentali: rispettare le persone, rispettare le leggi (vedi, tra i link correlati, Parte 6: Sconfiggete il vostro nemico con risultati di eccellenza, fanno più male di qualunque arma). Perché io la mattina non mi alzo per danneggiare la vita altrui e non comprendo perché le persone descritte all’inizio di questo saggio, invece, usino gli strumenti più scorretti per danneggiare la mia. Al di là del mero interesse, nemmeno la semplice invidia è una giustificazione tollerabile, perché stanno perdendo tempo per qualcosa di molto stupido. Riesco e riuscirò anche impiegando più tempo, mentre loro avranno sprecato le loro vite soffrendo come animali sbranati dalle loro stesse insipide azioni.

Ora sto realizzando un complesso progetto industriale. Ci sto lavorando da circa due anni. Ne ho, dal principio, calcolato i dettagli arrivando fino alla più semplice vite. Lo guardo e vedo qualcosa di straordinario. Non capisco come lo abbia concepito e messo in piedi, tra l’altro senza ausilio alcuno di banche. Zero. Non ho più fiducia. Non ho tempo da dedicare a sondare seconde occasioni. In principio doveva essere un solo capannone e poi… chissà? Per ora non vi dico nulla 🙂 In questi ultimi quattro anni le cose sono cambiate moltissimo. Ho attraversato difficoltà talmente snervanti che sono stato costretto a studiare soluzioni proporzionali. Mai avrei pianificato un progetto così grande, così affascinante, così tecnologico se la direttrice non avesse commesso tutte quelle illegalità.

Una realtà che la direttrice della banca mi voleva impedire di realizzare ora sta diventando qualcosa di talmente più vasto del progetto iniziale che chi ne è a conoscenza, e ha visto come ho fatto e come sto facendo, mi ha detto, cito testualmente: “Perché non ci scrivi un libro!” 🙂 Non mancherò, anche secondo me potrebbe essere un buon libro, per tutte le fasce di età a partire dai ragazzi fino ai veterani. Probabilmente integrerò questa esperienza tra quelle raccontante nel mio libro (progetto ancora aperto) “Ci sono le saponette in bagno. Esperienze costruttive di giovane impresa” (vedi la pagina Literature di questo Blog) in cui spiegherò solo al suo interno il suggestivo perché di questo titolo.

Sto lavorando ad una delle mie personali sale operatorie della tecnologia avanzata, con tutti i laboratori necessari, studi, officine, hangar, spazi attrezzati, impianti sofisticati, innovazioni… dove risiedono strumenti, macchinari e tecnologie che tanto mi si voleva impedire di realizzare. Per quale motivo poi? Perché da me si volevano solo le idee per passarle a chi ha avuto papà e nonni virtuosi capaci di grandi cose, grandi progetti, grandi sacrifici nel dopoguerra, ma figli e nipoti in decadimento che hanno agganci con il credito, o residue disponibilità economiche di un tramonto inevitabile, legato a poche virtù. Cresciuti nelle eccessive facilitazioni, nell’altrui scherno, nell’imbrattamento delle vite di innocenti perché non comprendono che, per un breve segmento temporale:

“È solo un caso che siano cadute le mie regole e non le sue”. Cit. Vincenzo Salemme, Lo strano caso di Felice C., Vincenzo Salemme, Italia, 1996

Ma quel segmento temporale era la forgia. L’alta temperatura, lo stampo che improvvisamente ti colpisce, tu che non sai cosa sta succedendo. E poi ti ritrovi forte e formato.

Cara figlia degli intrallazzi, troppo devi tribolare…

La vita è destabilizzante per sua natura. Cercare le sicurezze e la stabilità, copiare il compito, vincere sempre, mandare l’acqua “all’insù” facendo perno su associazioni trasversali… fa di una persona, una persona debole, storta, ricurva, che un giorno urlerà nella più totale solitudine contro una parete di grigio smaltata reclamando la restituzione di quell’occasione di vita, quella persa, volutamente persa, quando scelse il complicato gusto dell’artifizio in luogo di tutto ciò che di grande e buono era naturale e sobrio coltivare.

Raffaele

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Prologo | C’è una galassia persino in un piccolo barattolo di china
Introduzione | Domande che aprono alla lettura del saggio

Parte 1: Se conosci hai netti vantaggi
Parte 2: Sembrava una brava persona ma è il nostro concetto di brava persona che è sbagliato
Parte 3: Dalla Fisica Generale alla vita quotidiana
Parte 4: La direttrice criminale a cui piace uccidere lentamente e sadicamente
Parte 5: La disciplina, il bene, le arti marziali per la difesa, l’intelletto… i mezzi migliori
Parte 6: Sconfiggete il vostro nemico con risultati di eccellenza, fanno più male di qualunque arma
Parte 7: Perché dicono che non te lo meriti? Oltre lo specchio di un vecchio arcano italiano
Parte 8: Il crollo di un castello di carte con un soffio di psicologia. Smantellare avversari fittizi
Parte 9: In Italia ti perdonano tutto tranne il successo

Pillola 1: L’alba di un nuovo grande capitolo d’impresa
Pillola 2: Mi raccomando, non fare scherzi, mi ci gioco l’intera vita su questo progetto!
Pillola 3: Iniziano le richieste e gli abusi della direttrice che preme per avere “qualcosa” in cambio
Pillola 4: Il furto di identità sospetto e la tutela enorme fornitami dalla Banca d’Italia e dal CRIF
Pillola 5: La direttrice esordisce con “Tu ci usciresti con mia figlia?”
Pillola 6: Non tutti gli illeciti della direttrice vanno in porto
Pillola 7: Speculatori inviati dalla direttrice per tentare l’assalto a casa mia
Pillola 8: Arrivano i soccorsi! Ma la direttrice li respinge…
Pillola 9: La direttrice distrugge la documentazione e inizia a delirare davanti a tutti
Pillola 10: La direttrice dichiara il falso all’ispettorato della banca, “Era solo una chiacchierata!”
Pillola 11: Il tentativo di hacking per distruggere le prove
Pillola 12 – Disponibili tra poche ore : )
Pillola 13
Pillola 14
Pillola 15
Pillola 16
Pillola 17
Riferimenti utili
Conclusioni (parte 1, parte 2)

Estensioni

La vita è destabilizzante per sua natura
A cosa serve l’Arte?
Prendi un foglio bianco e progetta da zero – Reazioni costruttive

Complementi

Pagina Literature
L’Italiano, La Matematica e la Comunicazione visiva
Sempre di più: Viaggio dentro le proprie progressioni
Pensiero, ragione, presa di coscienza, paura…

Complementi neuroscientifici e filosofici

Lifelong Learning. L’apprendimento che non finisce mai: Un vasto territorio chiamato Cervello
Lifelong Learning. L’apprendimento che non finisce mai: Plasticità neuronale
Tra le masse le persone che tentano di argomentare vengono derise

Essendo stato precoce ho conosciuto specialisti, professionisti e imprenditori di tutte le “taglie”. Non sono mai voluto andare a lavorare per loro (lavori sicuri) perché volevo realizzare i miei personali sogni, meno sicuri ma più gustosi, nel mio personale modo. Ho imparato la specializzazione, l’approfondimento, la dimostrazione di quanto sostenuto, ho imparato a quantificare, a valutare il rischio, a strutturare. Ho imparato un’infinità di cose di cui nemmeno mi rendo più conto perché ormai mi vengono naturali. Spesso sono i miei clienti a farmele notare.

Nell’immagine c’è chi ci vede le sezioni di un aereo Airbus A220, io ci vedo… molto di più.

Image’s Copyright:  Airbus